Case di bambino

Case di bambino

 

Prologo

 

Sono nato a Genova il 7 marzo 1958, in una via del quartiere di S. Fruttuoso, era un venerdì.

In quei giorni era caduta anche la neve; mia madre ricorda che mio padre la prese il braccio e dalla finestra del caseggiato in via Bozzano guardarono Genova imbiancata.

Ne sarò sempre orgoglioso e di essere genovese e di essere nato il primo venerdì di marzo; dicono che i nati in quel giorno siano un po’ matti, l’ho sempre pensato come segno di distinzione, almeno quello.

Adesso sono un uomo sopra i cinquanta con tanto di casa, lavoro e famiglia. Luana, mia moglie, Giulia, mia figlia che da un paio di anni comunque corre per conto suo ed infine Eugenio, suo fratello di poco meno di 3 anni più giovane, che smania per rifare il secondo VFP1 e magari poi il VFP4 ed intanto la sua presenza in casa ha l’evanescenza di un fantasma.

 

Se è di questa mia età il fermarsi più spesso di un tempo a riguardare indietro, è dai figli soprattutto che smuovono le prime riflessioni; una loro frase, un loro atteggiamento di fronte alle sorprese del vivere, e scatta l’immedesimazione ed il ricordo.

-Io alla loro età…- e con stupore mi accorgo che ne è già passato tanto di tempo per me e per loro; sono diventati intanto grandi, già più grandi di quanto io reputo possano essere, se mai i figli agli occhi dei genitori lo diventino davvero completamente.

-Io alla loro età…-. Li guardo e scorgo il ragazzo e prima ancora il bambino che sono stato, rivedo con i loro occhi quelle stesse stranezze della vita che quel ragazzo e quel bambino si sorprese nell’osservare. Il ricordare è allora un rivisitare di luoghi e persone, posti che adesso sono cambiati e volti che non ci sono più. Collego con un filo i piccoli accadimenti quotidiani di allora, le parole che vennero dette, le persone che le dissero, i suoni delle stanze che ho abitato.

Questa è la mia canzone.

M’immagino sarà un domani così anche per loro, questi miei figli che adesso mi prendono in giro nel chiedermi “Ma ai tuoi tempi…”, manco fossi dell’età della pietra, eppure quella stessa domanda con gli stessi sottintesi l’ho posta io ai miei, ed era ieri.

Sorrido dentro di me al ricordo dello stupore di Giulia ed Eugenio, sembrano solo pochi anni fa ma già sono ben una quindicina, nel vedere la loro mamma, proprio la loro mamma, usare con naturalezza la corda per saltare, strumento che loro hanno appena scoperto in palestra…

«Mamma, ma tu sai saltare con la corda!»

«Sì passero, mamma non sa usare il computer, mamma non sa usare il Game Boy però mamma sa saltare benissimo con la corda!».

 

 

Case di bambino

 

1 Casa di Savona

 

Il primo ricordo è a Savona, nella casa del Marchese che dà sull’Aurelia a Natarella; avrò sui tre anni.

Sopra al mio letto, appoggiata per lungo accanto al muro, c’è una mensola con tutte le mie automobiline.

Ricordo il camion dei vigili del fuoco, è tutto verniciato di un rosso vivo, ha le sagome dei pompieri di latta tutt’attorno e la scaletta allungabile in tre pezzi. Mio padre in cima all’ultima rampa ha legato una campanella. Con l’indice ed il medio fa finta di salire tutti i gradini e quando arriva in alto fa suonare la campanella. Lui da soldato ha fatto proprio il pompiere e a me piace trovare nell’album delle foto quella dov’è in divisa con il cinturone e il casco nero con la svolta sul collo,  accanto al camion che guidava.

Vicino al camion il carrarmato di latta. Dandogli la carica con la chiave cammina sui cingoli e dal cannone escono scintille, mentre dallo sportellino della torretta il busto di un soldato va su e giù. Un po’ quelle scintille mi fanno impressione.

Ce n’erano altre di automobiline su quella mensola, non le ricordo tutte. Alcune le conservo ancora adesso in scatole di scarpe giù in garage. Ogni tanto, facendo le pulizie tra gli scaffali, mi tornano alle mani. Quasi sono tentato di portarle su in casa, magari metterle come soprammobili o piuttosto ridargli la vita con nuove pile, rivedere le luci lampeggianti dei fari ed i suoni e gli sbuffi di vapore fatti con batuffoli di lana. Non l’ho mai date ai miei figli, le potevano rompere loro; ai nipoti, un domani, forse, vedremo.

C’è poi una sera che adesso so Vigilia di Natale in cui mia madre e mio padre mi suggeriscono i regali da chiedere a Gesù Bambino.

Siamo in cucina, io dal tavolo faccio via via la spola alla sedia accanto alla finestra, mi ci inginocchio e lì ripeto le ordinazioni al cielo buio di là dai vetri. Poi torno a prenderne delle altre. Cosa chiedessi non ne ho idea, solo mi sembrava un bel gioco quell’andare avanti ed indietro dal tavolo alla finestra; evidentemente non avevo ancora ben chiaro il meccanismo “Natale uguale doni”.

Che regali poi arrivarono non ricordo. Forse la macchina dei pompieri con la scala che si allunga è proprio di quella volta lì; chissà dov’è andata a finire; riesco a vederla un’ultima volta mentre, tutta scassata e senza più scale, ci gioco già grandicello con i soldatini.

Mi chiedo quand’è che Babbo Natale ha preso il posto di Gesù Bambino. Senz’altro in quell’interregno tra la mia consapevolezza che era solo una bella storia a quando ho cominciato a raccontarla ai miei figli. Fatto è che a loro ha sempre pensato Babbo Natale.

Io avevo invece anche il rito di mettere la statuetta nella mangiatoia del presepe dopo la messa di mezzanotte. Verificavo per scrupolo che non fosse già passato ed il vuoto sotto l’albero mi confermava la serietà della cosa: Gesù Bambino passava solo dopo che era nato e le campane ne avevano salutato nella notte la venuta.

Stessa rigorosità procedurale ha sempre avuto anche la Befana. Lei non portava regali, però la mattina dell’Epifania le scarpe messe la sera prima sotto la cappa dei fornelli, magicamente erano straboccanti di caramelle di tutti i tipi, alla menta, alla frutta, le Elak, poi un paio di confezioni di wafer Urrà Saiwa ricoperti di cioccolato, si scioglie subito toccandolo con le dita con ogni biscotto involto in carta stagnola color oro, 4 wafer in ogni pacchetto, poi ancora le sigarette di “cincingomma ”, soldi di cioccolata, stringhe di liquirizia e le mentine di liquirizia con il profumo di violette.

Sempre però anche un po’ di carbone.

Di zucchero d’accordo, ma pur sempre un chiaro segnale.

Io restavo meravigliato di come la Befana potesse essere sempre così informata del mio comportamento. Anche i miei figli hanno aspettato la Befana ed ancora adesso la sera del cinque gennaio, mettiamo le scarpe sul ripiano della cucina a gas; certo adesso siamo tutti grandi e si è persa la magia di un tempo. La ritroveremo intatta loro con i loro figli ed io e Luana con i nostri nipoti.

Ma gli anni prima era per me un intimo piacere rinnovare per loro l’incanto di un tempo; Giulia, ma in particolare Eugenio, avevano le prime volte eccepito che io e Luana eravamo avvantaggiati dalla maggiore capienza delle nostre scarpe, poi si sono convinti dall’evidenza che la Befana non guarda questi meri aspetti esteriori e sempre le loro scarpe erano più ricche di dolci.

La Befana ha sempre portato anche piccoli pezzi di carbone sia a Giulia che ad Eugenio. Per equità anche a Luana ed a me.

Che fossero di zucchero colorato di nero non limitava assolutamente il loro valore simbolico, tanto che Giulia ed Eugenio presero a verificare sulla bilancia elettronica quale pezzo fosse più pesante, ergo chi era stato valutato più cattivo. Ovviamente dall’anno dopo mi è toccato lavorare con perizia da gemmologo i rispettivi pezzi di carbone prima della distribuzione.

Per me e Luana c’erano pezzi un po’ più piccoli dei loro e, devo dire la verità, su questo non hanno mai avuto molto da ridire, riconoscevano che nel complesso non c’eravamo comportati male.

Un anno però, l’unico in cui la Befana guarda caso solo a me non ha portato carbone (lo ammetto, un tiro mancino!), Giulia ed Eugenio mi hanno guardato addirittura con ammirazione mista ad un pizzico d’invidia ed uno di incredulità.

Io gongolavo della mia promozione e continuavo a rimarcarne la portata.

«Allora vedete che sono bravo! A me niente carbone e a voi sì»

«Papà, devi essere stato bravo davvero …»

Nel commentare così il suo riconoscimento, Giulia ha però preso in mano la mia scarpa, osservato con attenzione che il nero pezzo di carbone non fosse rimasto incastrato sulla punta, verificando ben bene con la punta delle dita.

Poi si è arresa all’evidenza ma non alla meraviglia.

Di quella prima casa mi resta solo qualche frammento di ricordo scollegato. Uno di questi è così lieve che quasi tutto è ricostruito sul racconto di mia madre.

Una sera stavamo aspettando sul pianerottolo delle scale mio padre che stava salendo. L’ultima rampa, ricorda mia madre, era ripidissima, stretti scalini male illuminati che si inerpicavano verso l’ultimo piano. Come tutti i figlioli sarò stato impaziente di abbracciare mio padre, così, com’è come non è, sono sfuggito al controllo di mia madre e mi sono gettato a scendere le scale. Anche l’angelo custode doveva essersi distratto, e a quel bambino gli scalini glieli lasciò fare tutti ruzzolone.

Ecco, a me sembra di ricordare lo stupore che provai a trovarmi sdraiato per lungo sull’ultimo gradino, e la curiosità di capire come quelle lunghe lunghe gambe di pantalone davanti a me, angolate in modo strano, potessero salire in alto a formare il volto di mio padre.

Null’altro ricordo di quella caduta, non le urla di mia madre, né cosa successe dopo, né la corsa all’ospedale.

Che sia successo lo so, mia madre lo cita spesso nelle nostre rievocazioni della saga di famiglia, evento portato ad esempio, assieme ad un altro che più avanti è narrato, degli attimi di terribile angoscia che i figli procurano. A tangibile suggello mi è rimasta la piccola cicatrice che interrompe da allora il mio sopracciglio sinistro.

Mi rivedo durante il trasloco da lì alla casa in Corso Svizzera, nemmeno cinquanta metri di distanza. Io porto la mia seggiolina di legno. Mia sorella non c’era ancora sebbene già in pancia di mia madre, lo deduco dalla festa che ci fu per il battesimo nella sala della nuova casa. Soffro che i miei nonni ma soprattutto mia zia Luisa siano tûtti cuxì invescendé aprovu a quella figietta[1], un’estranea. Di me non importa nulla a nessuno. Nell’immagine seguente sono sdraiato sotto il letto dei miei e piango disperato. Vedo il viso di mia madre accucciata che mi parla da là fuori.

Sarò stato consolato e penso con quali parole abbiamo consolato mia figlia Giulia di dover spartire con Eugenio. La deve aver presa meglio, solo per un po’ ha ricominciato a bagnare il letto di notte.

Sorrido rivedendo nei ricordi Giulia che alza il capino dal letto, sbraita tutta arruffata «ma spengilo un po’ che non mi lascia dormire » per poi sprofondare nel sonno profondo l’attimo dopo. Sorrido perché mia madre mi ha sempre detto che brontolavo anch’io nella stessa situazione e con quasi le stesse parole: «ma cosa l’avete comprata a fare questa rugna?». Potenza del sonno “cattivo” che ci tramandiamo di generazione in generazione e della tecnologia, che fin da piccoli ci fa credere di poter governare il mondo con il semplice scatto di un interruttore.

Io da piccolo credevo che i bambini li facesse una macchina americana.

All’asilo andavo a Legino, “Lese“ in dialetto.

Dell’asilo ricordo solo un corridoio d’ingresso un po’ in penombra, il buon odore di pulito, una piccola statua della Madonna con le vesti bianche ed azzurre a braccia distese ad accogliere, un cortile con delle aiuole, delle suore indistinte e tanti sfuocati bambini con il grembiule bianco, come me. Per andarci appena usciti da casa si girava a destra, si passava sotto la galleria dove sopra transitavano i treni merci, raggiunta la curva che portava all’autostrada si attraversava. S’imboccava poi una stradina che portava alla piazza della chiesa. Mia madre mi raccontava che quando era ragazzina lei, lì attorno erano tutti campi ed orti e dalla piazza la stradina, facendo un giro diverso, veniva giù dritta e sbucava proprio dietro la casa dei nonni.

«Ma come faceva a passare» chiedevo io, «che c’è tutta la ferrovia?»

«Era diverso ».

Pian piano diventando più grande, durante le scorribande in bicicletta con gli amici, ho ricostruito parte dell’orografia di un tempo ed intuito come doveva essere quel “diverso”. Addirittura una volta, esplorando da solo la “valletta”, il fiumiciattolo che sfocia in mare accanto alla casa dei nonni, l’ho percorso alla rovescia inoltrandomi in quella che consideravo una buia caverna che chissà dove portava. Avanzavo a piccoli passi, sguazzando con i sandalini estivi in quel lento rio che al buio e nel silenzio immaginavo torbido e limaccioso.

Voltandomi di tanto in tanto la luce dell’imbocco della caverna piano si rimpiccioliva, allontanandomi così dal mondo conosciuto mentre un vago chiarore laggiù lontano dall’altra parte mi chiamava a nuove scoperte. Procedere o ritornare? Ritornare sarebbe stato cosa giudiziosa che ogni bravo bambino avrebbe fatto, anzi ogni bravo bambino manco si sarebbe infilato in mezzo a quei pericoli.

Procedere oltre era un azzardo, sarei potuto scivolare e bagnarmi tutti i vestiti con tutte le doverose spiegazioni da dare e conseguenze del caso, oppure essere assalito dai ratti che senz’altro abitavano quei luoghi. Non so come ma decisi, alea jacta fuit e proseguii, sbucando con sorpresa semplicemente dall’altra parte della ferrovia, accanto allo sfasciacarrozze che tutti i giorni costeggiavo per andare alle elementari. Riscaldandomi al sole dalla tensione che ancora mi scuoteva, ho così imparato che il fiumiciattolo dello sfasciacarrozze e quello accanto ai nonni non erano due distinti ma un unico solo (grande) fiume che per un tratto si nascondeva sotto treni e palazzi. Mi sembrò una grande scoperta. Se allora avessi conosciuto il National Geographic senz’altro avrei scritto loro rivendicando la paternità dell’impresa. O più probabilmente avrei mantenuto il segreto lo stesso per non far sapere nulla ai miei. Non so perché ma qualcosa mi diceva infatti che a loro quell’esplorazione non sarebbe piaciuta e così è rimasta sempre solo una mia intima vittoria.

Per andare alle elementari nel centro del paese, anziché attraversare subito alla curva dell’autostrada si proseguiva un altro pezzo, fino alla traversa che portava al negozio di Giorgio, il verduraio.

Quel piccolo negozio, davvero piccolo, entravi e già eri quasi al bancone, profumava di mille odori. Le cassette della frutta stavano anche fuori, ai lati della porta; assieme a lui lavoravano due donne; una credo fosse la sorella, nera corvina di capelli, l’altra forse la moglie. Non so quando ma sarà stato sotto un Natale, Giorgio mise una confezione di datteri nella busta della verdura che reggevo in mano, omaggio alla gentile clientela. Ricordo che mi sembrò un bel gesto, gratuito.

Una delle cose che mi piaceva di più, nell’andare all’asilo e poi alle elementari, era quando pioveva e potevo mettere gli stivali. Ne ricordo un paio rosso ma non ci giurerei, forse li confondo con quelli poi di Giulia. Camminando cercavo di mettere i piedi dentro a tutte le pozzanghere ma quelle più grandi, guarda caso le più ambite, mi erano inesorabilmente precluse, la mano di mia madre mi indirizzava con delicatezza ma decisione verso la piena terraferma.

Credo che noi grandi dimentichiamo troppo spesso con quale prospettiva di magia guardavamo da bambini le cose del mondo. Una pozzanghera è per noi adesso dell’acqua fangosa che ristagna, magari anche accidenti al Comune che non fa mai i lavori per bene, è una minaccia alle scarpe appena lucidate se non addirittura un attentato alla suola che s’imbeve; se poi per mano teniamo un bambino, è certezza assoluta il raffreddore che gli si insinuerebbe attraverso i calzinini raffreddandogli i piedini e poi su per le gambine fino ad arrivare alla testolina, stivalettinini o non stivalettinini. Per un figliolo invece un paio di stivaletti, rossi per giunta, altro non chiedono che solcare i vasti mari di pozzanghere. Giuro che memore del mio senso di mancata avventura io i miei figli l’ho lasciati sguazzare un po’, godendomi questo sì la loro traversata ben ben dalla riva, hai visto mai mi s’inzaccherassero le scarpe…

In prima elementare stavamo in un’aula che aveva i banchi di legno come una volta, a gruppi di due posti con il sedile a panca collegato al banco e lo schienale dritto e rigido. C’era ancora il buco per il calamaio che non serviva più perché noi eravamo già moderni, avevamo le penne stilografiche. Però mica subito, i primi tempi astuccio di matite colorate e via andare, ce n’era di strada da fare prima di imparare ad usare la penna.

Dalla seconda in poi avevamo invece i banchi moderni, singoli, ripiano plastificato bello lucido di un verde pisello, sedia libera. Tutti indossavamo sopra i vestiti il grembiule nero con un grande fiocco blu al collo, fiocco che regolarmente reggeva la prima mezzora per poi pendere distrutto per il resto della mattinata. Solo negli anni dopo diventammo capaci di rifare il fiocco alla bisogna, mai comunque con la vaporosità che le mamme sapevano creare. Al petto inoltre spiccava lo scudetto applicato con tre bottoni automatici e che riportava il numero romano della classe frequentata. Quando arrivai ad avere quello con le tre I mi sentivo già grandicello, il IV significava che c’erano solo quelli di quinta che potevano tirarsela, ma quando arrivammo noi al sospirato V, be’ gente, eravamo veramente i boss, altro che i babanetti della prima classe!

Alle elementari credo dalla primavera della terza classe in poi andavo da solo. Non più accompagnati a turno da una mamma, la mattina partivamo assieme io e Armando, accompagnandoci a vicenda. Diventammo un trio quando si aggiunse anche sua sorella Rosanna, più piccola di me di un anno. Ho in testa anche l’immagine di un quartetto che s’infila nel sottopassaggio, io che tengo la mano di mia sorella che faceva la prima; però io ero già in quinta e Armando alle medie. Se il ricordo non è una fantasia, allora io ero il tour leader, poi c’era la Rosanna, mia sorella ed il quarto forse sarà stato Doddi della stessa età di mia sorella, uno dei figli dei vicini di pianerottolo. Non ho in mente il vero nome di Doddi; ricordo però  il cognome di sua madre, era Marotta. Lo ricordo con certezza anche per un buffo episodio che capitò un pomeriggio che ero in custodia in casa mia ma con mia nonna a governarmi, mia madre era forse andata con Flavia da qualche parte o forse in casa c’era anche Flavia, chissà. Mia nonna è sempre stata timorosa di tutte le “apparecchiature elettriche”, aveva una paura tremenda di prenderci la scossa. Perfino rispondere al nostro citofono era per lei una cosa da fare con tanta tanta cautela, essendo ben due le possibilità di rimanere fulminati: una con il pulsante di apertura del portone del palazzo e l’altra con quello accanto che dovevi tenere premuto per parlare e rilasciare per ascoltare, tutto troppo complicato e potenzialmente pericoloso per lei che il citofono non l’aveva mai avuto. Com’è come non è suona ‘sto benedetto campanello del citofono. Già in apprensione mia nonna va a rispondere e le vado dietro perché sono curioso anch’io di sapere chi chiama. Lei con cautela preme il pulsante e domanda «chi ghè?» – chi c’è?-  Non riceve risposta perché lo continua a tenere premuto anziché rilasciarlo, lo rilascia, aspetta ma si sentono solo rumori vaghi, ripreme rifà la domanda rilascia il pulsante. Finalmente da giù una voce chiede «Scignua, ma a l’è Marotta?». È qui che nasce il dramma, la commedia degli equivoci. Questa domanda in genovese ha due interpretazioni e quella assolutamente meno probabile è invece quella esatta: «Signora, ma è Marotta?». Io che conoscevo il vicinato capisco subito che cercavano la vicina della porta accanto sbagliando però campanello. Per potersi invece mettere nei panni di mia nonna bisogna considerare che “marotta” in genovese vuol semplicemente dire malata. Ecco che segue un fitto e concitato scambio di frasi che riporto per comodità in italiano.

«ma no che non sono malata, sto bene, perché chi è che è malato?»

«nessuno signora, chiedevo se lei era la signora Marotta»

« le ho detto ben di no, sto bene. Ma perché, è successo qualcosa a mia figlia? Me lo dica subito!»

E così via per qualche momento ancora finché io, che continuo a tirare la veste di mia nonna per spiegarle l’equivoco e lei invece mi allontana infastidita ed a quel punto agitata dalle cattive notizie arrivate tramite un pericoloso dispositivo elettrico, riesco a gridarle che Marotta è la signora della porta accanto.

Mia nonna mi guarda stupita, mi chiede se sono proprio sicuro e poi tira un sospiro di sollievo allontanandosi rapida dal citofono interrompendo qualsiasi ulteriore comunicazione e sbotta un liberatorio «Ma n’assidente, me sun tûtta sciätà, me credeivu u fuisse capitou quarcosa a tô mué! »[2]

A me piaceva andare a scuola. In prima elementare avevo la maestra, la ricordo ancora bene ma ora non saprei dire il suo nome; dalla seconda in poi ci traghettò all’esame di quinta il maestro Salvi; aveva fatto il soldato mi sembra come capitano negli Alpini, ci diceva sempre come a volte fosse stato più facile comandare una compagnia di soldati che governare quel branco di bambini che era la sua classe, però lo diceva sorridendo; ci voleva bene, si capiva.

Ricordo ancora l’esperimento della patata “appesa” con degli stecchini mezza a bagno in un bicchiere pieno d’acqua, posato sul davanzale interno dell’alta finestra accanto alla lavagna; man mano trapiantata (mi verrebbe da dire tra-acqua-tata) in contenitori sempre più grandi, le lunghe barbe che crescevano nell’acqua e le foglie che si distendevano da steli sempre più lunghi. Ci sarebbe piaciuto fosse diventata un albero, poi con le vacanze estive sparì dal nostro interesse quotidiano.

Mi piacevano i dettati in classe e risolvere i problemi ma questo dalla terza in poi. I primi due anni invece non è che stentassi ma insomma, anche ad imparare bene l’alfabeto mi ce n’é voluto. Poi chissà come, diciamo che ho spiccato il volo.

Ricordo come in particolare mi piacesse “iniziare” un quaderno nuovo, scrivendo con la mia migliore grafia possibile sulla prima pagina asciugandola con cura con il foglio di carta assorbente; non dico la seconda e la terza pagina, ma dalla quarta in poi lo consideravo un quaderno “in uso” e l’attenzione alle sbavature andava scemando; i quadretti dei “quaderni a quadretti” diventavano più piccoli crescendo di classe, mentre le righe di quelli appunto “a righe” avevano un loro andamento personale, ricordo quelli da terza elementare dove dovevamo imparare a scrivere dentro uno spazio “stretto” compreso tra due spazi “larghi”, non ho idea se li fanno più adesso; le penne stilografiche erano quelle che si caricavano con lo stantuffo infilandole dentro al boccino d’inchiostro e tirando poi su il pistone, le prime volte senz’altro operazione fatta da mia madre. L’inchiostro era rigorosamente blu, quello nero non ricordo proprio d’averlo usato. Le penne con le cartucce erano ancora poco diffuse ma lo divennero presto, risolvevano parecchi problemi causati dal boccino; le più ambite erano le Pelikan, a me piacevano quelle verdi. S’infilava la penna dentro all’astuccio, mi sembra uno nuovo ogni inizio di scuola, in un “occhiello” a questa dedicato; c’erano poi gli occhielli per la matita, per il temperino, per il righello, per la gomma. All’inizio questa era quella solo per le matite, poi divenne quella double-face, per la matita da una parte e per l’inchiostro, più ruvida, dall’altra. Le prime volte, abituato a cancellare con forza e senza danno la matita, con la parte per l’inchiostro facevo dei buchi sul foglio che mi ci sarei messo a piangere; un lato dell’astuccio era invece dedicato solo alle matite colorate; all’inizio dell’anno tutte belle allineate della stessa misura, alla fine dell’anno quelle di certi colori erano ben accorciate. Corte erano il blu del cielo e del mare, il verde dei prati e delle foglie, il rosso dei tetti e dei fiori, il giallo del sole, il marrone degli alberi; un po’ l’arancione ed il rosa, pochissimo il viola; il nero di solito resisteva quasi integro, a quell’età cosa vuoi mai colorare di nero?

Visti i buoni risultati mio padre mi regalava come premio 100 lire per ogni 10 che prendevo certificato sul quaderno; un giorno ho fatto banco regio prendendo un bel 10 in matematica e due 10 decimi, uno per occhio, alla visita oculistica del medico scolastico, anch’essi debitamente certificati su un foglio ufficiale. Alla sera, alla mia richiesta di 300 lire con dettagliata motivazione a mio padre che ancora stava salendo l’ultima rampa di scale per entrare in casa, questi letteralmente scoppiò dal ridere sulla porta, mi mise la sua grossa mano sulla testa a scompigliarmi i capelli, entrò in casa sempre ridendo ed esclamando a mia madre «Amia che questa a l’è grossa pe n davei! »[3] però me le ha date.

C’è un altro aneddoto legato alle elementari che mi piace ricordare perché dimostra come talvolta sia difficile il mestiere di genitori. Io senz’altro ero un bambino naturalmente giocoso e quindi vivace. La vivacità dei figlioli intacca incessantemente durante il giorno la pazienza degli adulti che arrivano a sera letteralmente sfiniti. E’ pur anche vero che io la mia razione di moderate patte sul culo la chiamavo quotidianamente, quasi sembrava che se un giorno le saltavo quello dopo cadevo in astinenza. Com’è come non è una sera devo aver spolpato ben bene i nervi a mia madre tanto da farla esibire in una sfuriata con i controfiocchi. Discuteva accesa con me ed intanto spogliava la Flavia che seduta stava sul proprio letto in camera nostra; ad un’altra mia risposta storta, presa dalla foga della stizza, mi tirò la scarpa appena tolta dal piede di mia sorella. Se d’istinto non mi fossi accucciato m’avrebbe forse preso su una gamba. Invece mi colse pieno lo zigomo con il tacco e la scarpa era di quelle zavorrate dal plantare. Mie urla e strepiti, immediato gonfiore della parte lesa. Riesco ad immaginare adesso che sono un genitore la disperazione e la vergogna di mia madre. Dulcis in fundo, a certificare la memoria storica ed a rinnovare via via l’angoscia a mia madre, c’è depositata negli archivi familiari l’annuale foto di classe scattata un paio di giorni dopo la scarpata (declassata con gli estranei a “ciabattata” per diminuire, se possibile, la portata dell’incidente). Seduto al mio banco accanto alla lavagna, sorrido al fotografo con uno splendido occhio nero!

