Dell'interpretazione - Cap 2 - Le fasi e gli strumenti dell'interpretazione

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Massari

 

D E L L’ I N T E R P R E T A Z I O N E

 

La creazione umana del mondo

dal punto di vista delle scienze cognitive

 

Capitolo 2. Le fasi e gli strumenti dell’interpretazione

 

Gli atti interpretativi possono essere involontari o intenzionali. Quelli che appartengono al primo gruppo sono sempre inconsapevoli e quindi non sono analizzabili nelle loro fasi. Invece quelli intenzionali, anche quando sono in parte inconsapevoli, seguono in genere una sequenza di fasi, in ciascuna delle quali è presente la possibilità della distorsione o anche della negazione.

     L’ordine cronologico di queste fasi è: osservazione, percezione, costruzione narrativa.

 

L’osservazione

Il termine osservazione indica una modalità di acquisizione di conoscenze su di un oggetto o un avvenimento, che può essere tanto occasionale quanto sistematica, e che si differenzia nettamente da altre modalità quali, ad esempio, l’intuizione o la dimostrazione matematica.

     Nei nostri primi progenitori, ancora privi del linguaggio, l’osservazione era l’unico strumento disponibile per acquisire una conoscenza sia pur rudimentale dei fenomeni ed era talmente utile alla loro sopravvivenza che la loro capacità di osservare si era affinata ad un livello sicuramente superiore al nostro. Ma anche ai nostri giorni l’osservazione resta uno strumento fondamentale.

     L’esame intenzionale, da parte dell’individuo, dell’ambiente o di una sua specifica parte, comincia però con un’aspettativa, seguita da una decisione circa l’oggetto da osservare.

     Ritengo che la maggior parte delle persone sia disposta ad ammettere che ogni specie di essere vivente ha una percezione del mondo diversa, in misura più o meno ampia, da quella delle altre specie. Più difficile risulta forse ammettere che niente - e certamente non la teoria dell’evoluzione per selezione naturale - autorizza a credere che solo l’essere umano possieda strumenti d’osservazione, sia sensoriali che cognitivi, completamente affidabili.

     Possiamo fare un ulteriore passo in avanti e supporre che ciascun individuo umano veda un mondo in parte diverso da quello che vedono gli altri individui. Se così fosse, poiché l’osservazione costituisce la prima fase dell’interpretazione, ne discenderebbe che l’intero processo porta ciascun individuo a risultati interpretativi peculiari e personali. Questa supposizione è implicitamente sostenuta dalla scienza.

     Molti scienziati contemporanei accettano infatti l’idea che qualsiasi osservazione venga fortemente influenzata dall’osser-vatore, sia a causa degli strumenti, siano essi sensoriali o artificiali, per mezzo dei quali egli osserva il suo oggetto, sia a causa della propria teoria sulla natura dell’oggetto medesimo, la cui verifica costituisce spesso lo scopo dell’osservazione scientifica.

     In molte discipline umanistiche, ad esempio in etnologia, viene utilizzato sempre più spesso il termine precomprensione per indicare la somma di conoscenze (costituita dal lavoro specifico di altri etnografi e più in generale dalla letteratura etnologica conosciuta) che l’etnologo ha accumulato sull’oggetto che si propone di studiare, prima ancora di cominciare a farlo, e che potrebbe non solo influenzare ma addirittura stravolgere i risultati dell’osservazione sul campo.

     Anche nel campo psicologico, come in quello farmacologico, allo sperimentatore viene richiesto di far dividere i soggetti, che si sottomettono volontariamente all’esperimento, in due gruppi, dei quali uno solo sarà effettivamente sottoposto all’esperimento stesso. Questo metodo è detto “doppio cieco” perché è considerato fondamentale per l’attendibilità dei risultati che né lo sperimentatore né il soggetto sappiano di quale gruppo faranno parte, per non esserne influenzati. Neppure debbono sapere, se non a esperimento ultimato, quali siano stati gli scopi dell’esperimento stesso.

