L'INCENDIO - una storia di vita balinese

 

 
 
 
L’incendio
una storia di vita balinese
 
 
 
Romanzo
di
Stefano Sguinzi
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Un milione di verdi
sotto un sole accecante
e mille profumi nell’aria
incerta fra il vento e la brezza.
Le voci soffuse
e tanta vita intorno.
 
 
Bali
misteriosa, magica e antica,
ti sopraffà con il suo sorriso,
ti riempie di emozioni
senza chiederti nè darti
un perché.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Capitolo Primo
 
 
            Bali,agosto1978.
 
 
I primi fumi si erano dispersi nei vapori di un pomeriggio sonnolento, senza sollevare preoccupazioni.
Poi, nel buio della sera scesa troppo in fretta, erano diventate visibili le prime lingue di fuoco che, sospinte da una leggera brezza, avevano attecchito per ogni dove.
Era scoppiato l’incendio.
I bungalow dell'albergo, costruiti in legno e con i tetti di paglia, si erano trasformati in un falò scoppiettante che aveva riempito di bagliori la notte incipiente.
Al di fuori di quelle fiamme forsennate, che volevano incendiare il cielo, non c’era altro.
 
La gente di Bali sembrava incapace di reagire. Di fronte a quell’evento, che giudicava ineluttabile, si sentiva impotente.
Gli occidentali, ospiti dei bungalow in fiamme, erano fuggiti lungo la spiaggia o si erano barricati nella cucina in muratura di un albergo adiacente.
Quelli che stavano per perdere documenti, vestiti e valige, si erano gettati nel rogo e avevano cercato di salvare le loro cose anche a rischio della vita.
Solo a fatica, e per opera di altri occidentali, era stato possibile allontanarli prima che i tetti in fiamme ricadessero su di loro.
 
Il fuoco aveva bruciato i fili della corrente elettrica.
Al di fuori di quella prodotta dalle fiamme non c’era altra luce.
La totale mancanza di energia, necessaria per alimentare le pompe dell’acqua, impediva ogni intervento e dava possibilità all’incendio di diffondersi incontrollato.
I tentativi messi in atto per evitare che dilagasse erano più simbolici che efficaci.
 
Alcuni volonterosi avevano organizzato una catena umana per far scorrere a braccia secchi d’acqua ma, anche se la piscina dell’albergo distava pochi metri dai bungalow, non riuscivano ad arginare le fiamme.
Altri battevano con lunghe canne di bambù le scintille incandescenti che, trasportate dal vento, si depositavano sui tetti in paglia delle case adiacenti.
Il rischio era che tutto il villaggio prendesse fuoco e che le fiamme incontrollate attecchissero nei campi dove il riso era ormai dorato e prossimo al raccolto.
Sarebbe stato un disastro.
 
In realtà nessuno sembrava preoccuparsi di questa eventualità.
Anzi.
Il personale di un albergo vicino, di fronte agli zampilli di fuoco che cominciavano a depositarsi pericolosamente sul tetto della reception, aveva spento l’unico generatore di corrente elettrica disponibile, chiuso tutte le porte e se n’erano andati. Dopo avere abbamdonato il luogo del pericolo lo avevano affogato nel buio.
Fino a quando non erano arrivati i pompieri nessuno era stato in grado di opporsi a quella furia devastatrice.
È pur vero che essa fu vinta solo perché, come un Dio vorace, era ormai sazia di sangue e rovine.
Il bagliore di quel rogo, reso più drammatico dal buio della notte, avrebbe intrecciato e sconvolto vite diverse nei valori, nella cultura e nei comportamenti.
Quell’evento sarebbe diventato un dramma per alcuni, una tragedia per altri, un episodio da raccontare per altri ancora.
 
Quelle fiamme, primo fra tutti, avrebbero bruciato la vita di Anom, un vecchio contadino balinese, colpevole di avere trasformato la terra dei suoi padri in “pochi sporchi pezzi di carta” e di essersi fatto giustizia appiccando il fuoco ai bungalow dell’albergo, quando aveva scoperto di non potere riavere la sua terra.
Lui avrebbe continuato a credere per tutta la vita di avere avuto diritto di vendere il suo terreno per amore del denaro ma anche di poterlo riavere quando gli fosse piaciuto.
Al momento di cedere la proprietà non aveva avuto incertezze. Di fronte a testimoni aveva scelto fra le radici del suo passato ed un futuro capace di dargli le soddisfazioni che la vita gli aveva negato.
Per concludere quel contratto di vendita aveva impresso, una dopo l’altra, l’impronta delle sue dieci dita su un foglio di carta scritto fittamente.
Il tutto era stato fatto semplicemente e non aveva richiesto tempo.
Aveva abbracciato la figlia, il genero, i nipotini, aveva ossequiato il notaio, ringraziato i testimoni, ritirato il suo malloppo e se n’era andato.
Era uscito dallo studio nascondendo i soldi in una specie di bisaccia che aveva portato con sé.
Non sapeva che da quel momento tutto sarebbe cambiato nella sua vita perché quel denaro lo avrebbe reso diverso.
 
Durante il viaggio in minibus da Denpasar, la città dove il notaio aveva lo studio, sino alla stazione di Kuta si era sentito infastidito dalla gente che gli sedeva accanto.
Le sue ginocchia erano rimaste serrate sulla bisaccia per difendere un tesoro che nessuno minacciava di portargli via.
Anche sulla strada verso casa, lungo i sentieri che gli erano abituali, non si era sentito sicuro. Senza rendersene conto aveva accelerato il passo impegnandosi in una corsa che rendeva scomposto un vecchio come lui dall’incedere abitualmente lento e compassato.
Era entrato in casa come una furia.
Aveva chiuso con violenza inconsueta la porta e si era indirizzato verso il nascondiglio predisposto per accogliere il denaro.
La buca, scavata sotto il letto, era troppo grande e, ora se ne rendeva conto, facilmente individuabile.
 
Nelle notti insonni della vigilia aveva definito nella misura di un braccio per un braccio lo spazio necessario per nascondere il denaro.
Aveva spostato il letto, scavato nel pavimento e disperso fuori di casa la terra rimossa senza che nessuno se ne rendesse conto.
Né i vicini di casa né la cognata, che si prendevano cura di un vecchio solitario come lui, avevano avuto il minimo sospetto di quanto stava accadendo.
Nessuno avrebbe dovuto sapere anche se tutti sapevano di quella vendita.
 
Solo ora si rendeva conto che il primo temporale avrebbe potuto riempire di umidità e anche di acqua la buca che aveva preparato.
Bisognava trovare un’altra soluzione e presto.
La sua stanza non poteva servire allo scopo perché le finestre non avevano vetri né imposte. E poi tutti erano sempre entrati e usciti liberamente da quella casa ed avrebbero continuato a farlo.
 
Dopo avere preso in esame ed escluso altre soluzioni aveva deciso di guadagnare tempo e, sfinito dalla stanchezza, si era seduto con la schiena appoggiata alla porta per non consentire l’ingresso a nessuno.
Si era accovacciato sui talloni e rannicchiato su se stesso.
Anche se vecchio il suo corpo era ancora forte e flessibile.
 
Non aveva estratto il pacco del denaro dalla borsa ma si era limitato ad allargarne i bordi in modo da renderne accessibile il contenuto.
Il suo tesoro era costituito da una serie di pacchetti di banconote nuovissime, da dieci e cinque mila rupie, tenute insieme da due elastici sottili.
Nella sua lunga vita non aveva mai visto tanto denaro insieme.
Lentamente, quasi con circospezione, lo aveva estratto dalla borsa, liberato dagli elastici. I pacchetti, confezionati ed etichettati con cura dalla banca, erano compatti come mazzi di carte da gioco nuove.
Lui ne aveva aperto uno ed aveva disposto le banconote a ventaglio facendo in modo che nessun foglio si sovrapponesse esattamente all’altro.
Poi li aveva ricomposti e fatti scorrere ripetutamente fra le dita, per apprezzarne il valore.
 
Non sapeva contare con sicurezza.
Per uno abituato, come lui, a trattare le mille rupie tutto quel denaro costituiva un problema.
Tutto ciò lo induceva a riflettere sulla nuova situazione ed a prendere coscienza dei fatti.
Stava cominciando a pensare che quella non era la ricchezza sognata.
Insomma non era contento.
Lui di quel denaro non sapeva cosa farsene e, in fondo, cominciava a creargli difficoltà.
 
Aveva ricomposto il mazzetto delle banconote e lo aveva avvolto insieme agli altri in un foglio di carta pesante.
Nella ricerca di un nuovo e più sicuro nascondiglio, aveva rovistato tutta la stanza facendo attenzione di rimettere ogni cosa a posto.
Chiunque ed in qualsiasi momento avrebbe potuto trovare quello che non doveva.
“Si sa: i giovani hanno desideri infiniti e non si arrestano di fronte a niente per soddisfarli.
Le giovani poi!”- Pensava con timore.
 
Mentre era assorto in queste tumultuose considerazioni aveva percepito i piedi nudi di Made avvicinarsi alla porta di casa.
Quei rumori gli avevano richiamato alla memoria la figura della nipote, il profumo pulito dei suoi vent’anni, i neri capelli lavati e pettinati, l’abito immacolato e la cintura gialla da cerimonia, stretta sui fianchi.
L’aveva immaginata nell’atto di deporre di fronte alla porta di casa il cestino con le offerte per placare gli spiriti della notte.
Conosceva a menadito i tempi di quel rito. In altri momenti aveva saputo anche apprezzarne la bellezza.
Ricordava il percorso e le tappe che Made avrebbe compiuto prima di arrivare a deporre l’ultima offerta di fronte al tempietto di famiglia.
La vedeva nell’atto di pregare con un bastoncino d’incenso fumante fra le dita e benedire le offerte con un gesto lento e solenne.
Intanto pensava ai problemi che doveva risolvere.
Pensava, pregava e, ora, ringraziava gli dei di avergli suggerito un nascondiglio sicuro per il suo denaro.
 
Il luogo che gli era stato ispirato stava in alto ed era ben protetto dalla pioggia e dal sole.
Nessuno, al di fuori di lui, avrebbe potuto accedervi: era il tempietto degli avi ai piedi del quale la vergine Made, a conclusione del suo pellegrinaggio serale, stava deponendo le offerte.
Là, insieme alle ceneri degli avi, il suo denaro sarebbe stato al sicuro.
 
Dopo averlo riposto in un sacchetto di plastica e, quindi, in una scatola di legno, aveva avvolto il tutto in un panno stinto dal sole. Riproduceva quadrati di uguale misura stampati in colore bianco, grigio e nero per rappresentare contemporaneamente le divinità di Brama, Visnù e Shiva perché, nella tradizione balinese, il pensiero della vita non deve mai essere disgiunto da quello della morte.
Mentre cercava di mimetizzarlo si rendeva conto che quel pacchetto non avrebbe mai potuto essere uguale a quelli che lo dovevano nascondere.
Bastava guardarlo per rendersene conto: era troppo diverso. Non avrebbe mai potuto contenere la cenere dei morti, dei suoi morti.
Era come mettere insieme il sacro con il profano.
Tutto il resto sprigionava energia: quel pacchetto no.
Alla fine aveva deciso di tenerlo ancora con sé e, per quella notte, di custodirlo fra le gambe, nascosto sotto il suo abituale sarong.
Aveva anche pensato di legarsi la scatola ai fianchi ma poi s’era vergognato ed aveva cambiato idea.
 
Dopo aver spento l’esile luce della lampada si era abbandonato ad un sonno profondo.
Nel sogno la porta del tempietto, che custodiva le ceneri dei suoi morti, si era aperta per lasciare uscire le ombre del padre, del padre di suo padre, di sua madre e di sua moglie.
Aveva potuto osservarli mentre erano intenti a seminare nella terra verdi germogli di riso. Quando lo avevano guardato si erano messi a ridere di lui, come per prenderlo in giro.
Poi cento mani si erano allungate per afferrare una cassetta e portargliela via.
Quando era riuscito a riappropriarsene aveva scoperto che i topi avevano ridotto il suo denaro in brandelli di carta.
 
