“Ite, Missa est!”.
“ La messa è finita. Andate in pace!”
Il celebrante si era rivolto verso l’assemblea dei fedeli per comunicare il proprio annuncio festoso. Aveva aperto le braccia, quasi volesse abbracciare fraternamente tutti i presenti e accompagnarli, fiduciosi nella protezione divina, nel buio della notte che stava scendendo all’interno della Cattedrale e sulla Capitale. Aveva preso confidenzialmente fra le mani il calice da cui aveva assunto il corpo ed il sangue di Cristo durante la celebrazione della Santa Messa e, in una breve processione, si era avviato verso la sacrestia preceduto da un sacrestano claudicante e antico quanto la cattedrale.
All’Arciprete piaceva celebrare quella messa vespertina per via dell’ora che la rendeva intima, per non dire intensa. Le luci del tramonto incendiavano i colori delle vetrate e, un poco alla volta, lasciavano spazio alla penombra che si riempiva della luce tremolante delle candele accese sull’altare maggiore e nelle cappelle votive dedicate al culto della Madonna e dei Santi.
Amava quella messa vespertina per via dei fedeli: gente di ogni età e ceto sociale che concludeva la giornata trascorsa nella cura di cose profane rivolgendo il pensiero a Dio. Certo erano “pochi ma buoni” e non lo diceva per consolarsi. L’amava anche perché dedicava quella messa al proprio spirito. Il breve sermone che teneva puntigliosamente ogni sera, anche se i fedeli erano davvero pochi, era una meditazione sui fatti della vita interpretati alla luce di una fede appassionata e cristallina. Un bilancio fatto davanti a Dio della propria giornatacce gli consentiva di andare in pace verso la notte.
Attraverso le sue parole l’incarnazione di Cristo continuava in quella dell’uomo di Fede e la sofferenza umana trovava giustificazione in quella del suo Salvatore. Per questo, quando alla fine del sacrificio della Messa, annunciava ai suoi fedeli di andare in Pace, redenti dal sacrificio di Cristo, si sentiva felice. La gente percepiva nelle sue parole lo spirito di cui erano pervase e lasciava la Cattedrale con l’animo rasserenato.
Anche il Governatore amava l’atmosfera e lo spirito di quella Messa. Senza neppure rendersene conto aveva preso l’abitudine, all’ora dei vespri, di fare un break nella sua giornata di lavoro per andare ad assistere a quella cerimonia serale. Considerava le parole dell’arciprete come una propria meditazione sulla vita. Gli servivano per prendere coscienza di sé e di quanto stava accadendo intorno a Lui.
Doveva succedere il finimondo perché Lui ci rinunciasse e, dal momento che le sorti del mondo finanziario dipendevano dalle sue decisioni, questo non accadeva quasi mai.
Fra gli impegni da prendere con gli uomini e quelli con Dio Lui sapeva bene a quali dare la precedenza. E poi Lui aveva cominciato a sentire il bisogno di quella pausa di riflessione.
“Farlo – diceva – giova allo spirito ed alla mia salute.” Per questo, a quella messa vespertina non mancava quasi mai.
Arrivava puntualissimo all’appuntamento e faceva a piedi il tragitto che separava il Palazzo dalla Cattedrale, seguito dalla sua guardia del corpo.
Non era mai accaduto che l’Arciprete dovesse attenderlo. Era invalsa, comunque, l’abitudine di far suonare due volte il campanello del telefono in sacrestia per annunciare il suo arrivo e dare inizio alla cerimonia del Vespro.
Quando il Governatore arrivava la recita del rosario era già finita e quella delle litanie, che chiedevano la protezione di tutti i Santi del Paradiso volgeva verso la fine. Insomma, standosene in piedi in una panca di terza fila, il Governatore poteva recitare solo quattro o cinque “Ora pro nobis – prega per noi”. Niente di più.
Per non farsi sorprendere da qualche male intenzionato il corteo del Governatore usciva dal Palazzo ogni giorno alla stessa ora e da una uscita diversa ma arrivava puntualmente allo stesso portone: nella Cattedrale il Governatore non amava entrare da porte secondarie. Per Lui esisteva solo quella principale che sembrava dare solennità al suo passaggio da un mondo profano, tutto esteriorità, ad uno intimo e riservato. Tutto interiorità.
Mentre in partenza il gruppo dei suoi protettori costruiva una autentica barriera intorno alla sua persona, via via che si avvicinavano alla Cattedrale i suoi uomini sembravano prendere confidenza con l’ambiente e allentavano la morsa difensiva intorno a Lui. Si aprivano come un fiore maturo quasi a voler dissimulare la loro natura sostanzialmente violenta.
Di fronte alla Cattedrale, senza neppure voltarsi, il Governatore congedava con un gesto della mano i suoi giannizzeri. In quel luogo sacro, evidentemente, si sentiva al sicuro. Riteneva di non avere bisogno di protezione. Forse per questo i suoi uomini non si disponevano per controllare ogni portone d’ingresso, come era sta convenuto, ma alla spicciolata, uno dopo l’altro, entravano nella Cattedrale e si disponevano nelle panche delle ultime file per partecipare,come comuni mortali, alle cerimonie. Forse anche loro, chissà, sentivano il bisogno di ritemprasi lo spirito come il loro Governatore e, in quel luogo, si sentivano protetti da Dio.
