Lingua e stile del "Cantico delle creature" di San Francesco

 

San Francesco, il «cursus» e le origini della letteratura italiana
    Chiunque abbia tra le mani una qualsiasi antologia della letteratura italiana, noterà che essa   inizia con la cosiddetta letteratura religiosa, e, in modo più specifico, con le Laudes creaturarum di San Francesco. Nell’Ottocento correva la leggenda secondo la quale San Francesco fosse poeta d’ istinto, e che la sua cultura non andasse oltre una sostanziale elementarità. A poco a poco, però, la prospettiva critica nei confronti del Santo di Assisi è mutata, e di molto. L’analisi linguistico-retorica sul Cantico, operata dai più insigni studiosi della nostra lingua, ha dimostrato che San Francesco era tutt’altro che un primitivo, e che anzi era in possesso di un bagaglio culturale di tutto rispetto in rapporto ai tempi suoi. D’altra parte, essendo figlio di Ser Bernardone, ricchissimo e intraprendente mercante di Assisi, era da sospettarsi che il padre avesse fatto curare a dovere la formazione culturale del figlio, il quale, come si ricorderà, sino al momento della prigionia, che ne segnerà la svolta esistenziale,  condusse ad Assisi una vita da nobile, e che era solito frequentare soltanto compagnie di giovani aristocratici. San Francesco, dunque, è da considerarsi, oltre che un grande santo, anche un poeta culto, a cui erano note le più ingegnose figure del cursus, che consisteva, come spiega dottamente Alfredo
Schiaffini, nell’ «andamento ritmico di tutto il periodo, alla sua studiata disposizione» (1), e che quindi doveva
soggiacere a ben determinate regole compositive. La trattatistica medievale prevedeva, molto sommariamente, tre tipi fondamentali di cursus: il cursus planus, per cui il periodo si concludeva con un polisillabo piano + un trisillabo piano ( esempio: vo-lé-re bé-ne,  con ambedue le parole piane, ovvero con l’accento sulla penultima sillaba); il cursus tardus, detto altresì ecclesiaticus, per cui il periodo, nel mezzo, prevedeva un polisillabo piano + un quadrisillabo sdrucciolo, ovvero con accento sulla terz’ultima sillaba ( esempio: fret-to-lò-sa in-dà-gi-ne); e infine il cursus velox, con chiusura costituita da un polisillabo sdrucciolo + un quadrisillabo piano ( esempio: lét-te-ra or-di-nà-ta ) (2). Gli esempi qui riportati costituiscono un’ovvia semplificazione del problema, che in sé era molto più complesso, e naturalmente il cursus si applicava a testi scritti in latino. La curiosità consiste nel fatto che, in base agli studi della Ageno, si è rilevato che San Francesco, nel suo Cantico fece abile e sapientissimo uso del cursus, con particolare predilezione del velox e del trispondaicus, di cui non ho fatto menzione, ma che è segnale ulteriore della perizia tecnica di San Francesco. La professoressa Ageno sottolinea che «il velox e il trispondaicus sono ben presenti nel Cantico: si osservino, per non citare che i casi indubitabili:
a)      3 Altìssimu se confàne; 7 allùmini noi per lùi; 23 perdònano per lo to amòre; 30 sanctìssime voluntàti; b) 27 mòrte corporàle; 28 vivénte po’ scampàre; 33 grànde umilitàte; ma soprattutto – continua la Ageno – si osservi il primo versetto, dove velox e trispondaicus si combinano in maniera del tutto a quella dell’ultimo:
Altìssimu onnipoténte bon Signòre…» (3).
     
