Avventure di ragazze in viaggio

 AVVENTURE DI RAGAZZE IN VIAGGIO

Scendemmo dal pullman alle sette di sera, dopo quasi dieci ore di viaggio attraverso l’Estremadura. Nel ritirare le valige dal bagagliaio, a un nostro compagno di percorso rubarono il portafoglio dalla tasca dei jeans.

«Bell’inizio», dicemmo. Non avevamo una peseta neppure noi; lo sportello del bancomat stava dall’altra parte della strada, ma era circondato da una banda di scugnizzi portoghesi.

«E ora che si fa?» chiese la Bionda, che ci faceva da guida.

«Si va all’albergo. Che altro? Pagheremo dopo», convenimmo.

Dopo tre settimane nella torrida Madrid, l’aria fresca dell’Oceano ci faceva accapponare la pelle. Bisognava rifugiarsi in albergo al più presto. Ma anche la metropolitana, qui, sembrava un budello scuro, popolato di grossi sorci famelici in agguato. Ci stringemmo le borse al petto. «Stiamo unite», disse la Bionda. Sua sorella ci aveva raccomandato un ottimo albergo economico, che si rivelò un tugurio rivestito di moquette polverosa.

“Ahi, Madrid, terra caliente, perché ti ho abbandonata?” pensai. A Madrid, vicino a Plaza Mayor, c’era un posto chiamato La carbonera. Qui, a tarda della notte, i gitani venivano a suonare il flamenco. Ci andammo una o due volte. Su un lato della sala rettangolare ( il tablao) una donna e due uomini, tutti e tre vestiti di nero, si misero a sedere su delle sedie impagliate, e iniziò lo spettacolo. Mentre Il resto della compagnia sedeva insieme agli spettatori su un lunga panca, gli uomini vestiti di nero battevano le mani al ritmo della musica, mentre la vecchia zingara incendiava la sala col lamento straziante del flamenco.  C’era un continuo andirivieni e chi entrava sedeva sulle panche lungo il tavolone di legno, finché non ci fu posto e gli ultimi arrivati rimasero in piedi appoggiati al muro. La voce dei cantanti si alternava mentre due o tre gitani battevano il ritmo con le mani e a turno altre donne si alzavano per ballare, battendo i piedi e muovendo le mani e gettando la testa all’indietro. Tutti erano come rapiti, ipnotizzati dalle voci, dalla musica che l’accompagnava e dal battere ritmico delle mani e delle nacchere.

Altre sere le passavamo sulle terrazze all’aria calda della mezzanotte, finché, nelle ore più tarde, c’incamminavamo verso Cibeles, affollata in pieno luglio alla quattro di mattina come fosse Capodanno. Salivamo poi sull’autobus che ci portava all’appartamento vicino al Parque del Retiro.

  

Dormivamo, a turno, chi nella stanzetta minuscola, chi sul divano e chi per terra. A mezzogiorno la Bionda ci portava il caffè, poi si faceva colazione alla Mallorquina o alla Casa del Jamon.

 

Visitammo el barrio de Chueca, dove gli omosessuali si baciano tranquillamente per strada, cosa che mi faceva un effetto straordinario e che mi affascinava moltissimo; Lavapies, dove qualsiasi stravaganza è ammessa e nessuno si meraviglia di nulla, Plaza Santa Ana, con le statue di Calderon e Garcia Lorca, il Rastro (un caotico ma straordinario mercatino delle pulci dove si trova ogni tipo di cianfrusaglie, il cui nome significa “sentiero”, cioè il sentiero di sangue dove venivano trascinate le bestie uccise nei due macelli attivi in passato). 

A Lisbona, invece, tirava una brutta aria. Dopo aver bevuto un caffè accanto alla statua di Pessoa, visitato la torre di Belem, il monumento ai grandi navigatori e il monastero di San Geronimo, una sera salimmo sull’eletricos dirette all’Alfama. Era là, dicevano le riviste per turisti d’elite, che si poteva ascoltare il vero fado. Mentre il tram s’inerpicava per le vie della città, la Bionda chiese informazioni a un ometto con la coppola dall’apparenza innocua. Erano le nove di sera, e il cielo s’incupiva all’imbrunire.

