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Un barattolo pieno di vermi (3a parte)

ritratto di gianmarco dosselli
Pubblicato da gianmarco dosselli il Gio, 15/01/2009 - 12:52
  • Avventura
  • Romanzo

 

Capitolo settimo

                                              

 

   Passarono due stagioni. Per Brescia, ancora una giornata di sole; calda di un inizio d’autunno.

   Il barbone che avanzava claudicando nella gamba sinistra, fra i cumuli d’immondizia, era un tipico esempio di rottame umano come se ne notano nei sobborghi di tutte le grandi città americane. Si stava dirigendo verso uno scantinato dove, fra mucchi di spazzatura, riusciva sempre a trovare un rifugio per la notte. Individuò un buco attraverso il quale accedeva all’interno. Il luogo era immondo; un’ex fabbrica ora popolata da ratti, erbacce e cartacce.

   Il barbone penetrò nel foro e cautamente scese i ventidue gradini deformati dal tempo. Arrivato sino in fondo, attese per abituare gli occhi nella semioscurità. Qualcosa attirò la sua attenzione, in un angolo… Si accostò strascicando i piedi, pensando che si trattasse di coperte abbandonate. Gli ci volle un minuto per intuire che stava fissando il corpo immobile di un uomo. Quel corpo “immobile”, ad un tratto, si mosse! Moreno si destò spaventato; gli occhi terrorizzati notarono quella figura dell’intruso. Scattò in piedi, tanto da metter timore l’altro che se la diede a gambe.

   “Aspetta, per favore! Chi è, lei?”.

    Era la supplica di Moreno.

   L’altro si fermò al quarto gradino e si voltò di scatto, osservando curioso solamente il contorno nero del suo querente.

   “Meno male! Ti ho scambiato per un assassino!”, ridacchiò. Tirò fuori una fiaschetta di pelle. “Mi chiamo Ciro. Bel nome, vero? Certo che sì, ti vedo amico. Vuoi un goccio? È liquore al tartufo.”

   Moreno rifiutò la bottiglietta. Scrutò quel giovane capellone, sudicio, che emanava un lezzo di sudore rancido.

   “Allora, permetti che ne beva un sorso, e dopo me la squaglio.”, rincarò, e svitando il tappo con mani tremanti si portò la fiaschetta alle labbra. “Mm… che bontà! Ti saluto amico!”

   “Aspetta! Siamo nella stessa barca. Potremmo stare insieme.”

   “Insieme! Vacci piano, amico… Io sono un eremita. Ho fatto tappa in questo cesso di città per una certa esclusiva: volevo sapere se quel porco di mio fratello è crepato! Sai, ho perduto genitori molti anni fa; è stato meglio così: di loro ne avevo piene le palle. Mi criticavano e non tacevano mai un istante! Mio fratello, peggio dei miei, era un gran coglione!”

   “Questo sotterraneo, una volta, ti apparteneva come tua dimora?”

    “È la prima volta che entro qui; volevo vedere se c’era qualcosa d’utile. Ho una casupola su una collina deserta, però, due volte il mese dormo dai frati cappuccini. Caso mai, questo luogo è tua abitazione?”

   “Da tre mesi, da quando lasciai definitivamente il dormitorio pubblico perché bisticciai con il direttore e picchiai un idiota che si faceva sempre largo a spintoni solo con me. Da allora, decisi non saperne più nulla d’istituti di opere di beneficenza o carità: tutte “cazzate”! A tutto questo va aggiunta la negligenza di molti assistenti e operatori e la loro insensibilità nei confronti di chi soffrono nella miseria. Io, mai ricevetti il diritto d’essere curato né un trattamento umano.”

   Ciro alzò le spalle e abbozzò un sorriso.

   “Non ti fai intendere perché sei scemo! Non voglio che ti aggreghi con me, ma ti desidererei la prima e l’ultima domenica d’ogni mese dai frati del Colle minore. Conosci il luogo? Si dorme bene, al fresco; hanno dei comodi letti a vento.”

   “Non ci sarò.”

   “È la tua decisione? Allora… addio.”

 

 

                                                ******

 

 

   Il sole stava per tramontare. Nel cielo manco una nuvola.

   Da alcuni giorni, Moreno era infelice perché la questua non rendeva. Sembrava invecchiato; era distratto, turbato, in certi momenti pareva perfino impaurito dal viavai della gente. Aveva una barba pungente; doveva necessariamente lasciarla crescere. “Necessariamente” nel senso che, venduto lo zufolo per un rasoio a mano libera, lo aveva smarrito.

   Giunse alla piazza del mercato di frutta, ancora rumorosa e variopinta. Imboccò un corso, dove sarebbe rimasto volentieri per ore ad inspirare l’odore d’arrosto; poi prese una stradina di bottegai, dove allungò il tempo a contemplare un artigiano che scolpiva una statua posta sul trespolo. Avanti, trenta metri, si sarebbe fermato ad ammirare statue di gesso raffiguranti mostri paleontologici.

   Senza rendersene conto si era allontanato dalla zona del mercato e si ritrovò all’altro capo della piazza. Delle transenne delineavano i due lati della strada che portava in Piazza Duomo dove balconi e finestre, ornati di drappi, erano quasi completi di vessilli bianchi e gialli con le chiavi di san Pietro. Si accostò ad una giovane signora chiedendo informazioni circa quell’abbellimento… La donna fece scorrere lo sguardo su di lui, da capo a piedi, poi gli comunicò le informazioni. Egli restò di sale, non quanto per l’ignota notizia sull’arrivo del Papa, ma per l’imbarazzo di un “gentil sesso”.

   “Il Papa, avete detto! Vorrei vederlo! È un gran personaggio!”

   “Certo, ti credo!”, disse, imbarazzata, la signora.

   Moreno camminò come un automa raggiungendo la transenna posta dirimpetto al sagrato della Basilica sul quale doveva parlare il soldato di Cristo. Decise per la notte lì, magari sonnecchiando, con la schiena appoggiata alla transenna, seduto. Era il posto più bello; ed era “suo”.

   Durante la notte, una numerosa folla s’era raccolta; essa rappresentava le comunità giovani delle parrocchie, le associazioni studentesche e del lavoro. Qualcuno si accorse di Moreno che appariva timido anziché sorpreso di quelli ospiti, e gli offrì un bicchiere di buon caffè conservato in un termos e una brioche. Fino alle prime ore del mattino, la folla, durante l’attesa, aveva potuto stare seduta, poi la ressa aveva imposto, a tutti i presenti, di stringersi in piedi. Agli edifici spuntavano bandiere tricolori e biancoazzurre, simboli del Comune e insegne papali. Da qualche tempo, gli alpini del servizio d’ordine avevano formato un cordone per impedire alla gente di travalicare verso il sagrato.

   Tutto quello che si vedeva destava una meraviglia continua in Moreno.