     Se questo è vero per gli scienziati, a maggior ragione lo è per la persona comune, alla quale può facilmente accadere, ad esempio, di non riconoscere un amico se lo vede in un posto in cui non si sarebbe mai aspettata di incontrarlo.

     Quando i nostri antenati attraversavano la savana, si aspettavano di poter incontrare un leone e quindi osservavano i margini superiori della vegetazione, per scoprirvi eventuali ondeggiamenti che segnalassero la presenza di un grosso animale. Se avessero ritenuto più probabile l’incontro con un serpente, ne avrebbero osservato invece la parte inferiore.

     Oggi, chi viaggia in autostrada ad una velocità superiore a quella consentita, si aspetta di poter essere intercettato da un autovelox e quindi osserva il margine oltre la corsia di emergenza per scoprire in tempo la presenza di strutture metalliche riconducibili ad un cavalletto di sostegno.

     Il filosofo della scienza Karl Popper racconta di aver invitato, durante una lezione universitaria, i suoi studenti a partecipare ad un esperimento, consistente semplicemente nell’osservare. Dopo qualche minuto aggiunse che avrebbe considerato riuscito l’esperimento se almeno uno studente gli avesse chiesto che cosa voleva che fosse osservato.

     Popper era infatti convinto che, soprattutto ma non solo in ambito scientifico, qualsiasi osservazione avesse lo scopo di corroborare o confutare una precedente teoria. E risolveva il problema costituito dagli animali e dai bambini piccoli, che si suppone non abbiano teorie, sostenendo che la mente non è mai una tabula rasa perché ogni essere vivente nasce con molte aspettative, pur se inconsapevoli, che daranno poi origine, attraverso conferme o smentite, all’insieme della sua conoscenza. Si tratta in pratica di quelle predisposizioni di cui abbiamo parlato nel primo capitolo, considerandole parte costitutiva del soggetto dell’interpretazione.

     Possiamo quindi attribuire all’aspettativa il ruolo di perturbatore dell’osservazione, ruolo peraltro condiviso dalla presenza dell’osservatore sul campo dell’osservazione. Rara-mente infatti possiamo essere certi di stare osservando senza che il nostro oggetto ne sia divenuto consapevole e quindi abbia in qualche misura reagito. Un facile esempio è costituito dalla modificazione del comportamento di un bambino che stava giocando da solo, quando si accorge che un adulto lo sta osservando.

 

La percezione

All’osservazione dell’oggetto scelto, subentra immediatamente la percezione sensoriale, che potrà avvenire tramite uno qualsiasi dei cinque sensi, anche se i più utilizzati sono certamente vista, udito, olfatto, tutti peraltro soggetti a distorsione. Agli stessi limiti della percezione sensoriale soggiace anche la percezione strumentale, cioè quella in cui vengono utilizzati strumenti artificiali anche molto sofisticati, e pertanto ritengo inutile considerarle separatamente.

     Le deficienze del nostro sistema sensoriale verranno esaminate nel terzo capitolo. Qui anticipo che i nostri limiti sensoriali sono specie-specifici e quindi comuni a tutti gli individui. Pertanto gli effetti che ne derivano debbono in questa sede essere considerati distorsioni involontarie e del tutto inconsapevoli.

     Se un suono si situa in una frequenza superiore al limite massimo o inferiore al limite minimo della gamma udibile da un essere umano, qualsiasi essere umano che si trovi alla sua portata riferirà la presenza di silenzio.

     Un’altra distorsione, ancora involontaria, si inserisce poi nel passaggio dall’organo di senso alla corteccia. La nostra retina non viene impressionata dal verde lucente del prato bensì eccitata da una radiazione luminosa che ha una lunghezza d’onda compresa fra 500 e 570 nanometri, cioè miliardesimi di metro, e solo successivamente la corteccia cerebrale visiva interpreterà questa eccitazione come verde lucente di un prato. Ciò è dimostrato dall’esistenza del fenomeno detto cecità corticale, in cui si ha la perdita della visione in assenza di alterazioni dell’apparato visivo, dovuta spesso ad ischemia appunto di quella zona corticale.