Si era svegliato di soprassalto per constatare che la notte non lo aveva privato della ricchezza. Il suo stato d’animo, però, era cambiato.
Che cosa chiedeva lui a quei soldi?
Che cosa di più o di meglio avrebbero potuto dargli rispetto alle cose e alla vita che aveva?
Ormai era consapevole che, come sabbia, quel denaro sarebbe scivolato fra le sue dita e se ne sarebbe andato per non tornare più.
La terra, invece, ci sarebbe sempre stata per fare di lui un uomo rispettato nel villaggio.
Era e sarebbe sempre stato così.
L’automobile che aveva pensato di acquistare non sarebbe mai stata sua perché non avrebbe saputo guidarla e poi non sapeva neppure dove avrebbe potuto andare.
Gli alberghi ed i ristoranti, che aveva sognato di frequentare, non erano adatti ad uno come lui che mangiava per terra e solo con le mani.
Si era reso conto di avere sbagliato e aveva deciso di restituire i soldi e riprendersi la terra. Insomma sarebbe tornato sui suoi passi.
 
Il sole era ancora sotto l’orizzonte che già era in cammino sulla strada per Denpasar.
Destinazione: studio del notaio.
Per lui la soluzione del problema era semplice: “Io gli ridò il denaro che mi ha dato e lui mi restituisce la terra.”- diceva tra sè e sè.
Tutto sarebbe stato semplice.
Al pensiero aveva accelerato il passo e si era rasserenato.
 
Quando era giunto a destinazione mancava più di un’ora all’apertura dell’ufficio ma l’attesa non poteva mettere di cattivo umore un uomo come lui che, da tutta una vita, era abituato ad aspettare il passare del tempo.
“Dopo l’aratura c’è la semina e poi il raccolto e poi una nuova aratura - era il contadino che parlava - Fra una stagione e l’altra corrono tanti soli e tante lune che insegnano ad attendere.”
Oltre a questo non riusciva a pensare.
 
Le cose, comunque, non stavano andando come si era immaginato.
Il notaio aveva tanti appuntamenti con gente che era arrivata dopo di lui e, prima di lui, se n’era andata.
Aveva accolto con animo sereno i primi venuti ma poi, preso da sinistri presagi, era diventato di cattivo umore.
Con il passare del tempo era sorto in lui il timore che il notaio non volesse neppure riceverlo, che il suo problema non avrebbe avuto soluzione.
 
Il sole era ormai a picco sui tetti e l’aria della stanza in cui stava aspettando da ore per niente scalfita da un rumoroso condizionatore, era diventata insopportabile.
 Quando era apparso sulla porta il notaio era in procinto di andarsene: la sua intenzione di non parlargli era evidente.
“No! Non ho appuntamento ma ho i soldi che mi hai dato - gli aveva detto - Io ti ridò i tuoi soldi e tu mi ridai la mia terra.”
“Rivoglio la mia terra!”
Senza rendersene conto aveva cominciato ad alzare la voce, a gridare.
“Rivoglio la mia terra!”
Si era aggrappato al braccio di quell’uomo ma più faceva pressioni per fermarlo più quello si svincolava.
“Ladro ridammi la mia terra!” - gridava.
 
Solo dopo essere finito riverso nella pozzanghera del cortile e avere sentito la macchina del notaio allontanarsi aveva compreso di non avere più soluzioni per il suo problema.
La terra che aveva ricevuto dai suoi avi non sarebbe stata più sua: lui non avrebbe avuto niente di proprio da trasmettere alla sua discendenza come aveva fatto suo padre ed il padre di suo padre, ed era disperato.
 
Quando il sole aveva cominciato a tingere di rosso il tramonto ed un primo refolo di vento a muovere le fronde alte degli alberi lui era già là, fuori dal confine della terra su cui sua figlia e la famiglia del marito avevano costruito un piccolo ma piacevolissimo hotel di bungalow con piscina.
In attesa di farsi giustizia.
 
Allo studio del notaio, dopo essere andato in escandescenze ed avere maledetto il mondo per l’insopportabile violenza che gli era stata inferta, dopo aver tirato pugni e calci anche contro chi voleva solo aiutarlo, il vecchio aveva recuperato il controllo di sé.
Si era alzato orgogliosamente, da solo.
Aveva riassettato, per quanto possibile, le vesti e recuperato la cassetta dei denari che era caduta in una pozzanghera.
Senza alcuna fretta l’aveva ripulita dal fango e riposta nel tascapane.
Incerto sul da farsi, guardandosi in giro con sospetto e facendo ripetutamente brevi e lenti inchini, come per scusarsi dell’accaduto, aveva faticosamente ripreso la via del ritorno.
Il suo passo era lento ma determinato: sembrava non avere fretta perché aveva già deciso quello che avrebbe fatto e nessuno sarebbe stato in grado di impedirglielo.
 
Era arrivato a casa accaldato.
Aveva tolto da una borsa sdrucita, che gli faceva da guardaroba, la camicia ed il sarong bianchi, da cerimonia.
Non riuscendo a trovare le fasce per il copricapo e da legare ai fianchi, e non osando chiedere ai vicini, aveva preso un grande straccio bianco e lo aveva strappato in due pezzi, di forza.
Da sotto il letto aveva estratto un lungo machete ricordo dei tempi che lo avevano visto guerriero.
Lo aveva tolto dalla guaina e ne aveva verificato le condizioni: la sua capacità di offendere era rimasta inalterata.
 
Forse perché non gli importava di essere visto si muoveva come se fosse invisibile.
Era uscito nella luce del giorno, nudo.
Aveva lavato accuratamente i lunghi capelli e la barba bianca, il corpo rinsecchito, la bocca dai denti radi e gialli.
Poi era rientrato in casa e si era vestito di tutto punto con gli abiti bianchi, da cerimonia. Proprio come fanno i sacerdoti del tempio per celebrare un rito.
Al momento di uscire aveva preso con sé la scatola del denaro e infilato il machete nella cintura.
Sapeva che non sarebbe più tornato in quella casa. Ma non se ne doleva.
 
La sua mente era affollata da ben altri pensieri.
Ormai era ossessionato dal proposito di vendicarsi. Di lavare con il fuoco ed il sangue l’offesa subita.
Attraverso la strada dei campi era arrivato a destinazione quando cominciava ad imbrunire ed aveva iniziato una lunga attesa.
 
Dal suo nascondiglio, costituito da alcuni cespugli posti al margine della strada, poteva osservare la vita della gente nell’albergo.
Alcuni ospiti avevano lasciato i bungalow per andare sulla spiaggia a godersi il tramonto.
Altri consumavano le ultime energie nuotando in piscina o rilassandosi nella serenità della sera.
I suoi nipoti stavano facendo impazzire nella lobby una ragazza, poco più grande di loro, che doveva lavarli e prepararli per la notte.
C’erano ancora in giro troppe persone e c’era troppa luce. Per mettere in atto il suo proposito bisognava aspettare il tramonto.
 
Quando una delle domestiche dell’albergo aveva dato inizio al consueto giro delle offerte serali, il vecchio aveva capito che era arrivato il momento giusto.
Il sole era prossimo al tramonto e la luce a trasformarsi in tenebre.
Aveva studiato il piano in ogni dettaglio per dargli esecuzione senza incertezze.
Aveva bloccato con un legno le valvole dell’acqua, impregnato di petrolio pezzi di tessuto e carta.
Li aveva incendiati e distribuiti per ogni dove: nella torre dell’acqua, nella reception rimasta incustodita, nella cucina con i fornelli accesi sotto le pentole, nelle verande del primo e secondo bungalow.
Poi, senza essere visto, aveva tagliato i fili della luce ed era ritornato nel suo nascondiglio.
Acquattato dietro i cespugli aveva ripreso fiato ed era rimasto ad osservare le fiamme trasformare l’albergo in un rogo.
 
Era scoppiato l’incendio.
Le fiamme sfidavano il cielo ma erano insufficienti a sedare la sua rabbia.
Incurante di essere visto, era uscito allo scoperto e, brandendo con entrambe le mani il machete, si era avventato contro i nipoti per colpirli e ucciderli.
Il suo desiderio di vendetta voleva anche quel sangue.
Ormai in preda alla follia si era messo ad inseguire le sue vittime che fuggivano davanti a lui gridando disperate.
I suoi colpi erano calati rapidi e poderosi per uccidere i nipoti ma si erano infranti contro le braccia, il petto e le mani di corpi che cercavano di fare scudo alla sua violenza e che, ora, tentavano di fermarlo.
 
Mentre il tetto di un bungalow in fiamme crollava aveva trovato la forza per svincolarsi, aprirsi un varco nella siepe e darsi alla fuga.
Le sue mani, come il suo vestito, erano imbrattate di sangue e le sue forze stavano per venire meno.
Quando aveva sentito il rumore di una motoretta avvicinarsi, però, aveva avuto la determinazione di tenderle un agguato.
Come un animale ferito si era acquattato nel buio in attesa di balzare sulla preda.
 Aveva atteso sino all’ultimo istante per vibrare un colpo sicuro ma, ancora una volta, aveva fallito il bersaglio.
Evidentemente gli dei non erano dalla sua parte quella sera.
La lama del machete era andata a sbattere contro lo specchietto retrovisore della motocicletta tagliandolo di netto ma aveva lasciato illeso il conducente.
Quando il motociclista era andato oltre, senza neppure rendersi conto del rischio che aveva corso, il vecchio si era dato alla fuga correndo verso i campi di riso.
Ormai lontano dal luogo del disastro, esausto, si era fermato ad osservare: quel fuoco, quella distruzione e quel sangue non avrebbero potuto restituirgli la sua dignità di contadino né sedare la sua sete di vendetta.
Ora se ne rendeva conto ma era troppo tardi per tornare indietro.
 
Quello che aveva fatto lo condannava a fuggire per sempre, a correre sulle sue gambe incerte in mezzo a quel riso troppo cresciuto e dorato per non raccogliere le tracce del suo passaggio e segnalarle a chi lo avesse cercato.
Alla fine anche fuggire gli era sembrato inutile.
Così si era lasciato cadere a terra, in attesa che qualcuno venisse a prenderlo e, senza rendersene conto, aveva cominciato a piangere e a gridare:
“Voglio la mia terra!”
“Voglio la mia terra!”
 
Nel cuore della notte si erano alzate cupe urla di sirene. Il camion dei pompieri stava finalmente arrivando fra lampi di luce rossastra, bianca e blu.
Faceva un rumore infernale.
Tutto quel frastuono sembrava una dimostrazione di forza contro il fuoco, un demone malvagio che accetta di essere domato solo da chi ha la forza e gli strumenti per farlo.
 
Come per incanto la zona si era animata di infinite presenze.
Oltre le grida dei pompieri, che si scambiavano ordini sul da farsi, era diventata percepibile la presenza di una folla silenziosa.
Ora che c’erano i guerrieri in grado di sconfiggere il mostro la gente di Bali lasciava i propri nascondigli per assistere alla battaglia finale.
Loro si erano sentiti inermi di fronte al fuoco. Lo avevano vissuto come uno spirito malvagio senza tentare di reagire.
Adesso che si sentivano al sicuro sembravano più curiosi che emozionati.
“Che cosa è successo?”
“Chi è stato?”
Queste domande si sentivano per ogni dove ma, nessuno, aveva una risposta sicura da dare.
 
I turisti che, ai primi bagliori del fuoco si erano asserragliati nella grande cucina dell’albergo, invece, avevano idee precise su quanto stava accadendo. A compiere quei misfatti era un gruppo di banditi che stava massacrando i turisti per impadronirsi dei loro averi.
Anche se avevano imparato ad amare la gente di Bali in quel momento erano disposti a credere a tutto.
Quel fuoco minacciava le loro vite.
Si sentivano in pericolo.
Quello solo contava.
Chi li aveva sospinti in quel nascondiglio non aveva tenuto conto che, se si fosse trattato di una incursione di “banditi”, fra quelle mura donne e bambini non avrebbero trovato scampo.
In quel momento contava solo essere convinti di stare in un rifugio sicuro.Qualunque fosse.
Il resto non aveva importanza.
 