La luce che filtrava in quell’ora della sera dalle alte vetrate, le volte affrescate illuminate dai raggi dorati di un sole morente. Gli archi, le colonne, gli stucchi, le cappelle votive, le fiammelle dei lumini e delle candele. I rumori che la grandiosità dello spazio sembrava disperdere o amplificare, l’odore dell’incenso e del chiuso creavano la dimensione di una vita diversa, al di fuori del tempo, in cui veniva meno il bisogno di correre e di difendersi.
In quel luogo ci si sentiva talmente lontani dalle minacce e dalle necessità della vita che a nessuno era mai venuto in mente di controllare se la panca su cui il Governatore prendeva posto ogni sera fosse sicura. Sarebbe stato un sacrilegio anche solo dubitare che non lo fosse ma lo era poi veramente? Quella panca, infatti, doveva essere dotata di una energia particolare, misteriosa se era capace di calamitare ogni sera, immancabilmente, il corpo del Governatore e se rimaneva libera solo per Lui.
Fra quelle mura il Governatore percepiva chiaramente di dividere la sua esistenza fra due mondi diversi e completamente distinti fra di loro. Quello del Palazzo era un mondo pieno di congiure, tranelli ed insidie; quello della Cattedrale era pervaso dai valori eterni dello spirito. Erano fisicamente prossimi l’uno all’altro ma erano incommensurabilmente diversi e spiritualmente inconciliabili. Il Governatore, comunque, si sentiva perfettamente a proprio agio in entrambe. Era come se in una stessa personalità convivessero due diverse nature: una spietata ed aggressiva, proiettata verso la conquista e la difesa del potere, l’altra tenera ed indifesa, pervasa dai valori dello spirito, l’amore per il prossimo, la carità e la pietà per le miserie della vita. Così, almeno, sembrava ed era quello che molti sembravano disposti a credere.
“Ite , missa est!”
Tutte le sere queste parole restituivano il Governatore rasserenato alla vita di sempre. Al termine della cerimonia si alzava faticosamente in piedi, recuperava l’equilibrio sulle gambe, inforcava i suoi pesanti occhiali da miope per controllare quello che stava accadendo intorno a Lui e nella sere in cui decideva di non scambiare quattro parole di convenienza con l’Arciprete, faceva ritorno al Palazzo percorrendo ogni sera una strada diversa con il suo passo pesante, determinato a riprendere la sua posizione di potere.
Nessuno sapeva che cosa accadesse nello spirito del Governatore nel breve spazio di tempo della celebrazione di quella Santa Messa. Tutti, però, convenivano che doveva fargli un gran bene perché al ritorno sembrava più tranquillo e determinato di quando era uscito.
Forse era l’Eucaristia che riceveva ogni sera nella duplice forma del pane e del vino. Forse, chissà, era quella breve pausa di riflessione che si consentiva senza tenere conto della necessità di chi doveva chiudere la giornata di lavoro e non riusciva a tornarsene a casa per recuperare in famiglia una dimensione di vita normale.
Alcuni dicevano che l’atmosfera della Cattedrale propiziasse il suo relax. Seduto sulla dura panca di quella chiesa, mentre si rinnovava il mistero dell’Eucaristia, lui, il Governatore, con le braccia serrate sul petto oppure inginocchiato sul legno imbottito della panca ma con la grande testa pesantemente rivolta verso il basso, si concedeva dei veri e propri sonnellini ristoratori.
Chissà, forse il Governatore soffriva di insonnia e quello era l’unico rimedio che riusciva a trovare.
Altri, invece, sostenevano che quelle erano solo maldicenze e che non era proprio quella che accadeva. Anche se il Governatore aveva un corpo grande e tozzo e sembrava muoversi a fatica. Anche se era un uomo grigio, dal volto segnato da rughe pesanti, anche se aveva occhi stanchi e inespressivi e parlava poco e a fatica, in quelle pause dal lavoro quotidiano il Governatore viveva esperienze intense da cui la sua natura sensibile usciva sconvolta.
Depone positivamente a suo favore il fatto che andasse a cercare i suoi momenti di maggiore concentrazione in una Cattedrale, che al termine di una giornata frenetica si prendesse una pausa di riflessione e facesse il punto della situazione su quanto era accaduto in un luogo sacro, al cospetto di Dio.
Lo faceva inginocchiandosi sulle assi di quella Cattedrale perché aveva l’impressione che in quel modo il rapporto di valori fra l’uomo e Dio assumessero una giusta dimensione.
No. Il Governatore non dormiva. La sua attenzione era sveglia, quasi allucinata. I fatti del giorno gli passavano di fronte e mostravano impietosi la loro mediocrità. Tutti si rivolgevano a lui per chiedere qualcosa. Una autorizzazione, una concessione, un avvallo, una raccomandazione. Lui dava e toglieva, minacciava e consentiva e alla fine benediceva quasi fosse domine Iddio. Soprattutto copriva.
Sì. Copriva gli scandali finanziari che la sua istituzione arrivava a individuare ma non a denunciare e ne ricavava potere. Autorizzava fidi, finanziamenti che sapeva inesigibili e si sentiva più forte. Lui conosceva le malefatte dell’intero sistema finanziario e la sua precarietà ma lo difendeva contro tutto e tutti. Niente e nessuno era fuori dal suo controllo personale.
