La lavatrice e il suo motore, ovvero l'amore segreto delle donne... lectio magistralis

ritratto di Jazz Writer

Fra i tanti motori elettrici in uso nella nostra civiltà dei consumi, uno che veramente ha reso le donne un po' meno schiave è quello che, abbinato ad opportuni comandi che provengono da schede elettroniche, fa ruotare avanti e indietro, piano o forte, un cestello colmo di biancheria da lavare.

Personalmente ricordo quando le donne andavano al fosso a lavare i panni, oppure al lavatoio comunale: credo che difficilmente le nostre signorine si adatterebbero a tornare a quei tempi.

Questo motore elettrico è del tipo monofase, vedremo per quale motivo, ed è asincrono, cioè è una macchina elettrica il cui rotore, collegato al cestello mediante opportuni cinghioli in gomma, ruota ad una velocità non in sincronismo con il campo magnetico rotante.

Tecnicamente si dice che esiste uno scorrimento fra il campo magnetico che vorrebbe trascinare il motore alla propria velocità, e il numero di giri reali dell'albero. Questo scorrimento, o ritardo, è proprio quello che cede forza meccanica, o coppia, al marchingegno... è come dire che se rimane un po' indietro, allora si fa trascinare. Proprio quello che volevamo.

Da un punto di vista dell'alimentazione elettrica è monofase, cioè usa una sola fase e siccome per avere una fase serve un filo di andata ed uno di ritorno, bastano due fili conduttori, proprio quelli che abbiamo negli impianti elettrici domestici, detti civili.

Gli impianti industriali invece usano il così detto trifase, ed i fili conduttori sono tre, più un quarto collegato a terra che serve come sicurezza per eventuali contatti accidentali.

Bene, questo motore asincrono monofase ha innumerevoli pregi, ed un solo difetto: non ce la fa a partire da solo e al momento del suo avviamento richiede un aiuto, una specie di spinta analoga a quella che viene data ai ciclisti che devono iniziare una gara in pista. Dopo questa spintarella, il motore diventa autonomo.

E chi gliela darà mai questa spinta? Beh, un serbatoio di cariche elettriche, un piccolo marchingegno detto Condensatore che tiene racchiuse dentro di sé queste cariche necessarie a dare al motore la prima botta di vita, l'input, il cicchetto.

Donne, se il cestello non gira i casi sono due: o si è rotto il cinghiolo di trasmissione, e allora chiamatemi che ve lo cambio in trenta secondi ( ne ho una scorta di ogni tipo recuperati in una discarica di lavatrici) oppure si è “bruciato” il condensatore, e allora chiamatemi che ve lo cambio in ventinove secondi...anche di quelli ne ho una scorta, sempre recuperati dalle lavatrici improvvidamente mandate a morte in un lager di apparecchi domestici.

Sapeste cosa si può recuperare da una macchina non più funzionante, ammesso che non si possa riparare...da non credere. Sarebbe come buttare in un cassonetto un povero uomo solo perché non ha più l'erezione...via signore, non si fa...eheheheh...c'è sempre un rimedio. Ma questa è un'altra lectio magistralis...

Bene, stavo spiegando il funzionamento del motore asincrono monofase ai miei allievi del quinto anno che si preparavano all'esame di abilitazione tecnica, ovviamente con grafici e formule che in questa sede evito perfino di accennare, quando un allievo mi sorprese per un colpo di fantasia che gli fece dire:

« Scusi prof, lei sostiene che il condensatore serve solo a far partire il motore e poi viene automaticamente escluso, vero? »

« Certamente, è così... » risposi. Intanto cercavo di anticipare il pensiero dell'allievo, ma devo ammettere che non mi veniva naturale capire dove volesse andare a parare.

« Beh, se è vero, significa che potremmo anche avviarlo in un altro modo che non sia elettrico, tipo quella spinta meccanica al ciclista, e il motore sarebbe poi in grado di girare da solo come quel pistard... »

Geniale. Ero sconcertato, allibito... e quel ragazzo non era certamente il più bravo della classe. Mi aveva quasi commosso la sua straordinaria constatazione. Non faceva una grinza la sua ipotesi. È in questi momenti che ad un insegnante viene spontaneo pensare: “signori, trattenetevi pure il mio stipendio, ho già avuto fin troppo. Questo allievo mi ha fatto godere, non mi serve più niente, nemmeno una donna. Mia moglie non ne sarà felice, ma così è se vi pare....e se non vi pare ve lo confermo io: godetti.”

“ Sì, sì, e ancora sì...il tuo pensiero non fa una grinza “, pensai.

Rimasi qualche secondo in silenzio. I ragazzi, anzi i giovanotti, mi guardavano con curiosità. Immaginavo i loro pensieri. Lo abbiamo preso in castagna, questa volta. Non sa più cosa pensare e come rispondere; lo abbiamo steso...eheheheh.

