Le tre case dei matti

ritratto di Jazz Writer

Hanno cominciato a dire che ero impazzito subito dopo il fattaccio accaduto quel maledetto giorno, e alla fine mi sono trovato in questa casa di matti, una palazzina moderna adibita ai pazienti con bisogno di assistenza psicologica. L'hanno chiamata con le iniziali APM, Assistenza Psichica Momentanea, mentre le altre due portano la sigla MPL e MPG, rispettivamente Malati Psichici Lievi e Gravi. Hai voglia di giocare sui nomi, sempre tre case per matti, sono, insomma tre manicomi mimetizzati. Noi le abbiamo soprannominate: Carcere mentale provvisorio, duro e definitivo.

Anche i tre colori delle case servono a differenziarle. La prima è rosa chiaro, la seconda un rosa antico, più scuro, la terza un color rosa mattone, carico e lugubre già di suo.

A me vien da ridere di tutto ciò, ma non per una cosa in particolare, per i nomi, o per l'originalità delle strutture, o per i medici: per tutto. Intanto io non sono malato certamente, ed infatti la dottoressa mi fa notare, ogni volta che facciamo la seduta, che sono lì solo per essere assistito nel mio percorso di recupero sociale. Sono di passaggio, per farla breve. Insomma, io in prestito alla scienza e la scienza in prestito a me.

Mi chiedo: ma per quale motivo io dovrei essere recuperato, se in realtà non mi sono mai allontanato dal così detto ambito sociale.

La versione ufficiale è questa: il fatto che io abbia mandato in ospedale l'amante di mia moglie è sinonimo di pazzia, se pur parziale ed occasionale, dal momento che per tutta la mia vita sono stato una persona educata, corretta, non incline alla delinquenza. Ed allora io, che ho una mente razionale e poco contorta, insomma ben più limpida di quella della mia psicanalista, vorrei chiederle: state sostenendo che delinquenti si nasce, e invece se il gesto inconsulto lo fai in tarda età, quello non è un atto delinquenziale ma da squilibrati mentali? No, io la penso diversamente. Quando mi sono accorto che mia moglie mi tradiva, ed è successo in casa nostra, si badi bene, proprio nel letto coniugale, ho avuto un senso di nausea ed in me si sono allentati tutti i freni inibitori, quelli che per tutta la vita mi avevano tenuto buono e capace di sopportare le ingiustizie. Perché, secondo voi quella volta che il maestro mi ha rimproverato e punito per la pernacchia che, detto tra noi, non avevo nemmeno fatto, non ho sentito la voglia di sputargli in faccia, o fargli lo sgambetto quando scendeva giù per quelle scale ripide della scuola? Non ero già allora un piccolo delinquentello potenziale, dunque?

E quella volta che mi hanno dato la multa perché ero passato col rosso, balla sacrosanta, non ho sentito l'impulso di rompere la faccia a quel vigile antipatico e prepotente? Se l'avessi fatto, avrebbero detto che ero impazzito, o no?

Basta, io so bene perché sono qui: per un grosso equivoco. E già che ci sono ne approfitto per studiare la dottoressa Regosini, che noi tutti chiamiamo mamma Rosa anche se più giovane di me di qualche anno.

La studio per passare il tempo, per divertirmi, e per tenere allenate le mie notevoli capacità mentali, le quali dopo il fattaccio non si sono minimamente incrinate. Si dice che non si spiegherebbe in altro modo, se non con la perdita di senno, il fatto che ho tentato di investire mia moglie mentre usciva di casa. Confesso che questo episodio non la ricordo affatto; se è accaduto avrò avuto i miei motivi, ed inoltre c’è da dire che non ho mai guidato bene, nemmeno da ragazzo. Se non ricordo male mia moglie mi citò in giudizio per percosse, elargite in abbondanza a lei e a quel porco del suo amante, ma io credo fermamente di averla colpita per sbaglio, mentre lei cercava di difendere quell'imbecille. Ma confesso che non potrei giurarlo sia andata così: mi sa che quel fatto l'ho abbondantemente rimosso.