Non gli bastava essere Governatore a vita. Lui voleva governare a vita l’economia del paese. Certo si sentiva gratificato quando leggeva per ore e ore documenti che non aveva pensato né scritto di fronte alle Istituzioni del Paese. In quelle occasioni lui si schermiva, faceva esercizio di modestia, dissimulava la sua potenza perché sapeva di essere il pi forte. Quando era seduto nel Palazzo, sulla sua poltrona, però, non aveva remore e manifestava tutta la sua voluttà di esercitare quel potere e confessava a sé stesso di non poterne fare a meno.
Sulla dura panca della cattedrale, invece, riusciva solo a pensare: “Chi sono io davanti a Te e che cosa accadrà di me quando il mio potere cesserà di proteggermi?”
In quei brevi momenti di riflessione si sentiva sempre più solo e di camminare su delle sabbie mobili. Si sentiva sprofondare, gli venivano meno le energie e veniva preso da crisi di soffocamento. In quei casi si ricordava di Dio e gli chiedeva perdono ma lo faceva solo quando ne sentiva l’assoluta necessità. Per il resto si considerava una creatura autonoma.
Sorrideva quando ricordava la battuta che il potere logora chi non ce l’ha. Lui il potere l’aveva ma ne sentiva il peso e si sentiva logorato. Tutti gli rimproveravano la sua intransigenza morale. Lui si mostrava infastidito di fronte a quelle servili ed improbabili lamentele anche perché sapeva che c’era ben poco di cristallino nei suoi comportamenti e che di strappi al suo senso del dovere ne aveva fatti tanti e persino troppi.
Quando sua moglie gli aveva dato dello stupido e lo aveva accusato di non saperci fare perché erano in tanti quelli che erano diventati ricchi grazie alla sua dabbenaggine mentre lui non aveva fatto niente nell’interesse della sua famiglia era rimasto senza parole. Non aveva reagito. Non aveva preso posizione anche se sapeva che la moglie, senza la sua autorizzazione, si era data da fare per conto proprio.
“Perché non hai reagito?”
Era stata una voce in tutto eguale alla sua a rivolgergli quella domanda. Una voce che, però, proveniva dall’esterno del suo corpo perché il Governatore aveva la netta impressione di averla percepita con le sue orecchie non solo nel suo spirito.
Il fatto che qualcuno avesse osato rivolgergli la parola senza avere ottenuta la necessaria autorizzazione era già, per se stesso, un fatto sorprendente. Tenuto conto del luogo sacro e del momento lo era ancora di più ma il Governatore aveva reagito come se si trattasse di una cosa normale.
Era rimasto seduto al suo posto e non aveva neppure sollevato la testa. Era certo che se avesse guardato nella direzione da cui proveniva la voce che gli stava parlando avrebbe capito che apparteneva ad un altro se stesso.
Di fronte a lui c’era una delle tante facce della sua coscienza che lo stavano interrogando per avere risposte che non amava darsi. Tenuto conto del luogo in cui avveniva quel dialogo sapeva, però, di non potere fare a meno di rispondere.
E’ difficile prendere coscienza di certe realtà e, in alcuni casi, è persino doloroso farlo. Per questo il Governatore, per difendersi da quella che considerava una violenza ingiusta, aveva imparato a chiudersi in se stesso e si era costruito una impenetrabile maschera di ottusa indifferenza dietro alla quale cercava di nascondere il volto reale che oramai conosceva solo Lui. Erano in molti quelli che sostenevano che non ci fosse alcuna differenza fra la maschera ed il volto.
Rispetto al mondo che gli stava attorno sembrava un alieno tanto appariva distaccato e diverso dagli altri. Forse, ma senza riuscirci, cercava di esserlo persino nei confronti di se stesso.
A complicargli il percorso che stava compiendo c’erano una serie di folletti, espressioni indesiderate della sua coscienza, che lo inseguivano per ogni dove e lo raggiungevano soprattutto in quella Cattedrale, nel corso della messa vespertina.
Per riuscire a fare breccia nella sua corazza di indifferenza assumevano ogni volta apparenze diverse, ma riuscivano difficilmente a raggiungere il loro intento. A volte però ci riuscivano con risultati dolorosi.
“E tu che cosa hai detto?”
Se avesse sollevato gli occhi in quel momento il Governatore si sarebbe trovato di fronte la figura dell’Arciprete della cattedrale. Un uomo che considerava giusto, pulito. Intransigente con se stesso e dotato di una diamantina dirittura morale. Quella che lui avrebbe voluto ma non riusciva ad avere.
“Non le ho detto niente. Proprio niente - aveva risposto – Ho già fin troppi problemi all’interno del Palazzo per crearne di nuovi all’interno delle mie mura domestiche e persino nel mio letto matrimoniale. E poi, dal momento che non ho mai denunciato nessuno perché mai avrei dovuto cominciare a farlo da mia moglie? Anche nel suo caso, d’altra parte, io ho le mani pulite.
Io non ho fatto niente per aiutarla.
Non ho detto niente e non voglio saperne niente.
Lei ha fatto tutto da sola. Dovrà rispondere Lei di quanto sta facendo!”
“Rispondere a chi? Alle leggi o alla sua coscienza? Se si tratta di coscienza tu hai ragione quanto al resto no. Tu non puoi tirartene fuori. Tu hai precise responsabilità nei confronti del Paese. Non puoi cavartela a poco prezzo!”
“Il prezzo che sto pagando è fin troppo caro proprio perché incide nella mia dimensione morale.
