A casa di Elena
A casa di Elena vivevano due donne, una molto giovane, l’altra meno. La prima lavorava di giorno e di sera rientrava, l’altra di giorno dormiva e di notte lavorava. Pertanto, c’era sempre una delle due che era fuori mentre l’altra era in casa ed una che era in casa mentre l’altra era fuori. Insomma, dividevano l’appartamento, cosa piuttosto comune ai giorni nostri e nelle nostre città. Ma si trattava, come si può ben capire, di una divisione singolare, non di quelle che avvengono tra studenti o impiegati fuori sede. Solitamente, infatti, quando si divide un appartamento, si delimitano spazi secondo criteri di ordinaria giustizia : a te questa stanza, a me quella; è vero, è più grande, la mia, ma l’armadio ha le ante mezzo scardinate ed il letto te lo raccomando. Al limite, ahimè, bagno e cucina in comune, ma per il frigorifero facciamo così : a te i due ripiani di sopra, a me quelli di sotto; e così via.
A casa di Elena, invece, non lo spazio era stato oggetto di trattative, bensì il tempo.
Una donna, quella giovane, la occupava da sera a mattina, l’altra da mattina a sera, ma entrambe per intero, in ogni suo angolo centimetro quadrato cassetto scaffale soprammobile portapenne e quant’altro ci può essere in una casa. Nemmeno il letto sfuggiva a questa turnazione.
E, quanto al tempo, nemmeno le domeniche, i natali, le ferie.
Le ragioni di tale esasperata condivisione erano, naturalmente, legate alle anguste dimensioni dell’ appartamento: una sorta di atomo, in cui nessun oggetto, mobile o suppellettile, indispensabile o accessorio che fosse, poteva permettersi il lusso d’ un replicante. Ogni cosa in casa di Elena era lì per entrambe e per questa ragione ciascuna delle due provava la strana e sgradevole sensazione che nulla, in realtà, le appartenesse.
Per quanto singolare possa sembrare, le due donne, la giovane e l’altra, non si erano mai viste né presentate. Forse si sfioravano ogni tanto per le scale mentre una rientrava stanca e l’altra scendeva di corsa, già in ritardo a quell’ora di mattina. Forse avevano incrociato gli sguardi dicendosi mi scusi, ma le pare . Ma, dal momento che non si conoscevano, non potevano nemmeno riconoscersi.
Tuttavia non si ignoravano e la loro incredibile convivenza non prescindeva da una certa forma di comunicazione, di cui non trascuravano, ogni giorno, di intessere la trama . Era un discorso, il loro, fatto di oggetti spostati, di briciole sulla tovaglia, di macchinette sporche e di fondi di caffè, di biglietti sullo specchio: per favore, sciacquare bene la tazza del caffelatte; si prega di svuotare il posacenere o, meglio ancora, di non fumare, soprattutto in bagno; per inciso: ore dodici idraulico.
Le parole di questo dialogo avevano, dunque, la forma delle stoviglie, la consistenza delle briciole di pane o della polvere del caffè, l’odore mal dissimulato del fumo nelle stanze, ma erano pur sempre segni lasciati lì intenzionalmente dall’altra, tracce destinate non tanto a marchiare un territorio, quanto piuttosto a testimoniare un’esistenza ed a riceverne conferma attraverso l’eco che risuonava da altre tracce.
Tra un libro fuori posto ed un bicchiere non sciacquato, la vita, nella casa di Elena, procedeva più o meno sempre uguale a se stessa.
Fu però presto chiaro, a ciascuna, che quegli oggetti deliberatamente spostati portavano le impronte di mani che l’altra ignorava, di quelle stesse mani che , impazienti e nervose, cercavano oggetti che le mani dell’altra nascondevano; che la traccia di rossetto sulla tazza apparteneva a quella stessa bocca che imprecava quando trovava briciole sulla tovaglia o tracce di rossetto sui bicchieri.
Capirono, cioè, che l’altra comunque esisteva a prescindere dalle tracce, dai rossetti , dalle reazioni dell’altra .
Cominciarono, allora, ad immaginarsi e fu così che alla sottile ostilità che spostava le cose e dettava i biglietti, all’indefinibile fastidio, tanto irrinunciabile da sconfinare nel compiacimento, vale a dire a tutti gli ingredienti del loro strano rapporto, si aggiunse l’invidia, prepotente, spudorata e semplice.
L’invidia è un sentimento che ha come oggetto delle essenze fantasmatiche, i parenti sbiaditi di quelli che chi invidia ritiene di invidiare. Non era quindi singolare, al contrario, si presentava come assolutamente normale il fatto che le due donne, quella giovane e l’altra, potessero invidiarsi , ricambiate, nella praticamente totale e reciproca ignoranza.
La meno giovane invidiava all’altra le opportunità e gli slanci dell’età, che intuiva dalle marche e dalle fogge dei vestiti e delle scarpe e dalle riviste che lasciava a bella posta in giro.