   Nell’attesa, preghiere e canti sino a dieci minuti prima dell’arrivo del pontefice. Il tempo cominciava a preoccupare: sguardi verso l’alto a scrutare il cielo che lasciava cadere qualche goccia, ma fortunatamente non durò a lungo.

   Moreno avrebbe desiderato ancora del caffè, ma il samaritano si era perduto.

   “Potrei sapere quando arriverà il Papa?”, chiese gentilmente ad una milanese, solitaria, con tanto di capelli bianchi. 

   “Ora… È il momento!”, gli rispose, con emozione.

   Poco dopo, sbucò l’automezzo bianco con il Papa eretto e il braccio destro alzato in segno di saluto. La vista del Santo Padre aveva procurato un autentico tripudio.

   Moreno sentì una mano sulla sua spalla.

   “Lo osservi: Cristo, il dolce Cristo in terra!”, esclamò con genuina enfasi, la milanese.

   “Sua Santità è meravigliosa!”, le disse.

   Sul podio del sagrato, il Papa salutò le migliaia di giovani convenuti; poi, assiso sul seggio, accolse il saluto dei ragazzi.

   Moreno ebbe sempre gli occhi puntati su quel volto affaticato e pallido, su quella persona vestita tutta bianco che aveva carisma. Gli era piaciuta la sua voce… Aveva ascoltato come Sua Santità si organizzava di fronte a tutti i problemi, fossero essi cattolici, sociali e politici. Alla chiusura del discorso, lasciò la piazza sul singolare mezzo di trasporto, a capo scoperto, tenendo la zucchetta in una mano. La gente abbandonava il luogo…

   La milanese salutò Moreno con un sorriso e, esplicitamente, lui ricambiò il gesto quasi con tenerezza. Dalla folla che si diradava emerse una figura che lo fece sorprendere: Maurilio! Questi era in compagnia di una ragazza infinitamente giovane. Lei… dagli splendidi occhi marrone, il naso piccolo e diritto, la bocca sempre aperta al sorriso. La giacchetta di pelle verde l’aggraziava.

    Maurilio era molto cambiato; aveva baffi e capelli ossigenati, ed era magro come uno stecchino. Moreno gridò il nome del ragazzo. Questi vide l’atro che avanzava rapido per raggiungerlo. Lo sguardo di Moreno fu, per un attimo, fisso: gli occhi tramutarono come punte di trapano. Poi guardò la ragazza e la ignorò subito. Ritornò su di lui e gli domandò, in tono velenoso, spiegazioni su quanto era successo lassù, sulle alture di Maderno.

   Maurilio portò Moreno in disparte dalla ragazza e la sua risposta giunse fredda e provocante.

   “Fummo assaliti da una banda di rapinatori; quella stessa gang che terrorizzava da sei mesi con assalti da “arancia meccanica” l’intera zona della bassa Garda.”

   “Balle! A che serve scagionare tuo fratello! Sincero e Derio erano stati fedeli a Ricky: per questa ragione non ho visto i loro corpi stecchiti e marci. Non ho visto neppure il corpo di Floriano perché suo cugino, come te perché suo fratello. Ermanno, Ivan, Fausto ed Eliano ebbero a ripudiare il “patriottardo”… La sai la storia, no? Non me la racconti per il verso giusto! Non ammetti che tuo fratello avesse preferito ucciderli? Si era sentita volgarità sul suo conto e, Ricky, non sopportandoli, li ha massacrati! Giulia? Lucia?”

   “Cristo!”, scattò Maurilio con impeto. “Tu non hai letto al completo gli articoli dei giornali locali e nazionali, tre anni fa! Sette persone erano finite in galera con accuse pesanti.”

   “Mai letto i giornali. Mai sentito di quelle sette persone. So solamente dei cadaveri che vidi, e mi era bastato quell’attimo per convincermi che  quei corpi inermi erano stati voluti da Ricky. Avesse mandato lassù i presunti esecutori materiali, potrebbe essere stato. Se non mi dichiari la verità, allora ti considero “verme” per tutto il resto della tua vita. Sei così uno stoccafisso da quando quell’immane atrocità ti ha impaurito?”

   Maurilio lo guardò con occhi vacui. Tutto il suo corpo era una statua: non un movimento, non un batter di ciglia. Le sue mani si aggrapparono a una transenna, le nocche si fecero bianche. Poi aprì la bocca, cercando di formulare delle parole che vennero fuori tremanti.

   “Sono trascorsi tre anni e oltre… Che cosa può interessarti ancora?”

   “Dichiarami la verità!”

   “La vuoi? Va da Ricky. Lo troverai all’eremo di Montecastello a Tignale.”

   “In un eremo!”, si stupì. “Per espiare i delitti?”

   “Vacca insolente, finiscila! M’incazzo!”

   La ragazza con la giacchetta verde andò vicina a Maurilio. Questi la guardò e le sorrise; non era affatto sorpreso di averla a sé.

   “Ti vedo giù, tesoro…”

   “Oh, Elisabetta! Parlavamo di Ricky, in quell’eremo in cui lo accompagnai, augurandogli un po’ di quella serenità che era sempre mancata.”

   “Ti dico sempre di…”

   “Lo so, mia principessa!”, la interruppe, arruffandole i riccioli, con mano gentile. “Vuoi che scordi Ricky. Non patirò più per lui, stai sicura.”

   “Naturalmente ho troppa fretta per approfondire l’argomento. Grazie e buona fortuna.”, rise come per scusarsi, Moreno.

   “Aspetta!”, gli ordinò Maurilio. “Non evitarmi come se fossi un appestato. Lascia che ti presenti mia moglie.”

   “Sei sposato! Com’è successo?”

   “Ci siamo incontrati due anni fa durante una vacanza al lago di Como. Vorrei solo averla incontrata molto prima. Nel giro di sette mesi è riuscita a convincermi della validità del matrimonio e non me ne sono mai pentito. È mia intenzione di appestare il mondo con qualche rampolluccio.”

   Moreno scrutava lei, il bel viso diafano, i tratti quasi maturi. Le sorrise, così sentenziando:

   “Lieto sulla scelta di un uomo bravo e coraggioso!”

   “Non prendermi in giro, Moreno!”, digrignò Maurilio.

   Elisabetta era così stanca, così sfinita dalle ore costretta in piedi che in un certo senso fu ben contenta di accettare il sorriso del ragazzo e rispondergli con una frase di ringraziamento. Ci fu silenzio improvviso che rappresentò qualcosa come un campanello d’allarme; Maurilio evitò che quel campanello… “suonasse”.

   “Facciamoci una camminata da toglierci il peso della stanchezza, mentre tu, Moreno, ci racconti ciò che è stato in questi anni! Sei mio ospite per l’intera giornata.”

   “Ancora carcere. Ora sono un clochard.”.  La sua voce conteneva una nota disperata.