Io mi sento tradito. Umiliato dal comportamento di mia moglie ma non posso farci niente. Proprio niente. Mi sento come un confessore che conosce uno per uno i peccati di chi gli sta intorno e non può aprire bocca. Lui li ascolta, li benedice e li manda in pace con la raccomandazione di non peccare più. Gli altri, attraverso la confessione, si liberano dei loro peccati mentre lui li assume su di sé, come se fossero colpe sue, e non riesce a liberarsene più.
Loro possono mentire a tutti ma non a me. Io so sempre come stanno le cose ma loro non se ne fanno un problema. Sanno che non posso parlare perché, se solo lo facessi, la mia fine verrebbe prima della loro e, per questo, mentono sapendo di mentire. Sempre.”
“Allora che fai?
Stai zitto?
Sopporti di essere ricattato senza neppure tentare di reagire e lasci che le cose vadano di male in peggio?”
“No! Non è così.
Questo no! Quando sono seduto al mio posto di comando, nel cuore del Palazzo, a volte ho la sensazione di tenere in pugno gli altri. Con un colpo di telefono prendo di qui, sposto di là. Autorizzo, proibisco, velocizzo, rallento, lascio, prendo. Il mio è un gioco di equilibrio di cui io solo conosco le regole. Si tratta di un gioco eccitante perché, quando cominciano le danze, sei preso dal vortice di un movimento che ti fa girare la testa anche se sei tu a provocarlo. Poi, quando ti prendi una pausa di riflessione come questa, e ti abbandoni sul duro di una panca, come questa, nel raccoglimento di una Cattedrale, al cospetto di Dio, scopri di essere diventato una creatura perversa, che ha venduto l’anima al diavolo in cambio del potere di governare quella danza, e che, intorno a te, sono rimasti i resti miserevoli della festa. Solo in quel momento scopri di non essere stato tu a guidare la danza, ne hai solo preso parte, forse senza neppure volerlo, e ne sei stato travolto. Se chiudo gli occhi, ancora in questo momento, sento il frastuono di tante parole inutili, le risa sguaiate; vedo gli inchini servili ed i sorrisi imbarazzati di che ha appena finito di tradirti. Sento un male inestinguibile dalla testa ai piedi e mi sento travolto da forze più grandi di me.
Sono anni che assisto a questi spettacoli e sono centinaia i casi in cui ho dovuto intervenire perché, quando la festa era finita, non c’era mai nessuno in grado di pagare i conti.
“E tu quei conti li hai pagati?!”
“No, questo no. Ci mancherebbe altro. Io i conti non li pago mai per gli altri anche perché sarebbe troppo pericoloso. Io li faccio sparire in modo che nessuno se ne accorga. Sono un mago nel farlo e, quasi sempre, ci riesco anche se mi rendo conto che quando una mano lava l’altra ce n’e’ sempre una che attende di essere lavata. E’ una catena che non finisce mai.”
“Una mano lava l’altra. Questo ragionamento mi sembra troppo semplicistico e non può essere fatto da un uomo come te. Lo può fare tua moglie per giustificare se stessa di essere entrata a far parte della catena degli ingordi ma non un uomo che pretende di avere una levatura morale come fai tu. Tu sai perfettamente che il mondo della finanza produce profitti perché specula sulla ricchezza prodotta dagli altri. Tu hai lasciato che un manipolo di professioniste del raggiro si impadronisse delle banche e delle leve del mondo della finanza per truffare centinaia di migliaia di persone e di famiglie. Tu hai lasciato che tutto questo accadesse. Non mi sembra proprio che tu abbia giustificazioni.”
Adesso il Governatore sembrava ancora più arroccato su posizioni di chiusura. Lui, meglio di chiunque altro, era consapevole di quanta ricchezza diffusa avesse dissipato la sua sola inerzia. Lui, che si professava un francescano laico, aveva sottratto il pane faticosamente conquistato dai poveri e lo aveva regalato ai ricchi. Lui senza alcuna ragione tecnica e senso morale, aveva consentito che fossero finanziato società inesistenti, aziende e imprese costruite sul vuoto, aveva messo a ferro e fuoco l’economia del Paese privandolo di ogni risorsa. Dalla New Economi in poi era stato un disastro continuo.
“Lo so, hai preso atto da tempo di una situazione disastrosa e, oramai, ingestibile ma continui ad essere convinto che se tu abbandonassi il tuo posto dalla bottiglia uscirebbe un veleno capace di dissolvere l’intera economia del Paese.”
“Non resterebbe neppure la bottiglia.” – aveva aggiunto amareggiato con il tono di chi prende atto di una conclusione inevitabile.
“Io non sarei così sicuro. – aveva ribadito la voce della sua coscienza - Ti fa piacere crederlo perché questo è un modo per giustificare quello che stai facendo. Difendi con le unghie e con i denti il tuo potere e ti giustifichi dicendo che lo fai per gli altri. Ma non è vero e non lo sarà mai.Non esiste uomo capace di fermare il corso della storia. La libidine del potere di cui sei impregnato è capace solo di produrre catastrofi. quella della nostra finanza è ormai prossima.
La bottiglia ha bisogno di essere liberata dal veleno che contiene per accogliere una nuova linfa. Nuove energie. Tu che dici di non vedere e di non sapere niente di quanto accade intorno a te continui a stringere troppe mani e cominci ad apprezzare una ricchezza che non hai meritato e che non è tua. Dal momento che dichiari di considerarti come un confessore che, oltre a tutto, si carica delle colpe degli altri, ti prego di non dimenticare che non c’è perdono senza ravvedimento e una penitenza adeguata. Tu, invece, hai continuato a perdonare senza mai chiedere altro.