Difficile e tremendo il mestiere di genitore. Mentre io rido e di quell’occhio nero e di quella foto, mia madre continua a vergognarsene.

Però anch’io riguardando indietro ho qualcosa che mi rosicchia la coscienza. Non sono certo infatti d’essermi comportato sempre bene con i miei figli, bene quanto avrei voluto, per lo meno, alla faccia di tutti i libri che ho letto e che avrebbero dovuto aiutarmi ad avere un sano e propositivo rapporto con loro. A parte che quei libri dovrebbero essere vietati per legge perché ad ogni pagina trovi, tra gli esempi negativi, rispecchiata perfetta la tua situazione, tanto che ti viene da chiederti come faccia l’autore a conoscerti così bene… che sia il vicino che si firma con uno pseudonimo?

Che poi i figli, da ottimi psicologi quali sono, sanno sempre rimestare il coltello nella piaga del rimorso, evidenziandoti con fine capacità le discrasie dei tuoi comportamenti. Tanto che io e Luana una volta allora, quasi appellandoci al giudizio di un Gran Giurì super partes, li informammo che avrebbero potuto rivolgersi al telefono azzurro, spiegando loro le finalità di quel servizio.

Giulia, pragmatica, intanto chiese l’esatto numero di telefono e questo dico la verità un pelo m’inquietò. In seguito ogni volta che avevano rimostranze in atto, i due si spalleggiavano a vicenda minacciandoci di effettuare la famosa telefonata.

Un giorno però li ho presi davvero in contropiede, ammetto giocando un filo sporco; si stava andando tutti e quattro in auto ed intanto commentavamo la reazione mia e di Luana ad un loro comportamento. Avevo già ammesso che io in particolare ero andato sopra le righe ma questo non bastava loro, forse a ragione, per tacitare il rammarico del torto subito. Giulia c’informò che lei ed Eugenio erano più che mai decisi a rivolgersi al telefono azzurro.

«Hai ragione Giulia, a telefonare, credo proprio che questa volta l’ho fatta grossa…»

«Vedrai papà cosa ti fanno!»

« Amore, senz’altro vi toglieranno a noi e vi daranno ad un’altra famiglia che vi tratti meglio…»

« Come sarebbe a dire?»

« Visto che io e mamma non andiamo bene, loro decideranno di affidarvi ad altri genitori…»

«Io credevo che ti sgridassero e ti dicessero di comportarti bene. »

« No, passero, non è così che va»

« Ma poi ci fanno ritornare con voi? »

« No, passero, una volta andati non si può tornare indietro…»

Silenzio cogitabondo. Poi Eugenio bisbiglia a Giulia:

« E’ meglio lasciar perdere…»

Le bambine, aule nell’altra ala dell’edificio perché le miste non c’erano da noi, almeno i primi anni erano entità indistinte con fiocco rosa e grembiule bianco che pascolavano a parte nel cortile durante la ricreazione.

Già in terza assunsero invece una dimensione diversa e divennero oggetto dei primi turbamenti amorosi. C’era la Franca, mia stessa età, della quale quasi tutti in classe, chi più chi meno, eravamo innamorati e segretamente fidanzati.

Spesso la sera a letto prima di addormentarmi o forse già nel sogno, m’immaginavo che dopo una guerra vera in cui ero un nordista o un sudista con tanto di divisa, ero caduto ferito di là della siepe che separava il cortile della scuola dal muro perimetrale. In quel piccolo spazio mi vedevo giacere e lei arrivare con un vestito bianco ed avvicinarsi a me. Lasciavo quindi che si beasse delle mie ferite. Ricordo il senso di fresco e beatitudine che mi procurava il pensiero di giacere tra quell’erba di prato con lei accanto. Adesso sono convinto che fosse invece solo il senso di liberazione che l’enuresi notturna mi procurava …

L’enuresi l’ho portata fino ai quattordici anni passati, avevo già la ragazzina e mi ci baciavo sulla bocca. O forse già lingua in bocca, non ricordo bene. Alessandra. A Marina di Pisa.

Ricordo bene però quante volte in quello che a me sembrava cuore della notte mia madre o mio padre venivano con il vasino a svegliarmi. Se già non era avvenuta l’inondazione, mi facevano alzare sul letto, mi appoggiavo insonnolito a loro e spenzolavo il “pirulin”, avendo per loro natura i maschi il pirulin e le femmine la “chicca”. Non c’erano mica i Lines allora a provvedere, e per tanti anni la mia mattina iniziava con «Mamma, l’ho fatta…»

Non mi hanno mai fatto vergognare di nessuna di quelle pisciate a letto. Mia madre soltanto a volte accennava al peso che comportava ogni giorno dover lavare l’intero pigiama con mutande, canottiera, lenzuoli di sopra e di sotto, coperta che la facevo tutta e bene. Ma era sempre e solo una constatazione, non una critica.

Che dire altro di quegli anni. Devono essere stati sereni.

 

Case di bambino

 

2 Casa dei nonni di Savona

 

I miei nonni materni, Benedetto Delfino dei fu Francesco ed Antonietta Ballarino detti “Tricche” di Cogoleto, e Caterina Benedetto dei fu Celestino e Maddalena Manuello detti “Bsù” di Niella Tanaro, abitavano sull’Aurelia a Natarella tra l’incrocio con Corso Svizzera e la caserma dei pompieri. Era un alto caseggiato di prima della guerra, con il tetto di lastre d’ardesia grigia. Dal nostro poggiolo di cucina potevamo vedere il loro balcone coperto all’ultimo piano e talvolta io gridando e sbracciandomi salutare mia nonna affacciata.

Mio nonno, chiamato con il diminutivo “Nei ” da mia nonna, proprio a pianterreno aveva l’officina dove riparava biciclette e motorini, così era conosciuto come “ U Delfin u ciclista ” oppure  Beneitu u ciclista” secondo il grado di confidenza ed io ero quindi “ u nevo du Delfin u ciclista”, il nipote di Delfino il ciclista.

Si era inventato il mestiere a quarant’anni, tornato da lavorare in Germania con la fine della guerra; aveva cominciato con le biciclette ma quasi subito si era dedicato alle moto, sua grande passione, ed era ben considerato perché bravo in quel lavoro. Nell’officina ero ovviamente libero di entrare e muovermi quasi a piacimento. Mio nonno anzi avrebbe sempre voluto insegnarmi il mestiere, tanto che mia nonna, vera artista per il cucito, m’aveva approntato una tuta da meccanico taglia extra small.

Le inclinazioni naturali però seguono strade proprie, così lo studio delle parti di un carburatore mi suscitava lo stesso interesse che un bue può avere per un mobile in stile; tanto tanto se mi lasciava provare a svitare delle viti o dei dadi, altrimenti mi stufavo in fretta e restavo lì tra i piedi.

L’unica cosa che mi è rimasta di quelle lezioni è la sua regola numero uno: ”L’olio è il primo meccanico”.

Una volta, immagino di troppo tra lui ed un dannato “cagafumme”, “cagafumo”, mi apostrofò sostenendo che gli stavo rompendo le scatole. Mi guardai attorno, cercai dove fossero le scatole che contenevano le camere d’aria di ricambio, le uniche di cartone che lì avessi mai visto, meravigliato tra me e me di come avessi potuto schiacciarle senza accorgermene. Non vedendone né d’intere né di rotte gli risposi «Guarda nonno che non sto proprio rompendo nessuna scatola! ».

Il pianterreno era composto da due stanzoni separati da un muro. Entrando c’era la zona officina vera e propria, in pratica due stanze affiancate senza parete divisoria, tant’è che la parte a destra rispetto all’ingresso aveva un pavimento di piastrelle esagonali a file bianche e rosse, in contrasto con il nero di morchia ed olio nella zona di riparazione dei motorini. Dall’officina si passava montando un gradino nell’ampio buio stanzone sul retro. A destra appena entrato un piccolo tavolo da pranzo, quasi a filo porta, così mio nonno quando mangiava aveva sott’occhio l’officina. Sul ripiano sopra al tavolo la grande radio dalla massiccia struttura in legno, ampio frontale bianco diviso da due manopoloni zigrinati, accensione e sintonia, finestrella retroilluminata con cursore e indicazione di tutte le stazioni, griglia traforellata dell’altoparlante.

Accanto alla radio stava posato il vocabolario di mia nonna. A quanto mi disse mia madre nel tempo, mia nonna era brava nello scrivere ed aveva ricevuto anche dei premi per i suoi componimenti. Ormai “grande” ma malizioso, andavo a cercare in quel vocabolario determinate parole. Però mia nonna aveva ben cancellato con la penna tutte quelle sconce che appunto avrei voluto leggere. Così “Merda” non c’era più e nemmeno “Puttana”. C’era però “Culo” nel significato di “fondo” con l’indicazione “es. c. di bottiglia”, poi c’erano delle righe ben oscurate. Non mi dava granché soddisfazione.

Cazzo” e “Fica” e gli altri sinonimi che conoscevo proprio non erano contemplati, avevo controllato bene; mia nonna aveva così risparmiato dell’inchiostro.

Proseguendo sulla stessa parete ci doveva essere un mobile che ora non ricordo. Sull’altra parete a destra un altro tavolo, usato per la preparazione dei pasti; quindi la piccola stufetta a carbone, di quelle basse con tanti cerchi. Infine angolo cottura con cucina a gas poggiata su lastra di marmo e cappa sovrastante.

Questa era la parte abitabile del retro officina. Il resto dello stanzone era adibito in qualche modo a deposito.

Nel mezzo i motorini pronti e quelli da riparare; nell’angolo dietro la porta il mucchio di carbone; sotto la finestra in fondo il deposito delle bombole di gas, che per un certo periodo mio nonno ne ebbe la rivendita. Nella parete di fronte all’ingresso c’era la finestra, grande, con sbarre di ferro all’esterno pitturate di celeste. Accanto il mobile con in basso pentole e piatti, al centro due cassetti con la posateria in uno e documenti nell’altro; in alto due ante a finestra con i bicchieri ed altri oggetti. Il mio preferito era un’acciughiera di vetro a forma di automobile; il cofano era il coperchio con tanto di sedili e volanti in altorilievo. Che fosse un’acciughiera lo deduco dal fatto che era sempre o vuota o con acciughe marinate sott’olio, tertium non datur.

Accanto al mobile s’apriva l’ingresso senza porta che dava sui servizi. A sinistra piccolo lavandino di marmo scuro. Di fronte al lavandino tenda del gabinetto alla turca, con regolare chiodo per appendere i fogli di giornale, squadrati a misura. Quel gabinetto non mi piaceva per niente ed evitavo accuratamente di farci i bisogni “grossi”. La pipì sì che tanto mica ti dovevi spogliare, bastava stare in piedi praticamente vestito e poi via appena tirata la catena.

A mezzogiorno era pronto in tavola, cascasse il mondo, officiante il radiogiornale. In estate uno dei miei compiti consisteva nel portare il ghiaccio ai nonni. Loro non avevano il frigo ma apprezzavano la cortesia dei miei per rinfrescare il vino. Così scendevo da casa mia, rigorosamente qualche minuto avanti mezzogiorno, con in mano una tazza da latte ricolma di cubetti; costeggiavo sul marciapiedi il bar meravigliandomi puntualmente dell’assurdità della sua insegna. C’era scritto bello grande “BAR ROSSI” e più sotto “DEGUSTAZIONE caffè”.

Mi chiedevo infatti: - ma se il caffè è degustoso cioè fa schifo, perché ce lo scrivono? - Mha!? Non me lo sapevo spiegare.

Una volta mi sono mezzo inciampato per la strada ed il ghiaccio mi si rovesciò quasi tutto. Raccoglierlo da terra non si poteva per via dell’igiene, così proseguii con i miseri resti. Mio nonno mi domandò come mai quei tre unici cubetti in fondo alla tazza. Chissà, forse temevo d’essere brontolato e tacqui dell’incidente, rispondendo che quello era tutto il ghiaccio che mi aveva dato la mamma. Il giorno dopo mio padre mi chiese della faccenda. Raccontai i fatti per filo e per segno e mio padre mi spiegò che i nonni c’erano rimasti male, convinti che quei tre raminghi cubetti di ghiaccio fossero stati il modo di dir loro “ Ora basta, ci siamo stufati, tutti i giorni ‘sta storia…”.

Allora non avevo dimestichezza con i cosiddetti messaggi trasversali e d’altra parte ero un novizio anche con quelli diretti. Qualche tempo prima infatti del “glace affaire” stavo sotto il torchio di mio padre, inquirente per chissà quale mia malefatta; durante l’esposizione dei fatti ci fu uno scambio di battute che andò circa così:

Papà: «Allora pensi che papà possa aver fatto una cosa simile?»

Io: «Ma no papà, non sei mica scemo fino a questo punto!»

Papà: «Ah! Ma fino al punto prima dunque sono scemo!»

Mi si spalancò la bocca mentre le rotelline del cervello ingranavano e confermano il potersi dedurre dalle mie parole tale affermazione.

Ci sorrido adesso, rivivendo l’angoscia di quel bambino che, folgorato dalla rivelazione, si rendeva conto d’aver appena pronunciato la cosa più lontana dal suo pensiero: “ Papà è scemo! “.

Quali subdole ingannatrici possono essere le parole! E poi a quell’età quando il monolito paterno è un integro assoluto! Pazienza fosse capitato più avanti, in quella fase della crescita in cui piccole crepe iniziano a scalfire il blocco fino a rendere possibile il “Papà può essere scemo“. Sorrido pensando a mio padre che sorride a quel bambino, rassicurandolo d’aver ben interpretato il suo inciampo semantico.

Dopo il pranzo la scaletta giornaliera di mio nonno prevedeva la pausa che in estate arrivava fino alle quattro, steso su un telo nella parte “buona” e più fresca dell’officina. In inverno invece era breve o proprio assente per sfruttare la luce del giorno.

Certi pomeriggi la pausa si prolungava, o forse il lavoro ripreso s’interrompeva, perché venivano a trovarlo degli amici; allora si mettevano al tavolo “a fase duì ceti[4] tra un bicchiere di vino e pane e salame sul tagliere.

Io se ero lì il mio onesto contributo nell’intaccare il salame lo davo volentieri, ma era anche il piacere di stare tra gli uomini grandi ed ascoltare i loro discorsi. Parlavano in dialetto, lingua che in casa mia non usavamo. Saranno state chiacchiere sul tempo, sui figli e sui nipoti e allora indicavano con un cenno a me, oppure sul tempo di guerra e si scambiavano i bombardamenti, oppure ancora di donne. Se era di quello lo capivo dall’aria fattasi di losco sui volti, le parole che si facevano circospette, le fugaci occhiate che mi venivano rivolte a prendere conferma che non capivo il senso del discorso.

Ed infatti, pur sforzandomi, non riuscivo a districarmi da tutti quei giri di parole, da quelle allusioni che alludevano ad un qualcosa di ignoto che però capivo valeva la pena di conoscere; e proprio quando il senso stava per diventare palese ecco un “afermite che ghe u figêo [5] che mi ricacciava sospeso nel limbo.

Affascinante era per me anche il modo con il quale partecipavano alla storia del narratore di turno. Durante le fasi salienti c’era sempre una pausa ad effetto, sciolta la quale l’espressione di pura genovesità “ou belin![6] veniva declinata con le opportune intonazioni e gravità. Se l’accadimento era poi di particolare intensità, poteva venir sottolineato da un più potente “ou belin in tu cû![7] accompagnato contemporaneamente da pacche sulle proprie cosce o ripiano del tavolo, rotazione dello sguardo e del busto come a verificare che sì, non si sta’ sognando, siamo proprio nel mondo reale.

Una volta che la cosa dovette essere proprio grossa il commento non poté essere da meno ed un definitivo “ou belin in tu cû cun a pipa aseisa![8] suggellò la gravità dell’epilogo. Quello fu il massimo, a memoria d’uomo nulla poté mai più scuotere tanto la partecipazione di quelle genti.

Uno di questi amici si chiamava “u riccu[9]. Chiesi da parte a mia nonna perché si chiamasse così, nel mio immaginario non rispecchiava i canoni della persona ricca, benché non saprei dire quali questi potessero essere. Infatti era solo “ u ricu ”, Enrico in dialetto.

A buio, specialmente d’inverno, cessavano l’attività.

Si capiva dagli scuri alla porta d’ingresso, a due ante, con i vetri nelle parti superiori. Mio nonno copriva le finestre dall’esterno con gli scuri di legno, pitturati come tutta la porta di un verde intenso. Quattro piccole lamine di ferro per anta s’infilavano in asole aperte sul telaio e poi bloccate dall’interno con pioli di ferro. Erano tutti gesti precisi, cadenzati, formavano un rito. Significavano che per quel giorno i lavori erano finiti.

I miei nonni si ritiravano quindi per la cena nel retro officina. Se era freddo mio nonno accendeva la stufetta, ci si sedeva vicino quasi ad abbracciarla, alimentandola via via con legna, carbone, pezzi di copertoni, di camere d’aria e quant’altro bruciasse. Stavano lì, con la lampadina da poche candele accesa a rischiarare appena la stufa e l’angolo cucina mentre il resto della stanza era al freddo ed al buio completo.

Mia nonna preparava la cena e la radio parlava dei Vietcong. Ricordo che, di passaggio con mia madre, m’impauriva ascoltare la sigla del radiogiornale della sera. Verso le otto otto e mezza poi, estate o inverno, i miei nonni si trasferivano nella loro vera casa su all’ultimo piano.

Per arrivarci si usciva dall’officina e sulla destra c’era il portone del condominio; Solo la prima rampa era illuminata dalla solita fioca lampadina, poi c’erano altre rampe che davano o su pianerottoli e allora c’era un unico portone, o su un ballatoio la cui finestra costituiva l’impianto d’illuminazione. C’era infine ancora un lungo corridoio, naturalmente buio. Il portone dei miei nonni era proprio in fondo al corridoio, sul lato corto.

Appena prima di questo, sulla parete di sinistra, la porta di un altro appartamento. Una volta ci abitava un bambino della mia età. Ci andai a giocare assieme un paio di volte e sua madre quando veniva l’ora ci dava la merenda. Mentre mangiavamo ascoltavamo la radio, a quell’ora c’era una trasmissione per i bambini. Mi meravigliavo perché non avevano la televisione.

Il nome di quel bambino e le altre cose di quell’appartamento sono cose svanite dalla memoria. Chi ci venne ad abitare dopo fu Lino il barbiere nella cui bottega andavo sempre a tagliarmi i capelli.

Sul corridoio di fronte a Lino una porta si apriva su un’unica stanza. Apparteneva ai miei nonni. C’era un armadio, un letto, un’ottomana, forse qualcos’altro ma soprattutto c’erano i lenzuoli stesi con la lana messa a prendere aria. Non mi piaceva l’odore della lana, il suo pulviscolo. Ci sarò entrato sì e no quattro volte in quella stanza, serviva da ripostiglio.

Al portone di casa dei nonni il campanello era al centro della porta,  una farfalla di metallo da girare che faceva un suono sordo.

Entrando, sulla destra l’attaccapanni, accanto a questo il cucù, poi la stanza da letto dei miei nonni, quindi la stanza che era stata di mia madre. In fondo lo sgabuzzino; a sinistra la porta di cucina.

Il pavimento della casa mi sembra fosse diverso di stanza in stanza; in cucina piastrelle a forma di rombi rossi sembravano formare una scalinata che andava in un verso o nell’altro a seconda come iniziavi a considerare lo scalino.

Ogni stanza aveva per me il suo tesoro.

In cucina mi piaceva infilarmi nel mobile dispensa, in mezzo a tutti quei coperchi e pentole, per lo meno fin quando fui abbastanza piccolo da starci dentro; nello scompartimento della pasta scoprii quella da brodo fatta tutta a letterine; non erano proprio come quelle che avevo appena imparato ad usare a scuola, però assomigliavano abbastanza alle mie maiuscole e prendendone un paio di pizzichi potevo sul pavimento comporre parole. Era pura magia. Però non tutte quelle che mi venivano in mente perché alcune lettere proprio non c’erano, vai a ricordare quali.

Il tesoro più tesoro era però un salvadanaio di legno a forma di bauletto, verniciato arancione. C’erano tante monete del regno e del fascio, qualche moneta tedesca, forse dei franchi francesi. Mi sembrava impossibile che, come mi diceva mia nonna, quei soldi non valessero più niente. Mio nonno mi spiegava, prendendoli in mano, quanti centesimi ci volessero ai suoi tempi per esempio per il pane e che uno con cento lire al giorno era più che un signore. Io che sapevo benissimo che per un litro di latte nella bottiglia di vetro bianco mia madre spendeva 120 lire e che esattamente altrettanto costavano i biscotti che ci pucciavo dentro, gli Oro Saiwa, fantasticavo su come si sarebbe stati ricchi con le lire di adesso ai tempi di mio nonno.

Quel bauletto credo d’averlo visto a casa di mia sorella, come portagioie.

Nella stanza che fu di mia madre c’era un letto matrimoniale, dove lei dormiva da ragazza, ed un lettino dove dormivo io quando più tardi, trasferiti a Pisa, venivamo per qualche giorno a trovare i nonni di Savona.

Al centro del letto matrimoniale era posata seduta l’unica bambola nera che io abbia mai vista fin quasi ai giorni d’oggi. Era un regalo di mio padre da fidanzato, da “galante[10] come si dice in dialetto; faceva parte di una confezione di caramelle DuFour.

Vestita da indigena con la gonnellina di fili di paglia svolazzanti, aveva un top a coprire il torso altrimenti nudo. Che non fosse un bambolo lo sapevo per certo: se anche alla verifica nessuna tettina era emersa, ciò non era rilevante, poteva dipendere dalla giovane età; ma che “sotto” ci fosse solo il puro liscio era caratteristica che, notoriamente, competeva solo alle femmine.  

Sul mobiletto basso di fronte al letto c’era il “carion” come avrei scritto allora, altro regalo di mio padre da galante. Aprivi due specie di porte a listelli di vetro, tiravi un cassetto, la musica cominciava ed i due ballerini si mettevano a ballare.

Mia madre mi racconta sempre che molte sere i miei nonni le passavano a guardare quei due ballare, la televisione di un tempo. Che di tivù vera in quella casa non ce ne fu mai.

Quel carillon è tuttora funzionante, lo conserva ancora mia madre. Io ho invece il cucù anche se non lo metto quasi mai in moto, fa troppo casino e non va mai a tempo o più semplicemente non sono mai stato capace di regolarlo.

Mio nonno ci faceva invece un affidamento assoluto. Lo confrontava con l’orologio da tasca comprato in Germania ed il suo rito finale della sera era tirare le catenelle e portare le pigne di ferro in alto.

Nella camera da letto dei miei nonni il tesoro per me era il… letto, molto ma molto più alto del mio o di  quello dei miei.

Gli intagli sul bordo della testiera e davanti al letto si ripetevano sul frontale dell’armadio e sull’alzata dei comodini mentre gli stessi intarsi abbellivano i pannelli del letto, le ante, i cassetti dei comodini, del comò e dell’armadio. Il comò ed i comodini  si completavano con un ripiano dello stesso marmo grigio.

Non è che lo ricordo. Lo so molto bene.

Quell’armadio, quel comò e quei comodini, dopo aver abitato nella casa di Pisa dei nonni quando più che anziani vi si trasferirono, dopo aver soggiornato in garage alla loro morte quando la casa venne affittata a degli studenti prima che ci tornasse ad abitare mia sorella, ora abitano a casa mia. A mia sorella non interessavano ma le spiaceva darli via. Pochissimi anni fa Luana allora, con il suo consenso e quello di mia madre, li ha fatti restaurare e li ha messi al posto di altri nostri rinnovando un po’ così l’ambiente dove adesso soggiornano. Il soggiorno appunto.

Aprendo le ante dell’armadio adesso non ci trovi abiti ma tanti ripiani aggiunti; sui ripiani centrali ed inferiori ci sono i piatti, i bicchieri, le zuppiere, le tazzine da caffè e da tè con relative teiere di uso comune; su quelli superiori i loro cugini ricchi per le occasioni importanti. Il ripiano superiore di un’anta è poi riservato alla conservazione di quelle proprio di lusso, da caffè e da tè, ricevuti con i regali di nozze; dovesse mai capitare a trovarci l’Elisabetta non sfigureremmo di certo.

Nei tre cassetti in fondo, quello largo centrale contiene le tovaglie andanti e quelle all’americana, i due laterali sono la riserva dei pacchetti di pasta.

Le posate, come in ogni casa che si rispetti da che mondo è mondo, le trovi nel primo cassetto del comò. Sotto questo cassetto altri tre contengono solo tovaglie con i rispettivi tovaglioli; fanno parte del corredo di Luana e sono disposte secondo importanza: buone nel secondo, molto molto buone nel terzo ed infine nell’ultimo, in basso, le intoccabili.

I due comodini al momento sono posizionati austeri agli angoli dell’angolare superstite della nostra vecchia cucina. Nei cassetti le medicine e le pile di riserva, negli sportelli carabattole varie o, che è lo stesso,”ciaraffi”.

Se devo aprire uno di quegli sportelli cercando un qualcosa, m’aspetto sempre di vedere in primo piano il pitale bianco di mia nonna; mi fa un po’ impressione.

Il letto invece è ancora da restaurare perché tanto Eugenio in camera sua non ce lo vuole. Non c’è fretta, aspettiamo con calma che anche lui se ne vada di casa poi vedi se non te lo piazzo in bagno tra la lavatrice ed il vano doccia!

Ricordo che da bambino talvolta dormivo tra loro. Due cose mi sembravano veramente strane: la prima che mio nonno dormisse in mutande e canottiera estate ed inverno; per me era una cosa fuori da tutte le regole conosciute al mondo non indossare un pigiama per andare a letto.

La seconda era sentire mia nonna che di notte scendeva dal letto, apriva il comodino, prendeva il pitale e dopo un po’ un’argentina sonata si amplificava nella porcellana del vaso da notte. Mi sembrava una scomodità assoluta quella manovra anziché andare in bagno, oltretutto l’odore dolciastro di piscia dopo un po’ mi costringeva nel dormiveglia a ficcare il naso nel cuscino per continuare a dormire.

Si andava a letto presto, tutti assieme, e a me non importava per niente d’aver perso Carosello. C’erano a tenermi compagnia gli ultimi commenti tra loro dei miei nonni sulla giornata appena trascorsa e la pianificazione per la prossima.

C’erano i rumori delle auto che scorrevano sempre di meno giù sull’Aurelia; ogni tanto passava rombando strozzato un motorino. “Cagafumme!“, era il commento con il quale mio nonno lo accompagnava riconoscendo ad orecchio una carburazione errata, poi si voltava sul fianco dall’altra parte e si addormentava.

A me piaceva guardare come la luce dei fari delle auto, entrando in strisce dapprima fioche dalle righe delle persiane, s’infittiva d’intensità percorrendo il soffitto da una parte all’altra della stanza per poi morire sfocata. Gli effetti di luce si accompagnavano con quelli di suono del motore che cresceva d’intensità, raggiungeva l’apice, scemava smorzandosi lontano.

Sempre, da quando più grande l’ho studiato sui testi di fisica, associo l’effetto Doppler a quelle notti tra i nonni, al calduccio, mentre mi chiedevo dove mai potessero andare quelle macchine e se dentro ci fossero dei genitori e dei bambini come me.

