Vita di Coppia 62 – Vacanze in Sardegna

ritratto di rvicentin

Quando un mese fa ho prenotato per le vacanze in effetti non mi ero posto troppi problemi: buona offerta, posto accettabile, via libera dal responsabile di famiglia e dalla sua prima linea (mia moglie e mia figlia). Ora però sui giornali sono comparsi articoli che stanno sollecitando la mia parte ansiosa ed ansiolitica: villaggi vacanze inesistenti, transumanza di persone con vacanze rovinate e stipati in luoghi ameni. Insomma: più che per i soldi spesi, è la reazione incontrollata ed incontrollabile della mia dolce consorte a spaventarmi. La prima reazione all’ipotetico problema è stata quella di inventarmi la scusa che il mio capo mi ha chiesto di lavorare anche durante le vacanze e lasciare che il destino compisse il suo corso senza di me. Poi però sono ritornato alla realtà: ho chiamato l’agenzia viaggi e con mia grande sorpresa nessuno ha risposto. Devo dire che l’attività respiratoria e cardiaca hanno avuto un momento di blocco, ma anche in questo caso lo spirito di sopravvivenza ha avuto la meglio sul primo velato tentativo di suicidio.

Quindi ho inviato una missiva elettronica, in gergo mail, aspettando la risposta. Finalmente al quinto invio ed alla decima telefonata, una voce femminile mi accoglie e mi conferma che la prenotazione è andata a buon fine, ma la conferma avverrà solo a due giorni dal giorno di inizio elle vacanze, cioè quando sarò su un traghetto in mezzo al mare, sperduto e solo con il mio disagio. Non posso fare nulla di più e richiudo il cassetto dell’ansia a chiave, in attesa del futuro disastro.

Quindi iniziano i preparativi per il viaggio: l’attività consiste nello svuotare cassetti dentro valigie e nel dimostrare quanto sia inutile portare le mie magliette e pantaloni (“tanto ti vesti nello stesso modo per tutte le vacanze”) e quanto sia invece necessario e fondamentale portare abiti per tutte le condizioni meteorologiche per le mie dolci metà. Al mio tentativo di dire che un giubbotto invernale da montagna in estate poteva essere sfidante, sono state zittito da interessanti affermazioni sulla mia completa ignoranza sui cambiamenti climatici in atto nel globo.

Ed arriva la mattina della partenza: ci aspettano circa sei ore di viaggio verso il porto da cui dovrebbe partire un traghetto. E la solita ansia di arrivare in ritardo che mia attanaglia da quando io abbia memoria via amplificata dal terrore di non trovare il villaggio delle vacanze. A ciò si aggiunge la normale problematica che da alcuni mesi mi sta attanagliando e cioè quella sensazione allo stomaco di aver dimenticato qualcosa di fondamentale.

Avvio l’auto, mentre mia moglie mi sta insultando ed io sto sudando copiosamente: non ricordo il motivo, ma abbiamo litigato. Dal finestrino scorgo lo sguardo perso di mia suocera, che in un atto di assoluto masochismo, ha deciso di venirci a salutare. Saluto mentre il sudore mi fa bruciare gli occhi e partiamo…

E quindi quella sensazione alla pancia si materializza in una frase:  “Amore, hai preso i fogli delle prenotazioni?”. Dolcissima come l’olio di ricino, mi risponde che non sa neanche cosa siano i fogli di prenotazione.

Freno. Scendo dall’auto, risalgo a casa, trovo i fogli ed esco. Ma la sensazione di vuoto allo stomaco persiste.

Avvio il motore, riparto e dico: “Avete le carte d’identità?”. In quel momento rifletto che potrei decidere anche di andare in ospedale, farmi iniettare un liquido calmante e giacere immobile in un letto per qualche mese.

Freno. Scendo dall’auto, risalgo a casa, trovo i documenti ed esco. Ma la sensazione di vuoto allo stomaco persiste.