Benedici ed assolvi. Benedici ed assolvi senza neppure chiedere che i peccatori facciano buoni propositi. Perdoni perché pensi di avere un potere eguale a quello di Dio. Gesu’ Cristo, però, è morto sulla croce per espiare le nostre colpe. Tu invece che cosa stai facendo? Vieni qui tutti i giorni a scaldare questa panca perché si dica che sei un buon cristiano.
Non è così.
Non è vero. Tu non sei un buon cristiano. Sei solo un ottuso tiranno che esercita in modo spietato il suo potere per acquisirne dell’altro. Anche se sei un Governatore a vita sai di esercitare un potere che ti è stato affidato ma non ti appartiene e temi che ti possa essere portato via in ogni momento. Per questo fai di tutto per blindarlo il Palazzo negli uomini e nelle cose e in questo Paese non si muove foglia che tu non voglia.
Chi entra nel tuo palazzo non può più uscire, se non da morto. Sono tali e tanti i vincoli che legano te ai tuoi uomini e i tuoi uomini a te da impedire ogni minimo cambiamento. Il cemento che vi tiene uniti non è una condivisione di idee e di programmi ma di poteri e di colpe. Se nel Palazzo si aprisse anche una sola crepa crollerebbe il tutto. Ma questo non è possibile perché tu sei governatore. Governatore a vita ed i tuoi uomini lo governano a vita, insieme a te.”
Adesso il Governatore si stava guardando le mani. Erano piene di anelli, come quelle dei cardinali di curia. Certo lui era incontestabilmente il Capo del mondo della finanza e, come il Papa, lo era a vita.
Non era neppure ipotizzabile che qualcuno potesse togliergli quel potere. Era suo, per sempre. Per questo poteva togliere ai poveri per dare ai ricchi e giustificare le sue scelte come voleva. In materia finanziaria Lui si considerava infallibile che se qualche volta sentiva il bisogno di giustificarsi dicendo che operava sempre ed esclusivamente nell’interesse della nazione, per la difesa del Paese e per la salvaguardia del suo patrimonio.
Nessuno avrebbe potuto contestarlo sulla base di queste argomentazioni. Neppure i tribunali della giustizia.
Adesso il Governatore stava osservando le sue scarpe di vitello nere, leggere come piume, lucide come uno specchio. Erano state fatte su misura perché dovevano adeguarsi alla sua enorme e deformata pianta del piede. Quelle scarpe costavano una fortuna. Con quei soldi una famiglia del sud ci avrebbe campato una vita ma lui non se ne preoccupava. Oramai era al di sopra di certe cose.
Prima di essere quello che era diventato il Governatore portava solo scarponi pesanti, da militare, ed i suoi piedi si adattavano, anche se faticosamente, alla loro forma. Adesso erano le scarpe che si adattavano ai suoi piedi e la nuova regola era che le cose del mondo dovevano adattarsi alle sue nuove esigenze.
Con quelle di prima aveva consumato molta strada perché la sua vita era stata piena di ideali e di motivazioni. Con queste di strada ne stava facendo poca anche perché era arrivato fisicamente alla mèta e, poi, non erano scarpe adatte per camminare. Di fronte a certi percorsi impervi era meglio starsene fermi e lasciare che il tempo facesse rimarginare certe ferite. Oltre al suo corpo a il suo spirito era diventato più pesante, si era fiaccato come il suo corpo. Solo quando percorreva i corridoi della Cattedrale e sentiva l’eco dei suoi passi ripercuotersi fra le navate del tempio aveva l’impressione di essere rimasto come quello di un tempo. Di non essere cambiato.
“Lo sai anche tu che stai mentendo. – gli aveva detto la voce dell’arciprete – Tu sei cambiato. Eccome! Prima avevi le scarpe grosse ma il cervello fino e lo spirito libero. Adesso hai le scarpe fine mail tuo cervello è diventato grosso ed inerte, la tua coscienza è diventata pesante come il tuo passo. Nella tua vita non c’e’ più pietà ed è venuto meno persino il senso della giustizia. Hai consentito che centinai di migliaia di famiglie fossero private della sicurezza di un futuro che si erano faticosamente costruiti a forza di lavoro e di sacrifici. Sai che sono state truffate perché ignoravano persino l’esistenza dei titoli che sono stati indotti ad acquistare ma tu sei rimasto zitto.
Perché?
Per conto di chi hai agito?
A favore di chi hai consentito che quella ricchezza venisse illecitamente trasferita? Sì, certo non l’hai presa tu. Tu hai solo agito per rinforzare la tua posizione di potere. Non hai rubato denaro ma quello che hai ottenuto tu è molto, molto peggio.
Sì, certo. Se ci saranno stati illeciti la giustizia farà il suo corso. Tu, però, anche se ci sono prove evidenti delle tue colpe, non sei ancora stato accusato di niente.
Tenuto conto di come vanno le cose di questo mondo tu sarai considerato innocente solo perché nessuno sarà in grado di accusarti ma non credo che lo sarai anche di fronte al tribunale di Dio. Là non ci sono pubblici ministeri prezzolati e anche la difesa più abile e costosa del mondo non può fare niente per salvare chi si è macchiato di colpe come le tue. Lui lo sa anche meglio di me, che pure faccio parte della tua coscienza, come stanno veramente le cose. Con Lui non si può fare i furbi. Ci si può solo affidare alla sua misericordia.