     La via sensoriale non è l’unica in grado di produrre interpretazioni di questo tipo da parte della corteccia cerebrale. Esiste anche una percezione immaginativa. Al nostro antenato che era stato seriamente spaventato una volta da un leone, non doveva essere difficile scambiare un cumulo di foglie secche per un leone all’agguato. Preciso che non sto dicendo che quel nostro antenato poteva interpretare un mucchio di foglie secche come il corpo di un leone, ma proprio che poteva vedere un leone. Se nel suo cervello c’era già l’immagine del leone, la prestazione della sua corteccia cerebrale visiva sarebbe stata condizionata da questa presenza, pur avendo ricevuto dalla retina informazioni che smentivano questa credenza.

     Un terzo tipo di percezione è costituita dalle allucinazioni. Le incontreremo nel quarto capitolo, come importanti sintomi di schizofrenia. Le allucinazioni vengono definite false percezioni senza oggetto e fanno parte dei disturbi della percezione. Se ne distinguono vari tipi, in ordine di gravità:

- le pseudoallucinazioni sono rappresentazioni mentali partico-larmente vivide che tuttavia vengono riconosciute dal soggetto come mentali e sono tipiche delle fasi di addormentamento e di risveglio;

- le allucinosi sono percezioni senza oggetto che vengono scambiate per vere percezioni; tuttavia il giudizio di realtà che attribuisce loro il soggetto è correggibile con la logica e l’evidenza; in genere dipendono da patologie organiche e dall’uso di sostanze, fra le quali un considerevole numero di farmaci;

- le illusioni sono distorsioni o completamenti mentali di un reale oggetto esterno; comuni nella schizofrenia, a differenza delle precedenti possono non essere correggibili con la logica e l’evidenza;

- le allucinazioni propriamente dette sono percezioni senza oggetto che presentano un marcato carattere di fisicità; non sono correggibili né con la logica né con l’evidenza. Di solito le allucinazioni sono uditive: il paziente ode delle voci che spesso sono minacciose e possono imporgli di compiere determinate azioni; altre volte il paziente ode voci che conversano tra loro ma senza interessarsi a lui.

     Le allucinazioni sarebbero assolutamente indistinguibili dalle percezioni perché ne hanno gli stessi caratteri, se non fosse che di solito l’allucinazione riguarda una sola area sensoriale: il soggetto ode chiaramente una o più voci ma non riesce a vedere chi gli stia parlando ed è proprio attraverso questa breccia che si può cercare di intervenire terapeuticamente.

     L’ultimo tipo è costituito dalla percezione mistica, tramite la quale il soggetto avverte un contatto sensoriale, di solito visivo e uditivo, con entità non rilevabili da altre persone eventualmente presenti.

     Chi abbia letto la terza parte del segreto di Fatima, ricevuto nel 1917 ma messo per iscritto da suor Lùcia soltanto il 3 gennaio 1944 e divulgato dal Vaticano nel 2000, si sarà reso conto sia della ricchezza di particolari che della durata temporale di questa sua visione: “[…] c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.

     In altri casi la percezione mistica è stata breve e molto semplice. La giovane Bernadette Soubirous, contadina quattordicenne di Lourdes, così riferì la prima apparizione di una "bella Signora" in una grotta poco distante dal piccolo sobborgo di Massabielle: «Io scorsi una signora vestita di bianco. Indossava un abito bianco, un velo bianco, una cintura blu ed una rosa gialla sui piedi». 

     Senza voler entrare nel merito del contenuto di queste percezioni, rilevo che si tratta comunque di esperienze ben note anche all’interno di altre culture e in altre religioni.

     Nell’area artica, ad esempio, il gruppo riconosce ad una persona già iniziata, lo sciamano, il compito di fare da tramite con il mondo degli spiriti. Lo sciamano può scegliere di entrare in contatto con gli spiriti o lasciandosi possedere da essi (invasamento), oppure provocandosi uno stato estatico che gli consente di penetrare nel loro mondo. E’ questa capacità di attivare volontariamente la trance che distingue lo sciamano dallo psicotico.