A questo punto rifletto: o è gastrite oppure sono un po’ stupido. Controllo se ho chiuso bene la serratura e scopro che non ho neanche chiuso la porta di casa. Penso a campi verdi e vento fresco, corse libere e senza pensieri.

Ripartiamo e finalmente siamo per strada: il navigatore informa opportunamente delle code e dei blocchi solo nel momento stesso in cui mi trovo imbottigliamo, aggiungendo alla mia ansia ed arrabbiatura anche quella necessaria dose di sarcasmo da parte della mia socievole consorte.

Giungiamo al porto senza aver effettuato alcuna sosta: le nostre vesciche sono talmente gonfie che sembriamo otri dotati di gambe. Il terrore di arrivare in ritardo ci ha fatto sospendere qualsiasi attività biologica non necessaria.

Con una calma serafica, ci accoglie un inserviente che ci avvisa che il traghetto ha un’ora e mezza di ritardo: ci possiamo mettere in fila con calma ed aspettare. Mia moglie mi incenerisce con lo sguardo, mia figlia mi insulta. E tutti e tre ci troviamo in un’assolata banchina, all’ombra di rimorchio sporchi d’olio. E senza un gabinetto nel raggio di qualche chilometro.

Il nervosismo si impadronisce di noi. Insieme ad un silenzio rotto solo dai gabbiani starnazzanti e rimbelliti dal caldo.

Ed arriva il traghetto. Dopo una lunga attesa nell’assolata distesa di cemento, sferzata da un’interessante brezza più simile ad un phon che all’aria di mare, mista all’odore di grasso, carburante e salmastro.

Il nervosismo lascia il posto alle frustrazioni personali, mentre finalmente riusciamo a salire sull’auto, entrare nel ventre della nave. Annebbiato dal desiderio di recarmi in qualsiasi luogo che mi permetta di evacuare, fermo l’auto, esco e trascino le mie parti femminili per le scale che mi portano ai ponti superiori. E qui ci aspetta una coda per avere il desiderato sedile: pensavamo ad una cabina, ma dopo il preventivo a tre zeri abbiamo deciso che una poltrona reclinabile sarebbe stata sufficiente.

La coda si arresta per le inattese richieste di petulanti persone che vorrebbero ricevere una poltrona che permetta loro di vedere meglio il paesaggio, di stendere le gambe, distendere la schiena, schiacciare un pisolino, non ricevere aria fresca diretta…

La frustrazione lascia spazio in fretta alla disperazione. Ma la fortuna ci assiste, voltandoci definitivamente le spalle: la coda si incastra con chi deve prenotare le cabine e ci ritroviamo davanti ad un gentile addetto che ci informa che la coda che abbiamo fatto fino a quel momento non permette di avere una poltrona e ci indica una fila parallela per le poltrone.

Desistiamo e ci rechiamo ai gabinetti. Mentre per il sottoscritto sembra procedere secondo rito, dal gabinetto a fianco sento provenire urla e strepiti. Quando esco, aspetto paziente e vedo quindi procedere mia figlia rossa e piangente: nella fretta, ha deciso di espletare la sua funzione senza proteggersi con il copri-water e questo ha scatenato una reazione esasperata.

Per stemperare l’atmosfera, lascio il mio cellulare nelle distruttive mani della piccola e mi reco a prenotare la poltrona: i posti sono sparsi e pochi, ma comunque l’inserviente trova tre posti adiacenti. Appena ci rechiamo nell’area delle poltrone, non dopo avere svagato per circa mezz’ora per i corridoi, non senza aver interpretato quegli strani segnali sulle pareti più come pitture che come piantine esplicative, scopriamo che le poltrone sono nell’unica area di tutta la zona delle poltrone in cui la temperatura esterna estiva risultava amplificata, rendendola più simile ad una giungla puzzolente di odore di piedi che ad un’area di riposo e rilassamento.

Allora decido di recarmi sul ponte superiore, l’unico aperto, per vedere la terra allontanarsi.