Pentiti di quello che hai fatto se, almeno per oggi, vuoi andartene in pace.”
I passi del Governatore, adesso che stava uscendo, risuonavano fra le pareti della cattedrale. Il loro suono era cupo anche se a produrli erano scarpe finissime e leggere. Erano il suono di una coscienza pesante che stava nascondendosi dietro un muro di giustificazioni ed era ben lontana dal sentire il bisogno di pentirsi.
“Ite! Missa est. Andate in pace.”
Quella sera pioveva a dirotto fuori dalla Cattedrale ed i fedeli, che assistevano alla celebrazione della Santa Messa, erano ancora più rari del solito.
L’omelia dell’arciprete era stata intensa, come sempre, ma non aveva fatto breccia nel cuore del Governatore. La giornata di lavoro che aveva trascorso era stata intensa e aveva prodotto in Lui una serie di emozioni contraddittorie da cui non riusciva a liberarsi.
I problemi che aveva dovuto affrontare non erano solo di natura professionale ma personale. Se avesse ascoltato da altri il racconto di quanto aveva visto con i suoi occhi e sentito con le sue orecchie non ci avrebbe creduto. Ancora in quel preciso momento, nella serenità di quella chiesa, non riusciva a prenderne atto.
Lui si era sempre compiaciuto che sua moglie, di tempo in tempo, si recasse presso i suoi uffici per fargli visita. Considerava quelle improvvisate un’attenzione meritata. Aveva notato che quelle visite, negli ultimi tempi, erano diventate anche più frequenti e le considerava come espressioni di una accresciuta nei suoi riguardi. Forse sua moglie era preoccupata per il suo stato di salute, forse era desiderosa di stargli vicina in un momento difficile. Invece.
Invece le sue presenze non erano frutto di speciali attenzioni rivolte a lui ma di una serie di relazioni che intratteneva partendo dal Palazzo con il mondo esterno. Agendo da quegli uffici sapeva di poter fare e ricevere telefonate senza essere ascoltata da orecchie indiscrete e millantare un credito personale che nessuno le aveva concesso.
“Tu fai quello che devi fare. – l’aveva sentita dire – A convincere quell’ottuso testone ci penso io!
Baci. Baci” - e aveva chiuso la conversazione.
Il Governatore era talmente sbalordito da quello che aveva sentito da non riuscire a credere alle proprie orecchie. Quella non poteva essere la voce di sua moglie. Sua moglie non poteva parlare di lui a quel modo e lanciare baci a destra e a manca come se niente fosse.
Quando aveva fatto qualche passo in avanti ed era entrato in quello studio che rimaneva normalmente vuoto, non aveva avuto più dubbi. Sua moglie stava seduta dietro una scrivania, che aveva fatta sua, con il telefono ancora in mano. Lui l’aveva guardata con espressione sbalordita, lei con un sorriso sfrontato. Irridente. Ma non si erano detti niente.
Adesso, anche se la messa era finita, il Governatore non riusciva ad andarsene in pace. Se ne stava seduto al suo posto e sentiva dietro di sé una voce ansimante che cresceva di intensità. Emetteva suoni striduli, concitati. Il Governatore non aveva bisogno di guardare perché sapeva a chi apparteneva e capiva perfettamente quello che stava accadendo.
Senza essere visto, il Governatore stava assistendo in silenzio ad una scena in cui sua moglie stava seducendo un uomo molto più giovane di lei. Lo stava irretendo con movimenti lascivi, parole insinuanti, con moine. Poi gli si buttava addosso, lo trascinava sopra un divano, e quando riemergeva dal suo nascondiglio, ricomponeva gli abiti di fronte a lui e infilava gli slip perché non ci fossero dubbi su quanto era accaduto.
“Adesso hai visto con i tuoi occhi.
Adesso sai. – gli aveva detto in tono irridente provocatorio - Non puoi più far finta di non sapere mio potente Governatore.
La vita non è quella che tu vuoi far credere. Non è fatta solo di obblighi, di diritti e di doveri. La vita è fatta di passioni e sentimenti, di miseria e di grandezza. Io sono fatta di carne, tu di pietra.
Tu sei più forte di me ma non sei riuscito a pietrificarmi.
Ti ho tradito! Certo che ti ho tradito.
L’ho fatto perché ho sentito il bisogno di essere viva.
Ho accettato la mia debolezza, il limite della mia carne. Ho giaciuto con altri uomini e mi sono presa il piacere che tu non mi hai dato.
Ho tramato alle tue spalle per mettere a nudo la tua debolezza, per mettere in crisi la tua integrità. Ho corrotto, mi sono fatta corrompere e mi è stato facile farlo perché tutti sapevano chi mi avrebbe protetto.
Adesso sono una donna ricca e tu non puoi nemmeno immaginare di quanto. Anche i tuoi figli lo sono. Ho fatto tutto senza di te e malgrado te. Ho agito come un essere libero, anche se perverso, perché sapevo che tu, per quieto vivere, mi avresti assolto da ogni colpa..”
Adesso la figura di sua moglie danzava in modo tumultuoso davanti ai suoi occhi. Non l’aveva mai vista in quelle condizioni e gli appariva indecente. Non gli faceva pena e continuava a guardarlo standosene seduto al suo posto. In silenzio.
“Certo – aveva continuato in tono provocatorio – tu non potrai farmi dipingere fra le sante di questa Cattedrale e consegnarmi al culto dei posteri in uno di questi sepolcri. La mia vita non è da imitare, non suggerisce buoni propositi ma, rispetto alla tua, è vita.