     Il mistico buddista si propone, attraverso la meditazione e l’uso di particolari tecniche, di raggiungere il nirvana, condizione trascendente di cessazione del dolore.

     Il sufista islamico ricercava l’unione totale con Dio attraverso un’estasi il cui raggiungimento poteva essere favorito da danza e musica.

     E a Mosè, che stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, apparve l’angelo del Signore, in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto ardente che bruciava senza consumarsi.

     Tutte queste diverse forme di percezione mistica hanno in comune con le allucinazioni il fatto che altre persone eventualmente presenti non sono in grado di parteciparvi, ma se ne discostano per altri elementi.

     Anzitutto, i soggetti che ne sono protagonisti, all’infuori dei momenti in cui percepiscono il divino, hanno poi delle percezioni del tutto comuni. Inoltre, queste percezioni non provocano loro sofferenza, come invece accade agli schizofrenici, anche se possono poi mutare il corso della loro vita. Infine, a mio avviso, possono essere considerate volontarie, nel senso che si può ipotizzare che i soggetti che le ricevono siano sempre, in qualche modo, predisposti a questa esperienza.

 

  
  

La costruzione narrativa

Se le modalità dell’osservazione si sono mantenute praticamente immutate fino ai nostri giorni, dato che i rischi della vita moderna richiedono ora la stessa attenzione che allora richiedeva il rischio dell’incontro col predatore, la spiegazione narrativa è invece una modalità successiva all’acquisizione del linguaggio.

     Soltanto dopo questa tappa fondamentale dei nostri progenitori, l’individuo ha cominciato gradualmente a sviluppare capacità narrative e le ha poi sempre utilizzate sia per le proprie interpretazioni personali che per quelle sociali, come miti e leggende.

     Accetto la posizione di Bruner secondo il quale il bambino ha una vera e propria necessità, sia intrapsichica che interpsichica, di narrare: è soltanto tramite la narrazione degli eventi o dei sentimenti che egli riesce a strutturare la propria esperienza in modo da poter attribuire un senso a quanto gli sta accadendo, o gli è accaduto, o teme che gli possa accadere; e anche in modo da ricordarlo. Una volta acquisito il linguaggio, il bambino interpreta attraverso narrazioni.

     Non si tratta però di un processo puramente intrapsichico, utile solo a spiegare l’accaduto al soggetto stesso e a fissarne il ricordo nella sua mente. La strutturazione narrativa è un processo interpsichico, che può avere un forte valore sociale se permette al soggetto di integrarsi nella cultura del gruppo cui appartiene.

     Ad esempio, il bambino che per la prima volta ha partecipato ad una festa scolastica è in genere impaziente di poterla condividere, attraverso una narrazione puntigliosamente cronologica del suo svolgimento, prima con i genitori e poi magari con i nonni. In seguito, tornando a raccontarla ad altri bambini, scopre che tutti, prima o poi, hanno partecipato ad una festa scolastica, e si rende conto che nel mondo in cui vive esiste uno schema comportamentale, conosciuto e condiviso da tutti, che si chiama “festa scolastica” ed è regolato da ben precise norme.

       Nei primi anni di vita la sua narrazione è forzatamente approssimativa, a volte un po’ caotica, ma presto il bambino si rende conto che, affinché essa risulti efficace, occorre costruirla dandole una forma tale che renda la storia interessante, perché la sua figura possa emergere come protagonista, ma anche verosimile, per essere più facilmente creduta.

     Da quel momento si servirà della narrazione per raggiungere due scopi: come utile strumento per precisare il significato che vuole dare all’esperienza che ha vissuto e come unico strumento in suo possesso per indurre l’adulto ad interpretare quella stessa esperienza nel modo più conveniente per il bambino.

     Soltanto l’abilità narrativa può infatti consentirgli di non soccombere sempre e comunque nello sbilanciato rapporto con gli adulti e prima ancora di saper leggere e scrivere diventa un esperto narratore. Egli comprende che ciò che ha fatto o che sta per fare sarà interpretato da un adulto, secondo criteri che ormai comincia a conoscere, e ogni volta che la storia che egli intende presentare si discosta da essi, si darà da fare per elaborarla in modo tale che vi rientri.