   Maurilio gli afferrò le mani, cercando di infondere un po’ di conforto. Camminarono quasi mezz’ora, e si parlarono senza interruzioni. Moreno raccontò la sua, tralasciando quel raccapricciante incontro con Pagani e la sua pezzente banda; nella voce non c’era traccia d’autocommiserazione, ma Elisabetta si sentì gonfiare il cuore di tenerezza per lui.

   Dolorosi pensieri attraversarono la mente di Maurilio non appena apprese della morte di Gregorio. Dal suo resoconto, dopo l’abbandono dal fratello, Maurilio traslocò in un luogo di campagna e, una volta maritato, su accordo della moglie, ebbe a vivere in un appartamento in affitto situato ai piedi del monte principale di Brescia. Due settimane dopo il matrimonio, trovò lavoro come addetto alla manutenzione dei forni presso un’acciaieria “invasa” da un quarto d’operai extracomunitari, ma sei giorni dopo l’assunzione, mentre lubrificava i componenti di un altoforno, ebbe una mano schiacciata dalle billette. Dopo la guarigione, ritornò allo stesso posto che conservava tuttora.

   L’appartamento che possedeva era costruito su uno sconnesso pendio e in un luogo abbastanza isolato. Vi era un soggiorno che occupava l’intera lunghezza del fronte con un soffitto di tavole di cedro sostenute da travi. Dietro al soggiorno, due piccole stanze da letto, ciascuna con bagno. Poi, una cucina con una stufa a sei fornelli, un congelatore e un frigorifero.

   Moreno fu accompagnato in una delle stanze da bagno. Si spogliò. Venti minuti per sbarbarsi; poi aprì i rubinetti della vasca, finché l’acqua calda arrivò quasi al bordo e l’aria fu satura di vapore. Rimase immobile e immerso per un quarto d’ora. Quando ne uscì, si asciugò energicamente, prese un abito pulito offertogli da Maurilio e si vestì. Alla fine, apparve a loro lasciando sorpresa Elisabetta che lo punzecchiò con una battuta.

   “Sembri uscito dallo scatolino.”

   A quelle parole Moreno si sentì pervadere da un senso di profondo sollievo. In cucina, per la ristorazione, egli mangiò con appetito i fagiolini in salsa d’uovo e il fegato alla cacciatora.

   Al calar della sera rifiutò la sosta notturna da loro. Sentiva il cuore pesante al pensiero di lasciare la coppia.

   “Ringrazio te, Maurilio. Sono resuscitato, vestito a dovere e sfamato. Dico solo con un immenso “grazie” per avermi offerto questa possibilità.”, affermò e, a bando la commozione, si proruppe in una risatina. “Quella volta al Drody che mi desti un pugno, ricordi? Eri un vero ladro artista; ora sai fare cose rispettabili. Tutto punto e virgola.”

   Maurilio riuscì a sorridere osservando sua moglie che lo scrutava negli occhi con aria quasi burlesca. Forse… vorrà chiarimenti del passato oscuro del marito.

 

 

                                                 ******    

 

   Il giorno dopo, prese la littorina per la volta del lago di Garda. Per il secondo viaggio fino all’altopiano di Tignale s’approfittò di una corriera battezzata graziosamente dagli abituali passeggeri “la corriera del Far West”: maniglie che potevano restare in mano; portiere tenute assieme col filo di ferro; cambio marcia che sembrava lo zoccolare della cavalleria indiana; finestrini che si abbassavano a ogni sussulto; il tetto con evidenti segni delle “frecce” dei pellirossa appena estratte. Nel turbolento viaggio di mezz’ora aveva a sé un giovane ciarlatano, dalla faccia segnata da una lieve cicatrice con cui divideva il posto.

   L’eremo era un antico tempio sorto sulle rovine di una vecchia fortificazione e offriva alle persone che passavano la lettura e la contemplazione della parola di Dio, attraverso la Bibbia. In un unico accesso al pubblico, la prima persona che incontrò era una suora della congregazione delle Dorotee.

   “Scusate, sorella… Sto rintracciando un tal Ricky.”

   La religiosa lo aveva accolto con un po’ d’incertezza, ma poi, saputo chi era, disse:

   “Sono felice che un amico sia venuto a trovarlo. È molto depresso, povero ragazzo! Mi segua….”

   Lo aveva fatto accomodare in uno stanzino attiguo il santuario, ed era scomparsa. Moreno si asciugò il viso e si passò due dita nell’interno del colletto. C’era un caldo da crepare. Si sbottonò la giacca.

   Ricky aveva capelli corti come aghi; era un po’ ingrassato ma del resto era sempre lo stesso. E… quei cinque solchi in viso erano ancora meno visibili. Indossava una camicia bianca e pantaloni blu. Appresso aveva l’enchiridio. Moreno lo vide risalire la scala esterna, e man mano che si avvicinava andò ad incontrarlo sulla porta.

   “Tu! Caro amico…”, si sorprese, Ricky.

   “Sembri esitante, debole. Ti trovi ancora in forma?”

   “Non c’è male, grazie. Tu?”

   “Vivo in miseria; ma se mi osservi così elegante e pulito è solo grazie a tuo fratello. Da ieri. Ho saputo di te e del posto in cui ti sei rifugiato.”

   Ci fu un lungo silenzio, infine Ricky domandò di Gregorio. Come risposta, l’altro gli consegnò quella che poteva definirsi una teca e alla sola vista di quei pochi capelli, le lacrime del “patriottardo” salirono agli occhi. Restituì immediatamente la teca senza desiderio di sapere della di lui morte.

   “Inflissi tanto del male al povero ragazzo! A tanti ragazzi… Dei pentimenti mi hanno condotto qui, in una specie di clausura.”, disse e abbozzò un sorriso che aveva timbro di tristezza, e si fece da parte senz’altro sapere che cosa altro dire.

   “Voglio subito entrare in argomento.”, annunciò Moreno. Parlò della veduta agghiacciante al covo di Maderno arrivando a concludere ponendogli due domande. “Che ne sai tu? Li massacrasti con le tue mani?”

   “Ho chiesto perdono a Dio!”, sbottò Ricky. “Ero così depresso, e gli elementi scomodi li eliminai per conto mio, con vero piacere satanico! Lasciai vivere coloro che mi erano stati di affetto, ma li scacciai. Giulia e Lucia erano scomparse nel nulla, ancora tempo addietro. Sono passati degli anni, e nessuna prova contro di me. La polizia non mi ha mai cercato. Ignorava chi altra gente vivesse in quel covo.”

   “Con quale modo trovasti quella macabra soluzione? La tua fede è cattolica, e come hai potuto pensare ad una tale mostruosità! Hai sempre amato il tuo Dio praticando violenza al prossimo… Di che razza umana sei fatto!”