Fu a Madrid che conobbi Carlos Gardel. Lo vidi, col suo cappello di sghimbescio e il sorriso sornione, aggirarsi nelle sale dei Magazzini FNAC, in fondo alla Gran Via. Me ne innamorai subito: dev’essere mio, mi dissi. La Bionda snobbò la mia scelta, disse che lui era un tipo troppo tradizionale. Piuttosto, disse, Adriana Varela. Ma io, niente. Me lo portai a letto la sera stessa. Si stava stretti nel lettino della cameretta col pavimento in parqué, ma, anche grazie ai quaranta gradi senza ventilazione, io mi scioglievo e sudavo in preda a un languore incontenibile, mentre lui mi sussurrava all’orecchio: Volvèr… con la frente marchita,/ las nieves del tiempo platearon mi sien…/ Sentir… que es un soplo la vida,/ che veinte anos no es nada,/ que febril la mirada,/ errante en las ombras/ te busca y te nombra./ Vivir… con el alma aferrada/ a un dulce recuerdo / quel lloro otra vez…

Ah, quelle notti torride, in cui mi dimenavo nel letto con Carlos…

Lo portai con me, al ritorno. Lo presentai all’Architetto e gli piacque. L’ora del giorno preferita era il crepuscolo, quando nel salotto tutti e tre cantavamo commossi, ricordando ognuno gli amori perduti (perché, cari lettori, chi non ha un amore perduto?): En la doliente sombra de mi cuarto, al esperar / sus pasos que quizà no volveran… / a vezes me parece que ellos detienen su andar / sin atreverse luego a entrar. / Pero no hay nadie y ella no viene, / es un fantasma que crea mi ilusion…

 

Sdraiata sul lettino, già sudata nonostante la doccia fredda che avevo appena fatto, come ogni notte alle tre, al ritorno a casa, scrissi, sul retro di una cartolina raffigurante Don Chisciotte e Sancho Panza il seguente indirizzo: A mi querido / Calle de los suenos imposibles / lugar del tiempo perdido. Non la spedii mai.

Nulla di simile nella fredda Lisbona, arroccata sui colli e affacciata sul Tago e sull'oceano, ai confini del mondo conosciuto. Là, sulla Praca do Comercio, a me pareva davvero che finisse il mondo. Si respirava un’aria angosciante, come di vuoto incombente, di qualcosa di bianco e sconosciuto.

 

Comunque, sull'eletricos diretto all'Alfama, la Bionda aveva chiesto informazioni all’omino, e lui si era offerto di accompagnarci lungo fino a un locale dove, ci assicurò, si poteva ascoltare il miglior fado della città.

«Ecco, la fermata è questa: venite con me.» disse l’omino. Lo seguimmo in fila indiana, scendendo con un saltello dall’eletricos. Si stava facendo buio.

«Di qua» disse l’uomo con la coppola, e s’incamminò per un vicolo in discesa. Noi, dietro. A un certo punto accadde qualcosa, l’uomo accelerò il passo, sentimmo un fischio. Non si capiva se era stato lui a fischiare o se c’era qualcun altro ad aspettarlo dietro una curva. Fu un attimo: ci guardammo e scappammo a gambe levate. L’uomo ci rincorse, ma noi correvamo più veloci. Tornammo sulla via principale e continuammo a correre in discesa, verso il Tago.

A sentire il fado ci andammo la sera dopo, in un locale per turisti. La cantante alla fine passò per i tavoli a chiedere la mancia. Non scoprimmo mai se l’uomo fosse davvero malintenzionato o se eravamo noi a farci suggestionare, ma decidemmo che fuggire era stata la scelta giusta e ci accontentammo di quella esecuzione meno verace.

Tutto ciò accadde alla fine del secolo scorso, prima che io conoscessi Neteditor e i suoi fantastici frequentatori. Poi venne il secondo millennio, all’inizio del quale ebbi un figlio (ma no, non da Carlos), cominciai a lavorare, e finì così la mia splendida giovinezza.

 

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Il tuo gradimento: Nessuno (2 voti)

ritratto di Claudio Di Trapani

Un amorevole viaggio latino

nel periodo "friccicoso" della tua giovinezza, tra suoni gitani, colori veraci e ricordi sanguigni di una nostalgica fetta di vita.