Insomma, tutto del mio comportamento sta ad indicare normalità, sanità mentale ed equilibrio psichico. Piuttosto ditemi: anche tu avevi la tua buona parte di delinquenza potenziale pronta a scattare. Questa diagnosi la accetterei, anzi forse la sottoscriverei. A meno che si voglia farmi credere che una persona normale l'avrebbe ammazzato quel maiale che stava grufolando tra le gambe di mia moglie. Beh, se la normalità è quella allora devo ammettere che qualche carenza intellettiva ce l'ho; io non l'ho ammazzato. Punto.

Credo di essere un caso facilissimo, da studiare; invece la Regosini no, lei è un tipo complicato assai, volubile, scostante. Immagino che Freud faticherebbe più con lei che con me. A me direbbe, semplicemente: io avrei fatto di peggio se avessi trovato a letto un uomo con mia moglie. Far cornuto proprio me, uno psicanalista?...non sia mai. E allora io chi sono, un imbecille? Non sono uno psicanalista, va bene, ma ho gli stessi diritti di Freud, o no?

Oggi abbiamo la seduta settimanale con la dottoressa, e farò un esperimento per aggiungere un tassello, forse l’ultimo, alla mia ricerca.

Eccola, sta arrivando; vedrete che accavallerà le gambe. Se lo farà, allora posso chiudere questo esperimento e considerarlo un successo, insomma portato a termine. Appena lo farà, di accavallare le gambe, vi spiegherò.

« Buonasera Giovanni, ti trovo in perfetta forma »

Ci siamo, ora si siede e accavallerà le gambe. Ne sono certo. E' un linguaggio del corpo, una sorta di comunicazione non verbale, significa che mi desidera, o comunque è attratta dal mio comportamento. Lo fa solo quando mi faccio la barba, mi metto il completo di pantaloni color crema, quelli in lino, maglietta Lacoste azzurra e scarpe in corda, con lacci grossi. E poi mi spalmo un pochino di gel ai capelli, per dare l'effetto bagnato, e mi metto un buon profumo, tipo Burberry o Roma.

« Buonasera mamma Rosa, sì mi sento discretamente »

« Lo sai che non mi piace essere chiamata così... ho la tua età, cosa credi? »

Eccola, si è seduta ed ha accavallato le gambe. Non solo, ha inforcato anche gli occhiali; no, non quelli da lettura, proprio quelli da miope. Ora comincerà a guardarmi. Mi chiedo: possibile che una professionista come lei si faccia scoprire da un principiante come me? Che farebbe se giocasse a poker, perderebbe sicuramente.

« Bene, iniziamo; vuoi parlarmi di qualcosa? »

Ora la prenderò in giro come si merita. Le parlerò del mio rapporto con entrambi i genitori, ma opererò delle sostituzioni, la mia specialità. Mio padre diventerà mia madre, e viceversa, amore si trasformerà in odio, indifferenza in partecipazione, bontà in cattiveria e via di questo passo. Nel frattempo sarà interessante notare come prenderà gli appunti. Quando mi presento sporco, puzzolente, barba lunga e quattro stracci addosso, lei si defila, finge di ascoltarmi e prende appunti finti. Non inforca gli occhiali e non accavalla le gambe,

Come lo so che sono finti gli appunti? Facile, io parlo apposta in tre modi diversi: veloce, lento, e con pause lunghe. Qualche volta parlo pure dialetto, o tre parole in francese, un pizzico d'inglese e frasi fatte in tedesco. Bene, sapete mamma Rosa cosa fa? Scrive sempre con la stessa velocità, insomma finge di scrivere; non mi guarda mai e non rilegge quel che non ha scritto, come pare ovvio. E non mi chiede mai spiegazioni o significati.

Invece oggi scriverà tutto esattamente, e mi guarderà. Di tanto in tanto si sistemerà la gonna, specialmente se io mi metterò a fissare le sue gambe, e state certi che lo farò. Adoro metterla in imbarazzo, è la mia piccola gratificazione per il sacrificio che faccio restando a disposizione della psicanalisi in questa palazzina APM, assistenza psichica momentanea, se l'avete dimenticato. Io no, non dimentico, ho una memoria non comune, insomma quella delle persone normali.