   “Mi sto ancora chiedendo, amico. Da giovane sceglievo la via del seminario, ma le circostanze familiari non mi hanno concesso. Ho visto sola miseria, morte, odio, prostituzione, galera e violenza: elementi sufficienti perché divenissi come una bestia! Lasciami vivere, te ne prego. Vorrei vivere solamente per Dio. Vivo nella preghiera, nella fede di questo luogo. Io sono interprete dei malati, affamati, drogati, solitari che pullulano ovunque come te. Offro loro un gesto di bontà e comprensione, che valga a convincerli che non sono soli, non sono stati dimenticati. E vivo nell’amore del prossimo che ancora non conosco, ma presto sarò accanto a loro per il resto della mia vita: andrò in missione nel Bissau. Sarà così che, davanti a Dio, pagherò i miei peccati mortali.”

   Moreno spalancò la bocca per la sorpresa di quella decisione e ciò, stranamente, indispettì Ricky che continuò a parlare.

   “Vivrò tra fratelli lebbrosi. La società moderna emargina il lebbroso ed egli, come ai tempi di Gesù, si trova ad essere un miserabile, cencioso e piagato, scacciato e segregato come il più schifoso dei reietti, peggio di un animale, il quale almeno può liberamente fuggire dove vuole. Lo chiamiamo mondo civile, questo!”, si riscosse. “Turbe di vecchi, di giovani, bambini, vivono nel fango, nelle grotte, nei tukul, nelle foreste. Molti non hanno le mani e sono costretti a raccogliere con la bocca la monetina o quel tozzo di pane che gettano loro come a pericolosi cani randagi. Alla fine, ancor rantolanti, restano alla mercé delle belve e dei corvi!”

   “Ricky, ma come sei arrivato a questo!”

   “Mio caro e vecchio amico di galera… Giorno che trascorreva ero sempre più accanto a Cristo. Supplicavo lui di guardare con amore i nostri fratelli perseguitati e oppressi, di proibire che a qualcuno manchi il pane, il lavoro e la casa. Per Gesù, morto in croce, ho offerto il mio sacrificio e la mia espiazione per le atrocità umane in quel di Maderno.”

   “Che cosa c’entra il Cristo e la sua morte!”

   “Riflessione molto sciocca! È stata la più atroce delle morti: lunga e dolorosa. Tanta agonia prima che Lui morisse, poiché le flagellazioni cui fu sottoposto avevano causato una perdita infinita di sangue che aveva reso le sue condizioni critiche anche prima della crocifissione. La perdita di sangue aveva già reso debole il suo organismo che, issato sulla croce, certamente soffrì d’insufficienza respiratoria poiché il peso del corpo sulle braccia e sulle spalle rendeva difficile la respirazione.”

   “Sono belle espressioni. Come le hai trovate? D’accordo su questa nozione di storia, ma…”

   “Nozione di storia! Queste cose non conosci!”, lo interruppe con rabbia in corpo. “Gesù è tutto per me. Imparai a lodarlo di nascosto da tutti dall’età di quindici anni, nonostante io mi comportassi da criminale dipendente.”

   Moreno provava una gran voglia di salutarlo e di andarsene, di girovagare, ma compì uno sforzo su sé stesso e rimase ad ascoltarlo.

   Ricky estrasse dalle pagine dell’enchiridio una serie di fotografie e le consegnò nelle mani dell’altro.

   “Guarda queste fotografie… Un mondo che nessuno vuole vedere e del quale nessuno vuole sentire parlare. È il mondo dove milioni di persone muoiono di fame, che nessuno sazia, e di malattie, che nessuno cura. Eppure è un mondo d’esseri umani come noi.”

   “Ti saprò felice, laggiù?”

   “Avrò gioia eterna. Anche nell’abbandonare quest’Italia dove i fortunati bambini vivono tra computer, Internet, telefonini, ma così misera di morale umana, proverò altrettanto. Dimenticherò che l’Italia ha stanziato un tot contro la fame, ma in poco tempo ha intascato sei tot superiori per armi vendute ai paesi in via di sviluppo. Le nazioni povere pagano due volte: con la fame e con la guerra. Dimenticherò, inoltre, i bravacci che organizzano cerimonie sfarzose e manifestazioni inutili con sperpero di quattrini. I politici e le loro campagne elettorali milionarie! Che cosa dovrebbe pretendere chi lavora e muore nelle miniere, nelle cave e negli altiforni?”

   Moreno non aveva udito un interminabile monologo, ma la disperazione di quello che ora era divenuto il “servo di Dio”.

   “Un uomo come te è degno di massimo rispetto, della massima considerazione. Siete divenuti bravi ragazzi: tu e tuo fratello Maurilio.”, disse.

   Provò una gran tristezza mentre meditava il passato di Ricky: aveva già cominciato da adolescente a mostrare di sé un’immagine d’impertinente scavezzacollo, sempre pronto alla rissa e agli accessi.

   Si salutarono con un lungo abbraccio, non un “addio”, ma “arrivederci”, anche se erano consapevoli che non avrebbero potuto mai più rivedersi. Le lacrime di Ricky scendevano copiose sulle gote.

 

 

 

 

                                                    ******** 

 

   Sostò alla prima trattoria in fondo alla discesa della stradina dal Tignale. Mangiò pensando a quell’incapacità, di fronte a Ricky, di avere chiesto perché Giulia e Lucia sparirono nel nulla.

   Accompagnato da un generoso automobilista, fece tappa a Riva del Garda. Entrò al “North Dakota”, un bar specializzato in cocktail di nettari di frutta. Non badò di ordinare una di queste delizie, tentò invece (fuori del suo naturale) un liquore francese. In principio faticò ingurgitare, poi un sorsetto seguì l’altro, automaticamente.

   Non notò i due chiacchieroni, vicini, la cui voce gli rimbombava nelle orecchie. Ad un certo punto, una fanciulla cercò di agganciarlo, chiedendogli da bere. Le offrì il nettare di fragola ma quando lei cercò di attaccare discorso le disse di tornare a casa da papà.

   “Idiota! Non hai capito che sono l’entraineuse!”, confermò, con la massima calma possibile, la ragazza.

   La guardò stupefatto, poi si mise a ridere che, indignata, la ragazza lo piantò in asso restituendogli il bicchiere, non finito, della bibita.

   C’era parecchia gente, e prima di mezzanotte il locale sarebbe stato invaso da donne giovani e da capitalisti. Ci sarebbero stati anche portieri, portinai, domestici; tutti pronti a ruggire come leoni dopo la giornata stressante di lavoro.

   Era da due ore, seduto in un angolo oscuro; fumava con accanimento; davanti, due boccali di birra, vuoti. Un tipo un po’ eccezionale: alto, forte, faccia quadrata, capelli color sabbia tagliati a spazzola, denti bianchi che mostrava spesso in sorrisi eleganti. Aveva osservato da parecchio tempo l’immobilità fisica di Moreno che fissava il bicchierino ormai vuoto. Il tipo si lasciò andare, per la prima volta, in un sorriso: soddisfatto di ciò che era venuto a cercare.