Altri ospiti dell’albergo si erano resi conto di quanto stava accadendo quando il bagliore delle fiamme aveva illuminato la sera.
Visto dalla spiaggia quell’incendio era un segnale di pericolo che li aveva indotti più alla prudenza che all’eroismo.
Come quando si scatena un temporale avevano deciso di fare buon viso a cattivo gioco e di attendere sulla spiaggia che la tempesta si esaurisse. Non c’era fretta per tornare a casa.
 
A parte il fuoco sembrava non ci fossero minacce incombenti.
Da qualche tempo la brezza sospingeva le fiamme in direzione opposta a quella delle costruzioni rimaste intatte.
Questo fatto stava riportando un po’ di serenità nei presenti quando nel vialetto adiacente l’albergo in fiamme era apparsa la sagoma barcollante di una donna.
Dopo avere compiuto pochi passi nel disperato tentativo di allontanarsi dall’albergo in fiamme era stramazzata al suolo.
Le sue vesti erano imbrattate dal sangue che usciva copioso da una ferita alla base del collo.
In quelle condizioni non avrebbe potuto fornire informazioni su quanto stava accadendo.
Bisognava solo tentare di salvarla ricoverandola in un ospedale.
 
La notizia di una donna ferita, anche se balinese, era giunta ai turisti asserragliati in cucina e aveva dato corpo ai fantasmi: fuori si stava consumando un massacro di donne e bambini.
Presto sarebbe toccato anche a loro.
Le notizie di violenze e massacri ascoltate con indifferenza alla radio e alla televisione ora evocavano mostri e alimentavano paure.
La terra incantata e felice, che avevano scelto per trascorrere una vacanza indimenticabile, era diventata per loro violenta, ostile.
 
“State calme!”
“State calme!”
“Non facciamoci sentire, altrimenti ci scopriranno!”
Quest’ultima frase, pronunciata a bassa voce nell’intento di calmare gli animi, aveva avuto l’effetto di bloccare l’urlo che stava per esplodere nella gola di molti.
Donne e bambini si erano zittiti.
Le madri avevano serrato i figli in un abbraccio ancora più forte, disperato.
 
Non erano ancora stati portati i primi soccorsi alla ragazza ferita che, in controluce, si era concretizzata la sagoma di un secondo fuggiasco.
La nuova apparizione induceva a pensare che ci fosse davvero in atto una carneficina.
Il nuovo venuto era ferito alle mani, su un braccio, al petto. Colpi di machete erano stati portati contro di lui ripetutamente, forsennatamente.
Per quanto gravemente ferito e imbrattato di sangue l’uomo non aveva perso coscienza e si era fatto riconoscere.
Si trattava di un giovane balinese che i presenti conoscevano bene e che, in quei giorni, avrebbe dovuto essere in Europa.
Il fatto di trovarlo lì, in quelle condizioni, era stata una prima sorpresa a cui se n’era aggiunta una seconda quando faticosamente era riuscito a dire:
“Nancy …
È stato il papà di Nancy.
Vuole uccidere i bambini.
È impazzito….
È nascosto qui intorno!”
 
Non c’erano in corso razzie, né massacri.
A mettere in scena quel pandemonio era stato un vecchio impazzito, armato di machete, che se ne stava nascosto nella risaia pronto ad aggredire chiunque avesse incontrato.
La notizia aveva tranquillizzato gli animi.
Le porte della cucina, trasformata in bunker, si erano aperte.
Le donne ed i bambini, liberati dall’incubo, erano sciamati fuori, all’aperto.
Alcuni si erano precipitati verso le stanze per mettere sotto controllo i loro averi, altri si erano attardati per rendersi conto dell’accaduto.
Anche il personale dell’albergo era improvvisamente riapparso sulla scena ma si era guardato bene dal prendere qualsiasi iniziativa.
 
Fra i turisti uno si era offerto come messaggero e aveva affrontato le insidie della notte per informare gli ospiti rimasti sulla spiaggia.
Era stato lui che, lungo il vialetto adiacente l’albergo in fiamme, aveva intravisto un’ombra nel buio e sentito il rumore del colpo di machete che aveva tagliato di netto lo specchietto retrovisore della sua motocicletta.
Anche se si era reso conto del pericolo corso solo quando tutto era finito non aveva potuto fare a meno di sentire un brivido di paura corrergli lungo la schiena.
“Per fortuna - aveva commentato - questa notte gli spiriti dell’isola sono stati dalla mia parte”.
Dicendolo, però, non sorrideva.
 
Dai corpi feriti, malgrado il ghiaccio usato per tamponare l’emorragia, il sangue continuava a uscire copioso.
Era diventato indispensabile portarli all’ospedale di Denpasar, senza perdere altro tempo prezioso.
Le automobili parcheggiate presso la reception dell’albergo, però, erano ermeticamente chiuse e gli autisti erano spariti con le chiavi.
Rimanevano a disposizione solo le motociclette.
Per questo i feriti erano stati caricati e legati sulle spalle dei conducenti e, per evitare le minacce nascoste nel buio, erano stati avviati verso l’ospedale per un itinerario lungo la spiaggia.
Solo più tardi si era saputo che i due feriti avevano corso il rischio di non arrivare a destinazione perché, dopo poche centinaia di metri, una motocicletta era rimasta senza benzina e, solo per avventura, era stata sostituita da un’altra che transitava in quel momento.
 
Ora che si conosceva la causa del disastro la situazione aveva assunto contorni accettabili.
Gli ospiti degli alberghi si erano tirati fuori da quella tragedia e avevano provato solo un po’ di vergogna per essersi lasciati prendere dal panico e per avere pensato solo a se stessi.
In fondo loro erano venuti a Bali per fare vacanza e quanto era accaduto non li riguardava.
Con il passare del tempo avrebbero trasformato l’episodio in un’avventura da ricordare.
Sarebbe stato facile raccontarla perché, nel caso in questione, non sarebbe stato necessario condire i fatti con la fantasia.
 
La gente del villaggio ed il personale degli alberghi erano rimasti attoniti di fronte al disastro.
Quando erano arrivati i pompieri ed il fuoco era stato debellato erano usciti da un incubo di cui avrebbero parlato per ore e giorni, commentandolo nei minimi dettagli.
Pur stando nascosti avevano visto ed osservato tutto.
Un poco alla volta, avrebbero ricostruito il quadro complessivo di quanto era accaduto, giustapponendone i frammenti.
Ne avrebbero individuato una logica e ricavato giudizi
Senza fretta.
È così che i balinesi leggono le vicende della vita, le valutano e imparano a crescere.
Per alcuni di loro, che avevano perso il posto di lavoro, tutto sarebbe cambiato senza cambiare veramente.
Per altri il nuovo giorno non sarebbe stato diverso da quelli appena trascorsi e da quelli che lo avrebbero seguito anche se, in qualche modo, tutto sarebbe stato diverso.
Le automobili, che erano state abbandonate, l’indomani sarebbero state recuperate dai loro legittimi proprietari che, non solo per convenienza ma anche per dignità, avrebbero cercato altrove i loro clienti.
 
All’ospedale i due ragazzi avevano ricevuto i primi soccorsi: le ferite erano state pulite, disinfettate e fasciate. Ma niente di più.
Per andare oltre gli interventi d’emergenza occorreva denaro che non c’era: i famigliari delle vittime, accorsi attorno ai loro cari, avevano solo occhi per piangere.
Silenziosamente.
 
Solo la volontà degli dei aveva indotto due amici europei, che conoscevano da diversi anni Nyoman, il ragazzo ferito, a fargli visita in ospedale.
Loro, in quei corridoi, in mezzo a gente che li guardava stupita della loro presenza e per gli abiti ancora sporchi del sangue dei feriti, si erano sentiti degli intrusi ma non si erano arresi.
Sentivano che i due ragazzi avevano bisogno di loro e li cercavano con caparbietà.
 
Dei due feriti conoscevano solo il nome di Nyoman.
Anche se si rendevano conto che le persone a cui si rivolgevano non capivano le loro domande e sapevano che tutti i terzi nati nelle famiglie balinesi portano il solo nome che conoscevano non desistevano dal loro intento.
Incuranti di tutto e tutti, entravano nelle camerate, aprivano le porte delle stanze pronunciando sempre e solo un nome:
“Nyoman.
Nyoman.”
 
Avevano cercato per ogni dove.
Stavano cominciando a pensare che il loro Nyoman non fosse neppure in quell’ospedale quando un’infermiera era andata loro incontro e, a gesti, li aveva indotti a seguirla.
Certamente qualcuno doveva aver capito e l’aveva informata della loro presenza.
Senza dire una sola parola, li aveva condotti lungo corsie e corridoi sino alla stanza in cui era stato ricoverato l’amico ferito.
 
Lo avevano trovato disteso su un letto pulito: testa, busto e braccia fasciate.
Esanime.
Intorno a lui una folla di parenti ed amici rendeva irrespirabile l’aria di una notte già calda.
La ragazza, non lontano, si trovava nelle stesse condizioni.
Malgrado la gravità della situazione nessuno stava occupandosi dei feriti.
Sembrava che fra quelle mura fosse già successo tutto e avesse avuto inizio la lunga attesa della fine.
 
Tutto ciò poteva andare bene per degli orientali inclini ad accettare come fatalità le avversità della vita ma non a chi è incapace di accettare persino il proprio destino e, per questo, vi si ribella continuamente.
Gli amici di Nyoman avevano cominciato a chiedere, a cercare di farsi capire, a fare in modo che i medici intervenissero sui feriti ma tutto era stato inutile.
Sopraffatti da un senso di impotenza e dalla rassegnazione degli altri avevano già deciso di abbandonare il campo quando, ancora una volta, avevano ricevuto una ispirazione dagli dei dell’isola.
Chissà!?.
 
Quasi contemporaneamente avevano cominciato a frugarsi nelle tasche ed a dirsi l’un l’altro:
“Dammi tutti i soldi che hai.
Qui ci vogliono soldi!”
In tutto avevano raccolto poco più di duecento dollari.
Come per nascondere un imbarazzo ingiustificato o per evitare di perdere altro tempo avevano affidato il denaro alla donna più anziana.
Glielo avevano dato bruscamente, quasi con violenza.
Poi erano rimasti a guardare.
 
Tutto era avvenuto come in un lampo.
La donna si era precipitata fuori dalla stanza.
Subito dopo un’infermiera era entrata con una flebo per fare una trasfusione di sangue.
Tutti i presenti erano stati invitati ad uscire ma non se ne erano lagnati: sapevano che il circuito delle cure era stato attivato.
Per il momento i soldi che c’erano sarebbero bastati.
Anche in quell’ospedale ormai non c’era più niente da fare. Per questo, silenziosamente, avevano preso la via del ritorno.
Lungo il percorso verso l’uscita avevano osservato la gente che stazionava fuori dalla camera della ragazza ferita: le cure erano cominciate anche per lei.
 
Quando erano rientrati all’albergo la notte era alta.
Sotto quel mare di stelle anche il dramma che avevano vissuto sembrava poca cosa.
La notte, che stava morendo, aveva uno sguardo pulito e sembrava incapace di nascondere minacce.
Con il nuovo giorno la vita avrebbe tracciato il percorso di nuove storie ed i protagonisti delle vecchie si sarebbero sentiti comunque diversi.
 
Alle prime luci dell’alba il vecchio contadino uscito di senno era stato trovato nei campi.
Era intirizzito dal freddo e bagnato dalla rugiada.
In quelle condizioni non faceva paura a nessuno.
Alcuni contadini lo avevano sollevato da terra e portato al villaggio. L’avevano denudato, lavato, asciugato e rivestito senza fare troppo caso alla scatola che teneva ancora con sé.
Quando il capo del villaggio se lo era caricato sul sellino della motocicletta per portarlo alla gendarmeria la gente era uscita sulla strada e lo aveva salutato con uno sguardo, un gesto, un sorriso.
 