« Mi piacerebbe parlare dei miei genitori, del mio rapporto con loro nei tempi della mia giovinezza, quando tutti si aspettavano grandi cose da me », attacco.

« Grandi cose, e invece...? »

« Invece niente, ho mantenuto le attese. Volevano un artigiano del legno, e sono diventato falegname. Anche bravo, dicono. »

Eccola che prende appunti e mi sbircia. Chissà cosa pensa di me, forse che se ho mezzo massacrato l'amante di mia moglie sono un uomo focoso, passionale, e può essere che le piaccia questo tipo di uomo.

« Bene, racconta pure Giovanni. Io ti ascolto »

Ora inizio la commedia, sono curioso di capire dove andrà a parare, che ragni caverà dal buco della sua psicologia analitica.

« Inizierei con mio padre, gran brava persona. L'ho amato da subito. Lui dimostrava di volermi bene ad ogni occasione, mi difendeva da mia madre e dagli insegnanti, mi giustificava. Gli amici di scuola, quando venivano a fare i compiti, lo trovavano sempre ben disposto. Una persona socievole, comprensiva »

« Bel quadro...e tua madre? »

« Che dire di lei... mai andato d'accordo. Un carattere forte, autoritario. In fin dei conti non ci sopportavamo »

Eccola, ora scrive tutto, cosa vi dicevo? Mi guarda, guarda il suo notes, si sistema la gonna e mi pare pure che sospiri. Stessimo giocando a poker direi che ha in mano un gioco forte, e vuole mascherarlo per attirare nella trappola qualche giocatore. Ma a me non la fa.

Apre una cartella e sfoglia alcuni documenti. Ci sono dei timbri, cosa potrà mai essere? Non che mi importi gran che, si fa per dire, per capire.

« Senti Giovanni, forse hai confuso i tuoi genitori, scambiandoli. Qui c'è una denuncia di tua madre verso tuo padre, per percosse immotivate a te medesimo...avevi 15 anni... Ce la fai a scavare meglio nella memoria, ad essere più preciso? »

Ecco cos'erano quei documenti. Dannazione, mi sono tirato la zappa sui piedi. Mi sono auto gambizzato, in definitiva. Ora sollevo un polverone e la confondo, lei tonta com'è abboccherà di certo.

« Ma no dottoressa, come fa a non capire. Io ormai considero mia madre come se fosse un padre...è l'unica figura positiva che ho avuto in famiglia, l'unico sostegno... è evidente che la chiami padre, nel senso etimologico della parola: colui che protegge, che nutre, che mantiene e sostiene la famiglia. A me pare evidente... il vero pater»

« Capisco, ma la cosa si complica; diventa anche più interessante, se vogliamo, ma si complica maledettamente. Avremo più tempo a disposizione per l'analisi quando sarai trasferito nella palazzina MPL, oltretutto più ariosa, confortevole, con un bel giardino. Oggi stesso darò disposizione per il trasloco. Niente in contrario, vero? E poi è un espediente per stare insieme un po' di più, per seguirti meglio... »

Che vi dicevo? Le studia tutte pur di avermi, me lo sento. Non so ancora quali sono le sue mire, ma posso intuirlo.

« Anzi...sarà un piacere. E poi mi piace coltivare il giardino, ho sempre amato i fiori. Mi ricordano mio padre, insomma mia madre, ha capito »

Eccola, si alza. Il modo con il quale si alza quando sono ben vestito, non è la stessa cosa di sempre.

 

Sono nella palazzina MPL da tre settimane, ma non accade niente di speciale. Malati psichici lievi, io direi lievissimi.

Per quanto mi riguarda, io sono quello di sempre, ed anche i pazienti mi danno la netta sensazione di essere persone normalissime. Qualche stranezza la evidenziano, d’accordo, ma a mio modo di vedere è il sale della vita; indica personalità, intelligenza, unicità di carattere, se proprio vogliamo esaltazione della diversità.