Piaciuto, Roberta.

Viaggio latino

Proprio così, Claudio. Ma "friccicoso"che vuol dire? In Trentino non l'ho mai sentito! 

Sono molto felice che ti sia piaciuto, a presto!

 

ritratto di Claudio Di Trapani

brioso, frizzantino...

di origine romanesca.

;)

Friccicoso

Ah sì, ora ho capito! "Canto pe' ccantà, perché me sento 'n friccicore ar core..."

:-)

ritratto di Vecchio Mara

un viaggio...

che ti ha condotto sul ponte della consapevolezza, attraversato il quale ci si volta a guardare la spensierata giovinezza, lasciata per sempre dall'altra parte (sigh). Così mi piace leggere il tuo bel racconto di viaggio. Piaciuto.

Ciao Roberta

Giancarlo

Spensierata giovinezza

Eh già, proprio quando si comincia a divertirsi, è ora di mettere la testa a posto... Sono i viaggi post universitari, i più belli. Finisce un'epoca di spensieratezza e inizia quella delle responsabilità.

Ciao Giancarlo, e grazie per l'apprezzamento.

ritratto di nowhere

Scivola via che è un

Scivola via che è un piacere.
Amaro come la nostalgia.
Per questo pieno di valore letterario.

Ciao Nowhere,

il tuo commento mi rende felice perché in pochissime parole hai saputo esprimere apprezzamento sia per lo stile che per il contenuto. Grazie mille,

Roberta

ritratto di Rubrus

***

Ragazze in viaggio.... nel tempo, prima e più che nello spazio. Piaciuto, ciao.

 

Ciao Rubrus,

grazie del passaggio. Non potevo chiamarlo di nuovo Viaggi nel tempo perché ho già pubblicato qualcosa con quel titolo, ma non è solo questo: a me questo tempo (era il 1999) sembra ancora vicinissimo e vivo dentro di me. Forse il ricordo è così vivido proprio perché è stato l'ultimo viaggio spensierato: mi ricordo al ritorno la prima supplenza alle medie, un vero incubo! 

Sarei però curiosa di sapere come sarebbero stati i commenti se non avessi scritto la chiusa.

Grazie ancora, sono felice che ti sia piaciuto, ciao.

ritratto di monidol

La cosa strana è che

hai reso Lisbona ancora più affascinante con quel taglio freddo e oscuro. Splendido questo passaggio:

a me pareva davvero che finisse il mondo. Si respirava un’aria angosciante, come di vuoto incombente, di qualcosa di bianco e sconosciuto

Lo condivido molto.

moni

Ciao Moni,

il tuo commento mi rende felice, perché non ero sicura di essere riuscita a comunicare quell'impressione fortissima che Lisbona, e in particolare la Plaia du Comercio, mi hanno fatto. Addirittura un luogo simile, affacciato sull'infinito, mi appare ogni tanto in sogno, e rivivo la stessa impressione.

S e tu dici così, si vede che ci sono riuscita. Grazie mille dunque, carissima!

Lisbona

E' proprio vero che ogni luogo cambia a seconda dello sguardo e dello stato d'animo dell'osservatore: rimane ferma però la capacità di alcuni luoghi di suscitare  forti emozioni, e così dev'essere per Lisbona, se nell'elenco delle pubblicazioni recenti di Neteditor ce ne sono due dedicate a questa città e nessun'altra. Scrittura fluida, coinvolgente, immagini vivide interrotte da salti di spazio e tempo che però non disturbano. Buona scrittura. G.

 

Proprio così, Giampiero. Sia

Proprio così, Giampiero. Sia Madrid che Lisbona, per me, sono luoghi che suscitano forti emozioni, in modo molto diverso: Madrid inebriante, Lisbona quasi surreale. Ho notato anch'io la coincidenza: anche il racconto di Massimo Bianco parla di Lisbona.

Ti ringrazio molto per i complimenti sulla scrittura. I salti di spazio e di tempo, in realtà, sono voluti, con lo scopo di costruire una sorta di intreccio.

Ciao!