   Il locale si stava animando; si andava riempiendo rapidamente. C’erano tre donne per ogni uomo. Si sarebbe potuto pensare che tutte le donne fossero prostitute a caccia di clienti. Invece, così non era. Erano tutte casalinghe giovani e meno giovani che si annoiavano. Avevano degli ottimi mariti che lavoravano sodo, che facevano ore di straordinario, e spesso di notte. Perciò, queste signore cercavano locali come il “North Dakota”, o degli uomini eleganti, ben vestiti, possibilmente industriali con molti soldi da spendere.

   All’improvviso, Moreno se ne trovò una al suo fianco. Gli chiese se avesse tanti euro da spendere in una bottiglia di champagne, ma egli con tono insinuante le chiese un’offerta per un “povero vagabondo”.

Lei gli sorrise. Aveva un sorriso dolce e furbesco che le faceva brillare gli occhi grandi e neri e le arricciava un po’ la bocca che era morbida, piuttosto grande, carnosa. Lasciò l’infedele cavaliere.

   Moreno pagò le consumazioni effettuate e, nell’allontanarsi dal locale, sorrideva come un ebete. Stava incamminando a casaccio quando s’accorse di essere seguito. Si girò e fronteggiò uno sconosciuto.

   “Guarda un po’! Dovrei averla vista al “North Dakota”, sbaglio?”

   “Ero nel locale.”, gli sorrise lo sconosciuto. “Sono in cerca di ragazzi fisicamente sani e robusti, per facile e lucroso lavoro. Naturalmente, dei solitari e girovaghi che sono i più facili alla cattura e i meno problematici per varie esigenze.”

   “Esigenze come!”

   “Filmetti porno da vendere all’estero oppure camerieri sexy per locali per sole donne. Quest’ultimo andrebbe per te?”

   “Ti servirebbero solitari e girovaghi? Non figli di brave madri o di famiglie benestanti? Cosa glielo fa pensare io… solitario e vagabondo!”

   “Intuito personale. Il tuo comportamento, la tua aria sbarazzina… Studio bene le persone e le individuo con tanta facilità.”

   “Eccellente detective o mago Indovino! Addolorato e mortificato. Si cerchi degli altri!”, tagliò corto, e si allontanò, incurante del pericolo in arrivo.

   Avvertì all’istante un colpo alla nuca. Cercò di girarsi ma le forze gli mancarono. L’unica cosa che intuiva era il sangue che gli martellava le tempie. Riprese i sensi un’ora dopo. Per prima cosa avvertì un dolore alla nuca, nel punto in cui sentiva di avere il bernoccolo ampio come una noce. E quando le sue pupille ebbero nitide le immagini, si accorse che davanti a lui stava a guardare una ragazza, con le lunghe ciglia nere intorno a occhi altrettanto neri che osservavano i mondi stupefatti.

   “Ciao, mi chiamo Elena. Tutto bene?”. La sua era, una voce fievole. Aveva il viso pieno di bitorzoli.

   “Cristo, ma dove sono finito!”, faticò parlare. “Maledizione… io sono nudo! Liberami da un futuro pericolo, te ne prego!”

   Vide i suoi abiti sul pavimento. Fece il possibile a rivestirsi in modo frettoloso, e mentre lo faceva gli ritornò nella mente quel ricordo “romano”…

   “Ti ho denudato io. Volevo ammirarti. Adesso dovresti seguirmi.”

   “Dove? Per l’inferno! Mi ci voleva pure una ninfomane!”

   Lei gli sorrise e batté i tacchi. Lui la seguì. Sul pianerottolo la porta dava accesso ad un piccolo studio, non arredato: solamente una scrivania e tre sedie. Lo sconosciuto del “North Dakota” gli si disputò incontro. Si presentò per tal Ziletti e disse d’essere vice direttore di un locale per sole donne, il “Donadon Club”. Mandata via la ragazza, l’uomo fece accomodare il suo “rapito”. Gli restituì i suoi documenti scaduti (carta identità e patente) e altre cose personali.

   “Signor Ziletti, è così cortese spiegarmi che razza di “divina commedia” sarebbe mai questa!”

   Che aveva da dire il signor Ziletti? Ammise di aver “perlustrato” il nudo integrale al fine di accertare se fosse idoneo ad esibirsi, come cameriere e intrattenitore, per le donne che popolavano numerose il “Donadon Club”, locale notturno gardesano.

   “Locale per sole donne! Che mondo monotono!”, commentò e assunse un tono dittatoriale, Moreno.

    “Certo, molte donne, anche dopo la rivoluzione femminista, si sentono sole. Trascurate dai mariti, impossibilitate a farsi degli amanti stabili, ripiegano anche loro su uomini-oggetto. Affollano i locali notturni dove svolgono spettacoli di strip maschile. Non si accontentano però di vedere il maschio; a suon di denari conquistano anche il diritto a toccare, palpare le parti intime… Ma il “Donadon Club”, nonostante questo, è un locale serio e corretto, non una casa della tolleranza.”

   “Tutti i locali sono autentiche porcherie, seppur visti con norme di pudicizia! Dietro il pudore, si cela sempre sesso e fornicazioni.”

   “Siete scaltro, amico!”, sorrise l’uomo.

   D’altro canto, Moreno avrebbe ottenuto vitto e alloggio gratuiti, un’ottima retribuzione e un giorno, a scelta, di libertà. Se avesse rifiutato avrebbe significato il dover camminare quotidianamente sui marciapiedi, trovarsi ancora senza pane e senza tetto, farsi ancora sporco e barbuto… insomma, la solita drammatica esperienza.

    “Sei un tipo strano! Stai riflettendo a lungo. I tuoi “compagni” mi confermarono ancor prima che io finissi di parlare.”, aggiunse, tanto per rompere quel silenzio che stava diventando sempre più teso. “Non scegliere la vita raminga, amico mio!”

   “ Vorrei accettare, però…”

   S’interruppe, un po’ confuso. Negli occhi, Ziletti scorse un’espressione strana, come di compiaciuta decisione. Allora questi sorrise e aprì il portafogli.

   “Un anticipo. È una cospicua somma. Consegnandotela, da adesso ti ho assunto. Si lavora, capito?”

   Moreno, stupefatto, ammirava quel fascio di banconote che l’altro teneva tra l’indice e il pollice. L’afferrò e disse:

   “Vogliamo discuterne…”

   L’annuncio era arrivato inaspettato al vice direttore. Dopo un veloce e definitivo colloquio, la ragazza bitorzoluta apparve. Si accostò fiduciosa al nuovo assunto.

   “Credo che mio zio ti abbia convinto a restare, è così? Una vera e bella sorpresa… Per l’occasione, stanotte dormirai accanto a me.”

   “Il ragazzo dormirà in un letto della stanza al piano superiore; da domani si adunerà con i suoi compagni.”, disse deciso, lo zio.

   “Invece verrà con me.”, disse placidamente, ignorando le occhiate dello zio alla scollatura della camicetta.

