Oltre Giulia

“Non dimentichiamoci di guardare il numero della corsia, se non vogliamo finire come l’ultima volta!” esortò scrupolosamente Giulia attivando l’antifurto della sua auto con un gesto disinvolto.

Ricordavo bene “quell’ultima volta”; trascorse più di mezz’ora prima di riuscire a scovare l’Opel verde pistacchio, tra le mille lamiere inscatolate e stipate, in quelle decine e decine di corsie. L’ironia del caso volle pure che quel giorno nel parcheggio particolarmente pieno, ci fossero molte auto dello stesso colore e dello stesso tipo; ciò deluse di gran lunga l’aspettativa di Giulia sul verde pistacchio e, il pensiero che gliel’avessero rubata, intanto, le cresceva convulsamente un secondo dopo l’altro.

D’altronde come poter darle torto: non erano rari i casi di furto e, quell’auto le era costata anni di risparmi e un matrimonio scongiurato! Per questo, feci non poca fatica a frenare quel timore agghiacciante che le pungolava la testa fino a farle scuotere ogni fibra del suo essere. Quando fu sul punto di chiamare la vigilanza, ecco il suo volto contratto, spianarsi all’improvviso; da lontano, finalmente, riconobbe la sua auto e, in due balzi, schizzò come una lepre fino ad arrivare alla portiera, quasi abbracciandola e facendo gesti esultanti verso il cielo.

Ripensando in quel momento a quella scena, le mie labbra non poterono fare a meno di curvarsi in un timido sorrisino un po’ impertinente.

“Già, guarda che pienone c’è oggi!!” esclamai perlustrando l’area circostante con uno sguardo sarcastico. Difatti per contro, quel pomeriggio il parcheggio del grosso centro commerciale era, stranamente, quasi vuoto. Una minuzia a cui la raffinata oculatezza di Giulia sembrava sfuggire ma, ferma davanti a quel cartello stinto dal sole, continuava caparbiamente a decifrare il numero della corsia.

“Credo che ci sia scritto b12” concluse volgendo l’attenzione verso me aspettando un gesto di conferma. Ma io non sentivo il bisogno di verificare se avesse visto bene. Giulia era meticolosa, tendenzialmente programmatrice, a volte boriosamente sistematica, ma temprata da una vivacità ed energia coinvolgente. Era facile fidarsi di lei.

 “Ad ogni modo è vicino al grande fungo!” aggiunse con il naso all’aria, per osservare l’enorme lampione con il cappello. Io seguii il suo sguardo ma, al contrario del suo, si perse oltre; catturato dall’intensità del cielo azzurro che mi riempiva il cuore di una bellezza disarmante.

Il tepore del sole quel pomeriggio penetrava ossa e spirito, mentre noi, a passo spedito, ci avviavamo all’entrata del grosso centro commerciale. Davvero un peccato andarsi a chiudere in quell’alveare umano con una giornata così bella!  Ma Giulia, per sciogliere i suoi nervi aggrovigliati, aveva un bisogno impellente di un paio di scarpe nuove. Lei era così: colmava tutto con un paio di scarpe. Era la sua forma di rilassamento, il suo yoga del respiro.

Giornata storta a lavoro? Paio di scarpe.

Litigio in famiglia? Altre paia di scarpe.

Delusione amorosa? Beh, in questo caso, le paia di scarpe erano due; e magari, ci scappava anche la borsa da abbinare!!!

Appena si schiusero le porte dell’entrata, davanti a noi si presentò da subito uno scenario desertico; dalle vetrine dei negozi, i manichini sembravano ammiccare annoiati ancor peggio delle commesse; qualche vigilantes, con la schiena incollata alla parete, giocherellava con il proprio cellulare, sbadigliando e incurante di tutto; insomma sembrava quasi che il centro commerciale fosse aperto solo perché sapeva del nostro arrivo.

Scivolammo al primo negozio di scarpe adatto alle nostre tasche e, dopo buoni tre quarti d’ora, Giulia ne uscì con un nuovo paio di zeppe color salmone, intraviste all’ultimo momento dopo aver setacciato l’intero negozio da cima a fondo.

“Ah, allora non ci siamo solo noi e gli addetti alle pulizie in questo labirinto!” pensai osservando, poco più avanti una bella coppietta, teneramente abbracciata ,che scrutava le offerte Last Minute nella bacheca dell’unica agenzia di viaggi di tutto il centro.

Giulia invece, ritornata di umore più frizzantino, sembrava non notare nulla di ciò che le girasse intorno e trotterellando, faceva ondeggiare, fiera, il suo sacchetto contenente le nuove paia di zeppe, con l’aspetto di una bambina a cui le è stata appena regalato un nuovo balocco.