C’è Gino, per esempio, che si masturba ad ogni occasione e, non avendo una donna a disposizione, credo sia del tutto normale quella pratica. Ricordo di aver letto qualcosa di Freud sull’onanismo, che diventa patologico solo se si continua a manifestare la voglia di autoerotismo anche in presenza di una bella femmina indiavolata. Ma quella non c'è, ergo… Unico particolare che rende Gino originale è che dopo il fatto va in giro a salutare e dare la mano, specialmente ad infermiere e dottoresse. Se si è lavato le mani?...ma certo, è un igienista, se le laverà trenta volte al giorno, usando tre tipi di sapone diverso ogni volta.

Il primo è del tipo sgrassante, molto granuloso, come quello che si usa nelle officine meccaniche, poi un altro di tipo alcalino, ed infine quello profumato alla lavanda, il suo fiore preferito proprio per il profumo che emana. Quindi Gino è normale, a mio modo di vedere, anzi più che normale, normalissimo. Il contatto con la sua mano è un modo di esternare il suo erotismo, di trasmettere emozioni. Vi pare?

Giancarlo invece ha più di una stranezza. Ma mi sento di confessare che un paio come le sue, di stranezze, le ho pure io che sono il vero normotipo, quindi…

La più evidente è la mania di spostarsi solo in bicicletta, oppure in carrozzella. A piedi mai, in macchina nemmeno. La sua bici è diversa dal solito. Intanto è maneggevole, occupa poco spazio e quindi passa per ogni pertugio. Per percorrere corridoi o entrare ed uscire dalle varie stanze, è l’ideale. E’ una di quelle biciclette che usano i giocolieri al circo, quelle ad una sola ruota e senza manubrio. Ed infatti credo proprio che Giancarlo abbia fatto parte di qualche circo famoso, Medrano mi pare. Poi ha un debole per i calzini rossi, e usa solo quelli, sempre, per ogni occasione. Anche in estate, quando indossa calzoncini tipo bermuda. Lui dice che il rosso è l’unico colore che esiste in natura, gli altri sono inganni dell’occhio e della mente, coalizzati per distorcere la realtà.

Il sangue è rosso, il tramonto pure, ed anche le vere rose sono rosse: questa è una delle sue frasi preferite.

Antonio invece è un medico in pensione, viene dalla Sicilia e parla continuamente della sua terra. Come si mangia bene, come si vive in armonia con la natura, quant’è bello quel mare, anzi quei mari, com’è buono il vino di Salaparuta e come sono belle le donne del sud. So già quel che vi state chiedendo: perché mai è lì nella vostra palazzina se è del tutto normale? Oddio, del tutto… chi è del tutto normale, su questa terra?

Qualche stranezza la manifesta pure lui, ovviamente. Quella che ha convinto i medici a trattenerlo per studiarlo è in pratica la storia della sua vita professionale ed affettiva.

Sentite quel che faceva gli ultimi tempi prima della pensione. Dopo aver visitato il paziente nel suo studio, se aveva qualche dubbio sul tipo di malattia e sulla cura da somministrare si allontanava dallo studio con un motorino, ed iniziava a percorrere la città. Ogni tanto apriva le braccia per raccogliere la maggior parte di scienza che fosse umanamente possibile recepire, come se la conoscenza medica fosse una sorta di plancton presente nell'aria. Apriva la bocca e respirava a pieni polmoni. Poi rientrava, tornava nel suo studio ed emetteva la diagnosi, ordinando pure le medicine. Bene, dicono che non abbia mai sbagliato diagnosi una volta, quando usava quel metodo. Traeva ispirazione dal mondo vivo, dalla strada, dalla città, dalla gente che incontrava. Certo non era normale, era più che normale, una specie di sciamano occidentale. Medicina alternativa, motorizzata, adatta alla nostra società iper tecnologica.

Che ci farà in questa palazzina, non lo capirò mai; a meno che lo tengano per consultarlo sui malanni di medici ed infermieri, e su quelle del personale amministrativo, visto che sono sempre a casa in malattia. Lui ha detto di essere disponibile a fare diagnosi precise, ma vuole il suo motorino. No, non uno qualsiasi, il suo proprio. Un Gerosa anni 60, serbatoio doppio, sellino posteriore, portaoggetti sul manubrio, colore giallo e blu e il clacson a trombetta, che lui sostiene fosse quello di suo nonno Tano quando andava in giro col carretto a vendere il ghiaccio.