   Moreno si sentì costretto ad accontentare lei che lo accompagnò in una stanza candida e profumata. Lo obbligò a sdraiarsi sul letto. La sua voce aveva un tono di comando. Moreno si lasciò andare sulle lenzuola fresche. Le dita della ragazza incominciarono a massaggiare i muscoli virili… finché lui si sentì perfettamente rianimato e riposato.

   Non mancò il gioco dell’amore. Il corpo nudo della ragazza lo aiutò a creare un forte stimolo al pene.

   Le mani femminili iniziarono ad abbassare pantaloni e mutande di lui che non poté mormorare parole dolci perché colpito da un piacere colossale, nell’istante in cui la mano femminile “accaparrò” tecnicamente il suo poderoso membro. Una piacevole tortura! Lei respingeva quel tanto che voleva la pelle per vedere la carne rosea del glande.

   In quel preciso istante entrò nella stanza un giovane, piccolo ma muscoloso.

   “Oh, chiedo scusa! Non avrei immaginato questo.”, sogghignò, prima di uscire e di richiudere, educatamente, la porta.

   Moreno s’era fatto bruciante e abbandonò il letto.

   “Chi cavolo era!”, farfugliò.

   “Che te ne importa, cocco! È mio marito, se ti fa piacere saperlo.”

   Lui alzò gli occhi come per fulminarla. Elena si corresse:

   “Mio ex marito.”

   Un attimo dopo, lei se lo ritrovò tra le braccia. Si cambiava atto: Moreno, istintivamente, la strinse a sé e baciò i seni. Il gioco dell’amore iniziò, illanguidì, riprese con furore. Poco prima dell’aurora, Elena scese dal letto…

 

 

 

 

 

Capitolo ottavo

 

   La zona Nord della località lacustre era ammantata di neve. Al “Donadon Club”, i camerieri-intrattenitori prendevano tempo ad addobbare il salone considerato l’imminente arrivo del Natale.

   Moreno era già di casa del “Donadon”. I rapporti coi cinque compagni-colleghi e il titolare brillavano.

   “Credo che le nostre donnine restino tutta sera a bocca aperta. Questi addobbi ci aiuteranno a levarcele di dosso per buona parte del tempo.”, fece, ad un tratto, Gianbattista.

   “Dici?! In due mesi e mezzo, dalla mia assunzione ho constatato che le nostre clienti non fanno altro che guardarci il “pacco” in mezzo alle nostre gambe! Dico, che questi addobbi non daranno meraviglie. Siamo noi… le meraviglie di tutte le stagioni.”, affermò Moreno, cingendogli le spalle con un braccio.

   Gianbattista divideva l’alloggio con Moreno. Egli somigliava ad un divo del cinema, ma non così sfacciatamente bello. Era alto e ben proporzionato e aveva un sorriso avvincente. I suoi folti capelli, divisi da un lato, erano neri e lucenti. I lineamenti erano regolari e gli occhi luminosi e strani.

   “Questi addobbi fanno pena!”

   Moreno voltò lo sguardo e notò l’ilare espressione del secondo compagno che aveva parlato. Aveva una faccia triangolare e assorta, color caffè; un viso di ragazzo che non si accordava con le fessure cattive degli occhi. Si chiamava Khieu, un esule cambogiano. Moreno si guardò intorno; gli altri colleghi proseguivano nell’addobbamento: ciascuno rispettava il silenzio.

   Uno aveva nome Saro, ed era schedato in commissariato come ex tossicodipendente; lasciò la casa paterna di Venezia nel giorno in cui il padre lo rimproverava spesso del fatto d’essere ancora a carico della famiglia, nonostante l’età. Egli appariva un po’ alterato e il padre aveva subito prospettato che la colpa fosse della droga. “Sono stanco di te, non lavori e spendi soldi che ti diamo per comprare quella porcheria!”. Era bastato un discorso del genere che Saro si armasse di una mazza da muratore per distruggere quanti mobili e suppellettili era riuscito.

   Il quarto e quinto membro il sestetto del “Donadon” erano fratelli: Massimo e Matteo. Avevano perso i genitori, da piccoli, ed erano cresciuti passando da un istituto all’altro. Maggiorenni, rifiutarono la convivenza con una zia la cui figlia era pazzamente innamorata della bellezza virile dei cugini e sperava fare sesso con loro!

   “Si è messo in testa di riempire di palle e palline il salone, a quel vecchio del nostro padrone!”, sbottò Khieu.

   “Non credo giusto che lo chiami “vecchio” quel rimbambito del signor Cuni!”, fece Saro, ridendo. “Il prossimo anno non ci saranno più problemi. Incolleremo le sue “palle” all’ingresso: ne sarà il miglior addobbo della zona lacustre.”

   “Dico “vecchio” per simpatia. “Rimbambito” tienilo come dovere alla tua personalità.”, ribatté il cambogiano.

   Saro si fece improvvisamente serio e s’imbestialì.

   “Sai una cosa? Io non ho rispetto per il padrone da quando si è fatto rompianime come te.”

    Khieu s’infuriò, e chiese perché entrambi “rompianime”. Saro gli “consegnò” la risposta.

   “Perché tu e il tuo padrone ermafrodito siete soliti disturbare la pace e la tranquillità di tutto il terzo piano non solo con i vostri giochetti gay e amorosi, se così può chiamarsi il gran cigolare che avete fatto fare al letto, anche perché non fate che urlare con quanto fiato avete in gola sia quando parlate tra voi sia quando vi attaccate al telefono. Per non parlare del volume del televisore, dello stereo. Verrà il momento che vi sbatterò oltre la porta!”

   “Per favore, ragazzi!”, gridò e batté un pugno sul banco bar, Gianbattista. “Non siete per nulla civili!”

   Il cambogiano annuì senza parlare.

   Saro intendeva dire qualcosa sulla persona di Gianbattista; aveva saputo che dopo il servizio militare, aveva affrontato a male parole la sua fidanzata, l’aveva pestata bene e l’aveva trascinata, letteralmente, verso la casa del suo corteggiatore. Arrivati sul luogo, Gianbattista e lo spasimante della ragazza avevano cominciato a suonarsele di santa ragione. L’unica cicatrice al suo viso, a distanza di quattro anni dal fatto, diceva chiaro che la lotta era ben presto degenerata in un assalto di tori selvaggi e scatenati senza risparmio di pugni e colpi proibiti.

   Matteo annunciò l’arrivo del padrone.

   Il signor Cuni era un tipo alto, col viso lungo, un occhio di vetro e la voce bassa e strascicata. La fissità dell’occhio irreale gli dava un’aria sinistra che era smentita dal suo carattere. Era modestamente socievole; ma quando c’era vino da bere, ci stava.

   “Ottimo lavoro, ragazzi! Credo sia giunto il momento di travestirvi.”

   Saro e Gianbattista erano gli unici che non si mossero.