L’altra tappa obbligata era la solita profumeria; l’unica che elargiva generosamente (all’insaputa della commessa) campioncini di profumini, cremine per il corpo e bagnoschiuma al latte d'avena. Questa volta, però, il bottino fu decisamente magro e per affogare il dispiacere, ci piazzammo a uno dei tavolini della gelateria dirimpetto. Giulia che da consuetudine non gustava ma, ingurgitava il suo gelato alla nocciola, ciarlava, presa da una insolita smania irrefrenabile di far muovere la sua lingua; sembrava essere estrapolata da quella atmosfera così inverosimile mentre io, non riuscendo a fare a meno di guardarmi intorno, mi sentivo fuorviata dall’aspetto desolato della galleria; malgrado fosse sabato pomeriggio. Immersa in quell’aria trasognata, rispondevo a monosillabi e annuivo con una certa cadenza ad ogni sua constatazione quando, ad un certo punto, fui attratta da un bambino dai capelli biondissimi che, dall’altro lato della galleria, mi salutava da dietro la vetrina di un negozio di biancheria intima tenendo il suo bel faccino tondeggiante, ben spiaccicato sui vetri. La commessa, intanto, l’osservava sottocchio già da un pezzo, poi, visibilmente irritata in volto, volse uno sguardo furente verso la madre, la quale totalmente avviluppata dai suoi pensieri, non si accorgeva minimamente che il suo bambino stava impiastricciando con il viso e le mani sudaticce, i vetri messi a lucido poco prima dell’apertura.  La povera commessa, al limite della sopportazione, si avvicina e mormora qualcosa all’orecchio della donna; subito dopo, quest’ultima si avventa sul bambino e, afferrandolo bruscamente per un braccio lo trascina fuori dal negozio come se fosse un pupazzo; ma il bambino voltandosi, continuava insistentemente a salutarmi agitando la mano che aveva libera dalla stretta di sua madre. Lo seguivo con lo sguardo, accennandogli un sorriso amaro e tenero allo stesso tempo fino a  vederlo scomparire. Quando rivolsi nuovamente l’attenzione verso Giulia, riuscii a malapena a percepire, dalle sue labbra burrose, le sue ultime due parole: “Vogliamo andare?”. Mi limitai a rispondere con un lieve cenno della testa.

Lungo il percorso, altri visitatori iniziavano a spuntare come funghi, inaspettatamente, da ogni direzione. Intanto giungemmo in libreria, per inciso, la mia oasi felice. Giulia non amava molto leggere, ma si sacrificava ugualmente per ripagare la mia pazienza.  Mi immersi nei scaffali in cerca del libro interessante, o meglio, che un libro interessante trovasse me. Dopo aver sfogliato qualche titolo poco allettante, tornai infine allo scaffale dei classici genere che proferivo molto di più; di sbieco, vidi Giulia che si intratteneva con due ragazze che non avevo mai visto prima; sembravano discutere con aria seria e, ad un certo punto, come se avessero avvertito il mio sguardo su di loro, si voltarono simultaneamente verso me con un’espressione accigliata. Riabbassai d’istinto gli occhi sul libro che avevo in mano e, fingendo indifferenza, lo riposi nello scaffale dirigendomi all’uscita. Giulia mi sorrise vedendomi, mentre le altre due ragazze si dileguarono appena mi avvicinai.

“Trovato qualcosa di interessante?” mi domandò, ma io feci spallucce insoddisfatta e proseguimmo. Dopo aver passato al setacciato un paio di vetrine, visitato un negozio di abbigliamento, attirate più dall’arredamento alla “english pub” che per gli abiti, Giulia improvvisamente mi punzecchiò un braccio e disse:

“Dai, facciamoci una foto!” proferì con una strizzatina d’occhio indicandomi la cabina delle fototessere. La seguii senza protestare, prendemmo posizione all’interno della cabina e ci lasciammo andare alle smorfie più strambe che potevamo. Sbucammo da lì sghignazzando alla vista delle foto ma, non appena Giulia sollevò il capo, puntò gli occhi sulla vetrina difronte e scomparve in un attimo. Quando anch’io sollevai lo sguardo, rimasi sorpresa vedere davanti a me, il consistente andirivieni di persone che vivificava l’atmosfera smorta di poco prima. Giulia dal lato opposto mi faceva dei strani segni, voleva che la seguissi e, quando la raggiunsi, continuavo a guardarmi intorno con aria sempre più imbambolata.  Lei parlava, mentre io squadravo tutti come se fossero fantasmi; oppure, erano solo ologrammi? Era talmente surreale vedere tutta quella gente; ovunque mi girassi sbucavano fuori: famiglie gruppi di ragazzi, coppie. Il disagio iniziava a salire; non ho mai sopportato la folla, mi dà ansia e, mentre la gola si annodava lentamente, Giulia a pochi passi da me, camminava quasi avesse dimenticato la mia presenza. Sorrideva. Lei sorrideva sempre, trovava sempre un modo per sorridere, anche quando le situazioni impongono diversamente.