“Era un balordo.
Amava solo il denaro.
Per averlo non ha mai guardato in faccia a nessuno. Neppure a sua figlia.”
Aveva detto un contadino.
“Quando ha cominciato ad avere in mano tutti quei soldi non ha più capito niente.
Era come impazzito!”
Aveva ribadito un altro.
 
“Era un testardo…”
“Era egoista e cattivo....”
“Era vecchio e stanco..... nessuno gli voleva bene.”
“Era vecchio e solo…non ha mai saputo voler bene agli altri perché non voleva bene neppure a se stesso”.
Al termine di quella corsa in motocicletta lo attendevano le guardie, la prigione.
Il fuoco aveva bruciato, insieme all’albergo, i giorni restanti della sua vita.
 
Quella notte il sonno dei turisti coinvolti dall’incendio non era stato tranquillo.
Nelle stanze in cui dormivano continuava ad aleggiare un’aria intrisa di odore di fumo.
I loro sogni erano stati popolati da indigeni impazziti, da colpi di machete, da ferite, da sangue. Da fuoco, tanto fuoco, che divorava tetti di paglia, letti, armadi, documenti, denaro, valige, vestiti.
Non si salvava niente.
Nel dormiveglia erano stati in molti quelli che si erano visti brancolare nella notte buia, sporchi di fuliggine, senza méta.
Quel fuoco sembrava avere fatto il vuoto intorno a loro e averli privati di ogni mezzo.
Anche loro erano in balia di un destino ineluttabile. Si sentivano senza difesa ed avevano paura.
Solo la luce del sole, ormai alto sopra i tetti, li aveva riportati alla realtà e aveva rimesso ogni cosa al suo posto.
Le pareti di mattoni, le finestre e le porte serrate continuavano a proteggerli dalle minacce esterne.
E poi le valige, i vestiti appesi negli armadi, i portafogli, le carte di credito erano ancora lì, a rassicurarli.
Fra poco avrebbero indossato l’abito acquistato il giorno prima, aperto la porta ed affrontato il nuovo giorno con la sicurezza di sempre.
I propositi di fuga sarebbero stati dimenticati e Bali sarebbe tornata ad essere l’isola benedetta dagli dei, satura di profumi e colori, calda di vita.
La tragedia del giorno prima, anche se in qualche modo li aveva coinvolti, non li riguardava .
Solo le macerie, ancora fumanti, ed i racconti eroici del manager di uno degli alberghi rimasti illesi, impedivano di dimenticarla.
“Che avventura, ragazzi! - finirono per convenire - Questa sì è una vacanza da non dimenticare!”
 
Per aiutarli a superare lo choc di quegli avvenimenti gli amici erano intervenuti per allontanare i membri della famiglia dal luogo del disastro.
Nancy, la madre, era stata portata da Ayu, nell’ambiente in cui era cresciuta e che amava anche più della propria casa.
I figli erano stati trasferiti perché stessero con altri bambini della loro età.
Lontani dal luogo in cui avevano corso il rischio di essere uccisi avrebbero potuto tornare più rapidamente alla normalità, alla vita e ai giochi di sempre.
Michael, il marito, era andato da Glenn, un australiano come lui, che in quel periodo stava trascorrendo alcuni giorni in montagna.
Sembrava che quell’incendio, anziché rinserrare le fila della famiglia per fare fronte alle difficoltà, l’avesse dissolta per sempre.
In quelle ore, ciascuno a modo suo, stava vivendo nella propria carne le lacerazioni derivanti dallo scontro fra la cultura dei padri e quella dei figli, fra le eredità del passato e la necessità di un possibile futuro.
 
Nancy, la figlia del vecchio contadino che aveva attizzato l’incendio e tentato di uccidere i nipoti, non aveva dormito quella notte.
Era rimasta a lungo sdraiata per terra, sporca di fuliggine, gli abiti ed i capelli odorosi di fumo.
Nella sua “cuccia” di bambina si sentiva al sicuro ma i suoi occhi non vedevano immagini, le orecchie non percepivano voci, suoni o rumori a lei esterni. Vagavano nel vuoto come se volessero superare i limiti dello spazio e del tempo per entrare in una dimensione in cui le cose assumono un significato definitivo o cessano di averne.
Nancy rimaneva chiusa in se stessa, sospesa nel nulla, era come prigioniera di un incantesimo.
Sembrava impazzita anche lei.
 
Diversamente dalla natura della sua gente c’era sempre stato in lei il bisogno di sfidare l’ignoto e la forza per andare oltre, misurandosi con quanto di misterioso e diverso nasconde la vita.
Quando era giovane aveva voluto uscire di casa. Se n’era andata dall’isola per vedere ed imparare cose nuove.
Quando era tornata aveva un marito straniero, una figlia e un figlio australiani e lei era una donna diversa.
Per arrivare dove voleva aveva dovuto forzare mentalità, interessi, tradizioni, facendo ricorso alle sue sole forze. Si era anche ammalata.
Lei non era andata a vivere in Australia per diventare una donna occidentale. Aveva voluto crescere in una cultura diversa solo per diventare migliore.
Tutto ciò, però, le era costato molto.
“Forse troppo ”- diceva.
 
Le esperienze fatte erano state lette, interpretate e acquisite attraverso la sua sensibilità di orientale.
Nella sua mente era così nato un progetto di vita in cui c’era una casa pulita, circondata da un grande giardino, con tanti bungalow da affittare ad amici ed ospiti stranieri.
C’era un marito che viveva per lei e i bambini, tanti bambini.
 
La piccola azienda, avrebbe consentito alla famiglia di vivere a Bali senza rinunciare alle cose che aveva cominciato ad apprezzare: l’automobile, la scuola internazionale per i figli e qualche viaggio importante all’estero.
 A turbare la sua felicità era rimasta la figura del padre, sempre più ossessionato dal denaro, e le troppo frequenti assenze del marito.
In cuor suo, però, si sentiva abbastanza forte per superare anche quelle difficoltà.
 
Il padre aveva affittato al genero il terreno su cui erano stati costruiti la casa ed i bungalow dell’albergo.
Il compenso era stato pagato per vent’anni ma il suocero approfittava della figlia per continuare a chiedere sempre più soldi.
Anche se non aveva diritto a niente il vecchio continuava a pretendere altro denaro.
Si lamentava con gli amici e i parenti di essere stato pagato poco, molto poco e di essere rimasto senza soldi.
Il denaro che aveva ricevuto per l’affitto della terra sembrava sparito misteriosamente.
 
La figlia si vergognava del comportamento del padre e aveva tentato di nascondere la situazione al marito.
Così facendo, però, si era messa in un mare di guai.
Il padre, infatti, aveva capito la debolezza della figlia e ne stava approfittando: con il tempo era diventato insaziabile, minaccioso.
I soldi non bastavano mai.
Le complicità, i sotterfugi, i silenzi a cui Nancy aveva dovuto ricorrere per raccogliere di nascosto il denaro, l’avevano resa irritabile, quasi indisponente.
Per questo, quando era riuscita a convincere il padre a vendere definitivamente il terreno e il marito ad acquistarlo, si era sentita rinascere.
La firma di quel contratto l’avrebbe finalmente liberata dai ricatti del padre e consentito di uscire dal cono d’ombra in cui si era rifugiata.
Nancy avrebbe così potuto guardare di nuovo il marito negli occhi e, senza timori e sensi di colpa, avrebbe saputo dissolvere le ombre che erano sorte fra di loro.
Questo era quello che desiderava ardentemente.
 
Invece non era andata così.
L’incendio aveva reso la situazione ancora più difficile.
Di fronte al crollo di quanto aveva costruito per dimostrare agli altri e a se stessa che non esiste un solo modo di vivere ma che ciascuno può realizzare il proprio, aveva dovuto prendere atto di un nuovo fallimento.
Nei confronti del marito lei non avrebbe mai potuto giustificare il comportamento del padre.
Poteva solo tentare di spiegarlo.
Sapeva che a seguito di quanto era accaduto, prima o poi, gli interessi dei singoli, le differenze razziali e culturali, avrebbero aperto delle crepe e scavato abissi fra i membri della sua stessa famiglia.
 
Lei riusciva a comprendere le ragioni degli altri.
Gli altri non capivano le sue.
Lei non poteva prescindere di essere la figlia di un vecchio pazzo e non era capace di mettersi contro di lui: sentiva anzi la necessità di doverne condividere in qualche modo responsabilità e colpe.
In fondo al baratro c’era soprattutto lei ed era sola.
 
Quando aveva deciso il programma delle cose che avrebbe dovuto fare si era alzata ed era uscita nel sole.
Era andata sotto la doccia all’aperto.
Si era lavata capelli, corpo, vestiti come fossero una seconda pelle.
Insieme allo sporco e all’odore di fumo l’acqua aveva portato via la nebbia dai pensieri ed illuminato le zone oscure della sua mente.
Lavata, pettinata e con indosso un abito pulito si era sentita la donna di sempre.
Anche se in quel momento la sua vita era a pezzi manteneva cuore e testa ben saldi.
Lei aveva imparato a non scappare di fronte alle avversità: sapeva che gli spiriti di Bali possono essere cattivi ma anche incredibilmente generosi con la loro gente.
 
Il fuoco, nella tradizione balinese, brucia la carne, le ossa, le vesti ed il cibo che il morto porta nel mondo delle tenebre perché il suo spirito possa tornare ad incarnarsi ed assumere, nel bene o nel male, nuove forma di vita.
L’incendio dell’albergo aveva purificato la vita di Nancy che, adesso, si sentiva forte e determinata ad affrontare il suo nuovo destino.
Il personaggio centrale del dramma era lei.
Il fuoco di quella notte aveva ridotto in cenere la sua vita ma nessuno sembrava rendersene conto.
Ancora una volta sarebbe stata lei a compiere le scelte più difficili.
 
 
 
Capitolo Secondo
 
 
Di fronte a Dio e agli uomini Michael avrebbe potuto giurare di avere la coscienza a posto. Lui proprio non aveva colpe per tutto quello che era successo.
Quando gli era stato chiesto aveva affittato per vent’anni la terra del suocero e poi l’aveva comperata pagando anche più del dovuto.
Non aveva fatto pressioni per ottenere vantaggi ed aveva accettato tutte le richieste che gli erano state rivolte perché, a quel modo, stava assolvendo un impegno assunto nei confronti della moglie tanto tempo prima.
Confessava, però, di non avere capito il motivo per cui, dopo averlo affittato per vent’anni, era stato indotto ad acquistare un terreno che avrebbe dovuto appartenere alla moglie, l’unica erede del vecchio contadino.
Per fortuna il capitale impegnato non era rilevante e lui trovava piacevole pensare di essere riuscito a realizzare uno dei sogni di Nancy.
 
Sapeva che i rapporti fra Nancy e suo padre non erano mai stati buoni e che, in quel periodo, erano particolarmente tesi.
Anche se non era a conoscenza di fatti specifici aveva la sensazione che fra i due ci fossero problemi di soldi.
Nancy non ne aveva mai parlato e lui non aveva fatto domande per evitare possibili incomprensioni.
Michael, però, sapeva della follia del vecchio, della sua senile ossessione per il denaro e le donne, delle scenate che faceva alla figlia sempre più preoccupata dall’evolversi della situazione.
Avrebbe continuato ad eludere il problema e ad allungare di nascosto qualche dollaro per tenere tranquillo il suocero se non fosse diventata evidente la violenza che il vecchio metteva nell’avanzare sempre nuove richieste.
 
Aveva accettato l’idea dell’acquisto, anche se gli era sembrata un imprevisto ed inutile esborso di denaro, perché sperava fosse una possibile via di uscita.
Più che una terra pensava di avere acquistato per la moglie un po’ di serenità.
Lui non aveva colpa se successivamente il vecchio aveva cambiato idea ed era impazzito.
Non si lamentava della situazione perché, malgrado tutto, si considerava un uomo fortunato e continuava a contare sulla buona stella.
 