Sino ad oggi mi hai tenuto al tuo fianco come una schiava e continuerai a farlo perché lo consideri un tuo dovere non perché mi ami.
Tu sei un uomo tutto di un pezzo e farai il tuo dovere sino in fondo ma lo farai per far credere agli altri quello che non è vero.
Io non voglio apparire. Voglio essere. Non mi interessa quello che la gente può pensare di me. Voglio avere il privilegio di essere una donna, di vivere e, magari, sbagliare.
Tu invece sei riuscito ad inaridire il mio cuore, hai soffocato le mie passioni per rispettare i tuoi principi, i tuoi obblighi morali.
Vivi in un mondo di valori che è solo tuo. Avulso dalla realtà, fatto. Io di macabre finzioni. Per me nel tuo cuore non c’e’ pietà.
Non ti rendi conto che fra l’essere e l’apparire c’è di mezzo il mare? Tutta la gente che vive e nuota in questa palude maleodorante si prende gioco di te perché pretendi di comandare su una realtà che ignori completamente.
Tu in quel mare non hai mai nuotato. Sei sempre rimasto al timone della nave e non ti sei neppure reso conto di quello che accadeva intorno a te.
Ti hanno preso per il naso, mio caro. Hai creduto a persone che ti hanno fatto credere al falso, a garanzie che non c’erano. Ti sei difeso affermando che la realtà è mutevole, che le tue decisioni erano tecnicamente ineccepibili quando le hai prese anche se non lo erano più un istante dopo. sapevi che quei fatti erano legati fra di loro da una logica perversa. Tu non hai voluto prenderne atto.
Adesso che ci penso mi rendo conto che tu non hai mai detto di essere in buona fede. Tu non hai accettato neppure per un istante l’idea di poter essere in errore. Non l’hai accettato persino nel nostro caso, quello che ci riguarda come marito e moglie. Tu sapevi quanto stava accadendo ma lo hai negato persino a te stesso: questa, per me, è la colpa più grave di tutte.
Anche negli altri casi Tu hai sempre saputo come stavano le cose ma non hai voluto prenderne atto. Da uomo forte e virtuoso pensavi di riuscire a mantenere sotto controllo la situazione; non ti rendevi conto che non eri tu a controllare gli altri, erano gli altri che strumentalizzavano te.
L’ho fatto io che sono tua moglie, perché non avrebbero dovuto pensare di farlo gli altri?
Non avere paura. Non c’è nessuno che vuole farti del male, anzi. Fino a quando tu continuerai ad occupare quel posto loro andranno avanti a fare i loro sporchi giochi e se tu dovessi avere delle difficoltà ti difenderanno nel loro esclusivo interesse.
Il problema sei tu ma solo per te stesso.
Tu sei un uomo dal cuore di pietra.
Hai il cervello che funziona come un computer. Sai leggere i tabulati ma non riesce a immaginare la vita che quei numeri rappresentano. Tu non hai pietà per nessuno perché sei estraneo a tutti e, questo è il peggio, non ne hai neppure per te stesso. Sei un robot saccente, dispotico nei confronti degli altri, indifferente alla loro vita. Sei un essere vivo che è morto dentro.”
Anche le fiammelle delle candele erano state spente. Nella cattedrale, ormai completamente vuota, erano rimasti accesi solo i lumini delle cappelle votive. Il sacrestano, trascinando stancamente la sua gamba offesa, aveva già fatto tre o quattro volte il giro della Cattedrale.
“Si chiude!” - diceva con voce sempre più alta. Adesso aveva persino cominciato a sbattere fra di loro le chiavi dei portoni per aumentare il volume sonoro del suo richiamo.
“Si chiude! Si chiude.”
Una guardia del corpo gli si era avvicinato per chiedergli di smettere, di non disturbare il Governatore immerso in una delle sue profonde meditazioni. ma non aveva ottenuto alcun risultato. Dopo avere percorso rumorosamente un altro dei suoi faticosi giri il sagrestano aveva lasciato la Cattedrale ed era entrato nella Sacrestia ma solo per chiamare al telefono l’arciprete ed informarlo dell’accaduto. Anche a Lui quella meditazioni era sembrata eccessivamente lunga e, quindi, preoccupante.
In attesa del suo arrivo il sacrestano aveva acceso tutte le luci elettriche della basilica nella speranza che il repentino passaggio dal buio alla luce risvegliasse il Governatore dal suo torpore. Invece niente. Non era successo proprio niente. Solo la Basilica sembrava miracolosamente cambiata. Da regno del raccoglimento e dell’intimità si era trasformata in un autentico tripudio di splendore e di luce. Sembrava un mondo fantastico, per non dire soprannaturale, dominato dalla figura di un Cristo giudice e re, circondato da un coro di santi, vergini e martiri che in uno sfavillio di luci, oro e cristalli cantava le sue lodi. Se il Sagrestano, per completare il suo improvvido tentativo di riportare in vita il Governatore, avesse anche acceso l’organo e diffuso nella Cattedrale la sua musica celestiale, sarebbe stato possibile che si fosse aperto il Paradiso.
La realtà, invece era diversa. Lo spirito del Governatore non albergava più da quelle parti ma non era per niente certo che ne fosse andato prendendo la strada per il Paradiso, quello vero.