   “Embé!”, insistette, girando l’occhio buono verso Saro. Poi, il suo occhio sano si mosse verso l’altro.

   “Sono ben quattro riposi saltati, mister Cuni!”, protestò Gianbattista.

   “Mi stai ammonendo? Saranno pagati. Hai la mia parola.”, fece con quella sua voce fastidiosa; si fermò, esitò e, girando l’occhio smorto verso Saro, aggiunse: “Hai reclami?”

   “Mio nonno m’insegnò che mai è bello protestare di fronte ai datori di lavoro.”

   “Quanta saggezza quel tuo nonno.”

   “Vero…”, ridacchiò. “Tanto saggio da volere Hitler come santo!”

   Gianbattista scoppiò nella risata.

   All’apertura serale, le solite donne cominciavano ad occupare i tavoli numerati; alcune erano frequentatrici quotidiane, altre settimanali e poche quelle di frequenza mensile, ed erano multilingue: tedesche, austriache, svizzere, italiane e polacche. Molte americane e qualche gruppo spagnolo e francese. Ogni mese, si notava un incremento clientelare: bastava spargere le voci… e due-tre pulzelle ti apparivano.

   L’abbigliamento dei camerieri poteva combaciare con quello di un aborigeno: piedi e torace nudi, la parte pudica coperta come il thong ma con pezzi di stoffa che, attorniati agli elastici, erano versione banconote varie del mondo.

   “Tu, uomo bello…”, era il solito richiamo di una delle polacche, verso Massimo.

   Questi si accostò, sorridente, al loro tavolo. La polacca che lo aveva chiamato era abbronzata nonostante l’estate dovesse ancora arrivare, e i suoi occhi chiari sembravano due topazi su cui battesse il sole. Doveva avere trenta-trentacinque anni, ma troppi figli e dei parti troppo ravvicinati, un pessimo cibo e, in generale, una vita difficile, avevano lasciato la loro “firma”: era grossa, i seni le pendevano pietosamente, e per lei la vita non sarebbe stata mai più sorridente.

   “Buonasera, belle signore. Desiderate?”

   “Due aranciate, con cannucce e una canna della tua!”

   “Magari, quest’ultima più in là, con contributo extra! Intanto abbiatevi cannucce per l’aranciata.”

   “Non trascurarci, bel maschietto!”, sorrise accarezzandogli il torace robusto.

   Moreno stava servendo un’austriaca; la conosceva troppo bene: si credeva la regina della società, lì, e aveva accuratamente evitato le sue “colleghe” del “Club”. Divorziata; di mariti n’aveva avuto cinque!

   Khieu era in “pasto” ad un’italiana. Lui, ritto e immobile, braccia sollevate e ventre in dentro, mentre lei gli accarezzava cosce e vita e dava linguate ai capezzoli. Il cambogiano dovette restare alle sue dipendenze, per due minuti, come da regolamento, nell’attesa di poter trarre un respiro di soddisfazione e muovere il corpo.

   “Soddisfatta la signora!”

   “Non sono “signora”. Io sono la baronessa Vivenzi Foglio Lorini.”

   “Porca puttana!”

   “Dici a me?”

   “No! Esclamavo…”

   Massimo arrivò con le lattine… Le due polacche gli sorrisero. La stessa che gli parlò volle che lui si mettesse le lattine, aperte, al bordo del costume, sul davanti. Quel che poté fare lui, era scrollarsi le spalle e accontentarle.

   “Un metodo nuovo, signora? Solamente due minuti per “ingoiare” il liquido. Così vuole il regolamento del locale.”

   Eccitatissime, le polacche accostarono i nasi a due dita dall’ombelico del corpo maschile, e gustarono le bibite assorbendole con le cannucce. Bevvero, con occhi che ammirarono la folta peluria che “cintava” sua “maestà” il pene.

   Dopo la fantomatica baronessa, Khieu si sentì chiamare da una solinga signora, bassa di statura; il petto appena accennato. Teneva una sigaretta nella destra, fra l’indice e il medio, col mignolo sollevato.

   “Dica pure, signora.”

   “Scaldami… Sento freddo.”

   “Spiacente. Ho mani innocenti.”

   “Il che cosa spiega?”

   “In vita mia non ho mai messo mani su certi punti strategici di un corpo di donna.”

   “Stronzate, giovanotto! Forse… perché non sei italiano. Coraggio, stenditi supino sulle mie ginocchia; il tuo corpo è così accarezzabile.”

   “Ai suoi ordini, signora, ma le ricordo che…”

   “… vigono, per me, solamente due minuti. Lo so, mio adorato!”

   Dall’altro lato del locale, Moreno si sorprese della corsa-fuga di Gianbattista. Era in arrivo una cliente “pesante”: la montagna di carne era una rara visitatrice del “Donadon”. Il portiere cambiò posizione, la prima volta che passò la signora, raddrizzandosi sulla vita e dicendo: “Buonasera”, al che la cicciona rispose con un breve saluto. Non s’era mai saputo se si trattasse di una milionaria nubile o di una semplice casalinga con marito che, magari, lavora giorno e notte. Lì, ci veniva per divertimento sessuale ed era sempre pronta a pagare fortemente l’extra.

   “Per santa Brigida, ogni volta che la vedo diventa sempre più ampia della mongolfiera!”, bisbigliò Saro nelle orecchie di Matteo.

   La cicciona s’accomodò, e dietro un cenno di mano convocò a sé il padrone del locale. Ci fu un rapido colloquio. L’uomo chinò più volte il capo accennando molti “sì”. Lei voleva il cambogiano per l’inizio di un qualcosa di molto eccezionale, di fantastico, di morbosamente privato… Al sapere della richiesta caduta su lui, il cambogiano mormorò una bestemmia nella sua madre lingua. Il signor Cuni lo guardò con aria di rimprovero e gli rammaricò del comportamento molto scorretto.

   La cicciona, nei mesi precedenti, ricordò il poco che poté fare con quei bei ragazzi del locale: toccare il loro pene e chiappe, il minimo dell’eccitazione. A giudicare il comportamento del cambogiano credeva che questi non fosse per nulla disposto ad aiutarla. Sussultò sorpresa, quindi, quando ad un tratto se lo trovò vicino.

   Khieu la salutò, guardandola negli occhi. Grandi ed espressivi, notò lui, pupille profonde e indagatrici.

   “Non ti vado? Sapessi cosa so fare con questa linguettuccia…”.

   La esibì al ragazzo.

   “Linguettuccia! A me pare sia quella di una vacca boia!”

   “Una che…! Annunciami il significato?”

   “Non lo so, signora. Tutti gli italiani dicono sempre così.”

   La donna fece una smorfia. Si alzò e, fungendo come guida nei musei, indicò al “suo” uomo di primo turno un retrolocale pulito, con tendaggio e tappeto a fiori. Fino ad ieri, la stanza era arredata con buonsenso, ma povera e senza personalità; ora tutto era protetto, vasi, lampade, posacenere, uno stereo… e sulla porta, un cartellino in diverse lingue spiegava ai clienti le norme di comportamento e dei pericoli di furti.