Ho poi il bel ricordo di un mattino, a letto con mio nonno. Non ricordo come andò il discorso ma doveva trattarsi di uno di quelli profondi fatti da gente semplice; il succo era che “a vitta a le na röa ka gìa a gìa sensa mai fermase[11].

Io cercavo allora di immaginarmi la ruota di un vespino che da sola rotolasse senza fine su e giù per colline, però mi sembrava strano che rotolasse per sempre così dopo un po’ mi si fermava cadendo di lato. Dissi quindi a mio nonno che era impossibile e che dopo un po’ tutte le ruote si fermano. «E allora si va’ all’Estero» fu la risposta, allora incomprensibile come già l’affermazione che l’aveva precedeva.

L’aura di mistero di questo Estero dove si va quando le ruote si fermano dovrà arricchirsi di un altro aneddoto con un piccolo flash di oltre 35 anni avanti, io attore di spalla, mio figlio Eugenio attore principale, che cerca per i compiti di scuola sulla cartina dell’Italia dove diavolo fosse il confine con l’Estero. C’era la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Iugoslavia ma l’Estero proprio non l’avevano segnato.

Continuo adesso però l’esplorazione della casa dei nonni. Il bagno per esserci c’era; fuori.

Dalla cucina una porta a vetri dava sul piccolo balcone, tutto chiuso dai vetri come una serra e stipato di piante che quasi non riuscivi a raggiungere la porta del gabinetto, un gabbiotto in muratura e tetto di “ciappe”. Ampio qualcosa come tre piastrelle per tre contenevano però un lavandino in miniatura e soprattutto la tazza con tanto di seduta e coperchio di plastica nera e vero rotolo di carta igienica, perciò ai miei occhi assimilabile, al contrario di quello giù in officina, a gabinetto regolamentare, nonostante la mancanza del bidè.

Sopra al lavandino uno specchio, la lampadina, il ripiano con il barattolo della schiuma da barba, un pennello quasi calvo, un rasoio di quelli in metallo con le lamette dentro alle bustine, un bicchiere con due spazzolini ed un tubetto di dentifricio da poco. Da sotto la porta d’inverno veniva uno spiffero gelido e se qualche volta mi sono chiesto o ho chiesto ai miei come facessero i nonni a lavarsi senza la doccia e la vasca, non ricordo la risposta, si perdeva nei mille misteriosi poteri dei grandi.

Nel balcone spuntava dai vasi a terra una struttura di tondino di ferro, dipinto di spessa vernice nera, che poggiava su tre gambe incrociate a formare in alto ciascuna un tondo. In ognuno di questi tondi carnose piante grasse irte di spine crescevano dentro grigi gusci di noce di cocco. L’odore in quel balcone era particolare, anche d’inverno sapeva di terriccio e di umido.

In cucina, all’angolo a sinistra della porta del poggiolo, c’era il lavandino di marmo bianco, un’unica vasca scavata rettangolare.

Sopra la fila di piastrelle bianche una mensola, sempre dello stesso marmo, fungeva da sgocciolatoio grazie ad un tubo di metallo disposto a mo’ di ringhiera. Su un lato da che tempo è tempo ho sempre visto lo stesso barattolo vuoto di marmellata con tre dita d’acqua ed un rametto di rosmarino ed uno di salvia. Acqua, rosmarino e salvia quelli cambiavano, di tanto in tanto.

Sull’angolo opposto e quindi a destra della porta del balcone c’era invece il ripiano di marmo poggiato su un largo mobile bianco con due grandi ante davanti. Sul marmo poggiata c’era la cucina a gas a tre o quattro fuochi che fossero, bianca lucida come il suo coperchio e sopra a tutto il gruppo cucina un’ampia cappa dipinta a vernice di un bianco opaco. Immancabile accanto ai fornelli c’erano la scatola di fiammiferi ed un piattino con quelli usati, buoni per passare il fuoco da un fornello all’altro. Che il gas che alimentava i fornelli non fosse più quello cittadino lo imparò tragicamente mia madre una sera nella quale io e mia sorella avremmo dormito dai nonni perché i miei uscivano. Ci avevano portati dai nonni nel tardo pomeriggio ed io ero andato in giro con mio nonno, forse un’ultima commissione a Savona con la moto a prendere dei pezzi di ricambio. Dell’incidente sono quindi solo testimone indiretto avendone compreso i dettagli da più grande. A quanto pare, fattasi l’ora giusta, mia madre voleva preparare la minestrina per mia sorella di poco più di un anno. Abituata nei gesti dagli anni che in quella casa aveva abitato, aveva messo il pentolino dell’acqua sul fornello, aperto la valvola del contatore infilando sicura la mano nel mobile di sotto dopo aperto l’anta di sinistra, acceso il fiammifero aveva aperto il rubinetto del fornello necessario. Racconta che sentiva sì un forte sibilo di gas che scorreva ma il fornello non c’era versi s’accendesse; allora si era accucciata a controllare il contatore, il fiammifero ancora acceso in mano. Fu allora che la grande fiammata l’avvolse tutta investendola in pieno volto. Urla, mio padre accorre, chiude il contatore, la soccorre la porta piangente rapido all’ospedale. Com’era potuto succedere tutto questo?

Facile! avendo i miei nonni nell’officina la rivendita di bombole del gas, avevano trovato più economico alimentare i fornelli appunto con quelle. Mio nonno aveva allora semplicemente chiuso la valvola del contatore e sconnesso il tubo da questo. Con gli opportuni adattamenti il tubo ora si raccordava all’attacco della bombola, tanto in casa c’erano ormai solo loro due che erano a conoscenza della cosa, ed ecco lì siore e siori  che il gioco è fatto, nessun trucco nessun pericolo …

Quando io e mio nonno arrivammo su in casa, mia nonna agitata raccontò dell’incidente la cui dinamica io piccolo non riuscivo  gran ché a capire, sapevo solo che la mamma era dovuta correre all’ospedale con papà ma che tra un po’ sarebbero tornati. Mentre facevo con mio nonno una mesta cena, mia nonna stava affacciata alla finestra di camera sua a guardare in attesa di vederli arrivare; finalmente ci annunciò che già stavano entrando nel portone ed io mi precipitai ad aprire la porta di casa, percorsi il buio corridoio correndo nell’altro perpendicolare illuminato dalla finestra del ballatoio e lì rimasi in attesa in cima all’ultima rampa di scale. Sentivo i loro passi salire i gradini ai piani di sotto e il loro chiacchierare tranquillo. Io fremevo e li chiamavo, «mamma! papà!». Finalmente dalla scura penombra in fondo alla rampa vedo emergere il corpo ed il viso consueto di mio padre che s’appresta sul primo scalino. L’attimo dopo sto già urlando di puro terrore rannicchiato sul quel pianerottolo, le mani sul volto a coprirmi gli occhi chiusi. Non c’era mia madre che lo seguiva ma un corpo sormontato da una testa spettrale interamente fasciata da una maschera bianca, due piccoli buchi al posto degli occhi ed uno dove avrebbe dovuto esserci la bocca, non era mia madre, non poteva essere mia madre.

Non ricordo assolutamente altro, memoria rimossa. So di non essere svenuto perché così lo tramanda la storia familiare; in qualche modo mia madre e mio padre un po’ alla volta riuscirono a convincermi che non c’era nessun mostro ma era solo e proprio la mia mamma però tutta fasciata da bende a coprire l’ustione dell’intero volto. Io non ricordo assolutamente niente. Forse solo un’immagine fugace di mia madre che nei giorni seguenti beve con la cannuccia infilata in quel buco tra le bende. Altro.

            Ripensandoci adesso come fossi uno spettatore esterno, rifletto perplesso come le cose possano accadere così, in forma tanto banale quanto stupida e come possano evolversi in piccole o grandi tragedie oppure in un lieto fine ancora così, senza una vera intenzione, per semplice caso. A mia madre andò bene, i capelli ricrebbero, il volto pian piano ne uscì intatto, proprio nessuna cicatrice a segnare l’evento.

Il corso dei pensieri inizia allora ad esplorare il sentiero dei “se”:

se i miei nonni avessero bloccato per bene quella valvola al contatore niente sarebbe successo;

se quantomeno avessero avvisato mia madre del chiamiamolo cambio di fornitura di nuovo niente sarebbe successo;

succedendo lo stesso, se però la valvola della bombola fosse stata già aperta allora mia madre sarebbe subito riuscita ad accendere il fornello lasciando ignara che dal contatore continuasse il flusso e allora forse addio a tutti casa compresa;

se in casa non ci fosse stato anche mio padre pronto di spirito intanto a chiudere la valvola esperto dal suo aver fatto il pompiere e poi a portare mia madre all’ospedale forse lei di segni ne avrebbe portati e molti;

se, se, se, tanti piccoli inutili “se” che mai cambiano la storia passata ma forse aiutano a riflettere per quella futura.

 A fianco di quella benedetta cucina ma già addossata all’altra parete c’era la cucina economica, una di quelle che funzionavano con la legna o con il carbone, il tubo marrone che s’infilava con una curva in alto nella parete accanto alla finestra; quella cucina aveva uno sportello al centro per cuocere al forno. Ricordo talvolta le mele e le pere che ne uscivano fumanti e mia nonna le spruzzava per bene di zucchero, oppure erano le nocciole che una volta ben tostate liberava dalla “buccia” strofinandole tutte assieme dentro ad un panno, erano così deliziose ancora calde quasi bollenti.

Disposta nella parete quasi sempre in ombra della casa, la finestra accanto alla cucina economica fungeva, nello spazio tra finestra e persiana, da frigorifero per il burro o la margarina, che di veri frigoriferi quella casa per anni ancora a venire non ne avrebbe visti.

Mia nonna era una buona cuoca. Una volta che da piccolo ero rimasto particolarmente soddisfatto, la lodai dicendole «Nonna, sei proprio una cuoca di prima categoria, anzi di terza» che mi sembrava più meritorio. Da piemontese i suoi piatti forti erano più con il sugo sebbene sapesse fare un anche un’ottima pasta condita con il pesto e le patate a “tocchi”. Buoni i suoi minestroni fatti in maniera diversa da quelli di mia madre e memorabile era il suo coniglio arrosto ricco di pinoli; cosa che invece a me  andava il giusto era “a galin-a bugia”, la gallina bollita, con la quale mia nonna preparava un delizioso brodo per i “cappelletti” fatti in casa. La gallina piaceva tanto a mio nonno che ne era quasi goloso. Io invece, tolta la coscia ed un po’ di petto stopposo, era un piatto che potendo avrei evitato. D’estate preparava sempre gli zucchini ripieni, i fiori di zucchini, le cipolle, le melanzane quelle lunghe. Molto meglio se freddate, era una festa mandar giù ad avidi morsi quelle fette o quei bocconi dal ripieno gustoso. Di ritorno già grandicello dalle medie a Savona, la fermata della corriera era quella accanto all’officina di nonno. Passavo immancabilmente a salutarli ed a stagione mia nonna spesso mi faceva trovare un ricco piatto fondo ricolmo di quelle delizie. Un paio ed anche di più le divoravo subito lì stravolto dalla fame ma ammonito di non esagerare che poi non mangiavo a casa, il resto era da portare via appunto per tutti; nel poco tratto che mi separava per arrivare, spostavo la tovaglietta annodata di stoffa, alzavo il piatto rovesciato a mo’ di coperchio che a stento tratteneva gli strati e facevo un’ulteriore ingorda ispezione cercando poi, con disposizioni ed arrangiamenti opportuni, di mascherare le mancanze. Mia madre a volte si arrabbiava di brutto perché poi in effetti a tavola a stento finivo il primo …

Accanto alla finestra c’era la macchina da cucire, ovviamente una Singer. A me piaceva ascoltare il “Tatatatatatà” che questa macchina faceva quando mia nonna spingeva sul pedale e guardare la grande ruota che trasmetteva il moto.

Ricordo che c’era un altro mobile sulla parete accanto alla porta di cucina e naturalmente il tavolo al centro della stanza ma non saprei dire come fossero.

Prima di uscire definitivamente dalla casa dei nonni un accenno allo stanzino.

Nel corridoio d’ingresso, di fronte alla porta di casa, c’era una strettissima stanza il cui accesso mi era precluso.

Delle poche volte che l’ho visitato sulle scie di mia nonna che cercava qualcosa, ricordo tante mensole sulla parete di sinistra che contenevano migliaia di scatole, scatolette da scarpe, rotoli di stoffa, improbabili contenitori con miliardi di bottoni ed ancora tanta altra roba indefinita. Da una parte per terra ricordo stava la lucidatrice elettrica con le tre spazzole nere all’aria. Ecco, se chiudo gli occhi risento ancora quell’odore di cera da pavimenti che permeava lo stanzino e che un poco sostava ancora nel corridoio una volta richiusa la porta.

Devo aver chiesto a mia nonna cosa se ne facesse di tutta quella roba. « Tûttu u pö servì »[12].

Chiusa d’inverno, l’estate la porta dell’officina era spalancata sul traffico dell’Aurelia. Da questa era però salvaguardata dal cortile largo sì e no un paio di metri sul quale si affacciava sul lato lungo, sotto elevato un ottantina di centimetri rispetto al piano stradale. In quel lungo e stretto cortile di nera terra battuta potevo scorrazzare quanto volevo con la mia bicicletta, come limiti da una parte la corta e ripida salita che portava al livello della strada, dall’altro il basso muretto che lo separava dalla valletta, un magro rivo di acqua oltre il quale sorgeva un palazzo di nuova costruzione. Su quel cortile, oltre all’officina di mio nonno ed al portone per andare su in casa, c’erano da un lato l’ingresso di un altro appartamento ed il negozio del barbiere, prima che trasferisse l’attività nel palazzo nuovo, dall’altro verso la salita una finestra con inferriata, annessa all’officina di mio nonno, e la porta della bottega dell’ombrellaio. Veramente prima dell’ombrellaio ci aveva abitato della gente con dei bambini, non ricordo quanti, ma tra questi Gianni, mio coetaneo. Con lui in quel cortile oltre che andare di pattuglia in bicicletta giocavamo a raccattare le cicche più belle e più lunghe e far finta di fumarle. Quelle schiacciate e molto sporche però non le prendevamo, non lo consideravamo “igienico”.

Gianni aveva un fratello più grande che poteva andare da solo al mare, appena di là dell’Aurelia.

Lo ricordo perché un giorno ci fece vedere il tesoro che aveva preso alla spiaggia, cinque o sei cavallucci marini che mise poi sulla soglia di casa di taglio a seccare. Poi chissà come e quando ci venne l’ombrellaio; faceva anche gli ombrelloni da mare ed aveva un aiutante a lavorare con lui.

Mia nonna mi disse che quell’aiutante era proprio bravo perché, benché daltonico, l’ombrellaio gli indicava in quale ordine dovesse cucire gli spicchi e lui lo faceva senza mai sbagliare.

A me sta storia che non si potevano vedere i colori mi sembrava un po’ strana, ma d’altra parte poteva essere vera, visto che proprio mia nonna non poteva distinguere nessun odore. Aveva il naso così, che non sentiva niente. Solo una volta le sembrava d'aver sentito l’odore di un mazzo di violette e un’altra volta l’odore del sugo, poi mai più niente per sempre.

Entrando nell’officina mi colpiva l’odore di “meccanico”, di morchia e di petrolio. Sulla sinistra appoggiato su tutta la parete c’era il bancone, ingombro di utensili che potevano sembrare messi alla rinfusa, in realtà raggruppati con un preciso ordine che mio nonno conosceva a memoria. Due morse posizionate in modo da dividere in tre parti uguali il bancone ne interrompevano la linearità. Al muro una paratia continua di strette tavole di legno portava, ordinatamente scalate, chiavi a stella, quelle aperte, a pipetta, estrattori e tanti altri strani “ferri” che nemmeno adesso saprei individuare. Quasi tutte queste chiavi le ho ereditate e sono adesso nel mio garage. In fondo al bancone c’erano le due bombole per saldare. Il sotto del bancone era il posto della rumenta, la spazzature, dove venivano cacciati tutti i pezzi guasti, le camere d’aria rotte, marmitte sfondate, tutto quello insomma che non serviva più. Mi sembra di ricordare che di tanto in tanto passava il ferrovecchio a liberare parte di quella roba, l’altra come sparisse non ho idea.

La stanza a destra, quella con le piastrelle esagonali rosse e bianche, aveva su quasi tutta la parete in fondo una scaffale. Sotto c’erano sportelli e cassetti, sopra dei ripiani chiusi da ante di vetro. Non ricordo cosa contenessero, mi sembra pezzi di ricambio. A lato, accanto alla finestra, c’era il tavolino addossato alla parete, “l’ufficio”. Il cassetto conteneva il timbro della ditta, il tampone, un blocco notes della Magneti Marelli, dei residuati di penna a biro ed un paio di lapis come li chiamava mio nonno, per me erano matite; un anno rufolando lì dentro ci trovai il calendario tascabile regalato ai propri clienti dal barbiere; l’avevo trovato con il naso prima ancora che con la vista, profumava di un buonissimo  e “deciso” dopobarba, aveva a mo’ di segnalibro una specie di cordoncino di fili gialli di stoffa intrecciati che terminavano con un ciuffo ma, soprattutto, ogni pagina aveva i giorni del mese da una parte e la fotografia di una bella donna dall’altra, grandi seni nudi dai capezzoli ben oscurati con una grossa stellina nera. Mia nonna mi ci beccò che avevo gli occhi sbarrati dalla visione, mi richiuse veloce il cassetto e sgridò a male parole mio nonno che lo aveva messo lì. «Ma mi Rina … u me la deto u Lino u barbé» -ma io Rina … me l’ha dato Lino il barbiere- con un tono come a dire, era un omaggio alla gentile clientela, pareva brutto rifiutare …

In quel cassetto c’era poi una scatoletta quadrata di latta senza più il coperchio piena zeppa di spiccioli.

La ricordo bene quella scatoletta degli spiccioli.

Già più grande, forse dodici tredici anni, avevo la chiave dell’officina per prendere la mia bicicletta quando i miei nonni non c’erano. A quel tempo la mia passione, condivisa con Armando, era il flipper del bar sotto casa. Avevo preso quindi, quando i nonni non c’erano, a fare tappa in quel cassetto e in quella scatola, tanto con tutti quelli spiccioli chi se ne sarebbe mai accorto.

O ho fatto troppe tappe, o ne ho fatto poche ma “sostanziose”, fatto sta che un giorno, di ritorno da un periodo in cui erano stati assenti, mio nonno mi chiese se per caso avevo “pucciato” nel cassetto.

«Nonno!», risposi sdegnato e rosso come un pomodoro, «mi offende il solo fatto che tu lo pensi!»

Quando ci ripenso vorrei sprofondare ancora adesso e non una ma due volte! La prima per essere stato sborniato a fare il ladro, la seconda come aggravante per l’altisonante risposta che chissà dove avevo mai pescato…

L’officina era però anche il ricovero del tesoro più importante di mio nonno, il suo orgoglio e simbolo per il quale era noto in tutta Savona e dintorni (“Savun_a” in genovese ma “San_a” in savonese, sempre con la enne appena accennata e nasale): la famosa Ariel 500 con sidecar!

E’ indissolubile per me il ricordo di mio nonno e di quella moto. Per quanto io vada indietro con la memoria sono sempre stati presenti tutti e due. Quante volte ho viaggiato su quel sidecar lo può sapere solo il cielo!

Riesco, chiudendo gli occhi, a richiamare i particolari di quella moto: il canto inconfondibile del motore, il predellino per montare nel carrozzino, lo scatto della molla di chiusura del parabrise, il serbatoio. Rosso sui fianchi e a triangolo cromato sulla parte alta, portava al centro il tappo per la benzina e due piccoli oblò. Uno con un orologio a lancette lavorate (mai visto però funzionare), l’altro con dentro un disegno umoristico, si vedeva un donnone basso vestita di verde e con la crocchia sulla nuca schioccare un bacio sulla bocca di un biondo lungagnone e magro.

Se l’era assemblato da solo quel sidecar ed era andato a Torino per l’omologazione. Adesso quella moto con la carrozzina a sinistra non c’è più. L’abbiamo data via quando mio nonno è morto qui a Pisa, investito in motorino da una macchina impazzita a quasi ottant’anni. Io e mio padre non saremmo stati capaci di mantenerla in vita, si sarebbe sciupata; fu venduta ad un suo collega, un amatore. Dovrebbe rombare ancora dalle parti di Genova, meglio così.

Mio nonno era alto (per così dire) un metro e cinquantatre. Per questo era orgoglioso che io, suo unico nipote maschio, andassi sopravanzandolo in altezza; lo commentava allegro con un “U me mangia in scia testa“[13].

Affermava d’essere stato fatto abile alla leva perché avevano adeguato l’altezza minima, prima fissata ad un metro e cinquantacinque, a quella di Sua Altezza il Re, alto appunto come il nonno.

La divisa non l’ha mai però portata, esonerato dal servizio come unico figlio maschio con otto sorelle.

In tempo di guerra era andato a lavorare in Germania e tante volte era stato sotto le bombe.

Ricordo d’essermi stupito quando mi raccontò d’aver lavorato anche in una fabbrica di munizioni. Secondo me il suo dovere sarebbe stato di farla scoppiare la fabbrica, mica di aiutare quelli là. «Se fa fitu a dilu »  - si fa presto a dirlo -, la sua risposta.

Mi raccontava di com’era stato trattato, a volte bene e a volte meno, di come molte volte era stato fermato dalle pattuglie di soldati, di quando sotto i bombardamenti avesse visto le persone volare a pezzi in aria.

Quando la guerra finì se ne venne a casa tutto a piedi.

Aveva sempre i lucciconi agli occhi ricordando di essere stato accolto, benché pieno di pulci, con gentilezza da una famiglia vicino a Milano per un pasto.

Era un uomo semplice, lo ricordo con affetto e simpatia.

A suo modo era saggio, talvolta di quella cruda saggezza che viene dall’avere vissuto tempi magri e strappando alla vita la vita. Se quando gli ho presentato la mia ragazza, Luana, ora mia moglie, tutti e due giovani come l’acqua, commentò pacifico «E va ben, se son rose fioriranno…», a pochi giorni al mio matrimonio mi ammonì, in disparte, guardandomi negli occhi, «Aricordate che e donne mangian da due parti, de suvia e de sutta! »[14].

A mio padre, suo genero, nell’identica situazione aveva consigliato «Danni mente a candeia che a messa a le lunga!»[15]

Queste curiose immagini che traslando rendono bene il proprio pensiero dovevano essere una caratteristica della sua famiglia. Quando mio nonno presentò per la prima volta mia nonna ai suoi, fu messo poi in guardia sui casi della vita coniugale da suo padre, mio bisnonno Francesco morto pochi mesi dopo che ero nato; questo bisnonno, vista la notevole avvenenza della futura nuora ma edotto dai fatti della vita, ammonì il figlio con un «danni mente, sutta an bell’arbu se ghe môe de famme» [16]

Mia nonna (“a Rina” come diminutivo) la ricordo adesso in modo sfocato, due immagini sovrapposte, una da bambino come un donnone grosso e con tanto seno, l’altra, pochi anni fa, un cosino dai lineamenti da indovinare nella bara.

Mi meravigliava ed invidiavo il suo essere perfettamente trilingue, italiano, genovese e piemontese.

Aveva l’abitudine di sottolineare un pensiero, una frase, ripetendola sempre tre volte, come a darle il suggello di autenticità o di irrevocabilità.

Per esempio commentando in dialetto il mio comportamento a mia madre, una volta che ero stato alcuni giorni a Niella con lei, disse «u l’è stetu brao brao brao…u nu ta mai sercà, mai sercà, mai sercà e basta »[17]. Il basta finale era il sigillo definitivo del discorso, inutile avere dubbi a proposito delle sue parole.

Ho ancora un episodio che voglio ricordare perché, in un qual modo, me la fa sentire persona e non solo nonna.

Dopo che è morto mio nonno, mia nonna ha lasciato la casa dove abitava a Pisa ed è venuta a stare in casa con i miei, nella mia ex stanza io già sposato. Malata, in declino, mi parlava spesso dei tempi in cui era giovane e li paragonava al momento attuale.

Un giorno mi chiese della morte e di com’era l’aldilà, sollecitandomi un parere. Io che sull’argomento avevo già delle idee alternative e diciamo estremamente possibiliste, ero in imbarazzo a parlarne con lei, cosciente com’ero di discorrerne con una persona cosciente d’essere vicina a saperlo in via definitiva. Capivo che mi chiedeva la conferma della speranza di ricevere, di là, il perdono. Ho dato una risposta vaga, svicolatoria; i miei intimi convincimenti non li ritenevo adatti. “Ma dimmi te, a tua idea ” mi incalzava. Se sono servite poi quelle mie parole di circostanza non so dire. Io però quel giorno ho aggiunto un tassello alla mia convinzione che comunque si muore soli, che la morte è una prova intima, privata.

Basta savei aspetà e tûtti i tempi vegnan era un suo modo di dire consueto a commento dei fatti della vita. “Basta saper aspettare e tutti i tempi vengono”.

Lo intuivo già allora e lo sento vero ogni giorno di più.

Ogni stagione ha il suo tempo e ciò mi consola.

 

Case di bambino

 

3 Fontanegli

 

Ho continuato a chiamarlo nonno Pippo anche dopo che venni a sapere, con enorme sorpresa, che il suo vero nome non era quello.

Fu una rivelazione, sconvolgente per me bambino, imparare che uno potesse chiamarsi diversamente da come sempre l’avevi conosciuto. Di buono in quel cambio d’identità trovai almeno che il nuovo nome era addirittura come quello del famoso Capo Indiano; in fondo era come avere un personaggio importante a tua disposizione. Quando mi dissero che avevo frainteso, che il pellerossa era Geronimo ma il nonno invece Gerolamo ci rimasi male: «Gerolamo! Ma allora che nome è? »

Era un ragazzo del ’98.

Questo lo venni a sapere molti anni dopo; a me allora interessava che fosse stato un soldato con tanto di fucile e che avesse fatto la guerra, quella vera.

In quei giorni che passavo d’estate a Fontanegli, lo interrogavo spesso, incalzandolo, a raccontarmi le sue avventure, accingendomi ad ascoltare mirabolanti gesta.

Adesso mi rendo conto della sua reticenza.

Dei suoi sforzati racconti mi è rimasto di quando, caporale, trovò un tozzo di pane duro e lo divise con i suoi soldati affamati, tagliandolo con il coltello in piccole strisce sottili, e la sua pena per l’unico austriaco che avesse sicuramente ammazzato, lottando corpo a corpo, gettandolo giù da una rupe. Mi spiegava che c’era stato costretto, si trattava della sua vita o di quell’altra e che tuttavia gli spiaceva. Io non capivo quella sua tristezza per un nemico, adesso vorrei poterlo abbracciare.

Me lo ricordo un uomo grande, con corti baffi larghi solo quanto il naso, il cappello sempre in testa.

E’ stato anche la prima persona tra quelle che avevano da sempre formato la mia famiglia ad andarsene via.

Avevo da poco compiuto gli 11 anni. Le notizie sul suo breve ricovero in ospedale mi giungevano ovattate e filtrate dai nonni di Savona dove io e mia sorella stavamo perché mamma e papà erano andati a trovare quell’altro nonno.