Mentre osservava allo specchio i propri fianchi larghi, che la costringevano alle eterne maglie ampie e lunghe , intravedeva la figura minuta, a suo agio in piccoli golf dai colori sfacciati. Soffermandosi, talvolta, sui propri silenziosi e solitari rientri, si sorprendeva ad odiare i fidanzati con cui sicuramente l’altra messaggiava la sera da quella poltrona e che le facevano visita in sua assenza (non lasciavano apposta, perché lei capisse, mozziconi di sigarette diverse e quell’ indefinibile disordine in camera e in bagno? Non erano forse le loro le risate che ancora risuonavano tra le pareti?) . Ma, sopra ogni cosa, detestava i morbidi e lunghi capelli d’un castano dorato ( quanti ne lasciava sul pettine e sul pavimento?) che immaginava spavaldi, padroni dell’aria nel vento leggero di certe sere di maggio, o di settembre. Le invidiava, insomma, il presente e quel breve passato, così lieve , quei giorni alle spalle leggeri come coriandoli; e le invidiava il futuro, così imprevedibile e denso d’attese.
Ma anche l’altra conosceva l’invidia.
L’altra invidiava l’indipendenza, quel saper stare da sola che l’altra ostentava, malgrado le storie passate e quelle che ancora viveva ( le maglie ampie dentro ai cassetti denunciavano amore di sé, e la sicurezza di chi sa di piacere ) ma senza per questo privarsi dei conforti della solitudine. Non come lei, che riempiva i silenzi di voci qualunque e le agende di numeri.
Le invidiava il mistero: quale strano ed intrigante lavoro la costringeva ad un ritmo di veglie e di sonni così spudoratamente diverso, così indipendente dalle notti e dai giorni?
Ma, soprattutto, invidiava i corti capelli castani appena un po’ grigi che qualche volta trovava nel lavandino, proprio sotto lo specchio : così decisi, e forti, indifferenti alle mode e alle stagioni. Li detestava, semplicemente, mentre tentava di acconciare i suoi, che invece impazzivano d’elettricità in certe mattine di dicembre, o di gennaio.
Non questo o quello la giovane donna invidiava alla donna che viveva nella sua stessa casa. Invidiava lei, in tutto e per tutto, per ciò che era stata e per ciò che era ancora capace di essere, e per tutto quello che lei invece non era e non sarebbe mai stata.
L’ invidia, come tutti i veleni, ha comunque il suo antidoto .Questo rimedio agisce naturalmente ed ha il benefico effetto di offuscare le immagini. Nel caso delle due donne, fece sì che la figura dell’altra brillasse ad intermittenza : tra un lampo e il seguente, intollerabili agli occhi, frappose degli spazi opachi .Negli intervalli opachi trovavano posto i bagliori dell’immagine propria. Come su un albero di natale, quando tutte le luci si accendono e spengono, ma dandosi il cambio, come se fosse concesso, a ciascuna di quelle piccole luci dalle forme improbabili, di splendere solo nelle ombre di un’altra.
Non so quanti sappiano in cosa consista davvero dividere con qualcuno la casa.
Non lo sa la lumaca, che si trascina la sua ben salda sopra la schiena. Può avere parenti e fidanzati a dozzine, non avrà mai conviventi. Pur concedendo, in via del tutto ipotetica, che una lumaca possieda altro all’infuori di sé e del suo guscio, questo qualcosa, qualunque cosa esso sia - microscopiche e preziose provviste? ricordi? uno specchietto incrostato di bava? – troverà posto in qualche piega della spirale, dalla quale lo tirerà fuori, all’occorrenza, la sua unica ed indiscussa padrona.
Le due donne che si dividevano la casa di Elena erano due lumache in un guscio solo. Tra le pieghe della spirale gli oggetti si perdevano e si confondevano ( a quale delle due, poi, apparteneva la traccia biancastra e pietrosa della scia?).
Provavano perciò gelosia. Si sentivano, a seconda dei casi e degli umori, straniera in casa dell’altra o colonia nella propria.
La coabitazione singolare cui le costringeva quella strana casa regalava loro i disagi della solitudine e quelli della presenza non richiesta: le tracce dell’altra violavano i silenzi, ma l’assenza negava il conforto della compagnia, che avrebbe forse dissolto il freddo ed il senso d’abbandono di certi pomeriggi interminabili di domeniche in cui il tempo rallentava al punto di fermarsi.
Questo ed anche altro accadeva nella casa di Elena, una casa dove vivevano due donne diverse, e che ciascuna di loro occupava quando l’altra non c’era. Ma non questo o quell’angolo, centimetro o cassetto ognuna di loro occupava, quando l’altra non c’era : tutta la casa di Elena, per intero.
Ma quando una rientrava inciampava nelle calze che l’altra lasciava per terra, respirava l’odore di fumo nel bagno. Quando l’una non c’era, quell’altra, rientrando, cercava biglietti adesivi, briciole di pane e tazze sporche di caffè. Quando una si guardava allo specchio, l’altra dallo specchio si guardava. Questo ed altro ancora accadeva nella casa di Elena. Una piccolissima casa dove vivevano due donne, una accanto all’altra, una al posto dell’altra e dove nessun oggetto, per quanto discreto e minuscolo fosse, poteva permettersi il lusso d’un replicante.