     Non è detto però che la storia venga sempre elaborata temporalmente prima per sé e poi per gli altri. Al bambino possono accadere esperienze molto penose o comportanti eccessive responsabilità o sentite come particolarmente vergognose e in tutti questi casi la sua prima preoccupazione è quella di elaborarle per gli altri, naturalmente in modo difensivo, fino a giungere a negarle. Una volta compiuta questa interpretazione ad uso degli altri, è molto probabile che essa venga utilizzata anche per il bambino stesso, che potrà anche riuscire a convincersi che la vicenda non sia affatto accaduta.

     Il probabile successo di questa manovra difensiva interpsichica non resterà senza conseguenze sul piano psicologico personale: quando, di lì a qualche anno, verrà il momento in cui, oltre a dover superare l’esame che gli fa l’adulto, dovrà superare anche l’esame che si fa da se stesso, il soggetto ricorrerà allo stesso meccanismo di distorsione dell’interpretazione e, come dice Adler, ogni avvenimento che si sarà svolto in maniera difforme sarà da lui voltato e rivoltato fino a che non si conformi al proprio stile di vita.

     Questo processo di manipolazione interpretativa, unico forse ad avvenire su base assolutamente volontaria anche se molto spesso inconsapevole, inizia con un confronto fra l’aspettativa e la realtà e prosegue poi con una serie di aggiustamenti fino a quando la divaricazione fra le due non viene ritenuta accettabile dal soggetto.

     E’ forse l’ambito dell’amore quello che più si presta ad esemplificare questo concetto. Quando una persona ritiene di aver incontrato il partner ideale, il solo che può farla felice e che lei sola può far felice, può accadere che non si chieda quanto sia probabile che questa rara avis abitasse proprio nello stesso quartiere, o frequentasse la stessa parrocchia o la stessa discoteca. Tutta presa dall’emozione, interpreta il compor-tamento del partner reale sempre tenendo d’occhio il comportamento che dovrebbe avere il suo “partner ideale” e, non potendo rinunciare a quest’ultimo senza menomare il proprio senso di Sé, si prepara interpretazioni ad hoc del comportamento del primo.

     Per narrare storie, renderle credibili e memorizzabili, occorre però conoscerne molti particolari. Il romanziere non ha difficoltà a costruire storie, perché ne inventa quanti particolari vuole. Anche quando il romanzo è ambientato in un preciso periodo storico, il lettore gli permette di scegliere a suo piacimento gli elementi reali e di inventare tutti gli altri. Il lettore gli lascia anche tutto il tempo che vuole, per costruire queste storie.

     Nella vita di tutti i giorni le cose sono invece meno semplici. Nelle storie che dobbiamo incessantemente costruire per comprendere cosa ci sta accadendo, in modo da poter prevedere, con un minimo di attendibilità, cosa ci accadrà di conseguenza, mancano quasi sempre molti elementi e noi non possiamo inventarceli perché ci troveremmo a fare previsioni inaffidabili e quindi - più che inutili - pericolose. Inoltre, disponiamo spesso di pochissimo tempo.

     Così ogni giorno le persone ricavano i dati che mancano loro da inferenze, cioè traggono delle conclusioni - non sempre esatte e a volte neppure logiche - dalle sole informazioni di cui sono in possesso. Si tratta di “scorciatoie”, basate per lo più sull’intuizione, per arrivare ad emettere giudizi in tempi brevi, che vengono definite euristiche.

    Si noti che un procedimento euristico non è di per sé sbagliato, in quanto la sua natura intuitiva può consentire progressi scientifici che non sarebbero raggiunti se gli scienziati si limitassero a rielaborare ulteriormente le sole teorie già dimostrate esatte e non compissero mai incursioni nell’ignoto.