Aveva trascorso i giorni immediatamente successivi all’incendio prima dal suo amico Glenn e poi in un Golf Club in mezzo a gente che, come lui, coltiva lo sport come una religione e ne visita le cattedrali sparse per il mondo.
L’andare e il venire di quella gente. La torre di Babele di quelle lingue. Le sacche, le mazze, le palline, le buche, i punteggi, l’eccitazione controllata dei campioni in gara e del pubblico, davano vita ad uno spettacolo che trovava sempre eccitante.
 Per lui era emozionante osservare come tutto quel rumore, quel darsi da fare, si trasformasse in un silenzio profondo e magico quando la gente si trovava al cospetto di quell’enorme cono vulcanico, della valle e del lago, del verde smeraldo dei prati e di un cielo percorso da nubi inutilmente minacciose.
 
Dal suo punto di vista aveva mille giustificazioni per non avere fretta di tornare a casa e prendere atto dei danni prodotti dall’incendio.
Da quando era stato informato che la polizia aveva recuperato i soldi consegnati al vecchio dal notaio, poi, era tornato a considerarsi un uomo fortunato.
La terra sarebbe rimasta di proprietà della moglie ed il denaro sarebbe servito a ricostruire l’albergo, anche più bello di prima.
Che fretta c’era di tornare?
Più il tempo passava meno sarebbero stati i detriti, l’odore di fumo, il disordine che avrebbe trovato.
Lui non era portato a fare certe cose, non si sentiva di affrontare quei disagi e di costituire un intralcio per chi era impegnato nel lavoro di ricostruzione.
 
Quando aveva ricevuto la notizia che alcuni suoi famigliari sarebbero arrivati dall’Australia era rimasto contrariato.
Che senso aveva quell’intrusione nella sua vita!
 Lui non aveva bisogno di nessuno e, anche in questa circostanza, avrebbe dimostrato alla sua famiglia di sapersela cavare da solo.
Volente o nolente, però, aveva dovuto prendere la strada di casa ed affrontare la situazione.
 
Da oltre mille metri di altezza la strada del ritorno scendeva in poco più di venti minuti a livello del mare.
Il percorso era un rettilineo che correva a vista d’occhio fra foreste di palme e scalinate di risaie di una bellezza incomparabile.
Quello spettacolo, normalmente, lo emozionava sino alle lacrime.
Una simile reazione era imprevedibile in un uomo come lui. Il suo corpo massiccio, i pesanti occhiali da miope ed i lineamenti decisi lo facevano sembrare incapace di pensieri delicati.
Dietro un atteggiamento di ostentata indifferenza mascherava una sensibilità non comune di cui, però, si vergognava come di una debolezza.
In quel momento si sentiva indifferente a tutto.
Anche se si stava recando ad un appuntamento importante non riusciva ad avere pensieri per la testa, a concentrarsi sui problemi incombenti.
A quanti gli avessero fatto domande avrebbe risposto che tutto sarebbe continuato come prima e che nulla, proprio nulla, avrebbe dovuto cambiare.
L’incendio aveva bruciato il suo albergo, non la sua vita.
La follia è di casa nel mondo.
Bali, in questo, non è un luogo diverso dagli altri.
 
La sua sorpresa era stata grande quando, arrivato a casa, aveva scoperto che l’albergo era in una condizione di totale abbandono e che la moglie non c’era.
Erano trascorsi quasi cinque giorni dall’incendio ma, qua e là, si sollevavano ancora fili di fumo e tutto l’ambiente era saturo dell’odore di bruciato.
 Di tutto il personale erano rimaste due sole ragazze che, prive di disposizioni e mezzi, si muovevano come fantasmi in quel luogo desolato.
 
Il suo arrivo aveva suscitato un interesse immediato fra i presenti. Una piccola folla di curiosi gli si era raccolta intorno.
La gente voleva essere informata, capire. Soprattutto voleva parlare con Nancy.
Sapere di lei.
Tutti erano convinti che Nancy fosse insieme a lui, il marito, e si erano molto stupiti che Michael non sapesse neppure dove fosse.
 Quando era stato lui a fare domande su dove si trovasse la moglie era caduto sui presenti un angosciato silenzio.
Nessuno aveva informazioni su quanto era accaduto ma tutti si mostravano preoccupati come se fosse successo qualcosa di grave.
 Nancy era scomparsa.
 
Michael non riusciva a rendersi conto di tanto sgomento né delle ragioni che portavano quella gente a conclusioni così drammatiche.
Anche lui era rimasto sorpreso che Nancy non avesse ancora fatto ritorno a casa ma da lì a pensare al peggio ce ne correva.
Nella sua mentalità di occidentale sua moglie, anche se incomprensibilmente, aveva cercato rifugio in casa di amici.
Bastava cercare per trovarla.
 
La sua sicurezza aveva rasserenato i presenti.
A tutti aveva raccomandato di fargli avere notizie, se ce ne fossero state, e di far sapere che lui sarebbe stato reperibile in quella casa anche se era quasi ridotta ad un cumulo di macerie.
Era certo che Nancy prima o poi si sarebbe fatta viva.
In attesa di sviluppi aveva fatto ripulire l’ambiente e rendere abitabili i bungalow che erano stati appena lambiti dal fuoco.
Una palizzata di bambù, costruita intorno alla zona più disastrata, avrebbe reso meno deprimente il quadro della situazione.
 
Il tempo passava ma, a parte i lavori che procedevano a rilento, non succedeva niente.
Aveva anzi notato una silenziosa processione di gente che passava davanti alla sua casa, lanciava occhiate furtive e se ne andava.
Loro non avevano notizie da dare: le cercavano.
La morbosa curiosità da cui si sentiva circondato, aveva finito per esasperarlo.
Avrebbe voluto mandare tutti al diavolo ma non era possibile.
Bisognava sopportare almeno fino al tramonto.
Con il calare delle tenebre quel continuo pellegrinaggio sarebbe cessato e non sarebbe successo più niente.
 
Dopo avere dato disposizioni perché quello che restava dell’albergo non rimanesse incustodito era andato in cerca di notizie ma non della moglie.
Aveva chiamato dall’ufficio telefonico più vicino i figli annunciando che sarebbe passato a visitarli il giorno dopo e poi aveva telefonato a Ubud nella speranza di trovare Susan.
Il suo intento era quello di raggiungerla per passare la notte con lei.
Rinviava al giorno successivo ogni altra incombenza.
 
Le ripetute chiamate all’amica, invece, erano risultate infruttuose.
 Susan non c’era.
All’apparecchio rispondeva una voce che a volte gli sembrava di conoscere anche troppo bene, a volte gli sembrava completamente estranea.
Malgrado i ripetuti tentativi di spiegarsi in inglese e in indonesiano si sentiva invariabilmente rispondere:
“Tidak ada”.
 Non c’è.
 
“Ma possibile che tu non capisca neppure l’indonesiano!”- gridava al telefono.
La risposta rimaneva invariabilmente:
 “Tidak ada”.
 Quanto più la sua irritazione cresceva tanto maggiore diventava la sua convinzione che all’altro capo del telefono qualcuno stesse prendendosi gioco di lui.
Quel “tidak ada” sembrava accompagnato da risatine controllate ma divertite.
 
Quell’imprevedibile comportamento avrebbe potuto dipendere dal temperamento di Susan che stava vendicandosi per il suo lungo silenzio.
In fondo lei aveva ragione di non volergli parlare. E poi non l’aveva trovata affascinante anche per la sua capacità di trasformare tutto in un gioco?
 
 Lui, però, non attraversava un periodo particolarmente felice della sua vita e non era nello stato d’animo adatto per mettersi a giocare.
Possibile che Susan non tenesse conto del suo stato d’animo?
Facendo queste considerazioni, però, dimenticava che Susan non era al corrente dei problemi in cui, suo malgrado, era stato coinvolto.
Nella commedia che stava recitando lui era un architetto australiano che, a causa dei molteplici impegni di lavoro, si dimenticava spesso di lei.
Questi erano i soli fatti che esistevano.
Il resto non avrebbe dovuto riguardarli.
 
La storia di Michael con Susan durava da mesi.
Si incontravano, appena era possibile, durante i brevi periodi che Michael diceva di trascorrere a Bali.
Ciò avveniva ad Ubud, in un bungalow grande e silenzioso, dal tramonto sino all’alba.
 
Quando era riuscito a farsi un’idea della situazione Michael aveva concluso che la voce ascoltata al telefono era quella di Susan e che il gioco del “tidak ada” serviva a vendicare un lungo periodo di silenzio.
Visto sotto quella luce il comportamento di Susan gli era sembrato “decisamente più accettabile.”
Confortato nell’orgoglio si era messo l’animo in pace e aveva rinunciato ad andare ad Ubud per verificare “di persona” quel che stava accadendo, come aveva minacciato di fare durante la telefonata.
Quella sera la stanchezza aveva avuto la meglio anche su di lui.
Aveva fatto ritorno al suo bungalow saturo dell’odore di fumo e, dopo avere scolato mezza bottiglia di whisky, era crollato in un sonno profondo.
 
Si era svegliato alle prime luci dell’alba quando Bali ritorna alla vita. Si aspettava che il nuovo giorno rimettesse insieme i pezzi della sua famiglia.
Non appena avesse avuto notizie sarebbe andato a prendere Nancy e insieme avrebbero recuperato i bambini.
Mancavano due soli giorni all’arrivo dei suoi famigliari. Era necessario che tutto, per quanto possibile, fosse in ordine.
 Anche se c’erano molte cose da fare, però, si era riaddormentato.
 
A causa dell’alcool aveva fatto fatica ad uscire dal sonno.
Quando ci era riuscito aveva scoperto che, fra un sonnellino e l’altro, era già passata mezza giornata ed il sole era a picco sui tetti.
Si era subito informato se c’erano novità.
Non ce n’erano.
Per avere notizie bisognava che fosse lui ad andarle a cercare.
Questo fatto lo irritava perché lo metteva in condizione di dover visitare gente che disprezzava, con cui non aveva mai voluto intrattenere rapporti.
Per avere notizie della moglie si vedeva costretto a compiere quello che lui definiva “il giro delle sette chiese.”
 
Immaginava l’atteggiamento falsamente affettuoso con cui parenti e amici di Nancy, indonesiani ma anche occidentali, lo avrebbero accolto. Le domande che gli avrebbero fatto, i consigli che gli avrebbero dato.
Non si sentiva ancora in grado di pagare quello scotto e cercava dentro di sé mille pretesti per rinviare il momento di fare quelle visite.
In fondo non era necessario che fosse lui ad andare in cerca della moglie: bastava mandare qualcuno.
 
Almanaccando sulle varie soluzioni possibili aveva consumato la seconda metà della giornata.
Ormai era troppo tardi anche per andare a recuperare i bambini.
Con una telefonata aveva rinviato all’indomani quell’incontro. Tanto i bambini erano al sicuro e, anche senza di lui, stavano divertendosi con i loro amici.
 
Prima di rientrare “nelle regole” poteva così dedicare la serata a se stesso.
In quel momento il suo unico desiderio era quello di prendere l’automobile e di andare ad Ubud per trascorrere una serata piacevole insieme a Susan.
Questa volta non avrebbe telefonato prima.
Avrebbe, anzi, anticipato i suoi orari abituali per farle una sorpresa.
Anche se non lo aveva confessato neppure a se stesso era questo che desiderava fare da tutto il giorno.
                                
Dopo il tramonto le strade di Bali sembrano svuotarsi.
Le file interminabili di automobili e, soprattutto, di motociclette svaniscono come nel nulla.
 L’ora è dolcissima perché si alza una leggera brezza e la gente si attarda fuori di casa per goderla.
 Ciascuno ha il tempo necessario per dedicarsi alle sue cose: c’è da pulire l’automobile, sistemare gli attrezzi, preparare la cena, stendere i giacigli per la notte incombente.
È questo anche il momento del bagno.
Prima che il buio scenda sull’isola e nasconda ogni cosa uomini, donne e bambini, si preparano per la notte immergendosi nell’acqua dei canali, dei fiumi e dei torrenti o gettandosi sotto qualsiasi getto di acqua disponibile.
In quel modo purificano i loro corpi sudati prima di mangiare e di abbandonarsi ad un sonno ristoratore o ai riti dell’amore.
I maschi occupano la parte alta dei corsi d’acqua, le donne ed i bambini quella più in basso.
Nell’aria c’è un clima di attesa, di festa.
Questo è anche il momento migliore per propiziarsi la benevolenza degli spiriti della notte con offerte, incensi, preghiere.
Le donne non mestruate, dopo essersi ben lavate e pettinate, con indosso abiti tradizionali ed una cintura legata intorno ai fianchi, distribuiscono cestini rituali contenenti fiori, pezzetti di frutta e cibo nei luoghi sacri della casa.
Li benedicono con una breve preghiera ed un solenne gesto della mano.
 