Quello che mi lascia più dubbi è Amilcare. Forse lui di problemi ne ha davvero, anche perché lo senti discutere da mattina a sera di tante cose, e lo fa con uno che lui crede sia davanti a se stesso; ma io non lo vedo, nessuno lo vede.

La sua frase più ricorrente è:

« Ma tu chi ti credi di essere, chi ti credi di essere… »

È una frase che dice muovendo la mano destra avanti e indietro, con le dita chiuse che oscillano davanti alla sua bocca. E intanto se le fissa con gli occhi, quelle dita, e ripete continuamente: chi ti credi di essere, insomma.

Un giorno l’ho fermato, e gli ho fatto una domanda, semplice. Lui mi guardava fisso come fosse stato una civetta, ad occhi aperti e meravigliati.

« Amilcare, con chi parli che non vedo nessuno davanti a te? »

E lui:

« Come fai a vederlo se non lo vedo nemmeno io, che sono lui? Guarda che lui è il dentro di me che è uscito per sentire quel che voglio dirgli, ma non è in carne ed ossa, è puro spirito »

A volte Amilcare lo vedo nel parco che cammina calpestando le foglie, e lo fa a tempo di musica. Ha sempre gli auricolari, quindi ascolta la radio o qualche altro aggeggio. Se le foglie sono secche lo vedi che tenta di creare un effetto sonoro calpestandole e strisciando coi piedi sui vialetti, come se pattinasse. E nel contempo muove le braccia come un direttore d'orchestra.

Un giorno l'ho salutato in maniera ironica, e lui mi ha sorpreso con una risposta sagace.

« Ciao Beethoven, viaggi a tutta musica? », gli ho detto sorridendo per fargli capire che era una battuta. E lui, senza pensarci un attimo:

« Confondi Beethoven con Wagner, non ci capisci niente di musica. »

Cosa faceva Amilcare nella vita, prima di venire qui, nessuno lo sa. Chi dice che era imbarcato su navi da crociera come musicista, chi invece racconta strane storie che lo vedono coinvolto in questioni di piccola malavita, chi dice che sia istruito pur avendo scordato tutto, e chi ancora lo reputa un analfabeta. Per me è un uomo come gli altri, non mi sono fatto idee preconcette; noto solo che qualche difficoltà esistenziale potrebbe pure averla. Forse la dottoressa Regosini sa tutto di lui, ma lei è come una cassaforte che non si può scassinare, è inutile tentare. Io ho l'intima convinzione che se gratti sotto il primo strato di vernice, in ognuno di noi trovi questioni legate all'amore, ad una donna che ti ha tradito o un amore impossibile. E Amilcare è uno di noi, potrebbe essere così anche per lui.

Stamattina, in tarda mattinata, andrà a colloquio con la psicanalista; subito dopo lui, toccherà a me. Infatti siamo qui nella saletta d'attesa, seduti uno di fronte all'altro. Io fingo di sfogliare un giornale, lui finge di ascoltare musica, ma è possibile che abbia le batterie scariche e non ascolti niente. Eccola, sta entrando.

« Buongiorno Giovanni, dopo tocca a lei, se lo ricorda vero? Non vada via, mi raccomando»

« Certo mamma Ro... dottoressa, sono qui apposta »

Non ci riesco, quel mamma Rosa mi scappa sempre. Pazienza, se ne farà una ragione, la signora.

Intanto che aspetto, mi chiedo: ma che ci faccio qui in questa Palazzina per malati psichici, seppur lievi? No perché a volte mi vien da ridere. Mangio e bevo a sbafo, mi diverto, vuoi vedere che se glielo chiedo mi pagano pure? Tuttavia la curiosità di capire il motivo per il quale la dottoressa mi tiene qui da tre mesi è troppo grande. Una risposta io ce l'ho, ed ho pure calcolato che la probabilità che sia un'ipotesi attendibile è talmente alta che rasenta la certezza. Come ho fatto ad arrivarci? Sono andato per esclusione e pertanto, scartando tutte le ipotesi di malattia mentale o di studio sulla complessità del mio cervello, rimane solo l'evidenza: la dottoressa è innamorata di me a ci tiene ad avermi qui in esclusiva.