     Con il termine euristica si definisce infatti in ambito scientifico quell’approccio al problema che favorisce la creazione di nuova conoscenza, non basata sullo sviluppo di una precedente. Ciò vale anche per la filosofia e in genere per tutto il pensiero speculativo umano.

     Nel campo informatico, dopo l’incontrastato dominio dell’algoritmo, (che, essendo costituito da una precisa e finita sequenza di operazioni da compiere, è proprio il contrario dell’euristica) sono stati progettati anche software euristici per consentire a programmi antivirus di individuare dal loro comportamento virus nuovi e quindi non confrontabili con quelli già in memoria.

     C’è accordo sul fatto che un modello cognitivo euristico non ha alternative praticabili per consentire ad un essere umano di emettere giudizi sulle persone e sugli avvenimenti nei tempi brevi occorrenti nella vita pratica. Per comprenderne l’utilità in termini di sopravvivenza - e quindi di possibilità di riproduzione - è sufficiente pensare alle condizioni di vita dei nostri antenati nella foresta.

     Un agitarsi di frasche in assenza di vento li avrebbe portati immediatamente alla conclusione - non logica ma utile - che in quel punto un predatore stava in agguato. Se poi si fosse trattato di una bestiola innocua, non sarebbe derivato loro alcun danno. La scorciatoia qui esemplificata ha consentito di guadagnare tempo prezioso a spese dell’esattezza, meno importante.

     Tuttavia, in una riflessione sul funzionamento del cervello umano, che si proponga di studiare i meccanismi dell’inter-pretazione, l’accettazione dell’inevitabilità di questi metodi non deve impedirci di rilevare la tendenza a distorsioni sistematiche (in inglese biases) profondamente radicata nel nostro cervello. Conoscere queste distorsioni, potrebbe aiutarci a ridurne l’effetto.

     Incorriamo nella rappresentatività quando giudichiamo che un esemplare appartenga a una determinata categoria solo perché ci sembra rappresentare lo stereotipo che noi possediamo di quella categoria, spesso senza tener conto di informazioni che sono in contrasto con questa decisione. E’ per effetto di questa distorsione che possiamo presumere che una persona lavori in banca perché indossa giacca e cravatta, non rilevando le callosità delle sue mani.

     La disponibilità consiste nel valutare molto probabile che un esemplare appartenga a una determinata categoria, perché la giudichiamo molto numerosa; tuttavia questo giudizio si basa solo sul fatto che ci ricordiamo di averne incontrato molti esemplari. Questo tipo di distorsione può farci ritenere che un attore sia morto di cancro solo perché ricordiamo che molti attori sono morti a causa di questa malattia.

     L’ancoraggio, infine, è un aggancio ad un punto di partenza noto e stabile, a partire dal quale compiamo una stima. Ciò avviene quando presumiamo che il prezzo di una crema per le mani, che non conosciamo, non possa superare i dieci euro solo sulla base del fatto che il prezzo delle creme che conosciamo non supera i cinque.

     Queste riflessioni debbono portarci alla conclusione che le storie che costruiamo sugli altri e su noi stessi per interpretare i loro e i nostri comportamenti, possono non essere esatte e che quindi sarà doveroso riesaminarle criticamente quando vi troveremo delle incongruenze.

     Infine ricordo che, fra i vari strumenti dell’interpretazione, occorre considerare anche il senso di Sé, struttura basata essenzialmente sulla memoria, che funziona come una cornice, del tutto personale, entro la quale debbono essere sistemate tutte le nuove acquisizioni di conoscenze. Di esso ho già parlato diffusamente come importante elemento costitutivo del soggetto dell’interpretazione. 

 

Riassumendo: Ho presentato le fasi e gli strumenti dell’inter-pretazione, fra cui le cosiddette euristiche, semplicistiche teorie sul funzionamento del mondo che, se da un lato ci permettono di prendere decisioni in tempi brevi, dall’altro possono essere fonte di gravi distorsioni nelle nostre interpretazioni.

 

 

Nota: il saggio “Dell’interpretazione” di Giorgio Massari è stato stampato in volume ed è disponibile, sotto il nickname Errico, sul sito www.ilmiolibro.it