In uno di quei giorni, forse una domenica, mio nonno Benedetto mi portò con il sidecar alla Madonna del Monte, sopra Legino, a fare merenda con i “friscêu[18] in una trattoria nei pressi della chiesa.

C’erano anche delle persone di sua conoscenza con le quali si mise a chiacchierare; dopo un po’ non so come il discorso toccò il motivo per il quale stavamo lì. Nonno Benedetto spiegò loro come l’altro mio nonno stesse morendo proprio in quelle ore e nel dire questo mi indicava. Io, con una bella frittella ricca di rosmarino in mano, feci la faccia di circostanza come m’immaginavo si dovesse fare; mi sentivo importante, speciale, avevo un nonno che stava morendo.

C’erano dei ragazzi più grandi che intanto ascoltavano dischi dal juke-box. Mio nonno Beneitu, gran estimatore di tutta la musica purché fossero polche, mazurche ed “il cacciator nel bosco”, osservò ad alta voce con uno di questi che, a suo parere, quella canzone lì, quella che diceva “Dio è morto“, fosse del tutto disdicevole. A me andò mezza frittella di traverso, mi rendevo conto che aveva travisato e di brutto il senso della canzone. Il ragazzo, con calma, gli spiegò il vero significato di quelle parole collegandole al resto delle strofe e gliela fece riascoltare. «Alua va ben, ti ghe raxiun »[19] commentò mio nonno alla fine, convinto.

Forse la sera stessa giunse la notizia della morte di nonno Pippo.

Fu il primo morto che mi venne concesso di vedere. Steso sulla tavola dell’obitorio con il suo vestito scuro, sembrava che dormisse. Solo che stava lì, fermo, e noi tutti attorno. Chiesi a mio padre, in mezzo al bisbiglio dei parenti, come mai nonno avesse parte delle orecchie di colore blu. Mi rispose che era il sangue che si era fermato. Poi mi dissero che potevo dare un bacino a nonno Pippo.

Forse glielo detti sulla mano o forse sulla fronte, ora non ricordo. «Ma è tutto freddo freddo! » esclamai. Poi scoppiai in lacrime.

            Per arrivare alla casa dei nonni di Genova occorre attraversare tutto il piazzale della chiesa che fa anche da capolinea per la corriera, che qui si chiama “celere”.

Sul lato a valle alti cipressi alternavano panchine di ferro verniciate di verde. Si scantona a sinistra tra l’angolo della chiesa e la grande quercia che da sempre ricordo, si passa accanto agli ampi gradini di marmo che salgono al culto e s’imbocca una strada stretta, con attenzione ci passa un’auto, via Spallarossa.

Adesso è asfaltata ma la ricordo ancora lastricata, una striscia centrale di rossi mattoni messi di costa, piatte lastre di pietra ai lati.

A sinistra il muro di cemento del campo sportivo, contornato di un’alta rete metallica “pe fermà i baluin[20], a destra un muretto a pietre e calce dà su strette terrazze ad ulivi. Su un tratto di quel muretto ricordo una siepe di edera selvatica che a sua stagione emanava dai pistilli carnosi uno strano odore dolciastro, e le api e le vespe ronzavano attorno ubriache.

Si monta infine la ripida rampa, poi tre scalini e si è al portone di casa, la casa dei nonni di Genova,  a Fontanegli.

Era festa quando da Savona partivamo con la 600 multipla della ditta arrivando dopo un viaggio che a me sembrava interminabile a Genova.

Sull’autostrada, un po’ dopo Albisola, c’era la stazione di servizio dove spesso avevo diritto ad un pacchetto di Pavesini, poi si proseguiva fino ad uscire, mi sembra a Voltri, dove l’autostrada finiva.

Ancora strada e già città, la lanterna, il porto, le immense e bianche motonavi Raffaello e Michelangelo dai due grandi fumaioli neri. Piazza Caricamento, capolinea di tantissime corriere, e poi ancora strada da fare.

Da Brignole si prendeva su per il Bisagno, si passava il cimitero di Staglieno, s’infilava la stretta valle tra le colline.

Per me eravamo arrivati ed iniziava la magia quando, poco prima di Prato, scorgevo alta da lontano la ciminiera di mattoni, forse di una fonderia ai suoi piedi.

Si svoltava a destra sullo stretto ponte e s’iniziava a salire. Già da lì mi sembrava mi salutassero, lassù in alto quasi in cima alla collina, il campanile e la chiesa mezza coperta dalla grande quercia, la casa bianca dei nonni con le persiane azzurre.

Ora il ponte è a senso unico solo per venire in giù, per salire c’è una nuova strada poco più avanti e sono sorti nuovi caseggiati, ma il campanile, la chiesa, la casa sono come allora lassù, ad aspettarmi; la grande quercia non c’è più da pochissimo, sono rimaste un paio di panchine ma sciancate tra i cipressi, la casa e le persiane hanno cambiato colori…

E’ un piccolo condominio rubato al fianco della collina, pianterreno e due piani.

Il primo piano era in pratica nostro, a sinistra ci stavano gli zii, cioè zio Carlo e Zia Luisa, sorella di mio padre, con mia cugina Pinuccia, cinque anni più grande di me.

Il portone di fronte al loro era casa dei miei nonni.

Si chiamavano entrambi Picasso senza essere parenti, è un cognome abbastanza diffuso a Genova.

Questa caratteristica dell’identico cognome dei genitori è stata, a quanto mi raccontava, usata da mio padre ragazzetto per prendere in giro l’ufficiale comunale al quale richiedeva il rilascio di un qualche documento. Allora era necessario indicare anche i genitori e la cosa con mio padre andava circa così:

«Cumme ti te ciammi?»

«Mario Picasso»

«tö puè? »

«Gerolamo Picasso»

«tö mue? »

«Teresa Picasso»

«u sò de cognume»

«Picasso»

«Nanin, cumme a se ciamava primma de spusase? »

«lo za ben ditu, Picasso»

«Picasso? »

«Sci, primma e doppu a l’è restà Picasso, Teresa Picasso in Picasso»

«aah, oua ho càpiu. »[21]

Questa peculiarità dei miei nonni in qualche modo fa il paio con quella dell’altra coppia di nonni, quelli di Savona, in cui il nome di lui, Benedetto, corrispondeva al cognome di lei. Della serie “I casi strani della Vita”.

L’ingresso era piccolo.

Anche di notte era fiocamente illuminato da un lumino elettrico messo in un angolo in alto, accanto alla fotografia di una figlia morta a diciannove anni, Giuseppina. Non è l’unica zia che non ho mai conosciuto. Fosse andata diversamente, avrei avuto l’affetto anche dello zio Angelo da parte ancora di mio padre e dello zio Roberto da mia madre, ma entrambi se n’erano andati da bambini.

La prima porta a sinistra dava sulla cucina, rettangolare.

La dispensa sul lato corto accanto alla porta, il mobile all’americana su quello lungo, a sinistra.

Lo stile del mobile era molto simile a quello di casa mia, appena un po’ più lungo. Il tavolo e le sedie invece erano uguali uguali a parte il colore delle parti superiori, celeste qui e verdolino da me.

Di quel tavolo ho il ricordo di un pomeriggio, seduto sulle gambe di mio nonno, che assieme a lui assaggio “a gongunsoa cu_i grilli[22]; mia nonna non vorrebbe ma mio nonno mi lascia fare, io mangio con gusto proprio anche perché a lei fa impressione e con l’indice inseguo e catturo i grilli, piccoli cosetti bianchi che saltellando sono scappati dall’incarto, poi me l’infilo in bocca e le mostro la lingua.

Su un lato il mobile finiva con una serie di cassetti. L’ultimo in fondo conteneva il tesoro, gli attrezzi di mio nonno. Cacciaviti, pezzi di spago e di piattina, filo elettrico intrecciato di una volta, chiodi normali e quelli belli con la gomma sulla testa per fermare la piattina, pinze, una tenaglia e soprattutto il martello.

Io regolarmente facevo la caccia a quel cassetto per prendere il martello, volevo sempre inchiodare qualche pezzo di legno. Rapida mia nonna m’intercettava prima che facessi saltare qualche scheggia dal pavimento, riponeva tutto e mi ammoniva con un «U nonnu u nu vo che ti ghe tucchi i so feri, poi nu i atrova ciù ».[23]

Io non restavo convinto, conoscevo bene mio nonno e non potevo credere che non mi lasciasse prendere almeno il martello, sarei stato attento a non fare disordine in quel cassetto; solo che lui non era presente a confermare la mia tesi, così per un po’ dovevo cercavo qualcos’altro da fare. Poi, manco a dirlo, ci riprovavo.

Nell’angolo opposto al mobile c’era il lavandino, u lavellu.

Scavato in un unico blocco di marmo bianco, la vasca piccola e rotonda, un piccolo buco esattamente al centro per lo scolo.

Anni dopo, in un qualche libro di scuola che riportava le forme dialettali adottate dalla lingua italiana, lessi che “lavello” è una delle poche parole genovesi, se non l’unica, a farne parte.

Premesso che credevo il contrario, cioè che u lavellu fosse la traduzione genovese del vocabolo italiano, ne sono stato in qualche modo orgoglioso, ora Genova aveva dato all’Italia dell’altro a parte Colombo.

Incuriosito in quella lista non trovavo però il vocabolo “arbanella”; allora ho preso il dizionario per verificarlo. Manco l’ombra. Ero trasecolato, si trattava di un errore bello e buono, “Tana per lo Zingarelli!

Ce n’è voluto prima che mia madre mi convincesse che arbanella non era italiano ma solo dialetto. C’è sempre da imparare, ogni giorno una novità!

Io fino ad allora avevo così indicato qualsiasi contenitore di vetro con o senza tappo, quelli da sugo per intenderci, riservando la parola barattolo a quelli di latta.

Ancora adesso spesso mi scappa indicando a Giulia, «dai, quell’arbanella lì sulla credenza accanto al barattolo del caffè…»

Lei mi guarda, erra con la mano sul ripiano seguendo il mio dito, finalmente lo prende. «E’ questo qui il ba_rat_to_lo che volevi, papà?», scandendo bene la parola.

C’è ancora un’altra anomalia della lingua che mi piace ricordare e che faceva parte del lessico familiare di cui mi sono imbevuto da bambino.

Ero solito sentire commentare mia madre, a proposito di cose in quantità abbondante, «Ce n’è per i battipaoli!».

Con ciò restava inteso il non doversi preoccupare per la relativa scorta o che addirittura la misura era perfino troppa. In verità mi ero chiesto, in un mio privato tentativo d’esegesi casalinga, perché mai si dovessero battere, e traducevo picchiare, questi sconosciuti paoli.

I vari tentativi d’interpretazione che mi trovavo non mi convincevano, così lasciavo il problema in sospeso, tanto più che erano loro che se le prendevano.

Un giorno, ma già ero grande e qui in Toscana, ascoltando mia madre conversare con una vicina, la sento commentare: «Diamine! Ho preparato tanto da mangiare che ce n’era anche per i Beati Paoli».

Folgorato sulla via di Damasco! Con impeto interrompo mia madre «Mamma! Ma allora dici Beati Paoli e non battipaoli come hai sempre fatto!»

Lei mi guarda stranita, forse anche un po’ imbarazzata con la vicina nel dover mostrare di ritrovarsi un figlio come dire… così gnucco, poi mi fa «Certo, come vuoi che si dica, Beati Paoli no, come ho sempre detto, Beati Paoli, Beati Paoli…»

Mi c’è voluto del bello e del buono ed ascoltata anche la testimonianza di mia sorella, per convincermi che, probabilmente, aveva sempre detto così; solo che nel suo parlare veloce m’ero perso il dittongo memorizzando ed usando così una nuova parola.

Che serenità sapere che non c’erano più Paoli da picchiare, che potevano anch’essi mangiare con abbondanza ed in tranquillità, anzi, in beatitudine!

Quelle volte che andavamo a trovare i nonni di Genova per me era l’apoteosi della festa perché rivedevo i nonni, mia cugina Pinuccia  con lo zio Carlo e la zia Luisa. Nonno Pippo immancabilmente era ad aspettarci “al Ponte” all’inizio del piazzale della chiesa e con lui io andavo a casa a piedi mentre i miei parcheggiavano la macchina; entrando in casa io ero rapito dagli abbracci e dai sorrisi di tutti e veloce percorrevo tutta la casa inebriato dalla gioia di essere lì. Mia nonna Teresa subito riprendeva a curare i fornelli che da lì a poco sarebbe stato mezzogiorno. Io avevo sempre diritto a piccoli pezzi di pane intinti nel sugo caldissimo che ancora sobbolliva lento “in tü pignattin” con un coperchio fermato da un peso. A tavola ricordo come antipasto immancabile c’era un piatto di morbido salame sant’olcese con il quale poi avrei fatto anche merenda nel pomeriggio. Il piatto forte del pranzo erano i ravioli con il ripieno fatto di un sapiente impasto di carni varie e verdura, conditi con quel sugo meraviglioso; se non erano i ravioli erano i “tagien”, i tagliolini sottili e quadrati. Ravioli o tagliolini che fossero, erano sempre rigorosamente fatti in casa che tanto credo che a quei tempi nemmeno ci fossero nei negozi, non ho idea ma non ho mai visto nessuno dei miei comprarne, solo farli partendo dagli ingredienti di base. Forse, ma dico solo forse, comprati fuori potevano essere i “croxetti” o corzetti come avrei poi imparato si chiamassero in italiano; è una pasta tipica genovese a forma di piccoli “otto” senza i buchi dentro, sempre meravigliosi con un ricco sugo magari anche di funghi. In quelle domeniche non ricordo d’aver mangiato la pasta con il pesto; era che il pesto è il condimento così comune di tutti i giorni per la pasta che farlo anche nelle feste grandi sembrava quasi di non festeggiare, noi genovesi ne mettiamo un cucchiaio anche nel minestrone quando è nel piatto. Di sicuro lo avrei mangiato poi nei giorni dopo se io mi fermavo lì dai nonni, magari con gli gnocchi che erano il piatto principe delle domeniche però “normali”. Io gli gnocchi li identifico e concepisco solo conditi con il pesto, mia nonna Caterina invece da piemontese me li faceva con il sugo di carne ma a me così proprio sembravano strani, incongrui tanto quanto fossero stati conditi con la marmellata. Mia madre mi raccontò che da fidanzata aveva mangiato (e se ne era definitivamente poi convertita) i primi gnocchi al pesto proprio a casa dei nonni di Genova e mio padre da galante stupito per analogia, aveva assaggiato per la prima volta dai nonni di Savona quelli conditi con il sugo di carne, primo impatto di due culture culinarie diverse.

Come secondo poteva esserci “a simma”, la cima, o la carne fatta arrosto o con la salsa verde. “U pandüse”, il basso e “compatto” panettone genovese, ci sarà stato come dolce sotto le feste di Natale. Ormai che ho l’acquolina in bocca, non posso dimenticare la torta Pasqualina, una torta salata ripiena di verdure e uova intere buonissima calda ed eccezionale da fredda; come già suggerisce il nome, veniva preparata anticamente solo sotto le feste Pasquali; negli anni poi mia madre me la faceva anche su richiesta ma con qualche giorno di ritardo per via della preparazione della sfoglia, rigorosamente fatta in casa, e dell’attenta cottura richiesta perché la sfoglia lievitasse per bene, magari anche con una cannuccia per insufflare l’aria.

La sera invece era comunque quaresima. Ancora tronfi del pranzo (ed io anche della merenda), si mangiava quello che c’era, probabilmente anche solo minestrina; il secondo invece era senza fallo la carne che aveva procurato il sugo. Sfinita da anche due giorni di lenta cottura, ricordo quelle insipide fette fibrose che solo a piccoli morsi riuscivo a mandar giù, ben ripulite a leccate e ciucciate dal sugo. Altri tempi, altre cucine, altri sapori …

Per andare in giardino si passava dalla porta finestra di cucina e si attraversava una passerella.

Alzandosi la casa su una parte di collina a strette terrazze, chiamate qui “fasce”, questo piccolo ponte raggiungeva con un balzo il ciglio della fascia dei miei nonni, scavalcando il giardino dei vicini di sotto.

Per me, piccolo piccolo, questa stretta striscia di terreno messa parallela alla casa, aveva l’estensione di un parco.

Scesi i tre scalini in cemento della passerella, tutto un mondo si apriva a mia disposizione.

A sinistra la parte dedicata ai fiori; un corto sentiero, contornato su un lato dalla rete di recinzione per non cadere nel giardino di sotto e dall’altro da un basso muretto di una porzione di terreno rialzato, dedicato alle rose e “a radicetta”,[24] arrivava allo stretto cancello che dava su un viottolo in salita.

            Un giorno accanto a quel cancello ascoltavo mia nonna Teresa scambiare due parole con una sua conoscente e coetanea. Ci ripenso a volte adesso sorridendo dentro di me per come ogni età veda le stesse identiche cose ma con diverse riflessioni.

« Ooooh, ti me dixi! a l’è poi morta quella figêoa …!?»

- Cosa mi dici! È poi morta quella bambina …!?-

Io mi ero subito immaginato una bambina e all’incirca della mia età, benché il termine usato da mia nonna indicasse più propriamente una ragazza; sapevo, in maniera generica, che quando la gente muore vuol dire che non c’è più e nella mia testa partecipavo alla tristezza per quella bambina che non avevo mai conosciuto e lo stesso cercavo di immaginare, rammaricato perché non avrei mai più potuto giocarci assieme;

« Meschin_a, a nu l’avià aviü mancu sinquant’anni! » - Poverina, non avrà avuto nemmeno cinquant’anni! -

Mi scossi sbalordito qualcosa che non tornava, ripassavo febbrilmente il discorso e non riuscivo a capire come ma dovevo essermi perso un pezzo: cinquant’anni era una proprio vecchia!

Non ricordo adesso per niente se poi io abbia chiesto spiegazioni, probabilmente no, troppo frastornato. Solo più tardi da grande e soprattutto ora che ho pochi anni più di quella “bambina”, riesco a vedere la cosa dallo stesso punto di vista.

Al centro c’era il pergolato, tutto ricoperto di uva fragola. Sotto quel fresco un vecchio tavolo dal ripiano di marmo bianco, “in pa de vegie careghe [25] e due sedie a sdraio ripiegate.

Questo nel dopopranzo era l’angolo della pace.

Quante volte, sdraiato bello comodo su una di quelle sdraio da spiaggia con le gambe su una sedia, mi è trascorso addosso languido il pomeriggio, beatamente immerso nella lettura intensiva di giornaletti.

Lì passai uno dei pomeriggi che mi è rimasto fissato nella memoria. Vennero a trovare mio nonno tre suoi amici, li fece entrare dal cancello, portavano un grosso e gonfio sacco di iuta. Seduti a quel tavolo di marmo, io a cavalcioni delle gambe di mio nonno, rovesciarono sul tavolo quel sacco formando una montagna di fave; comparve del salame, del formaggio, del vino, del pane;  non c’era fretta nei loro gesti; parlavano, io ascoltavo, tutti mangiavamo. Mio nonno mi tagliava fette di salame alternandole con pezzi di formaggio, io mi aprivo i baccelli. Quanto può durare una merenda così, un paio d’ore? Per me fu e rimarrà sempre un tempo fuori da ogni tempo.

A destra del pergolato un pezzo di terreno appena più ampio era dedicato all’orto. Impigliati alla solita rete di recinzione, un arbusto di rosmarino ed uno di salvia fronteggiavano il filare in canne dei pomodori e le quattro o cinque piante di zucchine. Una volta mio zio Luciano, “u Lucì”, passato a trovare i suoi perché lui abitava con mia zia Amalia e mia cugina Marina in centro a Genova in via Imperiale, si accuccia accanto alle piante di pomodori e mi chiama. « Robbi, vegni in po’ chi a amià…»[26]

Mi arrampico sulle sue spalle e così accucciati lo osservo battere piano con un pezzo di canna quella orizzontale di sostegno del filare.

Ronzando se ne esce dall’estremità un grosso calabrone, compie brevi giri d’ispezione tutt’attorno, poi s’intana di nuovo nel piccolo buco. Feci ripetere molte volte quel gioco.

Io ero piacevolmente soddisfatto d’aver imparato dove andassero a dormire i calabroni; le vespe lo sapevo, avevo visto le loro cellette grigiastre, le api lo stesso, in un alveare per il miele, ma i calabroni era una novità.

Un’altra volta sempre zio Luciano, gettando una mosca nella ragnatela tesa tra due rose, m’insegnò come cacciano i ragni. In seguito io provai con altre mosche, con formiche, perfino con briciole di pane.

Queste micro lezioni d’etologia (animale ed umana) mi torneranno in mente anni dopo, ripetute quasi pari pari, con Giulia ed Eugenio.

Con Eugenio in particolare per molti anni ho rispettato puntualmente una tradizione. Le sere attorno alla metà di maggio, nei campi dietro le ultime case del paese, abbiamo rinnovato una magica raccolta.

Le lucciole.

Nel silenzio della notte inseguivamo assieme quelle tenui scintille intermittenti, indirizzandole con cautela e molti tentativi in una arbanella, pardon, un barattolo di vetro dalla bocca larga. Ricchi poi di un luccicante tesoro, con difficoltà ci staccavamo da coglierne ancora. Tornando a casa era Eugenio che portava la magica lampada tra le mani. Posata in mostra al centro della tavola a Luana e a Giulia, restavamo un poco nel buio ad osservare quelle fatue luci raccolte. Poi, tolto il coperchio sul terrazzo, le inseguiamo ancora con lo sguardo disperdersi di nuovo libere nella notte. Al mattino trovavamo sempre qualche moneta accanto al barattolo sul tavolo. Le lucciole ci avevano ringraziato per averle liberate.

Tutto ritorna. In una notte di un maggio di più di quarant’anni fa, in quello che ai miei occhi era un immenso giardino, mio nonno Pippo aveva raccolto per me tante tantissime lucciole dentro un’arbanella.

La pianta di fico, alta e sporgente da un angolo del giardino, aveva ai suoi piedi la cuccia della Dicca, la cagna di mio nonno. Io volevo sempre andare a farle “le frasche”, le coccole, ma mia nonna se non c’era mio nonno non si fidava, non si sa mai con gli animali alla catena. Veramente a me facevano più impressione i fichi spiaccicati tutt’attorno alla cuccia assieme alle troppe merde della Dicca.

Mia zia Luisa con una canna aperta ad un’estremità mi coglieva i fichi più alti, d’un verde brillante, gonfi a spaccarsi sul fondo dal quale spuntava la rossa carnosa polpa. Mentre stava operando con la canna, doveva contemporaneamente difendersi dagli assalti festosi della Dicca che le piazzava le zampe sulla schiena.

«Amia in pitin che roba, ma vanni zù brutta gundun_a»[27]

In quel giardino giocavo a pallone, tirare piano che va giù o in mezzo ai fiori, e soprattutto con mia cugina  Pinuccia. Più grande di me, un po’ spadroneggiava e spesso mi prendeva in giro chiamandomi “Galletto del Paraguay” che subito storpiava in “Galuscio[28] del Paraguay”. Avevo provato a dirle che io ero più di lei perché ero un Picasso come il famoso pittore  e lei no.

Mi fregò anche lì osservando come in “Picasso” ci fosse  un solo asso, mentre lei di cognome era “Valdenassi” …

Una volta stavamo giocando a correre intorno in giardino, lei era il cavallo che io tenevo con le redini fatte con di una corda per saltare. Solo che il suo passo non era il mio e dopo pochi metri inciampo, volo attaccato alle redini, atterro cozzando la fronte su una bassa fioriera di cemento, peraltro impreziosita da ricche piante grasse.

La cicatrice, molto piccola d’accordo, da allora adorna la mia fronte  accompagnandosi a quella che divide il mio sopracciglio sinistro.

I vicini di sotto erano parenti di mio nonno, Lui e “u Tarci”, Tarcisio, erano cugini non so in che grado.

Avrò avuto un nove o dieci anni, un sabato sera fui invitato giù da loro a giocare a Monopoli; non mi ricordo in quanti eravamo, certamente la Parmi, “ a muggié du Tarci ”[29], la figlia Rita “cun u sö galante u Giuli”[30], mia cugina Pinuccia e mia zia Luisa; forse c’era anche mio nonno che però chiacchierava con suo cugino.

Senza dubbio fu per me una serata eccitante, unico ragazzo che giocava in mezzo a tanti grandi. Al termine della serata, dato il mio vistoso apprezzamento, fu deciso di replicare la sera seguente, dopo cena; sarei sceso solo io perché mia zia e la Pinuccia non so cosa avessero da fare. La Parmi m’avrebbe segnalato l’ora di scendere battendo sul soffitto con il manico della scopa.

Tutto il giorno rimasi sovreccitato e pregustavo il momento di poter scendere. Alla sera però mia nonna, alla quale ero affidato, forse già abbondantemente provata dalla vivacità del nipote durante la giornata e quindi desiderosa solo di riposare, insisteva nel volermi convincere che avevo frainteso, che non c’era nessun appuntamento. Alle mie rimostranze ripeté per un po’ la sua tesi, poi cambiò versione dicendo che i due galanti giù non avevano voglia di giocare ad un gioco da bambini, che avevano altro cui pensare.

«Altro a cui pensare?» le dicevo, «Ma vuoi scherzare, cosa ci può essere di meglio di una bella partita a Monopoli!  vedessi come si sono divertiti ieri sera!»

Addirittura, quando dal basso arrivano due tenui ma sospirati colpetti, mia nonna li volle interpretare come il rumore di sedie smosse. Ero allibito.

Non ci fu verso, quella sera me ne dovetti andare a dormire senza Ferrovia Ovest e Società Elettrica, senza gli ambiti Parco della Vittoria e Viale dei Giardini, senza case né alberghi; avevo pescato la carta sbagliata dal mazzo degli imprevisti.

Il giorno dopo, dalla recinzione facevo la caccia alla Parmi.

«Come mai non sei poi venuto ieri sera, Nanin?» mi chiese affacciandosi nel suo giardino.

«Nonna!  Lo vedi! Te l’avevo detto che era vero! » urlai disperato.

«E va ben, saià pe n’atra votta» [31].

«Belan[32] de n’atra votta Nonna! lo sai che tra due giorni mamma e papà vengono a prendermi! »

E’ inutile, ci sono volte in cui i grandi non sanno cogliere i veri piaceri della vita!

Della Parmi mi è rimasto impressa in mente un’espressione, un proverbio che mi citò molti anni più avanti, io già molto grande, forse riferendosi ad un suo nipotino.

«E parolle di figêo», mi disse, «sun freguggie casché da toa »[33].

Lì per lì la presi per una battuta, senza alcun profondo significato. Diventato papà e accaduta l’occasione, quest’osservazione da sola è riaffiorata alla memoria. Solo allora l’ho compresa, ne ho gustato la verità e la saggezza. C’è una bella immagine racchiusa in questa frase, c’è una tavola apparecchiata, ci sono dei grandi che discorrono, ci sono ai loro piedi dei figli piccoli che giocano ed intanto ascoltano e rimuginano. Io so d’averlo fatto, so d’aver ascoltato giocando le parole dei grandi, memorizzandole e poi interpretando il loro significato. Intanto, senza accorgermene giorno per giorno crescevo cercando di dare una senso ad un nuovo tassello del grande puzzle che è il vivere.