Ho deciso: le esporrò questa mia tesi nel colloquio di oggi, papale papale, e vediamo come andrà a finire. Ma chi si crede di essere, dopotutto, questa Regosini, chi si crede di essere? Neanche a farlo apposta m'è venuta la stessa frase amletica di Amilcare.

 

Ormai sono nella palazzina MPG, insomma nella terza, quella dei gravi, da parecchio, e continuo a chiedermi se la dottoressa non abbia frainteso quel che volevo dire nell'ultimo colloquio, quando le ho espresso l'ipotesi sulla mia permanenza nella seconda palazzina. Ammettiamo pure che non sia innamorata di me, ma non ci credo perché in tal caso non si presenterebbe ogni volta tirata a lucido, profumata, e vestita sexy, con quel camice bianco appena sopra le ginocchia ed aperto sul davanti, bottoni slacciati proprio per dar modo al seno prosperoso di lasciarsi guardare. Anche i geni possono sbagliare, è normale. Ma non mi sembrava il caso di chiamare infermieri e dottore per farmi trasferire nella terza ed ultima palazzina, il carcere duro. E che fretta, poi. Quasi mi offendevo, anche se devo ammettere che qui sto benissimo. Gente simpatica, viva, anche se rumorosa, specialmente di notte.

A volte ho l'impressione che qualcuno stia male, tanto urla. Ma poi, il mattino dopo si torna alla normalità.

Ultimamente ho fatto amicizia con un ex galeotto che è stato trasferito temporaneamente qui da noi, ma forse dovrà tornare in cella, nelle carceri di Voghera.

Mi ha già raccontato la sua storia almeno cinque volte, ma io fingo ogni volta che sia la prima, anche perché c'è sempre qualcosa di diverso che esce nella narrazione.

Si chiama Angelo, poi da piccolo è diventato Angiolino, e ora tutti lo chiamano Lino.

In definitiva lui ha ammazzato il barista del bar ristorante sotto casa sua, dove si fermava tre volte al giorno per le sue consumazioni. Colazione il mattino, aperitivo prima di pranzo e caffè dopo, e una bella bevuta la sera, quando decideva di affogare la tristezza di una vita solitaria con del buon whisky, rigorosamente di malto. Glen Grant ten years, Glenfiddich 18 years e Bowmore 15 years, i suoi preferiti. Roba costosa, di gran lusso. Ma a quanto pare lui aveva buone possibilità economiche, visto che la sua attività di commerciante di preziosi rendeva parecchio.

Il vero motivo per cui l'ha ammazzato, quel barista, non è chiaro; mi pare d'aver capito che erano anni ed anni che lo sopportava. Forse era anche l'amante della moglie, cosa facile per lui che, vista la vicinanza alla casa e la conoscenza degli orari di Lino, andava all'appuntamento a botta sicura, insomma senza rischi.

Beh, fin qui direi tutto normale, poteva succedere pure a me; invece la faccenda cambia quando mi racconta il vero motivo per cui questo barista lo faceva arrabbiare.

« Ordinavo un whisky doppio malto, dieci anni, e mi portava un blended giovane, imbevibile. Oppure gli chiedevo un aperitivo alcolico e mi portava un Crodino. Per me lo faceva apposta... rideva, pure »

Io lo stavo ad ascoltare divertito per le storielle, anche se sapevo che poi erano sfociate in un fatto di sangue.