Con le prime ombre della notte ha inizio anche il tempo delle danze che, a Bali, congiungono misticamente gli uomini agli dei.
Prima dell’inizio di qualsiasi spettacolo un sacerdote accende un grande candelabro di bronzo con tanti piccoli bracieri.
Dopo una breve preghiera benedice con acqua e fiori rituali la pedana e la trasforma in un luogo privilegiato e dedicato agli dei.
Il buio, appena attenuato dalla luce incerta delle torce, crea l’atmosfera del rito che la musica del gamelan, un complesso di suonatori che utilizzano quasi esclusivamente strumenti a percussione, riempie di suoni inconsueti.
 
Le danze che avevano affascinato Susan al suo primo incontro con Bali venivano eseguite a Ubud da un gruppo di sole donne.
Si trattava di danze “Legong Kraton”- danza del palazzo - e venivano eseguite nell’antica reggia di Ubud, il villaggio dei pittori.
Contrariamente a quanto avviene negli altri gruppi le ballerine del Legong Kraton di Ubud non smettevano di danzare all’età di dodici, quattordici anni.
 
 Il programma, che mettevano in scena tre volte la settimana, era stato orchestrato in modo da giustificare, se non addirittura rendere necessarie, performance di ballerine non più giovani.
L’intero spettacolo copriva l’arco delle stagioni che si succedono nei campi e nella vita.
Le danze celebravano il sole e la luna, la semina ed il raccolto, la gioventù e la vecchiaia.
 Questa attività aveva creato le condizioni per la nascita di una comunità di donne che aveva fatto della danza una ragione di vita e che dalla danza ricavava il necessario per vivere.
 
Quando le aveva scoperte Susan era rimasta affascinata dalla loro passione ma, soprattutto, dalla straordinaria coesione del gruppo.
Quelle erano donne che conoscevano le regole della vita anche troppo bene.
A loro Susan aveva dedicato l’anno sabbatico della sua esistenza, quello che separa la fine degli studi dall’inizio di una attività lavorativa.
Era felice di averlo fatto perché trovava quell’esperienza affascinante e la considerava una vera scuola di vita.
 
Nel gruppo ballavano madri e figlie.
Le une avevano insegnato alle altre la tecnica dei movimenti, l’espressività dei gesti e degli sguardi e, soprattutto, a trasformare il loro corpo in uno strumento per manifestare agli dei il loro spirito.
Dietro la grande porta, che introduceva al settore esposto al pubblico, c’era una piccola nursery.
In quello spazio denominato “alle soglie del sole”, le sorelle più grandi accudivano i più piccini che, spesso, venivano allattati prima che la madre entrasse in scena.
Quella incredibile commistione di vita reale e simboli fantastici creava un’atmosfera magica in cui gli uomini diventavano divinità e le divinità uomini.
 
Completato il proprio numero le danzatrici si toglievano i costumi e, senza neppure cancellare il trucco dal viso, indossavano gli abiti di sempre per tornarsene a casa.
Ciascuna nella propria vita.
Quando, però, si presentava un problema che investiva anche una sola di loro scattava una solidarietà’ immediata, totale.
Nel caso in questione avrebbe agito a favore di Susan che era stata integrata nel loro gruppo.
Per lei era stato deciso di mettere in atto la strategia che avevano denominato:
“tidak ada”.
 
Michael era arrivato a Ubud molto prima del previsto. Sapeva che Susan, a quell’ora, stava facendo da buttafuori della compagnia e che, per nessuna ragione al mondo, avrebbe abbandonato il suo posto nel corso di uno spettacolo.
Controllava che i costumi fossero a posto ed indossati correttamente, che l’ordine di uscita fosse secondo programma, che i gruppi di danzatrici fossero concentrati e pronti per entrare in scena.
Nello svolgimento di quel ruolo Susan si sentiva importante.
Aveva l’impressione di gestire il passaggio del confine fra il profano e il sacro: da una parte c’erano le paure, i mal di pancia, il buio; dall’altra la luce, la bellezza, la danza.
Quando entravano in scena quelle donne si trasfiguravano.
Diventavano delle dee.
Quella era la magia della danza e lei se ne sentiva la sacerdotessa.
 
Per ingannare il tempo che lo separava dal sospirato incontro con Susan, Michael aveva acquistato il biglietto d’ingresso ed era entrato nel piccolo anfiteatro come un comune spettatore.
Il luogo, illuminato da piccoli bracieri, era particolarmente suggestivo.
Il pubblico, dopo avere occupato le sedie disponibili, si era seduto intorno alla pedana adibita alle danze e non si faceva scrupolo di lacerare quell’atmosfera incantata con i flash delle macchine fotografiche.
Michael assisteva allo spettacolo per la prima volta.
Un naturale istinto di difesa lo aveva portato a starsene in disparte. Probabilmente temeva che, riconoscendolo, qualcuno mettesse fine ad un gioco che continuava a trovare piacevole.
L’uomo di successo, ricco ed affascinante, viveva le sue avventure di nascosto, in luoghi anche bellissimi e romantici, ma sempre appartati.
Quella era una vita rubata alla moglie ed ai figli.
E lui la viveva da ladro.
 
La decisione di assistere allo spettacolo nasceva dal desiderio di compiacere Susan: in fondo quell’attenzione poteva essere un modo per farsi perdonare la lunga assenza.
Aveva seguito lo spettacolo standosene in disparte, in piedi, dietro a tutti.
Se anche qualcuno lo avesse visto e riconosciuto non c’era alcun male in quello che stava facendo.
 
Dopo la danza dell’amore, c’era stata quella della felicità, quella del raccolto. Lo spettacolo si stava svolgendo in modo inappuntabile, per non dire perfetto.
Lui, però, dopo un periodo in cui si era sentito soggiogato dalla bellezza di quanto stava vedendo era stato preso da un incomprensibile nervosismo.
Non era successo niente, proprio niente che dovesse modificare il suo stato d’animo, ma lui aveva cominciato a sentirsi a disagio.
Al di fuori di Susan e di una o due sue amiche lì nessuno lo conosceva.
Lui, invece, aveva l’impressione di essere al centro dell’attenzione di tutti.
Aveva la sensazione che le ballerine, mentre danzavano, avessero i loro grandi occhi puntati su di lui. Che da dietro le quinte apparissero e sparissero ombre che si spostavano nell’intento di guardare lui. Anche solo per un istante.
Persino i bambini sembravano essere sfuggiti all’attenzione delle madri per andarlo a vedere.
Dietro al palcoscenico si poteva percepire un leggero tramestio che Michael attribuiva alla prossima conclusione dello spettacolo.
 Le ballerine, finito il lavoro, se ne stavano tornando a casa.
Aveva notato con un certo imbarazzo che alcune, entrate nella zona del pubblico, lo avevano esaminato da capo a piedi.
Anche se avevano fatto di tutto per dissimulare le loro intenzioni era evidente che lo stavano osservando, giudicando.
 
Ormai non aveva dubbi: qualcuna lo aveva riconosciuto e lo aveva indicato a tutte le altre.
Poteva essere stata la stessa Susan che aveva avuto finalmente il piacere di mostrare alle amiche il suo uomo.
Se fosse accaduto quello che pensava ormai il guaio era fatto e lui doveva solo tentare di trarne vantaggio.
 
Prima che lo spettacolo si concludesse Michael era andato a cercare l’uscita degli artisti dove pensava di incontrare Susan ma non l’aveva trovata.
In quel teatro era difficile entrare per il pubblico ma non per la gente del luogo che andava e veniva passando per ogni dove.
 
La sorpresa di Michael era stata grande quando aveva scoperto che dietro il palcoscenico non era rimasto nessuno.
Lo spettacolo era finito da appena pochi minuti ma già tutte le ballerine se n’erano andate.
Aveva visto uscire, ridendo, la protagonista della danza che aveva concluso il programma.
Ma solo quella.
Sembrava che tutte avessero avuto una gran fretta di andarsene.
Era rimasta solo una donna anziana che stava controllando minuziosamente i costumi, li sistemava su delle grucce riconoscibili da nomi di personaggi mitologici e li riponeva in una stanza che si disponeva a chiudere.
 
Michael l’aveva raggiunta e senza neppure un saluto, le aveva domandato:
“Conosci Susan?”
La risposta era stata:
“Tidak ada”
 
Non fidandosi del suo incerto indonesiano aveva aggiunto, alzando involontariamente il tono dela voce:
“Sai dov’è Susan?”.
 La risposta era stata invariabilmente:
 “Tidak ada.”
 
“Insomma - aveva continuato spazientendosi - è possibile che qui nessuna capisca niente!
Io devo sapere, voglio avere una spiegazione!”
 
Quando stava quasi gridando di rabbia Michael aveva potuto osservare la donna che, ormai, stava chiudendo con un lucchetto la porta e si era reso conto dagli abiti, dall’eleganza dei gesti che non doveva trattarsi di una persona qualunque.
Aveva cercato di controllarsi ma non aveva fatto in tempo ad aprire bocca per scusarsi.
La donna si era girata verso di lui. Lo aveva fissato negli occhi e, in perfetto inglese, gli aveva detto:
“Non ci possono essere spiegazioni per dei bugiardi come te. Tidak ada.
Susan non c’è!
Susan non c’è più per te!”
“Tidak ada”
Aveva raccolto le sue cose e se n’era andata senza neppure guardarlo.
 
Michael era rimasto sbalordito da quelle dichiarazioni.
La sua storia con Susan prima o poi sarebbe finita ma non pensava così presto e, soprattutto, a quel modo.
Il tono secco e definitivo della dichiarazione della donna non dava adito a dubbi sull’esito di ulteriori ricerche.
L’accusa di essere un bugiardo e che ai bugiardi non si possono dare spiegazioni lo aveva colpito.
 Quasi per istinto si era nascosto in una zona d’ombra della casa.
In vita sua non si era mai sentito così umiliato, a disagio.
La massima che “in amore e in guerra tutto è permesso” aveva valore solo per lui. Per gli altri l’amore non è un gioco e non accetta menzogne. Adesso lo aveva capito.
 
La breve frase di quella donna era stata per lui come uno schiaffo secco, violento.
Lo aveva fatto sentire improvvisamente sporco.
Durante il ritorno verso casa non aveva potuto fare a meno di riconoscere che si era meritato quella lezione ed aveva preso atto che qualche cosa doveva cambiare anche nel rapporto con sua moglie, di cui cominciava a sentire la mancanza.
 
In nessuna persona i propositi della sera svanivano all’alba come in Michael.
L’idea di mettersi in automobile per andare, sotto il sole, alla ricerca di notizie della moglie era stata subito accantonata.
Aveva, invece, scelto di spedire al suo posto dei messaggeri e li aveva inviati dagli amici e parenti di Nancy.
Nello spazio di tempo ancora disponibile avrebbe organizzato il recupero dei figli ed i preparativi per l’arrivo dei suoi famigliari.
 
Nella cerchia delle sue conoscenze nessuno aveva avuto notizie della moglie dal giorno dell’incendio.
Sempre tramite messaggeri gli amici gli avevano fatto conoscere la loro preoccupazione e, nel caso fosse stato necessario, la loro disponibilità a fare qualsiasi cosa per aiutarlo.
Tutti, immancabilmente, si erano detti preoccupati.
In fondo quell’assenza durava da troppo tempo.
 