Ho intimamente sorriso guardando i miei figli quando, piccoli, restavano cogitabondi su un aspetto di una frase o di un accadimento. E se le loro domande a chiarirsi le idee presentavano salti di logica, sapevo invece che una logica c’era, solo poggiava sui mattoni che avevano a disposizione e su quelli costruivano. Con affetto ho provato a sfilare assieme a loro e per loro la loro matassa. Ci ho provato ed era comunque sempre la loro matassa. Ci ho provato, con me i miei l’hanno fatto.

Ritorno in casa. Accanto alla porta di cucina si apriva una piccola stanza da letto. C’erano due letti ai appoggiati alle pareti,  i due comodini affiancati nel mezzo, un armadio,  un mobile basso con sopra la televisione in bianco e nero.

Dico la verità, ora come ora non riesco a ricordare d’aver dormito in uno di quei letti e nemmeno d’aver avuto occasioni particolari di frequentare quella stanza; però quando stavo quella settimana dieci giorni a Fontanegli  a settembre prima delle scuole da qualche parte devo aver dormito e penso allora proprio in quella cameretta. L’unico ricordo certo è legato ad una partita di calcio di un mondiale. Giocava l’Italia.

Io stavo sdraiato sul letto di sinistra, mio nonno Pippo invece si era piazzato ben davanti su una sedia e ci stava seduto a cavalcioni,  appoggiato con le braccia alla spalliera. La sua schiena mi copriva quasi interamente la visuale dello schermo ma tanto  io avevo da leggere dei giornaletti e della partita non mi interessava più di tanto.

Perdemmo. Mio nonno si alzò avvilito, spense la tv con un sommesso «Che belinuin, fin da a Curea …»[34] e se ne andò in cucina.

Fontanegli voleva dire funghi.

In quelle mattine frizzantine che si facevano poi ricche del sole di settembre, uscivamo dal cancello del giardino e montavamo i sentieri su per le colline oltre la strada.

Mia zia mi dava un paio di suoi stivali, più per la presunta presenza di vipere che per l’umidità caduta nella notte, e con un bastone a mia misura come loro frugavo sotto i castagni cercando tra gli anfratti, qui sotto la felce, là scostando il cespuglio d’erica.

E ne trovavo di funghi, giovani porcini dal gambo sodo e carnoso o quelli già più cresciuti, dalla larga e lucida cappella con il sotto spugnoso, delle gombette dal verde incarnato o quelle rosse giallastre, prelibate, dei galletti giallo oro dall’orlo increspato.

Che gioia l’attimo in cui li trovavo, li coglievo, li disponevo preziosi “inte in cavagnin” [35] foderato di foglie di castagno.

Era poi anche una gara, un chiedere agli altri se loro n’avevano, felicitarsi invidioso quando ne trovavano di veramente belli. Con mia zia qualche volta andavo alla pari, con mio nonno ridevo felice se lui esclamava «Belin! Ancò mi nu i veddò…manc’un, manc’un, u pà fin_a impuscibile e amié stu ravattu quanti u ghe n’à za!» [36] mentre la Dicca gli correva davanti, dietro e in mezzo alle gambe. «Ma alevite in pitin din tu mezu, nescia che t’é!» [37] faceva allora finta d’arrabbiarsi.

Mio zio Luciano invece era imbattibile.

Passo passo, con metodo, coglieva dal bosco i suoi tesori più nascosti; come ci pativo quando si chinava a coglierne uno nel punto in cui io ero appena passato, era come aver perso un'occasione irripetibile, battuto in casa propria. «U l’è inutile, u Lucì u l’è in funzà, u gà di oggi!»[38] mi diceva mia zia anche per confortarmi, ma non funzionava anzi, a me rodeva di più, volevo essere anch’io un bravo “funzà”, il più bravo.

Tornati a casa, c’era la cernita. Poggiati su fogli di giornale sopra il tavolo, mia zia li ripuliva e li divideva.

Quelli per il sugo del giorno, quelli più grossi e vecchi da fare a strisce poi fritte impanate, quelli più piccoli da mettere sott’olio con i grani di pepe.

Quando alla fine della vacanza i miei venivano a riprendermi, mostravo loro orgoglioso le arbanelle di funghi sott’olio che mia zia aveva preparato per noi, mostravo loro con il dito quelli che  pretendevo di riconoscere che proprio io avevo trovato.

Accanto alla stanzina della televisione c’era il bagno, veramente veramente piccolo. Un piccolo lavandino, una tazza grandezza naturale, la finestra. Non mi ricordo se già ci fosse la vasca da bagno come c’è ora. Se c’era ci potevi stare solo con le gambe accucciate.

La camera da letto dei nonni concludeva l’appartamento. Chissà perché mi sembrava enorme. Entrando subito sulla sinistra c’era il letto dei nonni con i piedi rivolti verso il balcone che stava di fronte alla porta. Ricordo ancora una finestra che stava sulla sinistra, ora non c’è più, e ricordo la statuina di plastica della vergine di Lourde. Era tutta  bianca e la corona, azzurra, faceva da tappo per l’acqua benedetta. Ma soprattutto alla base, nera, c’era un carillon che suonava una musica dolcissima. Sarei stato ore ad ascoltarla ma mia nonna aveva paura che con la chiavetta  io dessi troppa carica e rompessi la molla. Un giorno andò proprio così.

Rimasi così mortificato nel vedere il volto avvilito di mia nonna. «Ma poi nonno lo aggiusta, vero nonna?»

In quelle sere di fine estate a me piaceva stare con gli zii. Abitavano nell’appartamento di fronte ai nonni ma non mi era concesso dalla nonna andare sempre di là: «stanni in pó chi oua, a lalla a gà da fa»[39]. Io fremevo perché con mia zia Luisa mi divertivo. Giocavo a dama su una scacchiera di legno con le caselle e le pedine bianche e blu anziché bianche e nere com’ero abituato a vedere. Se no giocavamo a filetto o a rubamazzo e soprattutto al gioco dell’oca. Ricordo che una volta le dissi tutto convinto «zia, però sei contenta che ti faccio giocare così tanto!». Sbottò a ridere in una maniera strana ed un po’ ci rimasi male quando io intuì che secondo lei la corretta visione della cosa era proprio l’opposta. Spesso però la sera ero a cena da loro. Mia cugina Pinuccia preparava sempre l’acqua di Vichy che a me comunque non piaceva perché frizzava ma lei ne andava matta. Per quella c’era la bottiglia apposta, quella con il tappo che si gira sui ferretti. La riempiva d’acqua, apriva la bustina che era rossa e ci rovesciava quei granuli bianchi e poi subito subito a chiudere il tappo che se no tutte le bolle andavano fuori.

Poi c’era lo zio Carlo. Lavorava al porto di Genova ed aggiustava i motori delle navi. Gli volevo un gran bene. Era un po’ austero, poco propenso alle smancerie, non è che potessi giocare per esempio a pallone con lui o roba del genere, però ci stavo bene assieme. Alla sera, saranno state le sei, stavo affacciato dal poggiolo di mia zia per vederlo arrivare, cercando di scorgere sui tornanti che salivano al paese la sagoma della sua auto. Di speciale lo zio aveva anche che la sera mi lasciava tranquillamente guardare la televisione anche dopo carosello. Che gioia vedere i film seduto sulla sdraio che mia zia mi preparava davanti alla tivù!

Ho ancora chiaro il ricordo di un film di quegli anni. Rigorosamente in bianco e nero, parlava dei motoscafi italiani mas che attaccavano navi nemiche dentro ad un porto. I piloti, uno per mas, superato in silenzio una barriera galleggiante di protezione al porto, dovevano accendere i motori e lanciare il motoscafo, che era poi un siluro, verso le navi  nemiche e dovevano anche lasciarsi cadere in acqua stando attenti all’onda d’urto subacquea. Qualcuno moriva nell’azione, un paio venivano catturati dai nemici ed issati a bordo dei motoscafi. Negli anni ho rivisto quel film e sempre ho ripensato a quella magnifica sera passata a guardare la tivù assieme a mio zio Carlo, mia Zia Luisa e mia cugina Pinuccia.

Però una volta mio zio mi fece piangere calde lacrime.

Quella sera ero a cena da loro. Quanto potevo avere, sei o sette anni. Ricordo per certo che io stavo a capotavola e mio zio sulla mia destra; mi sembra poi mia cugina a sinistra e mia zia per forza sull’altro lato ma questi due piazzamenti mi restano incerti. Stavo mangiando una minestrina quando mi venne fatto di soffiarmi il naso e posare poi il fazzoletto accanto al piatto riprendendo tranquillamente il cucchiaio in mano.

«Ma ti sembra igienica una cosa del genere? Il fazzoletto sporco poggiato dove posi il pane. Ma non te l’hanno insegnata l’educazione i tuoi genitori?»

Il suo sguardo severo mi guardava.

Fu un attimo di silenzio, mi ronzavano le orecchie mentre un’atroce vergogna mi saliva rovente dal cuore. Mi vergognavo perché aveva ragione e mi aveva sgridato proprio lui che non l’aveva mai fatto e poi per l’assoluta mortificazione di aver fatto fare una brutta figura ai miei genitori. Riuscì solo a urlargli un «sì che me l’hanno insegnata!» poi scoppiai in lacrime nascondendomi la faccia tra le mani con grandi singulti.

Solo dopo un po’ mia zia riuscì a calmarmi, chissà con quali parole. Ma non avevo il coraggio di guardare mia cugina e men che mai zio Carlo. Stavo con la testa china e solo ogni tanto lo guardavo di sottecchi. Mangiava in silenzio e mi sembrava severamente arrabbiato. Certe espressioni dei volti ti rimangono impresse per sempre. Così dopo anni ho potuto interpretare quella di mio zio dopo il mio pianto. Era imbarazzato. Non s’aspettava che un suo rimprovero inteso modesto si fosse trasformato per me in una tragedia.

Quando mio nonno morì i due appartamenti divennero uno solo mettendo il portone sul vano del corridoio tra i due vecchi portoni affacciati, così mia zia poteva meglio seguire mia nonna. Poi anni dopo anche la “Virgi,” come era meglio conosciuta in paese nonna Teresa, se ne è andata e ci è venuta a stare mia cugina sposata con Silvano, anche lui lavoratore al porto e gran cacciatore come mio zio. Poi è andato via zio. Poi mia cugina. Adesso ci abita la figlia di mia cugina, la Cinzia, con Davide e da pochissimi giorni c’é Dennis Noah, nuovo butto della saga di Fontanegli.

Di tanto in tanto ci faccio ancora un salto a ritrovare questi miei parenti; mia zia Luisa, nonostante gli ottanta e passa anni e le botte della vita l’ho trovata ringalluzzita dall’arrivo di questo bisnipote. La saluto con piacere.

Non posso lasciare Fontanegli senza dedicare un pensiero alle sue campane. Sono musica.

Nel fluire normale della vita le campane erano identità per i paesani e riferimento continuo d’ogni giorno. Chiamavano la Domenica le messe salutando il paese giocose al termine di quella grande.

Scampanavano in ordinate e festose cantate il giorno del patrono, i campanari in gara tra loro e con i paesi vicini.

Erano bollettino dei solenni avvenimenti  annunciando con ritmo allegro che un nuovo nucleo si era consacrato nel matrimonio  o che la comunità si era ingrandita il giorno del battesimo.

Accompagnando, gravi e meste con i rintocchi dell’agonia distinti per uomini e donne, il lento corteo dietro un paesano che se n’era andato. Registravano lo scorrere del tempo nel loro ripetere ad ogni quarto completi i rintocchi dell’ora seguiti da uno, o due, o tre colpi più dimessi.

Altri tempi, altre necessità, altre utilità.

Oggi intanto sacrestani fissi da anni non ce n’è più, campanari ci vengono da fuori ancora solo per la festa grande. Per il resto c’è installato l’apparecchio che rintocca quanto deve e per la quiete pubblica da mezzanotte fa silenzio.

Adesso che siamo moderni hai tutto su internet.

Su www.battagliardicorde.it ho trovato e scaricato alcune sonate eseguite proprio delle mie campane di Fontanegli; le ho messe sul cellulare e adesso mi svegliano la mattina o mi chiamano quando qualcuno mi cerca.

Se vi pare andate a dare un’occhiata su quel sito ed ascoltatele.

Ho anche ritrovato la musica del carillon di mia nonna “Virgi” Teresa.

Era “ la squilla della sera ”.

 

Case di bambino

 

4 Niella Tanaro

 

Come si considerano diversamente le cose quando non si hanno più!

Adesso che la casa di Niella Tanaro è per sempre solo un ricordo, arrivo a rimpiangerla con nostalgia, da bambino invece era più un fastidio al quale mi dovevo adattare almeno un mese ogni estate.

Vai a sapere; forse se ancora fosse nostra non avrebbe nella mia testa quell’aura di antichi sapori perduti e, come cosa che d’abitudine disponi senza più notare, semplicemente l’avrei.

Non è poi forse così anche per le persone che sempre frequenti, il giorno che t’accorgi d’averle smarrite?

Mia nonna Caterina era di lì da generazioni.

Quando ci tornava si trasformava, riassumeva perfettamente la sua vera identità di Catreina Bzù ed il dialetto del posto. I suoi a quanto ne so erano stati dei benestanti con belle proprietà al sole.

Chissà come, un po’ alla volta questi beni si sono dispersi. In ultimo anche la vigna, la casa e quei pochi terreni sparsi rimasti, quando i miei nonni, ormai anziani e definitivamente in pensione, sono venuti a stabilirsi a Pisa vicini a mia madre, loro unica figlia, per non restare isolati nella casa di Savona.

D’estate ci venivamo a villeggiare, un farci cambiare aria a me e mia sorella.

I primi anni erano anche le ferie di mio padre, lui restava un paio di settimane perché a quel tempo non ne aveva molte, prima metà anni 60, credo proprio quindici giorni l’anno. Poi noi restavamo e lui faceva il pendolare, diviso tra Savona tutta la settimana e di nuovo con noi dal sabato sera alla domenica compresa.

Più avanti diventò invece il proseguo delle vacanze d’Agosto, passate in luoghi di montagna.

Per arrivarci prendevamo l’allora autostrada Savona Fossano, prolungata in seguito fino a Torino; Era già allora una brutta autostrada, tutta curve. Il biglietto si pagava in entrata, dichiarando la stazione d’uscita.

Mia sorella regolarmente pativa la macchina; a quei tempi  non c’erano ancora le bande elastiche da mettere ai polsi così, per mantenere attiva l’attenzione in funzione anti nausea, giocavamo tutti assieme a chi vedeva per primo le colonnine per la chiamata di soccorso. Occorreva gridare “” per vedersi assegnare il punto; come regola accessoria c’era la depenalizzazione di un punto se al “” non corrispondeva nulla.

Con il passare del tempo e dei viaggi a Niella Tanaro, eravamo diventati così bravi a ricordare dove erano le colonnine che aggiungemmo la regola di “visibilità”; non valevano perciò quelle dichiarate anzitempo, di solito ancora nascoste dietro una curva.

Alla fine le contestazioni erano maggiori dei punti assegnati che il gioco perse interesse, però nel frattempo gli anni erano passati ed anche mia sorella adesso “reggeva” la macchina.

Anch’io con i miei figli ho giocato a “trova qualcosa” mentre sei in macchina. Noi cercavamo le Api, quelle della Piaggio. Il punto era assegnato gridando “Ape!” e valevano le stesse regole accessorie. Questo viaggiando per le città ed i paesi, perché in autostrada, di natura così avara di Api da inficiare l’interesse per la gara, la caccia era indirizzata alle gru edili del panorama e l’urlo era di conseguenza «Gru

Eugenio, sebbene piccolotto, partecipava attivamente al gioco e di tanto in tanto partivano dal seggiolino di sicurezza perentori e precisi «Gù!»; il suo carniere era comunque molto contenuto e quindi era associato di diritto ai punti di Luana, così s’informava spesso della situazione chiedendo « Mamma, tanto tei? ».

Crescendo Eugenio e diventando più consistente la sua caccia, Giulia obiettò che il duo era troppo avvantaggiato e pretese quindi di allearsi con me. Crescendo ancora entrambi ed affinando così la loro strategia comunitaria, venivano via via formandosi alleanze costituite dal genitore in vantaggio e da entrambi i figli che apportavano al gruppo le loro Api o Gru del caso, pronti però a trasmigrare immediatamente con esse di fronte ad un cambio di classifica. Con Luana commentavamo spesso che stavamo crescendo due mostri politici…

Ho avuto il mio giorno di gloria quando mi sono laureato Mega Super Cacciatore Assoluto di Api; stavamo passando dalle parti di Pontedera accanto alla Piaggio; d’improvviso davanti a noi un immenso e sconfinato piazzale e sul quel piazzale ordinate file di non meno di miliardi e miliardi di Api parcheggiate.

E’ stato un attimo di schiacciante emozione, l’incontro con il paradiso.

A tutti noi quattro è mancato il respiro ma io, io per primo, mi sono ripreso ed ho urlato con tutto il fiato «Ape! Ape! Api! Api! StraApi! TutteApi! Tuttemie! Ape Ape ApeApeeee …!»

La caccia alle Api si è ormai chiusa da anni, troppe concause decretarono la fine di questa particolare arte venatoria. Innanzi tutto diventò difficile determinare quali prede valevano, per esempio il “Gasolone” era o non era equiparabile ad una Ape? D’accordo, non è Piaggio, ma l’utilizzo generale è quello ed ha tre ruote; ed ancora, il “PokerCar” pur discendendo chiaramente dalla Ape, con quella maledetta quarta ruota valeva o non valeva? Troppe complicazioni, troppe contestazioni. Ma tutto superabile se ci fosse stata una reale volontà comune di partecipazione. Invece quando viaggiavamo ancora tutti assieme, dallo specchietto retrovisore vedevo solo due ex politici con gli auricolari che si ascoltavano CD… Stringevo allora la mano a Luana, poi le indicavo un punto su una collina. « Gù! » le dicevo.

La mia Niella Tanaro, Niella per i conoscenti e gli amici, era in piazza Santa Lucia, frazione Codovilla. Tutte le altre frazioni nelle quali si sgrana il paese e di cui nemmeno ricordo il nome, erano per me “ altri posti ” che nulla avevano a che vedere con il “vero” paese di Niella; unica eccezione il Borgo, qualche chilometro proseguendo la discesa verso il Tanaro. Niella era quindi Codovilla più eventualmente il Borgo, punto.

Il Borgo nel mio immaginario era però la “city” del posto, cuore pulsante del commercio con:

·        Municipio. Mi sembra sotto un porticato, un paio di volte ci sono andato con mia nonna per dei suoi documenti.

·        Giornalaio. Tappa obbligata per prendere il “Corrierino dei Piccoli” che lì arrivava con quindici giorni di ritardo, in pratica per due settimane c’erano i numeri che avevo già, poi prendevo due numeri, poi al ritorno a Savona “saltavo” due numeri che non c’erano già più, ogni estate un buco nella collezione.

·        Albergo “La Cerrina”, con bar più moderno perché aveva i gelati confezionati anziché solo il cono sfuso dell’osteria di Codovilla ma stessa tipologia di avventori.

·        Tre o quattro negozi assortiti che non ricordo ma senz’altro vi si annoverava una merceria ed un alimentari.

·        La bottega del barbiere, Primo, cugino non so in che grado di mia madre.

A me piaceva molto andarlo a trovare, la sua bottega profumava sempre di quelle colonie “decise” che da sole già rendevano l’idea di pulizia e di festa;  lui e sua moglie con i figli Mauro e Daniela, poco più grandi di me, erano molto simpatici e ci accoglievano con calore.

Una volta, avrò avuto una decina d’anni, Primo ed i suoi vennero a Savona e passarono a trovarci. Mi è rimasta impressa quella breve visita perché, nel discorrere del più e del meno, i miei dovevano aver chiesto quanti anni avessero Mauro e sua sorella. Mauro rispose che proprio quel giorno compiva gli anni, facciamo conto fossero dodici. Primo, stupito, si rivolse a lui chiedendogli in piemontese:

«Ma davvero oggi è il tuo compleanno?»

«Sì».

«Ah, non lo sapevo».

Rimasi scioccato. Per me il giorno del compleanno era qualcosa di speciale, era il GIORNO DEL COMPLEANNO, con tanto di regalo, mica un giorno qualsiasi. Vedere padre e figlio che ne parlavano così, come roba da niente, mi parve cosa stranissima.

Stavo riprendendomi quando, nel proseguo delle chiacchiere, mi giunse il knock down: quel giorno era anche la prima volta che Mauro vedeva il mare.

·        Gran finale di “traffic generators” con campo da pallone, dove ho assistito senza capirci niente ad un paio di partite di palla elastica, ma soprattutto “parco giochi”, composto da niente popò di meno che: scivolo, altalena a bascula ed una terza giostra, una specie di trave sospesa con quattro o cinque posti, ti mettevi a cavalcioni ed a forza di reni ti spingevi avanti ed indietro.

Mi sembra di non dimenticare nulla e quindi posso risalire su in Codovilla. In un qualche punto del cammino si passerà davanti alle scuole elementari frequentate da mia madre quando, in tempo di guerra, stava con i nonni per maggior sicurezza. Le sue spiegazioni sulle difficili condizioni del tragitto quando nevicava, e lì d’inverno ne fa veramente tanta, erano un memento per quando a Savona, clima temperato, mi lamentavo del freddo nell’andare a scuola a Legino.

Arrivando quasi in piazza Santa Lucia, c’era il forno.

Andare a prendere il pane era uno dei miei compiti.

Mi sembra quasi di sentirlo ancora adesso l’odore unico di quella bottega, quel profumo di “buono” del pane ancora caldo dentro il sacchetto che quasi scottava, il gusto di quei grissini lunghi e stortignosi.

Per entrare nella bottega si scostava nel mezzo la tenda antimosche, fatta di tanti fili fruscianti di maglia metallica, poi si apriva la porta e «dinnng!», il campanello allo stipite avvisava del tuo ingresso.

Se oggi ci fosse ancora una bottega così e se entrandoci suonasse lo stesso campanello, sono sicuro che mi verrebbe «u magun», il groppo alla gola per la commozione.

La piazza era in pratica uno slargo nel punto in cui la strada si biforca, la via principale scende per il Borgo (o prosegue nell’altro verso diciamo per Mondovì, dipende da dove vieni), la diramazione scantona di fianco la chiesa di Santa Lucia e va verso il Poggio.

Mia madre ricorda quando al centro della piazza c’era la vasca della fontana, poi l’hanno spostata dove l’ho sempre vista io, al lato della chiesa.

La chiesa, piccola, io non l’ho mai vista aperta; Mia madre sì, ci andava a messa e si ricorda di quando ci portarono i corpi dei partigiani uccisi. Altri tempi.

Per me dunque Niella era la piazza con relativa chiesa, la fontana per abbeverare le mucche, il negozio di alimentari accanto alla fontana, la bottega sull’altro lato della strada dove in due metri quadri esercitava merceria e cartoleria, l’osteria un po’ più in giù verso il Borgo, su tutto il rumore di sottofondo della sega a nastro della falegnameria, infine i miei amici Giancarlo ed Ugo.

Tutto lì, un micro mondo in sé completo.

Per andare a casa mia si imboccava appena la strada per il Poggio e subito si girava a destra. Su un lungo cortile vagamente rettangolare si susseguivano cinque o sei case tutte addossate l’una all’altra, a formare un continuum fino in fondo. La mia era la penultima, prima di quella della Teresa, pian terreno, primo piano, secondo piano mai ultimato, tetto. 

La mattina era dedicata ai compiti estivi e razzolavo in ogni caso davanti casa. Il pomeriggio invece giocavo i primi anni con la Franca e la Anna, le nipoti ben più grandi di me della Matilde che anche loro villeggiavano in estate dalla nonna arrivando con i genitori una da Genova e l’altra da Torino.

La Matilde abitava con il marito Matteo nella casa appena prima della mia. Era una donna già ben in là con gli anni ma energica sulle secche gambe legnose. La ricordo una volta sull’aia di fronte casa sua prendere la gallina predestinata. Tenendola in alto per le zampe, con l’altra mano le infila nel becco un paio di forbici e zac, dà un colpo deciso dentro la gola. Furioso sbattere di ali, piume che volano, La Matilde ripone serena le forbici in tasca tenendo intanto un poco discosta la gallina che s’agita forte, dal becco spalancato scorrono rosse come il nostro gocce di sangue a terra. Dopo un po’, lenta si stira tesa e rapida freme, poi quasi di colpo rilassa le ali spalancate all’ingiù e così resta, come adeguata a quel che da lei ci si aspettava. Appesa per le zampe poi su un filo a finir di gocciolare, ha un occhio chiuso ed uno invece aperto, è smorto. Più tardi la Matilde prese la gallina, se la mise in grembo seduta al fresco sotto lo spiovente del fienile e la spiumò lasciando cadere le penne e le piume dentro un sacco di iuta ai suoi piedi.

Un giorno giocavo con la Franca, con la Anna e con la sorella di questa, non ricordo il nome, molto più piccola di me. Stavamo accanto al loro fienile di fronte alla casa della Matilde. Ci rincorrevamo sulle balle di paglia poste sotto la tettoia, messe a gradoni formavano una piccola piramide che quasi toccava lo spiovente del tetto. Si saliva da una parte e si scendeva a sbalzi dall’altra, l’odore secco e polveroso e piccoli fili duri tutto intorno a noi. Di colpo tutto tace, niente più grida ne risa; sono accucciato su una balla al secondo livello, in salita. Mi sporgo in fuori per vedere la ragione di questo silenzio tenendomi ben stretto al fil di ferro che teso corre incrociato su ogni balla tenendola assemblata. L’attimo dopo una forte patta sul culo ed il loro nonno Matteo mi sgrida forte in piemontese. Resto sgomento un attimo e se anche non capisco bene tutte le parole che urla tranne un paio di bestemmie, capisco bene che è meglio scendere in fretta e svanire da lì. Le altre senza nemmeno avvisarmi lo avevano già fatto vedendolo arrivare, svicolando dietro le balle e correndo dall’altra parte dell’aia. Non sono spaventato. Sono sbalordito. Non si era mai vista una cosa del genere: nessun estraneo m’aveva mai dato una patta prima di quel vecchio piemontese. Darmi le patte sul culo era un diritto che riconoscevo sacrosanto ma riservato in esclusiva ai miei, genitori o nonni che fossero. Cosa voleva quel vecchio di un scemo lì, che picchiasse le sue di nipoti. Dopo lo sbalordimento una rabbia mi monta prepotente. Raggiunte le tre femmine che zitte se ne stavano acquattate, gonfio di livore le guardo che mi guardano. Con tutta la cattiveria che posso sibilo loro «Siete delle brutte bagascie», poi mi volto e me ne vado. Cosa fossero le bagascie non lo sapevo, però ero certo per sentito dire che era una cosa brutta che gli uomini dicono alle donne e che noi bambini non dovevamo ripetere. Quanto fosse brutta chi lo sa, speravo lo fosse tanto davvero; come accidenti conoscevo solo scema, cretina, imbecille ma quella volta sentivo non sarebbero stati sufficienti.