Adesso che, in piena luce, era possibile osservare la massa indistinta dell’uomo che stava seduto sulla panca di terza fila sembrava che quel grande corpo non avesse cambiato di posizione. Sembrava rinsecchito, questo sì, e diventato più grigio del grigio che era, ridotto, ma non troppo, di dimensioni. Per il resto sembrava in tutto uguale all’uomo che era stato quando era vivo.
L’arciprete lo aveva chiamato ripetutamente, alzando ogni volta di più la voce: “Governatore, Governatore mi sente?”
Non c’era stata alcuna risposta. A quel punto le guardie presenti, eseguendo un programma accuratamente previsto, avevano controllato le condizioni fisiche del loro protetto, fatto alcune telefonate, sottoposto alla firma dell’arciprete e del sagrestano una serie di documenti. Avevano spento le luci della Cattedrale e chiuso i portoni.
Due di loro si erano messi a guardia del corpo che non si era più mosso e che nessuno avrebbe più dovuto toccare. Il Governatore se ne stava là, irrigidito da quella morte improvvisa e misteriosa, mummificato in quella posizione da seduto, in attesa di essere trasportato non si sa dove.
Adesso le luci delle candele si stavano esaurendo nelle navate laterali. Forse per sentirsi meno soli le guardie del corpo avevano acceso le loro torce elettriche ma non per tenere sotto controllo le porte d’ingresso. Controllavano che Cristo, la Madonna ed i Santi rimanessero inchiodati al loro posto e non interferissero nel lavoro che stavano svolgendo. Loro là dovevano stare e dovevano limitarsi ad assistere indifferenti alle congiure che gli uomini stavano tessendo sotto i loro occhi.
Solo a tarda notte era arrivato un gruppo di guardie vestite di nero e, a luci spente, con l’aria di veri e propri cospiratori si erano mossi fra le navate della Cattedrale. Avevano avvolto il corpo del Governatore in un grande e pesante telo e, dopo avergli sfilato le scarpe dai piedi, se l’erano portato via passando da un’uscita secondaria, cercando di non fare rumore per non svegliare gli altri morti.
Solo l’arciprete era presente a quel trafugamento di cadavere e per salutarlo, l’aveva benedetto con una croce tracciata di acqua santa tracciata nell’aria.
“Ite. Missa est!”
Il Governatore se n’era andato ma non in pace.
Per qualche giorno nessuno aveva più sentito parlare di lui. Dopo tante tensioni era normale pensare che si fosse preso un meritato periodo di riposo. Se doveva governare a vita era giusto e doveroso che lo facesse senza rendere conto agli altri di quello che faceva.
In seguito avevano cominciato a diffondersi voci che lo dicevano offeso da alcune spiacevoli vicende emerse in quel periodo. Quei fatti lo avevano indotto, si diceva, a limitare la sua attività pubblica ma ad ampliare l’attività di controllo dell’istituto.
Di tanto in tanto la stampa specializzata dava notizia di suoi importanti interventi o di prese di posizione. Era un fatto, però, che nessuno da diverso tempo avesse più avuto occasione di incontrarlo e di parlare con lui anche solo al telefono. Il Governatore comunicava ed agiva esclusivamente attraverso i suoi più stretti collaboratori ma nessuno se ne lamentava perché le cose andavano avanti regolarmente, anche meglio di prima. Persino la sua assenza da taluni fondamentali incontri istituzionali era stata giustificata e non aveva sollevato obiezioni di sorta. L’uomo era già scorbutico per conto suo. Con quello che aveva dovuto sopportare in quell’ultimo periodo lo era diventato anche di più.
Correva voce che arrivasse in ufficio all’alba e che uscisse a tarda notte. Alcuni lo avevano sentito ridere, gridare al telefono. Chi lo aveva visto, ma solo di sfuggita seduto alla sua scrivania, diceva di averlo trovato ingrigito se non proprio invecchiato. Tutti erano divertiti dal fatto che le sue raffinatissime scarpe su misura, durante la giornata, venissero conservate e lucidate nel ripostiglio. Probabilmente neppure quelle andavano bene e, per questo, il Governatore aveva deciso di non fare più un passo a piedi e di lasciare la sua poltrona incustodita.
Gli uomini che facevano parte del suo entourage e svolgevano le sue funzioni si erano dimostrati perfettamente all’altezza della situazione e parlavano in nome e per conto suo. D’altra parte si sa che quando si deve governare a vita sono molte le cose a cui non si tiene più.
Lungo i corridoi era facile sentire delle voci dire al telefono: “Tu fai quello che devi fare. A convincere il Governatore ci penso io!”
A nessuno era passato per il cervello l’idea che quel governo fosse buono perché nessuno governava.
Il Governatore da morto veniva tenuto in vita perché nessuno potesse prendere il suo posto.
Sotto la sua ombra protettiva la corruzione, il malaffare stavano prosperando più e meglio di prima. Quando era in vita il Governatore era convinto di controllare il mondo della finanza anche se non era vero. Adesso che era in suo potere, fisicamente morto ma istituzionalmente vivo, cominciava a pensare che lo avrebbero mantenuto seduto su quella poltrona per sempre per continuare a far i loro sporchi affari.. A quel punto sarebbe diventato Governatore in eterno.
Chissà se questa storia può essere vera!
Commenti recenti
1 ora 18 min fa
1 ora 24 min fa
1 ora 30 min fa
1 ora 31 min fa
1 ora 33 min fa
3 ore 22 min fa
4 ore 28 min fa
4 ore 40 min fa
4 ore 46 min fa
4 ore 53 min fa