« E poi, cosa combinava ancora, racconta... »

« Non ti parlo nemmeno dei caffè lunghi, quando sapeva benissimo che li volevo ristretti, o di correzioni con grappa, liquore che io proprio non tollero, mi fa venire eruzioni cutanee. Queste cose erano all'ordine del giorno. Ma c'era di ben più grave: coca cola servita con aggiunta di whisky e limone, impossibile da bere, oppure il cappuccino servito nella tazzina da caffè e quest'ultimo nella tazza grande, fredda »

Io ero sconcertato, ma mi divertivo pure a sentirlo parlare delle sue arrabbiature. Insomma, il giorno fatidico, quando Lino ammazzò il barista con una sgabellata in testa portata a tutta forza, combinazione volle che ci fosse un temporale. Nel locale regnava la confusione più completa, giacché c'era gente che entrava per ripararsi dalla pioggia, altri affacciati alle vetrine per vedere i lampi e controllare che non grandinasse, ed i soliti clienti abituali.

Lino, che era già nervoso di suo, ricevette l'ennesimo sgarbo, ed in lui scattò un meccanismo distruttivo che gli fece perdere la ragione, ammesso che ne fosse normalmente in possesso.

La sua ordinazione non arrivava mai, in mezzo a quella moltitudine di clienti, e dopo essersi lamentato più volte si sentì rivolgere una frase di disprezzo che gli fece montare l'ira più funesta.

« La smetti di seccarmi col tuo caffè, cornuto che non sei altro... »; pare proprio sia stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

 

Qui nel carcere duro, come lo chiamiamo, ci sono altri soggetti originali. Per esempio Oscar, che vuol essere chiamato Rubinstein. Nessuno sa chi mai possa essere questo Rubinstein, ed allora ho deciso di fare la mia piccola indagine per scoprire chi sia. E lo spunto me l'ha dato proprio Oscar, il quale mi ha confidato che nessuno sa della sua grande passione per gli scacchi. Gioca soltanto quando è in camera sua, e mi ha detto che l'avversario è un grande campione polacco, deceduto negli anni sessanta. Da una mia ricerca risulta che questo fortissimo giocatore, negli ultimi anni di vita era un po' uscito di testa; per esempio dopo ogni mossa dell'avversario e prima di fare la sua andava a chiedere la mossa migliore a Dio, inginocchiandosi all'angolo della stanza dove si svolgeva il torneo; e lo faceva pregando a mani giunte e ad alta voce.

A questo punto m'è venuto un dubbio ed ho chiesto spiegazioni ad Oscar:

« E Dio gli rispondeva? »

« Certamente. Sempre rispondeva, e Rubinstein non perdeva mai, o quasi. A volte faceva la mossa di testa sua, ecco perché qualche partita finiva male...ma erano rare... »

Allora ho capito: Oscar nella sua stanza faceva la stessa cosa, si inginocchiava e pregava per avere un consiglio dall'aldilà.

Ho evitato di chiedergli chi vinceva, ed invece ho iniziato a giocare anch'io a scacchi. Ora gioco con Oscar, nella sua stanza, ed entrambi andiamo a pregare a turno nel nostro angolo. Finora vince sempre lui, ma sto migliorando. Devo solo imparare a pregare meglio, con più fede, con convinzione.

 

Ma a battere tutti in fatto di anormalità sono tre donne, amiche per la pelle, che incontriamo solo nell'ora di libera uscita durante la passeggiata ai giardini del parco. Di loro si dice di tutto e di più, e a quanto pare i pettegolezzi parrebbero confermare il relativo comportamento.

Sono tre internettiane seriali che hanno passato la vita ad attaccare scrittori e poeti che pubblicavano sullo stesso sito frequentato da esse stesse. A quanto pare l'odio per questi scrittori nasceva nello stesso momento che questi ultimi pubblicavano un libro, oppure ottenevano visibilità e consensi. Ho sentito la dottoressa Regosini parlare di invidia narrativa compulsiva, associata a bipolarismo. E dire che le tre sono gentilissime con lei, anzi le fanno la corte in maniera evidente e spietata. Ho sentito dire da un collega della Regosini che sono diventate lesbiche, le tre amiche, a seguito proprio dell'odio nutrito per gli scrittori maschi di successo. Tra di loro invece le tre si ammirano, anche se sono scarse sotto ogni punto di vista, sapendo di esserlo. Scrivono poco in prosa, non è facile farlo, ed allora si rifugiano nella poesia ermetica. Una di loro, Violaciocca, che per noi ospiti è diventata Violaciucca perché quando parla sembra ubriaca, scrive versi incomprensibili. Temendo che si critichi la sua poesia, lei evita di darle un titolo, forse non sapendo nemmeno sceglierlo, ed allora assegna ad ognuna una sigla, un numero, una lettera. Alcune di queste opere, si fa per dire, hanno come titolo una specie di targa americana, tipo “Ohio o niente 4237”, oppure formule di fisica evidentemente sbagliate o distorte, come E= M2C ma anche F=ma+ma-ma+ altro.