Un poco alla volta Michael aveva dovuto prendere atto della situazione.
Nessuno stava veramente occupandosi della casa e dell’albergo e lui era stato abbandonato dalla moglie e dall’amante.
Era rimasto solo.
L’imminente arrivo della madre e della sorella aumentava il suo sconforto.
Immaginava quello che sarebbe successo: prima lo avrebbero sommerso di domande, poi di rimproveri che si sarebbero trasformati in accuse. Infine avrebbero preso atto della situazione e tutto sarebbe finito lì.
Bisognava armarsi di tanta pazienza e superare lo scontro iniziale; poi tutto si sarebbe risolto.
Lui, però, si sentiva svuotato, incapace di fare qualsiasi cosa.
 
Il suo desiderio era stato quello di chiudersi in camera. Sdraiarsi sul letto, al buio. Attaccarsi ad una bottiglia di buon whisky ed aspettare il naturale evolversi degli eventi.
Fatalisticamente.
Era solito reagire così quando sentiva il mondo crollargli addosso.
Questa volta, però, non ci sarebbe stata sua moglie a tirarlo su di morale con lievi carezze, giochi d’amore affettuosi e discorsi interminabili, senza senso.
Per questo aveva deciso di reagire da uomo.
 
Era andato a recuperare i figli e li aveva portati in visita al parco degli uccelli.
 Avevano girato nel verde di quel luogo fantastico in lungo e in largo. Erano entrati almeno cinque volte in una enorme voliera popolata da migliaia di uccelli di ogni forma e colore. Avevano fatto fotografie con pappagalli di tutto il mondo, bevuto bibite e mangiato popcorn.
Michael sapeva di avere scarso feeling con i bambini. Li trattava da “soldatini” prescindendo dal sesso e dalla loro età.
Sembrava che si fosse dimenticato di essere stato bambino e che non ci fosse in lui alcun sentimento paterno.
 I figli, di quattro e sei anni, più che amarlo lo subivano come una calamità.
Soprattutto avevano imparato a conoscere i prolungati abbandoni e le sue intense crisi possessive.
 Quella che stavano vivendo felicemente era una di queste e, come sempre, non sarebbe durata a lungo.
 
Durante la giornata i bambini non avevano chiesto notizie della madre. Solo quando si erano svegliati dal sonno che aveva occupato il tempo del ritorno a casa, avevano fatto domande.
Non avendo ricevuto risposte avevano cambiato argomento, senza difficoltà.
A casa erano stati accolti dal caloroso abbraccio di una Nuhr rediviva, ancora coperta di fasciature, e avevano incominciato ad avventurarsi in mezzo ai detriti della casa incendiata, alla scoperta di un mondo sconosciuto.
Mancavano ancora notizie di Nancy ma nessuno ormai osava chiederne.
Sembrava che l’argomento fosse diventato un tabù di cui non si dovesse parlare.
 
Michael era andato all’aeroporto ad incontrare madre e sorella, accompagnato dai figli. Li aveva portati con sé nell’intento di fare festa a nonna e zia arrivate piene di regali ma, soprattutto, di indurle a non fare troppe domande sulla situazione e sulla scomparsa di Nancy.
Quando erano state messe al corrente dell’accaduto non avevano fatto commenti. Era come se Nancy non esistesse più o, peggio, non fosse mai esistita.
Sembrava che anche loro avessero in cuore un triste presentimento.
Ormai non si trattava più di decidere come ricostruire l’albergo ma di prendere atto di una eventualità drammatica: la scomparsa di Nancy.
 
Il processo della famiglia a carico di Michael non c’era stato.
Madre e figlia avevano stabilito che se volevano capire come stavano realmente le cose dovevano chiedere ad altri.
A Michael avevano riservato solo attenzioni ed affetto. Quando, dopo alcuni giorni, si erano rese conto che non sarebbero arrivate a capo di niente, avevano abbreviato il periodo di permanenza a Bali ed erano ripartite per l’Australia insieme ai nipoti.
Avevano motivato la decisione di portare via i bambini con la necessità di far dimenticare quanto era accaduto e di lasciare a Michael una maggiore libertà di movimento in quei giorni difficili.
 Sapevano che il padre viveva i figli come corpi estranei e che, in quella circostanza, gli erano solo di peso. E poi sentivano che su quella casa aleggiava un’atmosfera di distruzione e morte.
Le offerte agli spiriti erano riapparse nei luoghi canonici della casa per propiziare la benevolenza degli dei.
Chissà se sarebbero state sufficienti a riportare un po’ di pace in quella famiglia.
 
La partenza dei famigliari aveva gettato Michael nello sconforto.
“Abbandonato da tutti” - come diceva lui in tono tragico - aveva perso ogni ritegno e si era dato all’alcool.
Chiuso nella sua stanza aveva iniziato un colloquio interminabile con la sua bottiglia di whisky e aveva alternato momenti di confusione totale ad altri di apparente lucidità.
 Nelle fasi depressive prendeva coscienza del lato peggiore del suo carattere arrivando ad odiarsi.
In quei momenti l’aggressività, che controllava a fatica nei confronti degli altri, si scatenava contro di lui sino a fargli male.
Normalmente Nancy accorreva per portargli aiuto.
Ma ora non c’era.
Accanto a lui, non era rimasto nessuno e lui, masochisticamente, si compiaceva della propria solitudine, della sua meschinità e del proprio fallimento.
Si rendeva conto di non avere amici, di non avere la comprensione, la pietà degli altri e di sentirne il bisogno.
 Lui, però, non aveva compassione per gli altri. Era capace di piangere solo su se stesso.
 
Era sempre uscito rigenerato dalle sue crisi ricorrenti, determinato a cambiare vita ed atteggiamento nei confronti degli altri.
 Quando accanto a lui c’era Nancy finiva sempre per fare l’amore e per abbandonarsi ad un sonno ristoratore.
Al risveglio si era sempre sentito diverso.
In questo caso, invece, non era così
Quando i sintomi della sbronza si erano diradati aveva scoperto che i problemi erano gli stessi del giorno prima e che non c’erano segni di cambiamento.
 
Gli amici di Nancy non si erano fatti vivi e lui non aveva l’animo di andarli a cercare.
La gente che stava lavorando faceva di tutto per non farsi notare, per non recargli disturbo. Gli dimostrava la sua solidarietà prendendo piccole iniziative e rivolgendogli mille attenzioni.
Cosa che non aveva mai fatto prima.
 
Dopo aver preso in esame le possibili ipotesi su dove avrebbe potuto trovarsi sua moglie ed averle escluse, una per una, era arrivato a concentrare le residue speranze su un’ultima possibilità : Glenn.
 
Considerava Glenn come amico suo ma anche di sua moglie. O, meglio ancora, Glenn era amico della sua famiglia.
In passato si erano rivolti a lui per superare momenti difficili e ne avevano ricevuto aiuto e comprensione.
Anche in questo caso la sua famiglia stava attraversando una crisi profonda: forse Nancy si era rivolta a lui per averne aiuto.
 
Come negli altri casi Michael aveva mandato un messaggero a cercare notizie ma era tornato senza averne ricevute. Contrariamente agli altri, però, Glenn non era scomparso nel nulla.
Non appena aveva potuto muoversi da casa, sfidando la pioggia residua di un temporale tropicale, aveva raggiunto l’amico.
 Lo aveva trovato addormentato nel suo letto, in preda ai fumi dell’alcool.
Il suo arrivo non era atteso.
 
Dopo essersi fatto annunciare si era messo a sedere su una poltrona a dondolo in un angolo aperto del living.
Nel cielo la tempesta aveva ripreso vigore.
I lampi illuminavano l’orizzonte mentre un incessante brontolio sembrava dare voce allo scontento degli dei.
La pioggia aveva ripreso a cadere allagando le strade in terra battuta. Glenn, però, non aveva alcuna fretta.
Un inatteso nugolo di cavallette, attratte dalla luce, aveva invaso lo spazio aperto della casa avventurandosi per ogni dove.
Alla fine il loro interesse si era concentrato sulla lampada accesa contro la quale andavano e ritornavano a sbattere.
 “Non se ne andranno mai” - aveva pensato Glenn con una certa insofferenza.
Invece se n’erano andate in pochi minuti.
Una ragazza era apparsa con una bacinella d’acqua, l’aveva posta sotto la lampada accesa in modo che la sua luce vi si riflettesse, e si era messa in attesa.
 Come impazzite le cavallette si erano gettate contro la luce riflessa dall’acqua e vi avevano trovato la morte.
 
I lampi, la pioggia torrenziale, il suicidio in massa delle cavallette avevano assorbito l’attenzione di Glenn per un lasso di tempo sufficientemente lungo.
Era passata quasi mezz’ora ma Michael non si era ancora fatto vivo.
A quel punto Glenn avrebbe potuto interpretare quel ritardo come volontà di non incontrarlo, ma non aveva raccolto quel messaggio.
Aveva invitato la ragazza, che aspettava insieme a lui, a chiamare nuovamente Michael e a dirgli che se non si fosse presentato entro dieci minuti sarebbe entrato a prenderlo nella stanza.
 
L’intensità della pioggia stava diminuendo.
Nell’aria si era sollevato un odore di terra bagnata misto a quello del fumo.
Non si riusciva a capire se fosse buono o cattivo.
Michael aveva fatto sapere che si era alzato e che presto sarebbe uscito.
 
Aveva dovuto passare un altro quarto d’ora prima che Michael si presentasse nel riquadro della porta. Il suo aspetto era inequivocabilmente quello di chi sta smaltendo una sbornia pesante.
Il passaggio dal buio della stanza alla debole luce della lampadina sembrava avere accecato i suoi occhi di miope sui quali, anche per difendersi dagli sguardi di chi lo stava osservando, aveva lentamente infilato un paio di occhiali da sole.
Non si era lavato il viso né pettinato.
Il suo aspetto era deplorevole e sembrava fatto apposta per suscitare compassione.
 
 Glenn non aveva mai avuto debolezze nei suoi confronti e, anche in quel momento, non provava per lui alcuna pena.
Come un sonnambulo Michael si era seduto su una sedia posta intorno al tavolo e si era acceso una sigaretta.
Dopo avere aspirato alcune boccate di fumo si era messo a dire:
“Così hai saputo?
 Nancy è scomparsa!”
 
 Parlava lentamente e a bassa voce.
 Le parole uscivano incerte dalla sua gola a causa della lingua gonfia, da ubriaco.
“Da quanto tempo?”- lo aveva incalzato Glenn che ormai faceva fatica a trattenersi dal prenderlo a schiaffi.
“Da quasi tre settimane”- era stata la risposta.
“È da tre settimane che non hai avuto notizie di Nancy e non mi hai fatto sapere niente!”
Michael non lo aveva lasciato parlare. Lo aveva apostrofato dicendo: - “A che cosa sarebbe servito?!
 Nemmeno tu hai notizie di mia moglie.
 Anche tu non servi a niente.”
 
Non ci voleva molto a capire che per Michael la conversazione era finita e che le ultime parole erano il suo congedo.
Glenn, però, non aveva alcuna intenzione di andarsene ed era determinato ad ascoltare il seguito.
 
Erano ancora lì, l’uno di fronte all’altro, in silenzio ed apparentemente rilassati, quando le nubi si erano dissolte nel cielo ed all’orizzonte era apparso il cerchio quasi rotondo della luna che illuminava la notte.
“E l’ora, andiamo!” - aveva detto improvvisamente Michael, alzandosi.
“Dove vuoi andare a quest’ora e con queste strade.
 Adesso non troveremo nessuno.
 Aspettiamo domani mattina”- gli aveva ribadito l’amico.
Ma quello aveva continuato:
 “Andiamo! Andiamo sulla spiaggia.
Nancy non è scomparsa, Nancy non c’è più.”
“L’ha portata via il mare…
sarò io a ritrovarla !”
“Solo io conosco il punto della spiaggia dove le correnti me la riporteranno e le ore in cui lo faranno”.
 
Così dicendo aveva cominciato a percorrere a lunghi passi il sentiero che conduceva verso il mare e aveva attraversato una spiaggia profonda e deserta.
Il rumore delle onde copriva la sua voce e le grida di Glenn che lo imploravano di fermarsi.
Continuava a ripetere: “Sarò io a ritrovarla!”
Infine aveva inciampato in un’onda più grande delle altre ed era caduto.
Fradicio, ancora in preda ai fumi dell’alcool, piangeva disperatamente sotto le stelle ma solo su se stesso.
 