Marzo 2006/
commenti
La possibilità di una
La possibilità di una riconciliazione finale, cui avevi alluso inconsapevolmente, è un po' come un colpo di scena accennato, lasciato preda dell'immaginazione altrui. Bellissimo racconto, curato nei minimi dettagli, profondo e allo stesso tempo piacevolissimo da leggere.
Grazie per averci resi partecipi...
Francesco
Grazie a te
Grazie a te, caro Francesco, anche per averlo cercato. Adele.
mi associo...
ai bellissimi commenti e aggiungo il mio plauso.
complimenti vivissimi
La casa di Elena
Nulla potrei aggiungere ai commenti bellissimi e profondi che già ti sono stati fatti, Adele cara... Ma desidero lasciarti il segno della mia lettura. Mi ha avvinta ed emozionata questo tuo racconto perfetto! Grazie di cuore per tutto ciò che la tua arte dona, Adele.
Ti abbraccio :-)
aurora
Aurora
Carissima, sei sempre troppo buona con me. Un abbraccio forte forte.Adele
Uno, nessuno, centomila?
Uno, nessuno, centomila? Sempre attuale Pirandello che aveva individuato le molteplici personalità che coabitano o si azzuffano, nella medesima dimora: l'anima. Un racconto ben scritto, dettagliato, armonioso nella forma, profondo nel contenuto. Brava, Adele.
grazie, riverberodiluce
per la tue affettuose letture. A leggerti con calma.Adele
Cara Adele, eri anche tu
Cara Adele, eri anche tu alle prese con la dualità? Quanto ho rincorso inutilmente qull'immagine ideale, quell'altra me stessa... Scrivi davvero molto bene. Bravissima.
Come se fosse concesso...
"Come se fosse concesso, a ciascuna di quelle piccole luci dalle forme improbabili, di splendere solo nelle ombre di un'altra"
e... aggiungo, anche nelle ombre di noi stessi.
L'essere umano non apprezza quasi mai, il suo presente e ciò che ha.
Bellissimo racconto Adele. Mi fermo qui, per non dire cose scontate ed evidenti, a tutti coloro che ti leggono e perciò sanno quel che vali.
Maria Pia.
Maria Pia e vita
Grazie per ciò che dite. Sono felice perchè tengo molto a questo racconto che mi riporta ai tempi in cui ho riscoperto la gioia di scrivere..Adele
Questo unico nome in Elena
Questo unico nome in Elena che raccoglie in sé in un tutt'uno il dialogo dei due aspetti che più entrano in conflitto-dipendenza nella vita di ogni essere umano. Nella casa di Elena accompagna il lettore attraverso un percorso di riflessione profonda, di immaginazione, di ricordo, di consapevolezza.
Mi ha molto convinto la ripartizione del tempo, la notte per la donna giovane, il giorno per quella meno giovane. Trovo sia la distribuzione temporale più descrittiva del diverso momento in cui le due donne trovino migliore corrispondenza alle proprie esigenze, nei percorsi che si differenziano in relazione ai traguardi raggiunti o da raggiungere. Il termine "replicante" ha una pregnanza emozionale notevole.
Il concetto di traccia è condotto ed osservato con grande padronanza e lettura attentissima. La traccia che elude il tempo in ogni sua dimensione, e che dà significato all'essere nel suo divenire, nel suo incontrarsi e scontrarsi, e farsi unico. Una invidia che comunque unisce, che rende continuo il passaggio da uno stato all'altro, concedendo alla fine la bellezza di aver raggiunto se stessi, in uno specchio che non riflette più una simmetria - di opposti -, ma una armonia conquistata.
Scritto con bravura, e introspezione matura. Mi è piaciuto tantissimo.
fausto
che dire, fausto
La tua lettura è davvero sensibile e profonda come sempre. In realtà, mi ha anche fatto riflettere sulla possibile ricomposizione finale, cui avevo alluso inconsapevolmente. Per il resto, hai davero colto tutti gli aspetti del racconto quali erano nelle mie intezioni. Ne sono felice.Buona giornata. Adele
gli enigmi della casa di Elena
Racconto molto interessante (quanto a tecnica e contenuto), ben scritto (come d'abitudine) e pure un po' enigmatico. C'è poi anche l'immancabile spunto di riflessione che caratterizza tutto ciò che scrivi.
arcel
Grazie, arcel affezionata lettrice: a quando il tuo nuovo racconto? In questa mattina di non lavoro ho rispolverato questo mio di qualche tempo fa, di quando sentivo forte - più di ora - il bisogno di essere una e di smettere di inseguire la mia fastidiosissima e amatissima immagine ideale. Buona giornata. Adele
Adele...
Già, essere se stessi e non perder tempo a "costruirsi" o a vivere esistenze in qualche modo virtuali...
Io sto lavorando ad un progetto a lungo termine per il quale vorrei tentare l'impervia strada della pubblicazione, ma ultimamente sto andando un po' a rilento. Nel frattempo, forse, a breve rispolvererò anch'io qualcosa di non recente.
Un abbraccio e a presto
arcel
in bocca al lupo, allora, e conta sul mio tifo. Adele