Povere piccole nebulose nella grande galassia del sapere umano, piccole scoregge di passerotto che svolazzate sul deretano di un elefante che sta defecando, teneri virgulti che a stento trovate un raggio di luce nella giungla della scienza, come potete pensare di avermi messo in difficoltà avendomi invece offerta una leva magica per dimostrare, da un punto di vista pratico, le grandi teorie di Galileo Ferraris, padre del motore elettrico?

Così ragionando, pensavo al modo di dimostrare che quel giovane perito tecnico industriale aveva ragione e volevo farlo con un esperimento di laboratorio.

In quel minuto di riflessione, mentre camminavo avanti e indietro nei pressi della lavagna, ecco l'idea: avrei usato lo stesso metodo che usava Sabatino per far partire il motore Arona del suo gozzo

siciliano. Ricordavo perfettamente quella puleggia, la corda avvolta e quella maniglia stretta tra le mani callose, fatta con il manico in osso di un vecchio coltello la cui lama si era spezzata.

Detto fatto. Finita la lezione, salutai i ragazzi e tornai a casa in preda ad una eccitazione che mia moglie, pur avvezza alle mie smanie, quella volta non capì a fondo.

Le chiesi:

« La vecchia lavatrice di tua madre è ancora in magazzino? »

« Sì, certo, l'hai voluta tenere per i pezzi di ricambio, non ricordi. Ti ho chiesto mille volte di buttarla... »

Mangiai in fretta e furia ed inforcai la bici. Il magazzino era in un'altra casa, ereditata da mio nonno...un vecchia cascina il cui portico avevo adibito a rimessaggio di tutte le mie “robe”, e la casa era a poche centinaia di metri.

Arrivai in un lampo, aprii la lavatrice e in un niente levai il motore. La puleggia non andava bene, ne serviva una più piccola e con scanalature molto più larghe. Per questo c'era Leonardo, l'inventore de 'noantri, il mio geniale vicino di casa. Gli spiegai tutto, e lui mi disse:

« La teoria del motore non l'ho capita ma, se vuoi farlo girare a mano con una corda ho la puleggia giusta...te la monto subito »

 

Il giorno dopo arrivai a scuola con uno scatolone... i bidelli mi chiesero spiegazioni, e io li pregai di tenere la bocca chiusa. La burocrazia scolastica non mi avrebbe permesso di fare quell'esperimento in laboratorio.

Andai in segreteria e mi feci dare le chiavi del laboratorio di Misure Elettriche... poi telefonai a Fogliadini, il mio assistente, un ragazzo che per queste cose andava matto. Lui è diventato un artigiano di gran valore nel campo delle schede elettroniche di controllo delle macchine utensili. Oggi è ricco...mi fa un enorme piacere.

Fu così che alla chetichella andammo in laboratorio con i ragazzi. L'esperimento presentava alcuni rischi... per i ragazzi, non per un marinaio come me.

Decisi quindi che l'avrei fatta io la parte manuale, io e Fogliadini.

Avvolsi la cordicella dotata di manico in legno di gelso ( bello il colore giallo zafferano, un esperimento come quello se lo meritava), e collegai il motore al banco di prova, a duecentoventi Volts, dopo aver eliminato il condensatore. Interposi un interruttore che avrebbe dovuto azionare l'assistente solo dopo che io avessi fatto partire a mano il motore. I tempi li avrei dettati io, anche il “vai” a Fogliadini.

Diedi uno strappo forte e prolungato, e dopo che la cordicella aveva abbandonato completamente la puleggia aspettai qualche secondo; il motore stava aumentando i suoi giri. L'avevo avvisato, l'assistente, che il segnale alla chiusura dell'interruttore l'avrei dato in ritardo.

« Via, chiudi... » gridai in preda ad una certa eccitazione. Ero proprio curioso di vedere come sarebbe andata a finire.

Il motore non fece un cenno, non sentimmo nella maniera assoluta nessun rumore tipico della partenza che avviene col condensatore. Rimasi con cuore in gola, temevo che l'esperimento fosse fallito e di lì a qualche secondo il motore si fermasse.

E invece no, girava, girava, girava felice e cantava una leggera sinfonia metallica, una sorta di ringraziamento religioso a dei poveri ricercatori in erba quali eravamo noi.

Vorrei solo aggiungere che l'esperimento passò alla storia dell'istituto e, anche se non mi fu più permesso di realizzarlo praticamente, fu segnalato come teoria nella spiegazione dell'avviamento dei motori asincroni monofasi.

Da quel giorno i miei allievi cercarono altri espedienti per mettermi in difficoltà...è quello il bello della scuola, un luogo di battaglie pacifiche tra cervelli stagionati e meningi in erba, tra ponti di sapienza e acque giovani e fresche che scorrono ai piedi di quegli archi portanti il bene della conoscenza.

 

 

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