Mia moglie mi segue ed appena le porte si aprono, vedo il mare blu. Alcune paratie in vetro ci proteggono dal vento e quindi osserviamo divertiti le persone inseguire i loro cappelli. Ridiamo un po’ di meno quando usciamo dall’area protetta, quando dobbiamo camminare inclinati dal vento che ci impedisce di ritornare nell’area protetta, sempre accompagnando il rollio laterale. E così si uniamo alla schiera di coloro che ballano uno strano ballo di gruppo, non senza qualche cane catturato al volo (letteralmente) prima che finisca in mare.

Scendiamo quindi nell’area protetta, osservando come i nostri capelli sembrino passati attraverso un tornado. Quando arrivo alla poltrona, mia figlia è stranamente silenziosa e non gioca al cellulare. Me lo porge.

E quindi un po’ di preoccupazione mi assale: ha bloccato il telefono, sbagliando il codice di accesso. Quindi non posso né inviare che ricevere telefonate ed il mio numero di cellulare è quello che ho dato per avere conferma del villaggio. Stranamente l’occhio destro prende vita, chiedendosi ed aprendosi autonomamente. In una accesso di attività cerebrale, utilizzo il cellulare di mia moglie per accedere ai codici di sblocco del mio operatore, mentre il segnale del telefonino si fa sempre più fievole: ci stiamo allontanando dalla costa e stiamo entrando in un’area dove ogni dato inviato costo quando un lingotto d’oro. Il segnale si prende mentre si carica la pagina finale. Allora mi reco al ponte superiore e sferzato dall’aria, copio il codice. E riattivo il cellulare. Ma devo adesso bloccare qualsiasi dato, prima che il roaming devasti il conto in banca.

Fatto.

Piccoli problemi e grandi nervosismi.

A questo punto sembra che una certa calma, alternata a voracità famelica, scenda tra di noi: ci rechiamo al ristorante e, nonostante qualche incomprensione, riusciamo anche a cenare senza accoltellarci.

E quindi entriamo nel porto di destinazione. E qui vengo colto da un dubbio: mentre una voce chiede alle persone di avvicinarsi alle scale in funzione del colore ed il numero di ponte in cui l’auto è stata parcheggiata, non ricordo assolutamente dove sia posizionata l’auto. Il trauma dell’imbarco ha fatto scattare in me l’oblio cerebrale. Decido quindi di prendere la prima scala che mi faccia scendere e provare l’emozione della ricerca.

E quindi ci viene chiesto di scendere nei ponti inferiori e salire sull’auto. Scendo, ma vengo stordito da una gentile signora che, ignorando la presenza di scalini, decide di entrare a gamba tesa sulla mia zona inguinale. Non si scusa e riprende la discesa con la medesima tecnica. Io mi riprendo, ma non vedo più mia moglie e mia figlia, anche perché il dolore mi ha un po’ annebbiato. Raggiungo il ponte dove penso che ci sia la mia auto e mi rendo conto che c’è un po’ di baruffa alle mie spalle. Qualcuno urla il mio nome, ruggendo improperi.  Altra gente urla. Quando mi giro, vedo mia moglie che cerca di ferma la porta frangi-fuoco insieme ad altre persone, tutte urlanti. E mia figlia che si sporge sulla fessura della porta. Urlo, mi agito, finché una mano preme un pulsante e la porta si riapre miracolosamente.

E quindi usciamo nella zona di parcheggio: un mare di auto roventi ci accoglie, con gente che cerca la propria. Anch’io cerco la mia, seguito dalle mie donne urlanti ed impazienti.

E vago tra spazi angusti, portiere che si aprono e si chiudono, finché una voce pronuncia il mio nome, invitandomi a spostare l’auto. E finalmente indica il colore, che vedo distintamente dal colore delle pareti ed il numero del ponte.

Quando compaio nella zona, vedo la mia auto circondata da altre che cercano di uscire da un incastro  indicibile: in pratica, la mia auto fa da tappo al flusso di villeggianti inferociti ed accaldati. Sorrido, entro in auto e parto, scomparendo nel flusso di auto in uscita dal ventre della nave.

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