Lei è la più famelica delle tre. Guarda la dottoressa Regosini da dietro le sue lenti spesse da ipermetrope che ha acquisito una certa ambliopia, o occhio pigro con relativo strabismo, e nel frattempo che fissa la psichiatra limona oscenamente con una delle due amiche, ridacchiando come una racchia che gracchia.

La sua preferita è Erby, una sorta di bambola gonfiabile russa. Per la verità risulta sgonfia in più parti del corpo, ed in altre invece fin troppo grassoccia. Al che, furbescamente, ha posto rimedio indossando anche in estate, e di giorno, vestiti da soirée danzante che la coprono completamente lasciando libere solo le caviglie. Erby fa a gara con la terza, una italo australiana di nome Diana-sei, a parlare complicato. Fra una frase sconclusionata e l'altra si baciano e si accarezzano le parti intime, creando meraviglia e ribrezzo anche fra gli operatori socio sanitari. Meno male che io non ho mai scritto niente in vita mia, non vorrei avere a che fare con quelle arpie. L'ultima frase che si sono scambiate Erby e Diana-sei l'ho imparata a memoria:

« Gli uomini che non hanno il nostro ceto sociale sono dei villici cafoni, andrebbero evirati ed esposti in gabbia al pubblico ludibrio ».

Al che Violaciucca ha cominciato a muovere la testa in su e giù ripetendo per tre volte:

« Confermo... confermo... confermo »

Quella volta la Regosini è scappata via fingendo di non aver capito. E' stata sentita dire una frase del tipo: temo che quando si arriva a questi gradi di stranezze la psichiatria abbia ben poco da fare; io, almeno, cure adatte non ne ho.

 

Qui la vita continua fra alti e bassi, e non sono più sicuro di niente, tranne che la Regosini è ancor più più innamorata di me. Si veste sempre meglio in occasione delle sedute, curatissima, profumata.

Recentemente mi ha chiesto cosa faccio di notte, quando me ne sto affacciato alla finestra con il viso rivolto al cielo. Deve essere stato qualche infermiere che gliel'ha detto. Allora mi sono confidato, so che non mi tradirà mai.

« Aspetto gli extraterrestri, sono sicuro che verranno a trovarmi. Mi hanno già avvisato di stare all'erta, atterreranno con un disco volante proprio sopra la grande quercia. Io mi tengo pronto per il mitico incontro »

Lei mi guarda da sotto gli occhiali, prende appunti e sospira. Non sa quello che ho in mente, nessuno può immaginarlo. Le farò credere che sono andato via con loro, di notte, ed invece voglio sparire. Mi metterò a girare il mondo, che ci faccio qui.

« Certo, tienti pronto, Giovanni, e fammi sapere come va l'incontro. Potremmo trarre beneficio dalla loro scienza »

 

Finalmente ho deciso. Lascio questo Carcere duro, non mi diverto più. Ma prima di scappare mi nasconderò dietro la siepe di bosso, quella fitta fitta, per vedere le facce di medici ed infermieri e quella sbigottita della Regosini. Ecco, ho posizionato una lunga scala che arriva in cima alla grande quercia, e questa lettera che spiega la mia avventura nello spazio, indirizzata a lei, mamma Rosa. La lego con un nastrino rosso ad un piolo della scala, impossibile non vederla. Già che ci sono le scrivo anche la domanda che da sempre volevo farle, chissà che faccia farà: “ Mi dica dottoressa, io la sto osservando dallo spazio infinito, lo ammetta: non era almeno un po' innamorata di me, o ha ceduto alle lusinghe delle tre lesbiche? “

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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