La gente si infittiva sempre di più. I miei occhi si sgranavano, sentivo le mani appiccicaticce e la fronte cominciava a grondare sudore.  Frotte di persone avanzavano con noi a passo cadenzato; alcuni gruppi ci venivano incontro sghignazzando e, ogni risata, era per me un’iniezione d’inquietudine fatta direttamente al cervello. La folla si faceva insopportabile e le gambe diventarono due mattoni. Giulia sembrava non accorgersene, proseguiva in mezzo a tutta quella gente, leggiadra, come se camminasse due metri da terra, senza voltarsi. Era come una visione isolata da tutto il resto. Provai a chiamarla ma nonostante lo sforzo, dalla mia gola uscì solo un filo di voce tremula; la massa umana intorno a me continuava ad aumentare di volume, sentivo stringermi ovunque. Cercavo di farmi spazio, mi sollevavo sulle punte dei piedi per guardare sopra a quella marea di teste e intrufolavo lo sguardo tra la gente per non perderla di vista. Ad un certo punto, quando la folla davanti a me si era un poco diradata, la vidi scheggiare in mezzo a un gruppo di persone facendosi spazio a fatica. A quel punto raccolsi le forze che avevo e imposi alle mie gambe di raggiungerla. Le ero quasi vicina, quando all’improvviso, all’uscita di un bar, un gruppo di adolescenti mi si parò davanti facendo rallentare la mia corsa. Quando il gruppo virò, mi ritrovai alla fine della galleria, davanti alle uscite di sicurezza, da sola; e di Giulia niente! Mi voltai indietro, feci un paio di giravolte guizzavo da un lato all’altro con la speranza di vederla, ma sembrava esser stata inghiottita dalla galleria.  Iniziai ad infuriarmi sul serio, presi il telefono dalla mia borsa e feci il suo numero in modo talmente concitato da non riuscire neanche a comporlo. Finalmente dopo un paio di tentativi, riuscì a terminare il numero; tre squilli e Giulia rispose.

“Che cavolo, Giulia, ma sono modi questi? Dove diavolo sei finita?” l’apostrofai duramente.

“Anna ma io è da un pezzo che ti aspetto, sono qui, alla fontana!” disse con una tranquillità irritante.

Mi precipitai di corsa alla piazzetta centrale, dove vedo, accerchiate alla grande fontana, frotte di persone, tutte di spalle, immobili e con gli sguardi puntati all’interno dell’enorme vasca di marmo. In un primo momento pensai che ci fossero uno di quei giochi d’acqua che, il sabato pomeriggio, vengono organizzati per attirare la gente. Intanto, mi aggiravo intorno alla folla, come un leone affamato a cui impediscono di intravedere la preda.

 “Forse Giulia, sarà lì davanti” ipotizzai “a lei piacciono i giochi d’acqua” e speranzosa mi immersi in quella massa umana raggiungendo, a strattoni, il bordo vasca della fontana. Impallidii di colpo appena vidi l’acqua, diventata cremisi, ribollire come un grosso calderone nel bel mezzo di un sabba. Mi guardai intorno sconcertata. Le persone sembravano essere trasformate in statue di sale alla vista di quello spettacolo a dir poco inquietante; tra quei sguardi vitrei, riconobbi anche quello delle due ragazze che, poc’anzi, discutevano con Giulia. Fui sul punto di muovermi, quando, i miei occhi caddero sul bambino dai capelli biondi, l’unico essere vivo che, appena incrociò il mio sguardo, sollevò un braccio e indicò l’interno della fontana. In quel ribollio infernale, qualcosa iniziava a risalire in superficie; sembrava la sagoma di qualcosa o di qualcuno, ma, prima che emergesse, mi voltai di scatto allontanandomi alla svelta da lì. Uscita dalla massa, afferrai di nuovo il telefono per richiamare Giulia, ma la ricezione scarsa mi costrinse a raggiungere, a rotta di collo, l’uscita di sicurezza. Spinsi la porta con rabbia e quando questa si spalancò, fui investita violentemente da un forte bagliore talmente accecante che mi obbligò a indietreggiare. Fu allora che aprii gli occhi e vidi……il soffitto della mia camera!

Niente centro commerciale, niente scarpe, niente folla, niente Giulia. Mi sollevai adagio sul cuscino, avevo il cuore che tamburellava; la stanza era totalmente illuminata e, per un momento, pensai che fosse mattino, ma, le lancette dell’orologio segnavano le quattro del pomeriggio.

Fu solo un sogno. Il cuore rallentò, il respiro si fece regolare e i miei occhi cercarono immediatamente la foto sulla scrivania; la presi: eravamo io e Giulia, più di un anno fa, scattata in una di quella cabine automatiche per fototessera. Una lacrima, prepotentemente, scivolò sulla guancia ripensando a quel giorno.

Era il giorno in cui non controllai il numero sul cartello sbiadito, perché mi fidavo di Giulia. Lei, invece, è andata via senza darmi una spiegazione, senza dirmi una parola, nulla su cui farmi una ragione. Scostai le tende: il cielo era azzurro, senza neanche una macchia bianca, proprio come quel giorno. Aprii la finestra e respirai quella magnifica giornata, a pieni polmoni.

In fondo non a tutto è necessario avere una ragione, le cose accadono, tutto ha una fine, bisogna accettarlo, ma innanzi a un cielo meravigliosamente azzurro che ti riempie di bellezza, capisci che c’è ancora tanta vita… oltre Giulia.

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