Glenn aveva giudicato l’atteggiamento dell’amico semplicemente indecoroso.
Non riusciva a condividere la sua disperazione e, soprattutto, a giustificarla.
Non c’erano elementi che suffragassero, nemmeno lontanamente, l’ipotesi di un suicidio anche se Michael lo dava per certo.
 Se ne disperava come se tutto fosse già accaduto, come se il mare dovesse davvero restituire il corpo di Nancy da un momento all’altro.
 
Da dove gli derivavano quelle certezze e, soprattutto, che cosa lo spingeva a percorrere ossessivamente quel tratto di spiaggia, a inoltrarsi fra quelle onde alla ricerca di conferme per certezze che erano solo sue?
Di quanto amore e di quali sensi di colpa era pervaso il suo spirito se arrivava a portarlo quasi alle soglie della pazzia?
A tutte queste domande Glenn non aveva risposte da dare.
Il dramma di Michael non riusciva a diventare anche suo.
Era rimasto con lui, certo, e l’aveva anche aiutato per quanto era possibile ma provava per lui solo un profondo senso di pena.
Niente di più.
                           
Lungo la spiaggia, in prossimità del luogo in cui Michael e Glenn si trovavano in quel momento la gente del villaggio stava celebrando una cerimonia religiosa.
Era cominciata al tramonto del sole e si sarebbe conclusa solo all’alba.
Officiava il rito, totalmente immerso nel buio, una delle rare sacerdotesse dell’isola che, dopo lunghe ed estenuanti preghiere, sarebbe caduta in trance.
Non si sapeva chi avesse commissionato quella cerimonia.
Nessuno, invece, aveva dubbi a cosa dovesse servire.
A Bali dove non arrivano gli uomini provvedono gli spiriti dell’isola.
 
 
 
Capitolo Terzo
 
Malgrado il desiderio di sapere e l’impegno posto nel cercare di ricostruire i fatti Michael non era riuscito a venire a capo degli avvenimenti di quella notte.
Le persone che erano state presenti, anche se sollecitate, sembravano non voler ricordare.
Glenn per primo.
Lui rammentava confusamente di essere rimasto solo per un tempo che gli era sembrato incredibilmente lungo e di avere avuto paura.
Il risveglio, quello sì, lo aveva ben presente e non lo avrebbe dimenticato per tutta la vita.
 
Quando aveva aperto gli occhi e si era reso conto di stare ancora nella propria casa, nel proprio letto, aveva capito di essere sopravvissuto ad una catastrofe, uscito da un incubo.
Dall’esterno provenivano i suoni di una inconsueta       animazione, fatta di piccoli rumori e frasi pronunciate a bassa voce, che lo avevano confortato.
La luce, penetrando di sbieco nella stanza, gli aveva fatto pensare che fossero le prime ore del pomeriggio.
Aveva notato di avere indosso un pigiama pulito e di avere dormito in lenzuola cambiate di fresco. Forse, anche per questo, si era sentito riposato come non gli accadeva da tempo.
Dopo avere inforcato gli indispensabili occhiali era uscito all’aperto, incontro a quello che sarebbe stato per lui un giorno nuovo.
 
“Buon pomeriggio Michael e ben alzato!”
Quel saluto inatteso, quasi beffardo, era risuonato come un tuono nella sua mente.
 Non riusciva a capacitarsi da dove provenisse né se fosse stato pronunciato da una o più voci.
Quando era riuscito a capire quel che stava accadendo aveva visto Susan salutare affettuosamente Nancy e lanciare baci con la mano verso di lui, salire sull’automobile e andarsene.
 
Aveva notato che Nancy era rimasta incerta sul da farsi.
Poi l’aveva osservata prendere una cesta e recarsi a raccogliere il bucato lavato di fresco e già asciugato dal sole.
Era evidente che lì, intorno, la vita aveva ritrovato i ritmi consueti e che Nancy aveva messo tutto sotto controllo.
Senza compiere un solo passo nella sua direzione aveva gridato perché tutti sentissero:
“Buon pomeriggio Nancy e ben tornata!”
Come se niente fosse mai accaduto.
 
La visione, che aveva appena avuto, era stata per lui come un fulmine a ciel sereno.
 Nelle sue lunghe e tormentate elucubrazioni Michael aveva preso in esame una serie di ipotesi sulle ragioni che avevano indotto la donna di Ubud a dargli del bugiardo a quel modo.
Aveva immaginato che qualcuno, avendolo riconosciuto, avesse detto di lui che non era un architetto in carriera ma un commerciante intraprendente e, per di più, sposato.
Insomma avesse rivelato a Susan che la loro storia era tutta una finzione e lui era un bugiardo.
 
Non aveva neppure lontanamente immaginato che moglie e amante, a sua insaputa, si fossero incontrate. Avessero parlato e deciso del suo destino, da donna a donna.
Per lui, che aveva sposato l’una e si era promesso all’altra, quell’incontro avrebbe sicuramente cambiato, in un modo o nell’altro, il corso della vita.
 
 Nancy amava Michael per quello che era.
 Susan, invece, conosceva solo il personaggio che Michael aveva deciso di interpretare nella storia che stavano vivendo.
Michael era convinto di essere padrone del gioco e, nella sua presunzione, era compiaciuto di essere conteso da due donne tanto belle e diverse.
Invece non era così.
 Susan, quando aveva scoperto la verità, era rimasta amareggiata ma non sorpresa.
Anche lei viveva quella storia come un’avventura destinata a concludersi con la fine del suo anno sabbatico ed il ritorno alla vita normale.
L’aveva però turbata la spudoratezza ed il comportamento di Michael nei confronti di una donna come Nancy. Per questo l’aveva sostenuta e difesa con tutto la compensione e l’affetto di cui era capace.
Per Nancy era tutto diverso.
Nancy amava Michael.
Lo aveva voluto, sposato e protetto non perché fosse bianco, bello e le consentisse di avere una vita “migliore e diversa” - come lui pensava - ma perché era un debole e lei si sentiva forte anche per lui.
Voleva amarlo, rispettarlo e dargli una vita serena.
Desiderava essere sua moglie con tutte le forze e per tutta la vita.
A Bali Nancy aveva costruito un nido d’amore dove lui poteva inseguire i suoi sogni, costruire e distruggere castelli di sabbia. Vivere alla giornata, senza problemi.
Gli aveva dato anche due figli e aveva difeso la sua famiglia con le unghie e con i denti le volte in cui lui si era imbarcato in storie d’amore con altre donne.
Lei, normalmente così matura e remissiva, in quelle occasioni diventava una leonessa. Era fiera e determinata quando si trattava di proteggere la sua famiglia e sembrava avere un istinto speciale nel distinguere la sbandata occasionale da quella pericolosa.
Michael, ogni volta, giustificava i suoi tradimenti con il bisogno di stare con la sua gente e con la sua irrequietezza, mettendo un po’ di cattiveria e di razzismo nel loro rapporto di coppia.
In realtà si riteneva ancora abbastanza giovane e bello per rinunciare a correre dietro alle donne.
Sapeva che, quando si sentiva in forma e si impegnava a fondo, riusciva ancora ad essere irresistibile.
Era dotato di quello che viene definito il fascino del primo quarto d’ora. All’inizio di una storia d’amore riusciva ad essere audace, generoso e creativo ma poi diventava meschino, greve e tortuoso.
Forse per questo non aveva mai avuto problemi a conquistare le donne, anche belle ed intelligenti, ma le sue storie non erano mai durate a lungo.
Dopo tante avventure non era ancora riuscito a capire se erano le donne che si prendevano gioco di lui o lui delle donne.
 
 Nancy aveva saputo dalla sua gente dell’esistenza di Susan.
Aveva preso informazioni su che tipo di donna fosse e, quando era giunto il momento opportuno, era andata a parlarle.
Per uno strano presentimento non l’aveva cercata subito ma atteso il momento giusto anche se con qualche fatica.
Si era resa conto che per Michael non si trattava di una storia importante ma anche che quella non era una di quelle squallide vicende che si possono risolvere con il denaro.
Michael aveva certamente una qualità della quale anche lei, a volte, si compiaceva: sapeva scegliere le sue donne.
 
Nancy era andata a Ubud a parlare con Susan subito dopo l’incendio.
In quel momento non aveva ancora deciso se andarsene a vivere per conto suo, lasciando cadere a pezzi la famiglia, o cercare di rimettere le cose a posto aprendo un nuovo capitolo del suo matrimonio con Michael.
Anche se non ne avevano mai parlato sembrava che il fuoco avesse messo in crisi anche il loro rapporto liberandone i veleni. Non sarebbe stato facile eliminarli per partire da un nuovo inizio.
 
 Fra Nancy e Susan non c’erano state discussioni ma solo chiarimenti. Al primo incontro Nancy aveva subito il fascino della rivale.
 Susan era una donna giovane e bella.
 Non era alta ma aveva un corpo asciutto e ben proporzionato.
 I capelli erano di un colore rosso intenso mentre gli occhi declinavano dal blu al viola.
Non era, però, il suo aspetto fisico a renderla bella né i movimenti armoniosi del corpo ma il carattere generoso ed entusiasta, proprio di una donna non offesa dalla vita.
Nancy, non senza malizia, l’aveva immaginata accanto al marito ed aveva concluso che insieme avrebbero fatto una bella coppia.
Era certa che, accanto ad una donna come Susan, Michael avrebbe potuto avere una vita divertente ma che il gioco non avrebbe potuto durare perché nessuno dei due aveva il senso della realtà.
 
Nancy, messa fisicamente a confronto con Susan, risultava più minuta ma altrettanto ben fatta.
I suoi capelli di colore nero corvino, tagliati corti sopra le orecchie, incorniciavano un volto regolare in cui spiccavano due grandi occhi neri, brillanti, ed una bocca ben disegnata e carnosa.
I suoi movimenti erano eleganti ed armoniosi, persino sensuali.
La natura del suo carattere risultava evidente già al primo contatto: era una donna dolce ma determinata che, come in quella circostanza, non poteva nascondere le ferite che portava dentro di sé.
 
Fra Nancy e Susan era nata subito un’intesa.
In fondo erano state entrambe ingannate e non provavano risentimento l’una per l’altra. Semmai avevano comuni motivi di rivalsa nei confronti di Michael.
Come era nella sua natura Susan aveva preso in simpatia la “dolente” Nancy e si era fatta carico della stanchezza e del disorientamento che sentiva dentro di lei.
L’aveva trattenuta presso di sé e fatta “adottare” da quella comunità di donne che sublimavano nella danza le delusioni dell’amore e della vita.
Nancy aveva sentito intorno a sé calore, solidarietà ed affetto.
Ascoltando le storie infelici di molte di loro aveva trovato motivi per smettere di commiserarsi e riprendere a lottare.
In fondo la sua storia sarebbe finita solo se avesse voluto. Ma lei in quel momento non lo voleva. Prima avrebbe compiuto un ultimo, decisivo tentativo per salvare il suo matrimonio.
Anche se le costava fatica voleva comunque tentare.
Prima però……
 
L’idea dello scherzo era stata di Susan ma poi tutto il gruppo vi aveva aderito e ci aveva messo del proprio per migliorarla. Nell’intenzione di tutte quella doveva essere “una lezione da non dimenticare.”
Quel gioco, che avrebbero chiamato “Tidak ada”, aveva coinvolto tutta la comunità.
Sembrava che ciascuna di quelle donne lo vivesse come una vendetta personale contro un destino avverso di nome “maschio”.
Anche Nancy, per scaricare la tensione che sentiva dentro di sé e per dare una “lezione più che meritata” al marito, aveva deciso di far parte del gruppo.
 
Sapevano che Michael prima o poi si sarebbe fatto vivo.
Da quelle parti gli uomini come lui erano conosciuti anche troppo bene. Ne avevano visti passare tanti e lui non sembrava diverso dagli altri.