Ripensando all’episodio da molto più grande, intuisco che nonno Matteo fosse in realtà venuto a scacciarci dal più che possibile pericolo di cadere giù a terra da quelle balle, la cima arrivava ben oltre i tre metri sicuri, ed anche a salvaguardare quelle balle che senza intenzione un po’ sfacevamo. Non confidando troppo su un franco, aperto e costruttivo confronto dialettico generazionale che, ponendo su un piano paritario tutti i punti di vista, sapesse coniugare le diverse esigenze in una sintesi soddisfacente per tutti, aveva optato per ciò che conosceva meglio.

Una volta con due patte facevi prima e risolvevi subito.

Prima di lasciare la Matilde, l’irascibile marito e le sue infide nipoti, un ultimo episodio mi torna alla mente. A pianterreno della loro casa, di fianco alla scala esterna che portava al primo e secondo piano dove abitavano, c’era una porta che dava su una stalla. Su un lato c’erano un bue e due vacche, tanta paglia sparsa per terra, delle balle ancora di paglia ed altre di fieno. Noi bambini utilizzavamo spesso quella porta quando giocavamo a nascondino perché potevamo sgattaiolare, passando dall’altra in fondo alla stalla, nell’aia delle case di dietro per raggiungere altri nascondigli, poi tutti nel tempo diventati arcinoti. Un giorno non so come, le tre bimbe non c’erano, mi fermo a parlare chissà di cosa con la Matilde appena scesa dalle scale. S’infila nella porta della stalla ed io le vado dietro. Smuove un po’ con un forcone la paglia merdosa tra le mucche, poi la vedo inoltrasi e sparire dietro una parete fatta con rami intrecciati d’albero mezza rivestita di foglie secche delle pannocchie. Sento dai piccoli fruscii che è sì lì, ma non capisco cosa stia combinando. Allora le chiedo «Cosa fai?» «Faccio i miei bisogni» mi risponde tranquilla. Poi esce di lì, insieme usciamo dalla stalla ed ognuno per la sua strada.

Io non avevo mai sentito dire di uno che facesse i suoi bisogni. Cosa erano ‘sti bisogni e com’è che si facevano? Ci rimuginavo sopra ma non venivo a capo di nulla. Allora ho deciso di andarlo a scoprire. Controllando non ci fosse nessuno in giro, mi infilo dalla porta ed entro nella stalla, supero bue e vacche e giro dove avevo visto girare la Matilde. Dietro questa parete non c’era che il niente. Era un piccolo spazio mezzo buio con a terra uno spesso strato delle solite foglie di pannocchie, assolutamente nient’altro. Ho guardato bene ma proprio non c’era nulla da guardare. Perplesso me ne sono uscito con in testa un irrisolto quesito. Chissà quando poi nel tempo ho imparato cosa fossero i bisogni che uno faceva. Allora ho subito collegato e mi son detto «ecco cosa faceva la Matilde, la pipì ». Che non fossero bisogni più robusti l’avevo dedotto dal poco tempo impiegato e dalla mancanza di “tracce”. Un altro mistero brillantemente risolto.

A volte giocavo da solo, in quei dopopranzo assolati e silenziosi quando tutto sembra restare come sospeso; i grandi sonnecchiano, le donne sistemano i piatti, lunghi silenzi appena interrotti da rumori consueti e frasi attutite. Io stavo sull’aia, a far cosa ora non saprei.”Carne ca cresce a nu pó stà sensa ca mesce”[40] era un commento di mia madre allora per me senza senso; dovevo avere già un’età nella quale non ce la fai più a convincere i bambini a fare “il riposino” quando in realtà sei tu che hai bisogno di “quietare” un po’. E allora vai ma stai qui vicino, gioca senza far rumore che i vicini riposano.

Ero lì, sull’aia. Attorno l’afoso silenzio. Un paio di galline della Matilde mi razzolavano attorno becchettando tra i fiori di camomilla. Sono accucciato sui due piedi. Dal fondo dei pantaloni corti mi infilo la mano sotto e mi gratto il buco del culo, mi “smangia”; mi rimane tra le dita un coso bianco, appiccicoso. Sono sorpreso, è un corto pezzo di tagliatella biancastro, scondito. Sono meravigliato perché tagliatelle in quei giorni proprio non ne avevo mangiato, chissà come aveva fatto a finirmi dentro ai pantaloni che m’ero messo puliti proprio quella mattina, penso perplesso. La getto alle due galline più vicine che leste fanno a corsa a raggiungere il boccone e continuo nei miei impegni. L’immagine seguente è di qualche giorno dopo. Sono sul terrazzo accucciato su una bacinella che cago e cago e cago acqua ed un lungo filo di tagliatelle che non smette mai di colarmi dal culo. «Ancora Roberto! Devi far fuori la testa» mi dice mia madre incoraggiandomi. L’avrò fatta ben fuori con quella purga che avevo preso! Ricordo quel filo lungo lungo segnato a pezzetti che all’inizio era largo quanto è largo un dito ed andava poi sempre più stringendosi fino ad una punta. «Ecco, l’hai fatta!». Due volte l’ho avuta la Tenia, ma la seconda ero già preparato.

Come compagni di giochi c’era a volte Giancarlo, mio coetaneo, che abitava nella casa dietro la nostra. Suo padre, oltre ad attività collaterali come un allevamento di polli di tipo industriale che non ho mai visto ma solo sentito citare, dei terreni e mi sembra anche uno spaccio di bombole del gas, faceva anche il materassaio. Così molto spesso Giancarlo nei pomeriggi d’estate non era disponibile perché occupato a cardare la lana con il cardatoio, che poi era un attrezzo irto di chiodi ricurvi da spingere avanti e indietro con una mano mentre con l’altra gettavi batuffoli di lana. La lana cardata volava dal davanti ed si raccoglieva dentro ad un lenzuolo messo a mo’ di sacco.

Ho un vago ricordo di come sia avvenuto il primo incontro con Ugo. I suoi nonni abitavano in estate la casa che faceva angolo con la piazza, in qualche modo addossata al campanile e con il lato lungo prospiciente il mio cortile.

La casa aveva al piano stradale il garage, poi un primo ed un secondo piano. Il giardino si estendeva in pratica proprio al primo piano, così mi sembra di ricordare i suoi nonni, affacciati alla ringhiera del giardino lassù in alto, che chiacchierano con me e mia madre sulla strada, di ritorno da una qualche passeggiata.

Forse Ugo si annoiava a stare sempre da solo, così fui invitato a giocare con lui. Da quella prima volta ne seguirono altre e poi divennero quasi tutti i pomeriggi, tranne la Domenica. Non ricordo però che lui sia mai venuto a giocare a casa mia, i suoi nonni lo volevano sotto l’ala.

Attorno alle tre, tre e mezza, mi portavo sulla strada del Poggio davanti alla sua finestra di cucina e, nel caldo e sonnacchioso silenzio del pomeriggio, chiamavo forte: «Ugo, Ugo!».

Si affacciava, dava l’assenso e allora salivo.

Giocavamo veramente a tutto lì in giardino. Facevamo nella ghiaia le strade per le macchinine. Io volevo che mi prestasse quella speciale di James Bond.

Aveva due bottoni. Con uno scattava una barriera antiproiettile per il lunotto posteriore, con l’altro veniva espulso dal tettuccio il pupazzetto “cattivo”.

Aveva migliaia di giocattoli.

Per me il Sabato era un giorno di magra. Il Sabato infatti arrivava sua mamma, vedova, molto bella nei suoi lunghi cappelli nero corvino. Si capiva che era proprio una signora, modi fini e composti, elegante. Tutta la settimana dirigeva la loro fabbrica, mi sembra una qualche grande tipografia, lassù a Torino.

Immancabilmente gli portava un gioco nuovo. Io allora la mattina mi affacciavo sulla strada e lui, dalla finestra di cucina, mi mostrava il nuovo tesoro con il quale avremmo (forse!) giocato i pomeriggi seguenti.

Quasi sempre erano giochi per me invidiati sugli scaffali ed irraggiungibili.

Ricordo in particolare la pista arancione della Polistil, quella con le macchinine che sfrecciavano e facevano il giro della morte ed al traguardo un dispositivo indicava quale era arrivata prima.

Io quella pista l’avevo sbavata sulle pagine di Topolino e lui l’aveva lì, bella raccolta nella scatola. Rimasi schiacciato, proprio non riuscivo a felicitarmi con lui come tutti i Sabato mattina.

Un’altra volta invece mi presentò una cerbottana con la cartucciera rotonda applicata, completa di cinque cannucce (così chiamavo e chiamo ancora le freccette per la cerbottana) di plastica.

Quella cerbottana l’avevo anch’io, uguale uguale, ed addirittura me l’ero comprata da solo con i miei soldi, pur dietro regolare autorizzazione.

Fu gioia urlargli dal basso « Quella ce l’ho anch’io, costa 150 lire!».

Dev’esserci rimasto male perché il pomeriggio, pur permettendomi di salire, mi apostrofò sulle scale dicendomi:

«Non è bello dire il prezzo dei regali!».

Ero troppo felice della mia vittoria e gli risposi uno “scusami” che era una balla grande come una casa.

Non ricordo più il nome dei suoi nonni. Lei era una vecchina con i cappelli a caschetto sempre perfetti e di un bianco accecante tendente al blu.

Con suo nonno invece giocavamo spesso a bocce. Erano di legno, quattro bianche e quattro marroni. Il quarto uomo era chi capitava, spesso un cugino del nonno che veniva a trovarli. Anche il nome di quel cugino è svanito dalla memoria.

Io e Ugo quel cugino lo prendevamo in giro di nascosto, perché era un po’ orbo e con frequenza se ne usciva con l’identica domanda «Nduielo ‘l balin?», - dov’è il pallino?

Suo nonno invece mi faceva un po’ paura. Forse ciò dipese anche da una delle prime volte che andai a giocare nel giardino di Ugo. Ci eravamo messi a tirare l’un l’altro i sassini di ghiaia, proteggendoci dietro i due alberi del giardino, mi pare due platani, e finalmente riuscì a mia volta a colpire Ugo che però si mise ad urlare come un ossesso. Arrivò suo nonno che naturalmente sgridò entrambi ma in particolare me. io volevo spiegargli che anche Ugo mi aveva colpito e addirittura sulla guancia, indicavo con il dito il punto in cui indubitabilmente doveva esserci un vistoso segno ma non c’era verso.

Da dietro gli occhiali cerchiati in oro due occhi che mi sembravano spiritati mi apostrofavano già solo con lo sguardo. Terminò la sua filippica con un definitivo ma per me inedito «Porca l’oca!»

Rimasi attonito.

Porca l’oca?”. Mai sentito! Chissà quali erano i minacciosi e reconditi significati.

Avesse detto “Porca Miseria!”, questo sì si capiva, nel lessico della mia famiglia era lo stesso che “Accidenti!”, cioè qualcosa di cui io non avevo colpa era andato per il verso sbagliato.

Porco Cane!” e questo poteva già vedermi coinvolto, potevo aver contribuito anch’io alla cattiva riuscita della cosa. Ma “Porca l’oca!  era nuova. Capivo che non c’era proprio nulla di buono ma non riuscivo a capire quanto mi si ritenesse colpevole.

Com’è come non è da quella volta iniziai a diffidare un poco di Ugo, troppo incline a chiamare i rinforzi appena qualcosa non era secondo i suoi desideri, ma soprattutto di suo nonno che se potevo svicolavo. Potenza di un “Porca l’oca!

Attorno alle quattro, quattro e mezza c’era la pausa merenda che ci preparava sua nonna. Fastidiosamente talvolta venivo chiamato dai miei per farla a casa con loro e poi ritornare. Io sbuffavo perché questo interrompeva la continuità del naturale fluire del pomeriggio, i miei mi spiegavano che non era bello sempre lì a far merenda, sembrava che mi ci mandassero apposta per farmi mangiare. Io tutte ste storie mica le capivo, non ci vedevo nulla di male.

A Niella, oltre le consuete merende che anche a Savona fruivo, ce n’era una che consideravo davvero speciale, la “Rustia d’ai[41]. Si prende una micca, una pagnotta speciale del posto, la si struscia intera ed interamente di aglio sopra ed anche sotto, un pizzico di sale e di olio e sopra una bella fetta di gorgonzola ben spalmata. Si regge con una mano, un bel morso e per spegnere il bruciore si addentano gli acini dalla fresca pigna d’uva nell’altra.

Mia nonna mi raccontava che quello era il mangiare dei contadini nei campi, mio nonno aggiungeva che oltre all’uva loro, i contadini, usavano anche una bella bottiglia di rosso vino sanguigno per calmare l’arsura.

Non c’era merenda più buona per me. Una volta, tornando a giocare da Ugo dopo una di queste robuste pause con un’aura d’aglio e gorgonzola che emanava da tutta la mia persona, mi rendo conto adesso che i suoi nonni mi dirottarono direttamente in giardino a giocare con il loro nipote, quasi un “senza passare dal via!” del Monopoli.

Andò via prima sua nonna. Quell’estate, la prima senza la moglie, suo nonno mi sembrò sperso. Era smagrito, un po’ piegato sul busto, nel camminare il passo non era sicuro. L’intuito mi diceva che quella era una sofferenza di dentro, e comunque la mia attenzione era subito catturata giocosa dagli affari con Ugo. L’estate dopo anche suo nonno non venne più.

A Niella Tanaro c’era naturalmente anche mia sorella Flavia. Prima di Ugo e quando Ugo non era disponibile giocavo con lei; Ho l’immagine di mia sorella che, davanti alla porta di casa, sistema tutti i suoi pentolini e prepara le torte. Quelle piaceva prepararle anche a me. Gli ingredienti erano esclusivamente due, uno per la torta rossa ed uno per quella bianca.

La prima si preparava con piccoli pezzi di mattone o di coppo, si trituravano sul marciapiede di cemento con una pietra fino ad ottenere una polverina impalpabile. Si aggiungeva acqua all’impasto ad ottenere una crema polposa e si metteva in un pentolino da bambole al sole, ad asciugare.

La seconda si otteneva con lo stesso procedimento grattando via  la calce rimasta attaccata ai pezzi di mattone. Mia sorella guarniva le sue torte con fili d’erba e piccole margherite colte nel prato davanti, poi così adornate le andava ad offrire a mia madre. A me così non piaceva, mi sembrava una stupidata, le torte le preferivo al naturale.

Erano comunque tutti giochi così, semplici, che a Savona nel condominio non avremmo potuto fare.

Molte volte andavamo con mia madre e mia sorella a far merenda “nel prato”, un appezzamento di terreno dopo il cortile della Teresa e che era di nostra proprietà; c’erano degli alberi, ricordo un boschetto di noccioli su un lato e dei susini che ad anni alterni erano stracarichi di frutti; in fondo al grande prato, delimitato dall’altro da una fila di alberi che non ricordo cosa fossero, c’era un rigagnolo d’acqua che andava a finire in un avvallamento ripieno di erbe; quello era “lo stagno”, mi era vietato avvicinarmi perché pericoloso. Mia madre mi diceva che quando lei era piccola, lì era tenuto ben pulito e c’era un laghetto dove i suoi nonni tenevano dei pesci. A me il prato serviva per lanciare i missili che mio padre mi regalava quando veniva da Savona. Avevo anche gli aeroplani con l’elica comandata da una molla ma quelli che mi piacevano di più erano appunto i missili. Con la loro fionda li lanciavo alti in cielo e poi restavo a guardarli affascinato quando, ricadendo giù dall’apice della loro ascesa, si apriva il paracadute e lenti scendevano a terra. Il vento talvolta me li dirottava sulle fronde degli alberi attorno, a volte mio padre riusciva a recuperarmeli, a volte il missile era perso per sempre. L’esplorazione spaziale voleva le sue vittime. Un modello in particolare ricordo con nostalgia. Quel missile portava all’interno anche un astronauta con il proprio paracadute; bisognava  però preparare bene il lancio se no a volte lui si liberava già nella salita oppure i due paracadute si intrigavano assieme ed assieme il tutto precipitava rovinosamente a terra. Che soddisfazione invece quando il lancio era perfetto e missile ed astronauta atterravano con i loro paracadute perfettamente aperti, entrambi a spicchi rossi e bianchi. Poi mi rimase solo l’ometto, il missile atterrato e perso sul tetto di casa un giorno che avevo provato a lanciarlo sull’aia.

Proprio dopo la nostra porta di casa, continuando verso il fondo del cortile, cominciava il porticato che proseguiva fino al muro perimetrale. La casa dopo era abitata dalla Teresa con suo marito Pietrin ed i due figli Marco e Giacomo, già molto grandi e che quindi assimilavo alla categoria degli uomini.

Nelle ore calde del pomeriggio ma specialmente la sera dopo cena, la Teresa veniva a sedersi da noi, a chiacchiera con mia madre o mia nonna se c’era. Accanto alla porta, sotto il portico ed addossato al muro, da sempre un tronco squadrato veniva usato come panca. Era bello godere il fresco della sera, preferibilmente in “scosu[42] a mia madre o a mia nonna, ad ascoltare i loro discorsi guardando la notte ricolma di grilli e nitide stelle.

A pensarci adesso sembra di descrivere un paesaggio da vacanza all’estero, Wyoming, Nevada o Montana, invece era Niella Tanaro provincia di Cuneo, Italia, una qualche estate negli anni ’60.

Una sera con una splendida luna piena, mia sorella, piccola piccola, piangeva perché voleva quella palla. La Teresa, con il suo italiano accentato piemontese, cercava di consolarla con «E come si fa, bella Flavia, è lassù in cielo…».

Io tra me e me ridevo di quanto fosse scema mia sorella, come si fa a volere letteralmente la luna.

Eppure solo qualche anno prima, stessa identica panca ma io piccolo piccolo, anch’io avevo desiderato qualcosa d’impossibile.

Un pomeriggio, c’era anche mio padre, stavamo tutti lì, i grandi a parlare del più e del meno.

Sotto la volta del porticato, quasi in corrispondenza della panca, c’era un nido ed una rondine, incurante di noi, continuava ad andare e tornare, andare e tornare, lanciando imperterrita il suo richiamo. Io stavo a guardarla incantato ed indifferente ai grandi.

D’improvviso chiesi a mio padre se me la prendeva, lui così grande poteva arrivarci. Forse per scherzo e per accontentarmi mio padre si alzò, stese la mano e quasi arrivava a toccarla.

Quella grande mano che sfiorava lassù in alto quel nido era per me gioia e disperazione. Lo incitavo a saltare, a sforzarsi, volevo quella rondine.

«Ma comunque non si lascerebbe prendere» mi disse mio padre ed aggiunse «Bisognerebbe metterci del sale sulla coda».

L’istante dopo io lo tiravo con forza per l’altra mano, supplicandolo di venire con me in cucina che io sapevo dove c’era del sale.

Questi dolci scherzi sono un caro ricordo dei tanti che ho di mio padre. E’ un bel modo di crescere bambini.

Un anno di quelli, forse sotto le feste, venimmo a Niella d’inverno; era tutto innevato. La sera, tanto per fare due passi, io e mia sorella tutti ben ben imbacuccati andammo con mio padre fino sulla piazza. Buio, i rumori attutiti, la fontana gelata, una lastra di ghiaccio copriva tutta la vasca. Dal beccuccio un lungo candelotto lasciava pisciare un sottile rivolo d’acqua.

Naturalmente io e mia sorella ne volevamo bere e a mia sorella toccò per prima.

Nell’attimo di iniziare la prima sorsata mio padre la bloccò.

«Aspetta Flavia, lasciala scorrere un po’ così diventa più fresca…». «Ah già!» rispose mia sorella e ristette.

Io, riflettendo con logica, volevo ribattere a mio padre «Ma papà, fa già tanto freddo…» poi lo vidi che rideva in silenzio e capii.

Entrambi questi giochi li ho rivenduti ai miei figli, quasi con l’identico successo. Una volta con una piccola variante: Giulia piccina a letto, Eugenio ancora più piccolo beatamente ronfante, io e Luana in cucina che cenavamo. Giunge dalla stanza il richiamo di Giulia.

«Papà, per piacere, mi porti un bicchiere d’acqua ».

«Tra un po’, Giulia, sto mangiando».

«Ma io ho sete».

«Te la porto tra un minuto che se no mi si raffredda l’insalata».

Silenzio cogitabondo.

Poi la vocina: “Ma papà, l’insalata è già fredda di suo! ».

Mi sono alzato felice a portarle da bere.

Un ultimo episodio buffo con la Teresa. Una sera ancora di luce poco prima di cena, stava a chiacchiere sulla panca con mia nonna, c’era anche mia madre ed io lì. Dopo un po’ dalla piazza arriva suo marito Pietrin, ci saluta e scambia uno sguardo con la Teresa; questa gli dice che poteva andare che la gallina era già pronta nel piatto in cucina, cominciasse tranquillo a mangiare che lei sarebbe arrivata subito. Dopo un po’ sentiamo dal balcone una voce  che chiama forte: «Tereisa, nduiela a galeina?»

 -Teresa, dov’è la gallina?- Un attimo di riflessione poi «’l gat!» esclama sgomenta la Teresa battendosi la mano su una gamba e scattando in piedi subito dopo; Il gatto aveva già bello che cenato per tutti e Teresa a corsa la vedemmo andare, c’era da trovare rimedio che Pietrin aveva già iniziato le litanie della sera.

La casa di Niella è nata come casa di contadini, magari possidenti, ma pur sempre contadini e quindi strutturata secondo gli scopi del mestiere.

Al piano terra c’era la stalla, ristrutturata e pavimentata nel tempo a diventare garage. Ricordo vagamente prima del lifting la paglia a terra. Mia madre mi diceva che in un angolo ci tenevano i conigli e che quando la coniglia faceva i suoi bambini bisognava subito togliere il marito che se no uccideva tutti i coniglini. A me questa sembrava una cosa davvero strano, era come se un papà uccidesse i suoi figli appena nati, una cosa senza senso.

Dalla stalla si passava in una grande stanza, quasi fredda anche d’estate, con un gran camino su un lato ed un tavolo da falegname sull’altro; lì sopra c’erano tanti attrezzi arrugginiti, martelli dalla testa strana, seghe per la legna, falci e falcetti, secchi. Da questa stanza potevi poi andare nella sala da pranzo o tornare nell’ingresso. Nella sala da pranzo c’erano due o tre lunghi tavoli rettangolari dove, messi uno in fila all’altro, si festeggiava con tutti i vendemmiatori l’avvenuta spoliazione dai ricchi grappoli della vigna di famiglia. Me ne ricordo almeno due o tre di quei pranzi e di come mio nonno e gli altri compari, alla fine, fossero belli rubizzi per le bottiglie svuotate.

Per tornare nell’ingresso si poteva dalla sala transitare nella piccola cucina con finestra sul cortile. Nell’ingresso il portone a vetri per uscire e su un lato la scala, due rampe, per il primo piano.

Sotto la rampa era stato ricavato il pollaio con una porticina per prendere le uova e fare le pulizie, mentre le galline avevano il proprio ingresso dotato di sportellino che si apriva direttamente sull’esterno. Io lì galline non ce n’ho mai viste, mia madre sì e mi raccontava che ne aveva una alla quale era affezionata.

Anche quella per me era una novità, una stranezza; cani e gatti era logico, i vitelli ed i pulcini potevo capirlo, ne avevo visto ed erano un amore, ma affezionarsi ad una gallina…

Salendo su c’era un’identica disposizione di stanze con piccole varianti. La stanza con il tavolo da falegname corrispondeva alla camera di zio Pinot però senza altre porte tranne quella d’ingresso.

C’era la cucina nello stesso posto di quella di sotto e da lì si passava nella stanza che fungeva da sala e da camera da letto dei miei nonni. Per andare invece nelle altre camere da letto, in corrispondenza dell’ex stalla ora garage, occorreva attraversare il terrazzo.

Io me lo ricordo quando ancora c’erano lunghe e spesse tavole di legno corrose, accostate per lungo e con in certi punti spazi anche di un dito tra le une e le altre; a destra del terrazzo c’era uno slargo, sempre di tavole, in corrispondenza della finestra di cucina, invaso dagli stralci di una vite che da terra si arrampicava fin quasi su al secondo piano e sempre pieno di vespe.

Non saprei dire quando, ma un anno tutto è cambiato, il terrazzo è diventato di solido cemento e lo slargo si è trasformato in un moderno bagno con doccia, tazza, lavandino e bidè.

Perché il gabinetto, ai tempi di mia madre, era quello sull’altro lato del terrazzo, un piccolo sgabuzzino stretto, una tavola con un buco rotondo, un tappo di legno.

Sopra al garage la stanza dove dormivamo io e mia sorella e, continuando, quella dove dormivano i miei.

Della stanza dei miei mi piaceva tanto il letto con la testiera ed il fondo di ferro battuto e i due quadri ovali sopra al letto. Raffiguravano uno Gesù Cristo con il cuore sanguinante e l’altro la Madonna. Comunque ti mettessi i loro occhi guardavano direttamente nei tuoi.

Un anno in quella camera ci dormirono per un po’ di giorni i nonni di Genova. Ero proprio contento perché ce li avevo a disposizione tutti e quattro assieme. Nonno Pippo come lavoro era stato archivista in una grossa banca a Genova però “aveva le mani d’oro”. Raccontato da mia nonna Teresa ed un po’ più grande verificato accompagnandolo nei suoi giri, sapeva fare un po’ di tutto ed un po’ di tutto aggiustava, chiamato per cortesia nelle case degli amici o parenti di Fontanegli. Quando un tubo da sostituire o un rubinetto che perdeva lì, quando un muretto di recinzione da restaurare con malta e mattoni là, quando un altro piccolo lavoretto domestico da sistemare dovunque fosse necessario. S’intendeva ovviamente un po’ anche di elettricità; credo fosse anche per quello che erano venuti in villeggiatura dai nonni a Niella Tanaro.

Ricordo che nelle stanze della casa c’erano ancora quegli interruttori di ceramica a farfalla per accendere le luci. La corrente correva negli spessi fili bianchi intrecciati e fissati ai muri con degli appositi chiodi. Probabilmente quell’anno ammodernò ed ampliò un po’ l’impianto elettrico della casa. Non saprei dire, non è che mi ricordi d’averlo visto fare, poi però con la sua partenza anche gli interruttori a farfalla non c’erano più; mi piacevano tanto, facevano un bel “tac” quando accendevi o spegnevi.

Ho bene in mente però la mattina della loro partenza. Mio padre o forse mio nonno con l’Ariel li avrebbero accompagnati alla stazione dei treni, forse giù al Borgo che ce n’è una piccina o forse addirittura a Mondovì, chissà. Ho impressa nella memoria la scena di mio nonno Pippo, del quale vedo le spalle, impegnato con sforzo a cercare di chiudere la valigia rigida poggiata sul bordo del letto, una di quelle con i due scatti dalle parti. Mia madre vorrebbe provare ad aiutarlo ma lui insiste per fare da solo, però macché, è troppo piena, il coperchio non riesce ad arrivare a far accoppiare i due fermi. Più volte ridisposte meglio le cose all’interno e ritenta. All’ultimo prova a tenere premuto con un ginocchio il coperchio della valigia ancora sul letto intanto che con le braccia fa forza sui lati. In quel momento da fuori arriva mia nonna Teresa con un pacchettino in mano, fasciato con fogli di giornale. Si avvicina al letto e serafica gli fa: «Amia in po’ Pippu, n’an detu de êuve, ghe staian?»[43]. Mio nonno resta bloccato nella posizione, ginocchio appoggiato, busto in tensione, non parla. Lentamente gira solo la testa e la fissa un momento, in silenzio. Poi sbotta: «Ma cossé t’è, scemma?» - ma cosa sei, scema?-

Io scoppio a ridere perché ha detto scema a mia nonna, mia nonna lo guarda stranita e solo e con dolcezza lo redarguisce: «Ma Pippu!» e se ne sta lì con le sue uova in mano.