Secondo la Ageno, con il Cantico siamo, anche per altre ragioni che adesso vedremo, di fronte a una vera e propria prosa d’arte; non solo, ma anche certi termini tipici del dialetto umbro riscontrabili nel Cantico, come ène (è), sembrano più varianti introdotte dai copisti che non di mano di San Francesco, il quale, proprio in virtù della cultura posseduta, usava un lessico molto più aderente alla lingua latina. Infatti, Vittore Branca annota un fatto molto interessante riguardo alla forma dialettale umbra ène: «E’ più che legittimo… il sospetto che tali forme non risalgano all’autore, ma debbano essere attribuite a singoli amanuensi…, per cui è lecito pensare che… il testo originario del Cantico… non avesse un forte colorito umbro ( umbri furono in maggior parte i copisti) e che vari degli sporadici fenomeni dialettali … risalgano alla tradizione dei rispettivi copisti»(4). La conseguenza di tutto questo discorso è molto facile a intuirsi: San Francesco, poeta culto di buoni studi, scriveva una lingua molto aderente e vicina al latino. La nobilitazione linguistica del Cantico non poteva quindi avvenire con l’adeguamento a un modello toscano che «ancora non esisteva», «ma attraverso il suo modellarsi e riplasmarsi sul latino». E Vittore Branca sottolinea al proposito: «… Non poteva essere una lingua quotidiana e volgare quella usata da San Francesco… Quelle orazioni liturgiche, quei salmi che costituiscono il sottosuolo ideale e verbale del Cantico dovettero influire non solo sulle immagini e sui ritmi, ma anche sul suo tessuto linguistico» (5).
    Da quanto si è andati dicendo, e per la presenza nel Cantico di sì numerose e pregnanti forme latine ( laude, laudato, aere, dignu, humile, et, ecc.), potrebbe a qualcuno sembrare esagerato che le antologie assegnino a San Francesco la paternità della nascita della letteratura italiana. In realtà non è così; perché, anzitutto, siamo di fronte a un testo che di fatto si propone come poetico, e quindi si allontana di molto dalle formule in volgare che rappresentano i primi documenti della nostra lingua italiana (6); in secondo luogo perché la patina latineggiante del tessuto linguistico dimostra ampiamente il trascolorare del lessico ( la perdita, per esempio, della “s” in fine di parola: Altissimu, non altissimus) verso quelle forme in volgare che costituiscono gli incunaboli dello sviluppo di quella che sarebbe divenuta la lingua italiana: si pensi, tanto per fare qualche esempio, alla presenza di forme tipicamente volgari, come scappare o skappare, o a  verbi come sostengo per sostentamento.
    E dopo tanto discutere di lingua, forse non è inutile riproporre un testo, che è sacro due volte: per essere una delle prime prove in assoluto della nostra letteratura, e per il contenuto, appunto sacrale che lo caratterizza, e che ne fa una delle lodi più belle che mai siano state innalzate al Creatore…:
Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.

Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumeni noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si', mi' Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si', mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke 'l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po' skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate..

                                     
                                                     Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia
                                                                          
 
                                                                                    Note
1) A. Schiaffini, Gli stili prosastici e la prosa rimata, in Tradizione e poesia nella prosa d’arte italiana dalla latinità medievale a Giovanni Boccaccio, Roma, 1943, p. 11, nota 2.
 
2) Ivi., p. 12.
 
3) F. Ageno, Osservazioni sulla struttura e la lingua del ‘Cantico di frate sole’, in Lettere Italiane, 1959, fasc. 4, pp. 397-410. Cfr. per la citaz. P. 409.
 
4) V. Branca, Il Cantico di frate sole, Firenze, Olschki, 1950, pp. 75-76. La citazione in Ageno,  Osservazioni…, cit., p. 407.
 
5) V. Branca, Il Cantico…, cit. p. 78; Ageno, p. 408.
 
6) Mi riferisco, ovviamente, al famoso «Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene, treanta anni le possette parte sancti Benedicti»[ So che quelle terre, entro quei confini, da trent’anni a questa parte le ha possedute il monastero di san Benedetto]. Il testo è presente in tutte le antologie. Ma per avere una visione più ampia delle prime testimonianze in volgare, ottimo risulta il volume, di facile reperibilità, curato da R. Simone, Una lingua per tutti, L’Italiano, ERI, 1980 e successive ediz., pp. 68-81.
 
 
 
 
 
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