   “Tira fuori il tuo “pistolone” pronto che ti faccio mandare in paradiso!”

   “Davvero! Sì, preferisco il paradiso.”

   Khieu si liberò di quella “sottanina”, ma apparve alla donna con il pene flaccido. Lei lo prese in una mano… e quel “prodotto” maschile divenne erotico. Il ragazzo si sedette sull’unica sedia prima ancora che si mettesse ad urlare dal piacere.

   “Cavoli! Senti come urla d’eccitazione… La cicciona sa il fatto suo, accidenti!”, fece Gianbattista a Moreno, nell’istante in cui i due passarono davanti la porta del retrolocale. “Auguriamoci che non lo succhi troppo; gli sono rimaste le costole!”

   Così era la vita del “Donadon Club”; così in passato, così sarà nel futuro. Gli adoni d’ora, di domani. La storia continuerà con servizi, orge e sesso.

   L’ultima cliente terminò di sistemarsi i collanti; s’era messa in testa di eseguire un veloce spogliarello dopo aver inghiottito un forte contenuto in sette bicchierini. Insisteva per essere accompagnata fuori nelle braccia di Saro: fu accontentata, anche per il motivo di sbarazzarsela rapidamente dal locale.

   Per i sei ragazzi del “Donadon”, anche quella notte il lavoro era concluso. Il ritorno al loro “ovile” era spiccio: esso stava dirimpetto al locale.

   Saro, come sport, salì le scale a quattro gradini per volta!

   Di solito, e ancora prima del contatto coi rispettivi letti, il gruppo non faceva che godere qualche minuto di pornofilm tramite videocassette acquistate. I ragazzi avevano creato, in una piccola stanza, un locale con solo televisore e videoregistratore e sedici poltroncine messe in ordine, come in una sala cinematografica.

   Così, solitamente, la loro vita notturna del dopo lavoro: si masturbava colui che non aveva goduto molto; discorsi spregevoli su donne; realtà anche sul luridume maschile.

   Una notte di febbraio, al loro ennesimo rientro, Moreno convocò accanto a sé i colleghi.

   “Ragazzi, quando cresceremo al di fuori del nostro ambiente?”

   “Ci poni uno strano interrogativo!”, fece Massimo.

   “In questa situazione, la nostra vita è marcia! Non ve ne siete resi conto? Siamo sempre nelle spire delle donne brutte come il peccato, e dopo questo shock, l’antidoto è il pornofilm perché le attrici con tette poderose e le vulve pelose ci fanno ristabilire! Quando capirete che il senso della nostra vita non è il sesso! Viviamo in contatto reale con le brutte sgualdrine, ci guardiamo film osceni e le riviste sexy, e siamo qui come in clausura. Non vi sentite frustrati e insoddisfatti? Abbiamo un genere di lavoro, sì… ma andando oltre perché non ci costruiamo il vero lato umano? Non mi va trascorrere il resto della mia vita sotto il peso insopportabile della libidine puzzolente imposta da voi sexofobi senza ideali, parassiti e smidollati, in preda e schiavi dei più turpi desideri, indegni di qualsiasi animale!”

   Gianbattista e Saro ebbero un momento d’aberrazione. Khieu si lasciò scappare una sonora risata; i fratelli apparirono indifferenti. Per nessuno quello era stato un insulto. Moreno s’indispettì per l’asiatico.

   “Non sembri molto convinto. Forse, perché il gran sesso è la tua sola vita! Nessuno mai s’è degnato ammettere che la pornografia è come droga. Voi, o meglio noi, cadiamo in una trappola con un tale rimbambimento senza fondo. Continuiamo a guardare i filmetti porno con cazzi eretti e vagine “mugolanti”, allora? Le pornocassette si rivolgono agli individui immaturi, privi d’esperienze.”

   Il cambogiano si fece serio, ma non disse parola. Gianbattista disse:

   “Di questo passo… noi stiamo bene. Io, mi rendo conto d’essere l’italiano più felice. Mi chiedo: che cosa dovrei osservare fuori del nostro ambiente? Non ho potere di proteggere il mare, la flora e la fauna che corrono sempre più rischi, nel degrado causato dai nostri rifiuti e da altri fattori inquinanti. Non posso insegnare alle scolaresche per affermare che l’Italia si trova non in mezzo al Mediterraneo, ma in mezzo ad un mar di guai. Come posso aiutare i drogati prigionieri della disperazione o nauseati dalle brutture di questa nostra civiltà? Che potrei fare per i disoccupati? Come potrei far crescere l’Italia lavorativa se italiani non vogliono lavoro di terra, di mare, di fabbriche, ma lasciano tutto al lavoratore negro che continua ad invade la nostra terra, per necessità! Allora… caro amico, è questo il luogo in cui si deve vivere. Io sono cresciuto fin troppo, e sono arrivato a capire che siamo l’unico Paese che ha mandato a casa i matti perché la pazzia è stata ufficialmente abrogata dai nostri politici. Fuori di queste nostre divine mura c’è regno politico, banditismo, prostituzione, mafia, baby gang ed extracomunitari che rubano! Fa molto schifo il fuori del nostro ambiente. Andresti a Roma a gridare che calciatori, attori e tennisti vanno pagati come lavoratori? A gridare la riduzione della spesa pubblica e la fine della “logica dei partiti”? Che vuoi pretendere, Moreno! Dovremmo uscire o abbandonare quest’ambiente per vedere le gravi difficoltà economiche degli altri? Vedere l’impossibilità di trovare lavoro più geniale e pulito per tutti noi? Vedere a chi incombe lo sfratto? A vedere le preoccupazioni dei protestati? Rifletti: viviamo così, in questo stato, tutto insieme, per sentirci bene e goderci la vita sfarzosa. Al “Donadon” lavoriamo dalle dieci serali alle quattro mattiniere, per un equivalente di sole sei ore. È una grazia divina per noi, non ti pare?”

   Moreno fissò attentamente Gianbattista, poi voltò lo sguardo su Saro, indi ritornò su Gianbattista con lo sguardo pieno di disapprovazione e buttò lì una “buonanotte” che pareva un insulto, e infilò l’ingresso alla sua camera. Massimo si rese conto che un piccolo giudizio poteva fare.

   “Un po’ di ragione credo che Moreno l’abbia. Ama le cose belle che veramente esistono.”

   “D’accordo… d’accordo!”, borbottò Gianbattista. “Non voglio ferite morali. Farò modo di avere la presenza di spirito sul fare qualcosa di corretto.”

   La notte da effettuare dopo un brillante accordo era nel segno del divertimento; decisero essere clienti di qualche locale. Questo era un inizio ilare, poi si cercherà qualcosa di più serio ma senza compromettere il loro lavoro di camerieri-intrattenitori.

 

 

 

 

 

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