Per terminare la visita della casa si può proseguire la scala che porta all’ultimo piano. I primi anni era impraticabile perché ingombro di fascine. Mia madre mi diceva che una volta ci tenevano appesi i bachi da seta e per terra le mele.

Quando fecero i lavori del terrazzo ripulirono tutto anche lì, in previsione di farci un appartamento.

Quello non fu poi mai fatto e tutto il secondo piano rimase un grande spazio delimitato solo dai muri perimetrali, nessun tramezzo, nessun infisso agli spazi delle finestre, nessun infisso agli spazi per le porte che davano sul terrazzo.

Già grandicello ero autorizzato ad accedervi per giocare con i soldatini che mi ero portato da Savona.

Una volta che stavo affacciato da quel terrazzo al piano di sopra, vedo sotto mio nonno che si appoggia alla ringhiera di quello inferiore. Sta lì fermo e si guarda il tempo, un pomeriggio nuvoloso.

Io, cercando di non scalpicciare con i piedi, prendo dei piccoli granelli di calce e li lascio cadere in corrispondenza della sua testa, ritraendomi a bersaglio colpito.

La prima volta si passa la mano.

La seconda aggiunge al gesto uno sguardo al cielo.

La terza lo intravedo che si volta in alto a guardare proprio sopra di lui, tante volte fossero uccelli o topolini. Io ogni volta aspetto un po’ di più, controllo, poi altro granello. Sento che sbuffa e io quasi non reggo più le risa, allora scendo in silenzio e con noncuranza mi metto accanto a lui:

«Nonno, cosa fai di bello?»

«Belin!, u nu ciove ciù cumme na votta»

«Come sarebbe a dire, nonno? »”

«Mi nu so, u ciove chimicu…vanni a savei; u le za in po’ che me cassan gusse in scia testa e a nu me se bagna, mi nu capisciu coss’aggian fetu!» [44]

A quelle antesignane considerazioni ecologiche sono corso in cucina trattenendo a stento le risa a raccontare a mia madre poi tra i singulti la mia prodezza.

Era appunto un uomo semplice e vedeva le cose in modo semplice, con quella semplicità che a volte è ingenuità ed a volte saggezza. Negli ultimi anni della sua vita qui a Pisa, prima che prendesse la via dell’Estero con l’incidente sulla strada, era solito andarsene il dopopranzo a prendere il caffè al bar. Fatta una certa ora poi, veniva in casa da noi a fare due chiacchiere e passare una mezz’oretta commentando i fatti della giornata o raccontando spezzoni interi della sua vita. L’incipit del racconto era come sempre lo stesso: «Me vegne in chêu de quella votta che eu», poi magari dopo qualche altra parola s’interrompeva commentando «Ma foxia questa a ve l’ho zà cuntà»[45]; io, se anche la sapevo già, spesso gli chiedevo di continuare perché se parlava dei tempi di quando era a lavorare in Germania, c’erano sempre nuovi particolari che non aveva mai raccontato prima. Per esempio una volta, riraccontando di quando l’ultima fabbrica dove lavorava venne bombardata dagli americani e lui sotto un riparo, aggiunse un episodio che non avevo mai ascoltato.  Vide, mi disse, un’impiegata che conosceva, specificando anche «a l’ea in po’ zoppa da na gamba» , volare alta in cielo e ricadere a terra lasciando l’impronta del suo corpo sul terreno. Senza più la fabbrica, era andato errando per la Germania con dei compagni di lavoro, stavolta senza nemmeno più “ein papier “ a dimostrare che era un regolare. Che le pattuglie facevano presto. Lui ed un suo amico vennero fermati da lontano da una di queste: «Halt!» gridarono loro i soldati. «Scappemmu pe de chi» gli disse l’amico, «Ou nù, anemughe incuntru che se nu ne massan »[46]. Fu la decisione giusta; con il poco tedesco imparato avevano spiegato della fabbrica e di come non avessero più né documenti né lavoro. «Nic arbait, se ghe dixe»[47]. Tempo prima, mentre da solo percorreva una strada di campagna, era stato fermato da un intero plotone di soldati. Quella volta lì i documenti ce li aveva e li mostrò al comandante. C’era scritto che trattavasi di regolare lavoratore che veniva trasferito da una fabbrica bombardata a quella dopo (poi anche ultima). Mentre il comandante leggeva quei fogli, un soldato perquisì mio nonno e si prese il suo orologio da tasca. Riprendendo i documenti, mio nonno titubante lo disse al comandante. Questi chiamò il soldato, gli dette un grandissimo ceffone e gli fece restituire l’orologio. Il plotone poi proseguì in colonna e mio nonno s’incamminò nell’altra direzione. Passati pochissimi minuti, i soldati ormai ben lontani e quasi prossimi ad una curva della strada, arrivò un aeroplano e li mitragliò tutti, non se ne salvò nessuno. «U saié bastou cu fuisse vegniù in po’ primma e mi nu eu ciù chi a cuntala»[48].

Tra le sue abitudini qui a Pisa, c’era quella di prendere al bar oltre al caffè, libero dalla supervisione di mia nonna alla quale non lo confessava, una confezione da tre pezzi di Mon Cherì. Il bello era che li chiamava proprio come c’era scritto togliendo però l’accento finale; la cosa suonava circa così:

« …Me sun piggiò anche in cosu de mòncheri…»

«Nonno, si pronuncia mon scerì, è francese…»

«o saià, ma u ghe scritu moncheri e mi o lézu comme u ghe scritu»

« Ho capito nonno, ma perché è scritto in francese e quindi bisogna dire mon scerì »

« E va ben, ou lè u mescimu, tanto u m’ha capiù cosse vueivu»[49]

Quando andava a farsi fare le ricette delle medicine di mia nonna, ci spiegava che ci si trovava bene con quel dottore. «u le in megu cu te spiega ben e cose, ti ghe capixì cosse u dixe »[50] ed aggiungeva, a dimostrazione che era proprio una persona per bene: «U m’ha tucò a man quande sun sciurtiù»,  - Mi ha stretto la mano quando stavo uscendo. Meglio di così!

Che con i medici lui non se la faceva molto. Con mia nonna spesso all’ospedale per i forti attacchi d’asma di cui ha sempre sofferto, era mia madre ad informarsi con i dottori. «U le megiù ti ghe parli ti cun i meghi, t’è ciù zuena, mi cosse tœ…»[51]. Anche se una volta aggiunse, a dimostrazione che comunque ne sarebbe stato in grado «du restu, ultimamente, mi ascì ghe sun aneto a parlaghe …»[52]; io e mia madre ci guardiamo perplessi negli occhi, un chieder l’un l’altro: ma te ne sai niente ? ”, l’attimo dopo mio nonno prosegue:  «quande l’è stetu de mé sö a l’uspià, »[53]. Scoppiamo io e mia madre in una violenta risata, abbiamo i singulti, non riusciamo a fermarci, quell’”ultimamente” c’aveva completamente spiazzati. Tra le lacrime vedo il volto di mio nonno, c’è rimasto male, non capisce perché ridiamo. Voglio spiegargli, assicuralo che non lo stiamo prendendo in giro e quando riesco a stento a spiccicare parole «Ma nonno!, sarà roba di trenta o quaranta anni fa! » «E alua? U l’ea pe dilu »[54]

La sua spesso involontaria comicità era già prima entrata nell’aneddotica familiare con altri episodi. Uno che sempre ricordiamo tra noi io e mia madre è quando, in cucina da noi, io stavo soffiando tra le dita delle mani incrociate a coppa. Ne faccio uscire un breve sussurro. «senti nonno! Sembra proprio il verso del gufo! ». Acconsentendo con la testa «scì» mi risponde e dopo un attimo di riflessione  «però le ou fa megiù », però lui lo fa meglio…

 Riporto ancora un altro episodio che sempre raccontava lui stesso ridendoci sopra della propria dabbenaggine. Era nella sua officina intento a lavorare quando una zanzara gli si infila dentro ad un orecchio. Vani i vari tentativi di farla uscire, gli viene una brillante idea e se la commenta soddisfatto; «oua te unzu mì» – ora ti ungo io (qui nel senso di ti sistemo per le feste); presa con una pipetta un po’ di benzina, se ne lascia cadere qualche goccia dentro al buco dell’orecchio per ammazzare la zanzara. L’attimo dopo cade svenuto sul pavimento dell’officina, completamente stordito dai vapori della benzina.

«Ma saio stetu ben abbelinou, coss’è u megniu de fa!» [55]

Noi tutti ne ridevamo assieme a lui rincarando la dose col dire che la zanzara, più che dalla benzina, era morta anche lei dal ridere.

Morì alla fine di settembre nel 1985, Giulia era nata il giugno prima. A dicembre avrebbe compiuto ottant’anni. Era così contento di essere diventato bisnonno. «Oua sun ciù che in generale »[56] mi diceva con un  aperto sorriso di soddisfazione.

Davanti alla casa di Niella c’era il fienile. Al piano terra una porta dava nella cantina, tenuta efficiente, dove il mosto si trasformava dentro al grande tino ed il vino riposava nelle botti. Damigiane, bottiglie di vetro scuro, pressa sugheri ed altri aggeggi erano ben disposti lungo le pareti.

 Accanto a questa stanza c’era la rimessa dei carri dei buoi. Per molti anni, in quello stanzone dall’ampio ingresso senza porta, i carri lì parcheggiati hanno aspettato di tornare in attività. Un anno invece arrivò il repulisti e tutti quanti se ne volarono in cielo, mille scintille di un grande falò nel prato vicino.

Io comunque sui carri ci sono stato, non quelli lì del falò, ma in quelli di altri contadini. Quando accompagnavo mia nonna nei suoi giri estivi dei terreni, in particolare la vigna, era consuetudine chiedere un passaggio al carro in transito, insomma facevamo il carrostop.

Il carro ha: cerchi in legno, battistrada in lega, trazione anteriore, potenza fiscale uno o due buoi, quattro per trasporti eccezionali.

Il pianale può essere:

·        Equipaggiato con sponde più o meno alte su tutti i lati, modello pick up.

·        Aerodinamico, cioè completamente libero da sponde, modello cabriolet.

 

La guida invece si distingue in:

·        pianaleguidata; in tal caso il driver si posizionerà su un angolo anteriore, preferibilmente gambe accavallate e di sghimbescio, posizione adatta per una guida rilassata e senza fretta.

·        filoguidata; il driver è allora deambulante in posizione anteriore al motore e lo governa tramite corda di manovra. Tale stile di guida è indicato su percorsi impegnativi, nervosi, dove sono necessari repentini cambi di marcia o direzione e le decisioni vanno prese in tempi stretti, generalmente sotto il minuto e mezzo.

·        “automatic mode”; il motore ha in questo caso inserito il pilota automatico, la rotta è tracciata ed il driver può a sua scelta curarsi i fatti propri sul carro o camminarvi accanto. E’ usata generalmente nel percorso di ritorno, quando i buoi se solo potessero ne avrebbero le palle piene della giornata e puntano alla vasca dell’abbeveratoio ed alla tranquillità della stalla.

Un’ultima caratteristica del motore è che è a comando vocale. Questo l’ho ben imparato una volta che, davvero piccolo, me ne stavo sul pianale di un carro monobue modello cabriolet al quale avevamo strappato il passaggio.

Mia nonna procedeva a piedi, conversando con il driver filoguidante, io stavo seduto a bordo, attento e schizzinoso a non poggiare le mani sulle tracce di letame, sempre presenti sulle tavole.

Chissà poi perché ad un certo punto mi viene, guardando quella groppa dondolante, di ripetere il comando che avevo ascoltato al momento della fermata.

Faccio quindi la voce più cavernosa possibile che riesca ad un figliolino e prorompo in un «Oooou».

Panico! Terrore! Il motore si blocca, immobile. Anzi, piano volta la testa di lato, mi guarda con occhio profondo ed indagatore.

Il contadino mi fissa, mia nonna stessa mi fissa, entrambi in silenzio.

Ahi! L’ho fatta grossa, mi ronza la testa, l’unico pensiero che connetto è che ho rotto il bue.

«E adesso, come facciamo a farlo ripartire?» mi chiede il contadino.

Cerco disperatamente di pensare se conosco la parola magica per farlo andare, niente, non la so e credo che non esista, la cosa è irreparabile.

Allora guardo disperato mia nonna, chiedendole con gli occhi aiuto e conforto al mio dolore.

Un attimo infinito poi si mettono a ridere, «Daiii » pronuncia il contadino, il carro riparte, loro due riattaccano a discorrere.

Ricordo d’essermi accasciato sul pianale noncurante degli schizzi di merda seccata, solo felice che il bue si fosse riaggiustato.

Credo che quella volta lì ci ho perso cinque anni di vita!

Eugenio aveva da piccolo una passione smodata per i petardi. Smodata secondo me che invece ne ho paura. Ancora ancora quelli piccoli, rossi e verdi con la micetta, quelli li riesco a sopportare; a lui invece piacevano quelli un po’ più robusti, i mini ciccioli ed i ciccioli e se avesse potuto anche di più.

Mi dicevo che era solo mania che prima o poi sarebbe passata, intanto bestemmiavo di soprassalto quando ne scoppiava uno senza avvisarmi. Allora iniziavo a spiegargli che è pericoloso tenerli in tasca, che può perdere un occhio,  che non volevo che mi prendesse l’accendino che anche quello era pericoloso.

Eppure, eppure circa alla sua stessa età io amavo i fiammiferi. Nei pomeriggi assolati e solitari di Niella Tanaro, un mio privato divertimento era accendere, uno dopo l’altro, i fiammiferi da cucina nella confezione “famiglia”. Allora un pacchetto costava 30 lire. Li compravo di strafugo quando mi mandavano al negozio di alimentari, quello accanto alla fontana.

Subito dopo pranzo e prima dell’appuntamento con Ugo, sgattaiolavo per la strada del Poggio ad evitare di essere controllato e, cammin cammino, mi adoperavo al mio lavoro.

Chissà quale senso di emancipazione provavo nello sfregare il fiammifero, quale sensazione d’essere adulto nel governare la fiammella che si sprigionava. Era con ingordigia l’accenderne un altro non appena il primo aveva esalato l’ultimo sbuffo di fumo, tanta ingordigia che a stento mi trattenevo dal finire le munizioni e ne lasciavo una decina, ormai sdraiati in fondo alla scatola, per una dose successiva.

A volte provavo a bruciare foglie secche ai piedi degli alberi, a volte fili di paglia caduta dai carri e m’inebriavo del fumo del mio piccolo, personale falò.

Il dio dei bambini ha sempre provveduto a me, perché mai quelle fiamme iniziali si sono propagate a qualcos’altro. Dopo tornavo a casa e se i miei mi chiedevano dove fossi stato, «a fare due passi » era la risposta canonica, ed intanto nascondevo la scatola in un qualche anfratto del pianterreno.

La strada del Poggio dopo poche centinaia di metri dalla piazza si biforcava al Pilone, dove mi sembra ci fosse una madonnina, o forse proprio perché c’era la statuetta il posto si chiamava il Pilone; verso destra si andava appunto al Poggio, una frazione, dall’altra si prendeva in su e dopo qualche curva c’era la vigna; una volta lì arrivati dove proseguisse non lo so.

Per la vendemmia eravamo coinvolti tutti, in un qualche giorno di metà o fine ottobre. Io avevo da poco ripreso la scuola, che ai miei tempi iniziava il primo di quel mese, San Remigio. Che il santo fosse San Remigio lo so dalla televisione; forse in quei giorni c’era lo Zecchino d’Oro con mago Zurlì e Remigino o forse faccio confusione ed era una trasmissione sull’inizio della scuola con questo santo nel mezzo, comunque San Remigio è proprio il primo d’ottobre, l’ho controllato in seguito sul calendario.

Amici, parenti, vicini e gente del mestiere si affaccendavano tra i lunghi filari della vigna, ognuno con il suo compito.

Anch’io partecipavo e riempivo le mie brave ceste, staccando con le forbici i purpurei grappoli mentre intanto controllavo che non ci fossero attorno ai miei piedi i ragni terraioli. Nel caso aspettavo che si rifugiassero tra le fessure delle zolle riarse, verificavo che se ne ristessero, e riprendevo l’opera.

Le ceste venivano prese e scaricate del contenuto nelle vasche sopra i carri; pian piano che la vasca era piena, il carro partiva e portava il tutto sul cortile davanti casa dove c’era la pigiatrice.

A mezzogiorno c’era la pausa pranzo, tutti seduti o mezzo sdraiati all’ombra sotto l’albero vicino al pozzo del verderame, grandi tovaglie sul prato, salumi, formaggi.

A me piaceva perché era come un picnic, c’erano risate, l’atmosfera era festaiola, di gita.

Nel pomeriggio inoltrato del secondo o terzo giorno che fosse, anche l’ultimo grappolo era colto e la vigna si svuotava di genti.

Una volta mio nonno ebbe a dirmi «Se ci fossero i soldati ad aiutarci, un grappolo per uno e si farebbe in un attimo». Già m’immaginavo i filari pieni di divise che staccavano il loro bravo grappolo e lo portavano disciplinati al carro, mi sembrava proprio una buona idea.

«Poi però un grappolo a ciascuno e non resta più niente» aggiunse mio nonno e mi stroncò la fiaba.

Un anno ho fatto il viaggio di ritorno su un ultimo carro, dentro la vasca con i piedi nudi immersi tra le pigne, mi sembrava un viaggiare da gran signore; arrivati al cortile, pure un contadino ci montò e con il forcone riempiva di pigne d’uva le ceste che altri reggevano sulle spalle, accostati al carro, per andare a rovesciarle nella pigiatrice.

Mi fece un po’ impressione il valutare che lui, con i suoi piedi, nudi, calpestava l’uva che poi i miei dovevano bere; insomma, mi faceva un po’ schifo, dopo tutto i miei piedi erano di famiglia e puliti, avevo controllato togliendomi i calzini che tra le dita non ci fosse dello sporco, ma i suoi… tutti legnosi e calcagnosi!

La pigiatrice aveva una grande ruota di ferro con un manico perpendicolare, a volte la giravano in due per vincere la forza delle pigne d’uva nella tramoggia.

C’era mio nonno che ci si affaccendava attorno, andava, tornava, in gran fermento; io ogni tanto conquistavo quel manico, volevo a tutti i costi partecipare alla pigiatura alla guida della ruota.

Un po’ un po’ ci riuscivo a stare, poi mi scacciavano che c’è da fare e i figiò stan tra i pé[57].

Mi sistemavo allora davanti alla bocca dello scolo a guardare i rivoli di mosto che a successive ondate cadevano in un contenitore di legno. Quell’odore m’inebriava e con me decine di vespe che, impazzite, volavano attorno noncuranti delle mani che le scacciavano; alcune alla fine galleggiavano rattrappite nel mosto, forse una morte gloriosa dal loro punto di vista. Assieme al mosto venivano sepolte nel grande tino della cantina, a fermentare.

Io, sordo ad ogni richiamo, via via con le mani a coppa mi prendevo sorsate di quel liquore zuccherino. «Ora basta! », mi sgridavano mia madre o mia nonna, «poi ti fa bollire la pancia».

Io che facesse quell’effetto non lo ricordo.

In quegli anni nella casa di Niella vagava una presenza, zio Pinot. Giuseppe, Pinot in piemontese, era un fratello di mia nonna. Che fosse lo zio di mia mamma quello l’ho sempre saputo, una di quelle parentele tautologiche per un bambino come il papà è il papà, la nonna è la nonna, lo zio Pinot era lo zio Pinot perché mia mamma lo chiamava zio, fine della discussione. Che ciò dipendesse dall’essere fratello di mia nonna è cosa che ho saputo più avanti, l’avrò chiesto a mia madre. Che invece fosse solo “un” e non “il” fratello di mia nonna, quello l’ho imparato molti ma molti anni dopo, già adolescente.

Non correva buon sangue tra mia nonna e lo zio Pinot.

Forse c’erano di mezzo vecchi rancori sulla spartizione dell’eredità, cosa che solo posso supporre dalle parole che si scambiavano talvolta i due, bisticciando in piemontese, oppure dai commenti di mio nonno quando, parlando con i miei a Savona per questioni del Piemonte, si riferiva al cognato.

Da bambino non è che certe cose t’interessino più di tanto e quando sei più grande non ci sono più i personaggi che possano far luce, se tu solo volessi approfondire.

Abitava comunque nella casa di Niella, una stanza al primo piano, quella prima della cucina. E beveva. Pare infatti che si fosse mangiato, soprattutto in vino, la sua parte di campi e terreni, questa almeno la versione di mio nonno.

Tante notti, uscito dall’osteria, cominciava a sbraitare sulla piazza e poi sotto le finestre di casa, maledicendo il mondo e soprattutto la sorella.

Mia madre, se mio padre non c’era, ne aveva timore; io stavo ad ascoltare per un po’ quella voce che rimbombava nell’assoluto silenzio, poi mi rigiravo tranquillo nel letto e mi addormentavo.

Una frase che è poi rimasta nel lessico familiare tradotta in genovese, è quella che gridò una notte creando una liaison tra mia nonna ed il segnavento sulla punta del campanile:

«U leun ghe za, oua ghe mettiemu a leonessa »[58].

Spariva per giorni interi, poi una sera sentivamo i suoi passi che salivano le scale, a volte andava diritto in camera sua, a volte prima si affacciava alla porta di cucina a salutare, a volte ancora accettava l’invito a tavola di mia madre.

A me faceva un po’ di soggezione, più che altro perché la sua capigliatura disordinata e i vestiti dimessi confermavano quell’aura di vagabondo che percepivo dai discorsi dei miei nonni. Però da sobrio era sempre gentile e ubriaco non l’ho mai visto, solo sentito.

Mi posava sul tavolo qualche manciata di caramelle alla menta, quelle stesse che all’osteria stavano sfuse a centinaia in un contenitore cilindrico sul banco.

Una sua occupazione era la ricerca dei tartufi e l’addestramento dei cani. Tornava con cani sempre diversi, tenuti con corte corde per guinzaglio.

Al fianco una zappetta, manico corto e penna lunga, ed una sacca di iuta. Non c’era volta che da questa non estraesse la sua ricca raccolta in mostra.

Un profumo particolare, ricco di terriccio e di sottobosco, si spandeva allora da quella sacca, mentre la vista si beava di quei grossi tuberi.

Ce ne lasciava sempre due o tre, di medie dimensioni, profumatissimi. E che risotti riccamente conditi preparava allora mia madre, erano come montagnole di scaglie quelle che coprivano il piatto. Nella memoria mi sembra quasi mangiassimo tartufi conditi con il riso!

Poi un anno non c’era più. Ricoverato, mi fu spiegato. Malato, da solo in quella casa, non poteva più passare quei rigidi inverni come un balordo. Ma ogni tanto il suo fantasma veleggiava ancora nei discorsi tra i miei nonni.

Era mio nonno a tirarlo fuori, quando in aspra discussione con mia nonna le rimproverava un carattere testardo e cattivo.

«Raza gramma», le rinfacciava, «t’è cumme tò fre!»[59].

E appunto una volta, rivolto a me, a mo’ di dimostrazione della cattiva genia da cui mia nonna proveniva, m’informò che l’altro fratello si era impiccato, da giovane. Pietro, questo il nome di questo improvviso prozio, nient’altro.

Da allora sono a conoscenza che nella mia stirpe c’è almeno un suicida.

Ho un ricordo, questo doloroso, che ancora adesso turba la mia coscienza e che è avvenuto a Niella.

Avrò avuto qualcosa come otto o nove anni.

Un giorno, giocando con Ugo nel suo giardino, una sua vicina villeggiante ci chiama, tra le mani porta un gattino di pochi giorni, gli occhi aperti, che miagola.

Ci spiega che era quello che dalla sera prima aveva pianto tutta notte al piano superiore del fienile accanto, abbandonato.

Con la scala a pioli era salita a recuperarlo, lo aveva nutrito con del latte, adesso desiderava donarcelo.

Sia io che Ugo rispondemmo che, anche volendo, non potevamo prendere animali. La sua convincente soluzione fu allora che io lo prendessi e lo portassi nel mio cortile, dove, mi disse, senz’altro qualcuno lo avrebbe adottato per la caccia ai topi.

Un po’ l’argomentazione, un po’ la voglia di tenere tra le mani quel batuffolo, insomma mi presi l’incarico.

Lasciai quindi Ugo e mi diressi convinto verso casa, con l’idea di proporre il regalo alla Matilde o alla Teresa.

Ma né Matilde né la Teresa quel pomeriggio c’erano, forse nei campi, le case erano vuote; vuota casa mia che sapevo erano andati giù al Borgo a fare spese, vuote erano le case degli altri vicini.

Giocai volentieri per un po’ con quel gattino, aveva occhi di un celeste acceso e dentini aguzzi che mi mordicchiavano le dita.

Poi chissà,  ma davvero chissà perché, mi venne l’idea.

Con il gattino tra le mani presi per la strada del Poggio. Fatti una cinquantina di passi, sapevo esserci uno piccolo spiazzo a ridosso di un vecchio muro, tra gli alberi di nocciolo, mezzo nascosto alla strada da una siepe di cespugli.

Lì c’era una specie di discarica, vecchi mobili, stoviglie rotte, macerie. Scelsi un angolo appartato, mi accucciai, presi il gattino rivolto verso di me tenendogli le zampe ben discoste, avevo paura che mi potesse graffiare.

Lo guardai negli occhi e poi deciso gli sbattei la testa su una pietra per terra.

Spalancò gli occhi, spalancò la bocca, reclinò la testa all’indietro, gli vidi la vita uscire dallo sguardo.

Volevo vedere cos’era la morte.

Capii subito che avevo fatto qualcosa di sbagliato.

Non era la paura di una sgridata quella che sentivo, era vergogna.

Ma ugualmente rimasi lì, non ricordo quanto tempo, a guardare quel corpo, aspettando che qualcosa accadesse e morbosamente conscio di ciò che, irrevocabile e definitivo, era passato da quel gattino ed io ne ero stato il possente artefice.

A nessuno mai, se non da adulto, confessai quella morte.

Nei giorni dopo mi tenni lontano dal luogo dove sapevo stare il gattino; alla vicina che me ne domandò risposi d’averlo lasciato che giocava nel cortile e che poi non l’avevo più visto.

Però la curiosità mi spingeva a tornare. Si dice nei gialli che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto e per me è così che è andata. Tornai, giorni dopo, a vedere cosa succede dopo la morte.

Qualcuno aveva fatto un falò con le sterpaglie ed i legni marci. Tra la cenere ed i resti del fuoco un piccolo coso carbonizzato, vagamente a forma di pupazzetto, era quanto restava di quello che cercavo. Non sono mai più tornato in quel posto.

Adesso, a volte, mi illudo a pensare che quel gatto abbia attraversato la mia vita non per caso, ma ci sia stato messo per insegnarmi, nel mio crescere, il valore della vita, di tutte le vite.

