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ritratto di Viola B.

 

 

 

 

Sono figlia del mio tempo. Sotto il lampione mi accorgevo del passare di estati, primavere e caldi ma tutto questo non influiva su di me. Sapevo correre in tramonti e orizzonti molto più veloce del tempo, eppure sicuramente ne facevo parte. Avevo perduto diversi momenti e mi frugavo le tasche, le affondavo, convinta che oltre la polvere li avrei trovati lì. Invece non c’era altro che lo sbriciolìo costante della pelle sulla stoffa. Il novantanovepercento della polvere è fatto di pelle umana, quindi ciò che chiamiamo polvere è la nostra stessa superficie che inesorabile si accumula, come la cenere di un fuoco infinito, o se non tale, eccessivamente lungo.
Il silenzio non era così assoluto. Se lo fosse stato avrei avuto paura, moltissima. I suoni lenti di condizionatori, zanzare e auto lontane, insieme a risate di adolescenti notturni rendevano meno scostante la notte, ne superavano il confine assoluto di oscurità e così potevo ritenermi in contatto labilmente telepatico col resto dell’umanità. Non ho ancora saldato il conto offrendo il perchè di tutto questo.
Cosa ci facevo in una strada vuota, in una notte d’agosto di un anno postmoderno qualunque? Nulla, proprio nulla. Tutti quanti sono convinti di avere storie esaltanti, commoventi, umane al limite, da raccontare. Spulciano gli episodi migliori, intensi della loro vita sperando di risultare almeno un più cinematografici del previsto, glissando sulla normalità, su sentimenti e paure ridicoli di ogni istante in cui viviamo (starò bene in gonna? Quel tizio mi fissa… che stronza mia sorella! Ho voglia di patatine, ora). In fondo siamo molto più basali di quanto vogliamo far credere e l’uso sproporzionato di medialità ci ha resi seriali nell’essere originali.
E io, quella notte, non avevo davvero storie o aneddoti da raccontare o da ricordare.
Mi incamminai dopo aver vagato a lungo, sola, circondata da case quiete come animali addormentati, piene di famiglie fragili, addormentate al sicuro dal prossimo, dal pericolo e anche da me. Potrei dunque essere pericolosa? Mi fermai. Guardai le mani piccole e bianche. Non erano da aggressione. Flettei le dita immaginando colli e armi e braccia. Non erano esteticamente plausibili, tranne forse un veleno, un contagocce, o uno spillone. Sorrisi: non ero un pericolo vagante.
Scorsi un gatto appena dopo la curva del marciapiede. Era seduto, e mi aveva sentito. Mi guardava con la certezza che non gli avrei detto nulla, come se fossimo su piani paralleli del mondo, due creature che si percepiscono ma non si influenzano. Mi congedò con uno sbadiglio lungo.
Ero stanca; era stata una notte lunga e densa, sciropposa come sa esserlo l’estate e aspettavo che finisse insieme alla sensazione di desiderare intensamente il freddo quando tutti erano in perenne estasi da estate. Mentre camminavo, ansimavo, sentivo i piedi assurdamente volare per tornare a casa, a me stessa, il mio tempo era un po’ più in là, un gelido minuto-anno-luce oltre a quello di quelle voci, facce, mani, corpi inglobati nella notte.
Mi sedetti sui gradini alla ricerca delle chiavi nella borsa. Un po’ di prosaicità, prego: sondare con la mano ad artiglio ascoltando i suoni degli oggetti, tastare consistenze – Finalmente! – le avevo trovate.
Alzarsi era difficile però.

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Gradimento

ritratto di effetticollaterali

La polvere umana

"lo sbriciolìo costante della pelle", danno il sentimento... qualcuno dirà che sono minuzie ma a ben vedere sono queste cose che rendono attraente la lettura. Buon controllo di ciò che si voleva comunicare

ritratto di Viola B.

A dire il vero nemmeno lo

A dire il vero nemmeno lo sapevo cosa avrei voluto comunicare. Era un progetto scemo, nella mia testa: provare a scrivere qualcosa di lungo (non mi azzardo a definirlo "libro") dove ogni capitolo fosse slegato dall'altro e dove succedesse il meno possibile. Questo era l'inizio, ho perso la seconda parte. Meglio cosi, mi sa.