Lo spero davvero, e a lui penso ogni volta che mi trattengo dallo schiacciare il ragno che attraversa il mio soffitto o l’insetto che ronzando faceva urlare i miei figli. Me l’auguro, lo spero con tutto il cuore, che la sua non sia stata solo una piccola stupida morte.

Ci sono tornato due volte in quel paese, a Niella Tanaro.

la prima durante il ritorno dal viaggio di nozze, tanto per far vedere i miei posti a mia moglie; la seconda qualche anno dopo, di ritorno da una vacanza, stavolta anche assieme ai bambini.

Ho rivisto Ugo; l’ho chiamato come una volta dalla strada; si è sposato.

Ho rivisto Primo, in pensione, sua moglie e sua figlia; Mauro no, era al lavoro.

La Teresa se n’è andata e Pietrin era in piazza, invecchiato, m’è sembrato una cosa piccola seduto lì su una panca; non l’ho chiamato, temevo non mi riconoscesse e poi, poi non c’era molto da dire.

Ora ci sono case che prima non c’erano, hanno asfaltato la strada per il Poggio, per andare alla vigna mi sono perso un paio di volte prima di trovarla, ancora sterrata, secondaria. 

La vigna era la stessa ma come più piccola, più contenuta. C’era ancora lo stesso rovo dal quale coglievo le more. A Giulia ed Eugenio ho spiegato che lì ci venivo a fare la vendemmia, hanno guardato un po’, vaghi.

Ho fatto qualche passo sul sentiero che costeggia i filari, cercando nella mente i visi di allora, le parole, i suoni ed i rumori, gli odori, i sapori.

Li sento ancora, nella mente, e lì dal vivo non c’erano più.

Sono montato in macchina e siamo partiti.

Quel giorno, se mai lo ricorderanno, sarà solo uno della loro passata gioventù, avranno i loro propri ricordi da ricordare, come ciascuno di noi.

Di Niella mi resta un crocefisso appeso sopra il letto e dei libri che sono transitati prima da casa dei miei.

C’è un messale, forse di mia madre. Un libriccino dalla copertina tarlata, dal titolo “IL GIOVANE PROVVEDUTO”, sottotitolo “per la pratica de’ suoi doveri” e più sotto “coll’aggiunta di una scelta di laudi sacre pel Sacerdote Giovanni Bosco”, Torino 1878.

Precedente ancora un altro libretto, “GIARDINO di DIVOZIONI ad uso del Cristiano”, Torino 1830.

Un Sillabario, a metodo fonico sillabico intuitivo, Saluzzo 1918.

Un fascicolo di “CENNI STATISTICI sulla PROVINCIA DI MONDOVI’ presentati nella Seduta accademica del giorno 8 Luglio 1842 ALLA SOCIETÀ’ LETTERARIA DI MONDOVI’ “.

Ce n’è uno che ha sul risvolto una firma a matita, riconosco la calligrafia, è di mia nonna Caterina Benedetto; il suo “TRATTATO di CUCINA, PASTICCERIA MODERNA, CREDENZA E RELATIVA CONFETTUTERIA”; non ha indicato l’anno di edizione, ma dev’essere comunque ben in là con gli anni,con quell’italiano che a tratti suoni antico con quei “ prendete un ettogramma di butirro…”

L’ultimo è un “UFFICIO della BEATISSIMA VERGINE MARIA ad uso DELLE COMPAGNIE DE’ SECOLARI”, Torino 1847.

Sul risvolto è firmato Benedetto Pietro di Bartolomeo di Codovilla l’anno 1862.

Tra le pagine interne ho trovato un foglio protocollo a righe, vergato sulle quattro pagine con buona scrittura corsiva, ad inchiostro.

Dice, errori ortografici inclusi:

 

Profezia telequale e stata trovata nelle carte di un pio eremita  morto nella Svizera a S. Galleri nell’anno 1760

 

1760       Averra la mia morte, io sono pronto.

1769    Nascita di un guerriero che sara il terrore del suo secolo del suo nome non vi sara santo in cielo.

La pace universale del mondo si conturberà

Nascita di un grand’uomo gloria del suo secolo, il suo nome sarà scritto in cielo.

Id         Una rivoluzione scopierà in Francia; essa sara sanguinosa

Id         Il sovrano prendera la fuga, e sarà ricondotto per    tradimento, restera prigioniero nella capitale.

Id        Invenzione di una macchina nuova che sarà istrumento di    morte a migliaia di vittime.

Il Re e la Regina moriranno sopra la detta macchina

Il sangue innocente del legitimo erede grida vendetta al cielo, dei tiranni sanguinosi si succederanno.

Cambiamento da pertutto.

1803    L’austria e la Pruxia s’avanzeranno sopra la Francia   la Pruxia si ritirerà; L’austria tradita dai suoi capi perderà la vittoria

Id         Una forte armata Francese pasera il Reno e si pascera nell’allemagna

Pace di breve durata.

Id         Un novello sovrano in Francia più che Re man non nato in Francia

Turbolenza in Polonia

Guerra in Spagna

I Francesi marcieranno fino al Danubio, riporteranno        la vittoria, la capitale dell’austria sara cinta d’assedio.

La pace l’alleanza sarà conchiusa per mezzo di un matrimonio

il tutto non avrà durata.

I sovrani dell’allemagna non conterranno più molte nuove dinastie efimere.

Il grand’uomo della Francia condurra la sua armata nel nord breve guerra, ma terribile.

1814  Molti sovrani in una capitale tre partono per la Francia.

 Il grand’uomo sarà destituito egli sarà tradito da una nazine  di la del mare, e morirà isolato da tutto il mondo e viaggiera dopo la morte

La Francia pacifica sotto il Re.

Guerra in un regno dell’Italia.

1822                Guerra in Greccia il sangue si versera a torrenti.

Altra rivoluzione in Francia, e dinastia cambiata.

1832                L’Italia sempre oppressa.

Malattia contaggiosa farà grande strage in tutta l’Europa. Innondazione, e grande disastro in un'altra parte del mondo

Tre donne regnanti.

La fame al di la del mare; densa sara continua per molto tempo.

Un uomo pio ascendera sul trono di S. Pietro questo sarà il rigeneratore, inviato da Dio piegate le ginocchia innanzi alui, voi che l’avvicinate cantate la sua gloria e pregate il cielo per la conservazione dei suoi giorni questo sara l’ultimo Papa.

Molti preti smascherati

Id         De’ sovrani orientali in viaggio la torchia progredisce in civilizazione.

Id         Tutto cio preparera dei grandi avvenimenti. Turbolenza in Napoli, rivolta nel intero regno. disunione in Sicilia, molto sangue versato, prigioni aperte.

Id        Ancora una rivoluzione in Francia non vi sara   più Re.

Id      Combattimento generale donne e fanciulli prenderanno Le armi, sovrani in fuga e detronizati grandi ed inatese catastrofe.

L’Italia simile alla fenice, risorgerà più bella  che mai nel suo proprio cenere l’Europa intiera le tributerà omaggi.

Id                    Morte di due illustri personaggi.

La Polonia rinascerà.

Id                    Punizioni e ricompense.

Una delle più illustri citta Italiane disparirà nel corso di una sola notte.

Rivoluzione spaventevole in Inghilterra, strage generale,guerra tra l’autria e la Romagna.

La tempesta in Europa, delle migliaia di uomini moriranno.

Indi ritorno all’antico ordine, la religione più frevida che mai, un ultimo rinascimento di arti e di scienze, e l’ultimo passo della civilizzazione.

Molte città sepolte da terremoti L’Austria e tutta l’allemagna sofriranno

Rivoluzione universale la religione dominante nella sua decadenza formazioni di nuove sette grandi disastri.

Miseria da pertutto.

Carestie, fame, stragi la mortalita sara considerevole assegno che vi resterà che un picol numero di viventi

quando due si incontreranno si abbraccieranno di gioia

l’età degli uomini non oltrepasserà più che gli anni 40

Apparizione di tre soli.

Tempeste di mare, uragani terremoti senza esempi nell’istoria

La sicilia inghiotita dal mare Napoli distrutta dal fuoco, la Francia e la Spagna saranno distrutte da terremoti, nell’oriente regnerà la peste, e nel nord delle malattie contagiose.

Un eclisse di sole coprirà di totale oscurità

il mondo dopo sei giorni apparirà la prima stella.

Finis Mondi?

 

ricopiata da una coppia già copiata da Faccio Domenico il 19 Gennaio 1877

 

Per copia conforme.

                                   Niella Tanaro 16 Febbraio 1902

 

Alla fine c’è una bella firma con ghirigori. È un mio antenato.

 

Benedetto Vincenzo

 

Case di bambino

 

5 Corso Svizzera

 

La cucina era arredata con i mobili all’americana.

La dispensa, tutta bianca, era formata da un alto mobile verticale a due sportelli, sopra olio pane e roba del genere, sotto mi sembra le pentole sui vari ripiani; verso sinistra continuava unito ad un pensile a tre sportelli che alla fine poggiava con una gamba a Y di metallo cromato sul mobile sottostante, ripiano della stessa fòrmica verde marezzata del tavolo, completo di tre cassetti e tre sportelli. In uno dei cassetti mettevamo la tovaglia in uso con i tovaglioli, le posate invece stavano nel cassetto del tavolo. Il lato del tavolo con il cassetto era il posto di mio padre; me lo ricordo bene perché ogni volta che mangiando mancava a qualcuno una posata a lui toccava scostarsi per poterlo aprire; alla seconda posata mancante sbuffava immancabilmente un «Ou belin!».

Mentre la dispensa ed il pensile molti anni dopo sono stati sostituiti da una cucina completa Salvarani che ci poi ha seguito nella casa di Pisa, non so come ma il vecchio tavolo è sopravvissuto; ne avevo perso le tracce, forse stava giù in garage lì dai miei. Già sposato, un giorno mia madre me ne deve aver parlato come di cosa da doversene liberare. D’impulso l’ho adottato e per tanti anni l’ho conservato. Dapprima come banco ausiliario nel mio garage, promosso poi come mia scrivania in sala, in seguito come scrivania in camera di Giulia ed Eugenio. Solo i miei occhi non lo vedevano un vecchio tavolo con acciacchi e fuori arredamento.

E’ che per tanti anni ci ho mangiato gli gnocchi ed il minestrone al pesto, ci ho fatto i compiti, l’ho scarabocchiato sotto mentre guardavo i piedi di mia mamma che al piano di sopra impastava.

Ricordo una volta molto piccolo mia madre aveva fatto il minestrone e comincia versarlo nei piatti. Io soffio un po’ sul mio e poi mi avvicino una cucchiaiata in bocca ma subito la allontano. «Brucia mamma brucia, soffiaci, soffiaci forte»; mio padre, seduto al suo posto, aveva appena finito di grattugiare il formaggio e si sporge verso di me «Aspetta Roberto che ti ci metto il formaggio» e mi ce n’avrà versata una bella dose abbondante. Subito con il cucchiaio la spargo bene sulla superficie e mi metto una bella cucchiaiata di minestra in bocca. Altra violenta sbuffata e poi urlo «Ma brucia lo stesso!». Mio padre sbotta a ridere e ridendo mi dice «Ma il formaggio serve a farla più buona, mica a raffreddarla!». Io lo guardo stupito mentre con fretta aspetto che mia madre finisca di soffiarmici sopra. Dovevo proprio essere ben piccolo.

Questo tavolo insomma proprio non ce la facevo ad abbandonarlo, così tanti ricordi su quelle quattro gambe. Ho invece dovuto farlo pochissimi anni fa, completamente marcito nella baracchina giù nell’orto dove si è compiuto il suo tempo.

Nello sportello sotto il cassetto di centro del mobile sotto al pensile, in mezzo alle scatole degli spaghetti e delle penne rigate, i miei ci tenevano i soldi. Una scatola ormai consunta di fusilli Barilla fungeva da sportello bancario, c’erano depositati i soldi dello stipendio di mio padre ed un quaderno a quadretti dove tenevano aggiornati i prelievi ed i versamenti. Lo scopo di tenere i soldi lì tra la pasta era rendere più difficoltoso agli eventuali ladri trovare il malloppo. Naturalmente a suo tempo ed occasione fui catechizzato a non rivelare mai a nessuno, nemmeno a persone brave, il nascondiglio del tesoro, edotto di come bambini come me fossero stati raggirati in situazioni analoghe da persone che sembravano fidate.

Io quel nascondiglio non l’ho mai svelato a nessuno ma per fortuna nessun ladro è mai stato messo alla prova.

A me piaceva assistere quando i miei facevano le verifiche contabili, vedere quelle larghe banconote messe arrotolate in fondo alla scatola, sapere che i loro conti tornavano. Non che me ne intendessi di bilancio familiare, la mia matematica si concentrava nel disegnare con le matite colorate sul quaderno di scuola dieci ciliegie a gruppi di due, ci facevo anche le foglioline.

Se talvolta mia madre si lamentava che era difficile tirare avanti, mio padre la prendeva in giro dicendo:

«Non ti preoccupare Meri, anche ancô emu mangiò »[60].

Divenne lo slogan di famiglia per commentare  i momenti di difficoltà economica causata da spese impreviste oppure benché previste troppo corpose. Negli anni diventò un rito rispondere in coro «Mangeremo anche domani!»

Benché mi sforzi di pensarci non mi sembra ci fosse mai mancato qualcosa. Eppure ancora adesso mia madre rimpiange di non aver potuto fare di più, ma c’era il mutuo della casa e i soldi bisognava tirarli con estrema attenzione fino a fine mese. “Complimenti!” mi viene da pensare, davvero non mi sono accorto di nulla. Sarà che allora tanta roba come c’è adesso non c’era e quindi mancavano gli stimoli a sentirsi in difetto, sarà che la pubblicità non stava così addosso come ora, ma insomma non posso certo dire d’aver avuto un’infanzia di stenti.

In cucina c’era la portafinestra per andare sul poggiolo, indicato appunto come poggiolo di cucina. Due ferri si sporgevano in fuori reggendo tre o quattro fili per stendere i panni, altri due sul lato più corto. Da lì avevo il perfetto controllo sul cortile condominiale tre piani più garage più sotto perché sotto elevato rispetto all’Aurelia e da lì comunicavo con Armando, due anni più grande e di un piano inferiore, che dal suo poggiolo messo perpendicolare rispetto al mio mi trasmetteva la sua superiore esperienza della vita.

Di quel poggiolo di cucina ho il ricordo e l’immagine di me che accucciato spalle al muro piango disperato perché sono arrabbiato con mio padre: «la volevo sposare io la mamma, non tu!» gli urlo tra i singulti. A che età si manifesta il complesso di Edipo?

Attorno ai sette anni, nei pomeriggi di sole ma assolutamente non tutti i giorni, avevo il permesso di scendere in cortile con Armando. I giochi erano la bicicletta, le biglie quelle di vetro, il pallone. Dopo qualche anno si è formata una triade composta da me e Armando più “fisetta”, al secolo Ottavio. Ottavio era il più piccolo tra noi, forse anche di due anni rispetto a me, ma era quello che giocava meglio di tutti a pallone; come porta usavamo l’androne che entrava ai garage sotto il palazzo di fronte.

Spesso eravamo costretti a formare squadre facendo giocare anche mia sorella e quella di Armando più il fratello minore di Ottavio, altrimenti sbraitavano, le madri intervenivano e via tutti negli spogliatoi.

Ricordo l’anno dei mondiali in cui battemmo la Germania 4 a 3 nei supplementari, a lungo ripetemmo in cortile le gesta di quella partita ed ogni volta che il pallone s’infilava in rete, pardon, nell’androne, era un urlare «Gol di Riveraaa!».

Che poi io a quel tempo ero milanista perché c’era il biondo Schnellinger. Mica per un qualcosa di particolare, solo mi piaceva il suono della parola “Schellingher”, pensa te che tifoso; comunque che fosse stato proprio lui a segnare il momentaneo pareggio mi era spiaciuto, lo consideravo un tradimento. Da lì forse ho cominciato a disamorarmi del Milan e pian piano sono diventato genoano.

In questa maturazione ed evoluzione senz’altro ha influito lo spirito d’emulazione con mio padre; lui era un genoano e allora ho deciso di esserlo anch’io. Che comunque lui lo era come lo sono io adesso, all’acqua di rosa, tanto per schierarsi che se si vince bene se no è uguale, più importante è la schedina; bastava a lui ed ora basta a me il controllare di tanto in tanto la classifica, accertarmi che come sempre veleggiamo bassini e commentare con un “Squaddra de belin_e [61] dentro di sé.

Accanto alla porta di cucina, nel corridoio, c’era la stufa a cherosene, lucida di un bel marrone metallico. Quando mio padre la doveva caricare con la tanica da 20 litri, io avevo il permesso di aiutarlo al posto di mia madre tenendo l’imbuto, u turtaiò. Nelle sere d’inverno, poco prima d’andare a letto, io e mia sorella poggiavamo sul ripiano della stufa i nostri pigiami così da ritrovarli d’un caldo accogliente quando scattava l’ora x. E l’ora x era ben stabilita: come quasi tutta la mia generazione, la dead line serale arrivava con la conclusione del Carosello. Solo durante le vacanze da scuola ed il sabato sera avevamo il permesso di guardare lo spettacolo alla tv. Eccezione ancora poteva essere il festival di Sanremo.

Una delle punizioni che via via potevo ricevere era quella d’andare a letto senza appunto vedere il Carosello. Inutile pietire con lo sguardo, la condanna era irrevocabile. Se proprio l’avevo combinata grossa alla punizione veniva aggiunta la chiusura della porta di sala e quella di camera mia, cosicché non avevo nemmeno il conforto di ascoltarlo. Era un senso di irrimediabile perdita, abbandonato in quel letto isolato dal mondo, non poter assistere alle nuove gesta del cowboy della “Carne Montana” o quello di “ Carmencita sei già mia, chiudi il gas e vieni via! ”.

In qualche modo sono sopravvissuto, quelle vicissitudini mi hanno temprato!

Il Carosello era una istituzione sacra, regolava la vita serale di migliaia e migliaia di bambini italiani, mica come adesso che a volte non riesci a metterli a letto nemmeno con le martellate. Ma era tutta la giornata televisiva ad essere cadenzata da precisi orari. Intanto alla mattina trasmissioni non ce n’erano, lo schermo era lattiginoso; durante il pomeriggio un primo cenno di vita era rappresentato dal monoscopio della Rai.

Poi, finalmente, attorno alle quattro  quattro e mezza, iniziavano le trasmissioni con la sigla dell’antenna che emetteva onde circolari. Era l’ora giusta per la merenda e per la Tv dei ragazzi con Rintin, Lassie, “Chissà chi lo sa” e quanti altri. Ovviamente, ça va sans dire, potevo vederla solo se ero ad un buon punto con i compiti per scuola…

La televisione inoltre rappresentava anche un indice di emancipazione. Se in classe un compagno parlava del film visto la sera prima in tv, la domanda era:

«Ma i tuoi ti lasciano vedere la tivù dopo Carosello ?!»

«Certo, la guardo finché ne ho voglia!»

«Belin! »

C’era in quell’esclamazione un misto d’invidia ma anche di perplessità sulle qualità educative di quei genitori. Un bravo genitore infatti non lascia vedere la televisione dopo una certa ora…

Io al traguardo dell’autonomia televisiva serale ci sono arrivato attorno ai 13/14 anni, un po’ per gradi, e spiegavo volentieri a mia sorella che a me era concesso perché ero diventato davvero grande.

Sarà che le femmine maturano prima, sarà che aperto un varco è difficile per un genitore controllarne l’afflusso, fatto è che mia sorella poco dopo ebbe anche lei il permesso di libero pascolo televisivo ed a malapena arrivava ai 12 anni. Ci rimasi male, era una ingiustizia bella e buona ed inoltre lei ci gongolava apposta…

Luana ed io dovemmo prendere una drastica decisione. Ormai c’erano programmi da non poter assolutamente perdere a qualsiasi ora. Togliemmo la televisione di casa.

Sono ormai tanti anni e ne siamo veramente soddisfatti, eravamo diventati tutti e quattro dei tossici incalliti.

I primissimi tempi furono difficili per tutti ed anche per Eugenio e Giulia. Giulia in particolare spesso si lamentava di questa privazione, rinfacciandomi di non poter più condividere con i compagni di classe i commenti sull’ultimo episodio dei cartoni animati del momento, Shiro e Mila (due cuori nella pallavolo) o D’Artagnan.

«Giulia, ma diglielo ai tuoi compagni che la tv l’abbiamo tolta»

«Mi vergogno, mi sento un’emarginata»

A me sentire in bocca a una bimbetta di sette otto anni la parola “emarginata” un pochetto mi mise dei pensieri, però con fermezza mantenemmo la linea.

Le stanze o i luoghi della casa avevano tutti un nome. Così c’era l’ingresso, lo stanzino, la cucina, il poggiolo di cucina, la camera mia e di mia sorella, la sala, il poggiolo di sala, il bagno, la camera dei miei.

Camera mia, in coabitazione con mia sorella, veniva sul corridoio dopo la porta di cucina ma sull’altro lato. Era un rettangolo messo per lungo. A sinistra un armadio a quattro ante, color marrone chiaro. Subito a destra, accanto alla porta, il divano color verde scuro era il letto di mia sorella; ripiegato durante il giorno, la sera veniva allungato aggeggiando una qualche leva. “Sdeeeengh” faceva la molla finalmente libera, ed ecco il materasso tripartito che si allungava ad accogliere mia sorella. Il mio letto era sulla continuazione del divano, piedi contro piedi.

Prima di prendere sonno, a luci spente, io e mia sorella giocavamo ancora. A turno si pensava ad un oggetto della stanza e si forniva la lettera iniziale e l’altro doveva indovinare, mi sembra tre tentativi, quale era.

Oppure il gioco “dei sì e dei no “.

Sempre a turno bisognava rispondere alle domande senza mai usare “sì” oppure “no”; quando il sonno impastava i pensieri era più facile cadere nei trabocchetti. Mia sorella la fregavo spesso in quella fase accusandola:

«hai detto sì!»

«no, non è vero! »

«però adesso hai detto no! »

Un altro gioco, da fratello bastardo, era quando proponevo di vedere chi riusciva a restare di più con il braccio alzato. Naturalmente io le mie le tenevo ben bene sotto al calduccio ed ogni tanto, con tono accusatorio, chiedevo: «Flavia! Lo stai tenendo appoggiato? Non vale! »

Dopo un po’ lei cedeva e chiedeva:

«Ma tu ce l’hai sempre alzato?»

«Certo! »

«Allora hai vinto tu, io ho troppo sonno».

Le uniche volte che ha vinto lei sono state quando, troppo sicuro della mia facile vittoria, mi sono addormentato per primo…

Camera mia era innanzi tutto il campo di battaglia dei miei soldatini. Immancabilmente, per anni ed anni quasi tutti i pomeriggi, posizionavo i due eserciti contrapposti. Uno aveva in dotazione il fortino, “Fort Apache”, con il portone centrale e le due torrette laterali, posizionato alla fine della valle racchiusa dalla scrivania e dalla portafinestra che dava sul poggiolo di sala.

L’altro, ben più numeroso, aveva davanti a sé l’immensa spianata che correva dalla porta e s’incuneava tra l’armadio ed il mio letto.

Come unica difesa aveva in dotazione un paio di carri di legno rovesciati, dei cubi di legno di un puzzle della Walt Disney, dei muretti fatti con pezzi di lego poggiati l’uno su l’altro ma non incastrati in modo che saltassero meglio a mo di esplosione quando colpiti.

Armamento in comune, un cannone a molla e dieci munizioni, cioè dieci matite di scuola in disuso, a turno. La sorte decideva quale esercito poteva scaricare per primo la sua bordata, dopo di che i proiettili piovevano fino a quando di un esercito non rimaneva più nessuno in piedi. Quasi sempre erano quelli del forte ad avere la meglio; ben riparati dietro e dentro le torrette, solo qualche colpo fortunoso, qualche aleatoria carambola riusciva ad abbatterne qualcuno.

L’esercito della spianata invece veniva falcidiato da bordate ad “alzo zero” tanto che resistevano solo quelli riparati dietro ai carri. Dai dai però anche questi cadevano sul campo dell’onore. Alla fine io mi sdraiavo sul letto e restavo ad ammirare la distesa dei caduti.

Far parte di un esercito o dell’altro dipendeva solo dalla statura. Nella pianura tutti quelli “bassi”, nel fortino solo quelli “alti”. Così si fronteggiavano eterogeneamente cow boys fianco a fianco con indiani, nordisti con sudisti, marines e soldati tedeschi, giapponesi ed una pattuglia della Royal Enfantry, ma anche coloni americani e soldati romani con tanto di gladio e tridente.

Quando gli “alti” divennero, per successive acquisizioni, regali o ritrovamenti, numericamente comparabili con l’esercito dei “bassi”, stridente divenne il divario tra chi stava in difesa dentro al forte e chi attaccava senza ripari. Il forte allora venne tolto ed i due eserciti si fronteggiarono protetti solo da ripari di fortuna.

Con la Prima Comunione la camera si arricchì con la mia scrivania regalo dei nonni di Savona, un mobile-libreria che al centro aveva una ribaltina da tirare giù per farci i compiti e quando invece stava rialzata chiudeva il vano dove tenevo i quaderni, dei libri di scuola, le matite e le altre cose di un bambino. Dentro era ben riposto anche il servizio in pelle da scrivania che mi aveva regalato mia zia Luisa con le mie iniziali in lettere credo d’oro per tenerci i fogli.

Il frontale del ripiano era un mare bianco dove le onde ed i galeoni che le solcavano a bandiere spiegate si ripetevano tratteggiati con sottili linee nere, come a china.

Sui ripiani superiori color legno i miei libri non di scuola. Con il tempo ho ben allineato credo tutti i libri di Emilio Salgàri e di Jules Verne, mi ricordo poi Tartarin di Tarascona, Don Chisciotte e tanti altri ancora. I più belli erano comunque quelli di Salgari e di Verne, sia per le storie sempre avvincenti che per i libri in se stessi; la copertina di cartoncino leggero a colori pastello era sempre adornata da una bellissima illustrazioni a colori; quando arrivavo al punto del racconto descritto dall’immagine sulla copertina, subito la controllavo per verificarne i particolari e ed intanto nella mia testa la fantasia galoppava veloce.

Che libri meravigliosi!

Li ho conservati con amore unendoli poi a quelli simili di Luana, ne avevamo anche tanti doppioni uguali uguali; da giovane marito m’immaginavo l’avrei  trasmessi ai miei bambini pregustando la loro gioia nel leggerli.

Com’è andata? A loro non sono mai interessati. Li ho trasferiti in seguito e ben sistemati dentro alcuni robusti cartoni giù in garage che lo spazio in casa è quello che è. Lì li ho dimenticati nel presente quotidiano ma sempre vividi nella memoria. Pochi anni fa m’è presa la nostalgia di risfogliarli e rileggere le gesta di “Sandokan” con il fido “Tremal-Naik”, “Il giro del mondo in ottanta giorni”, “Cinque settimane in pallone”, “Dalla Terra alla Luna”, “Robinson Crusoe” con “Venerdì” e tutti gli altri ancora.

Sono andato a cercarli giù in garage ma non li ho trovati tutti, anzi. Chissà come i più si erano trasferiti nei loro cartoni su uno scaffale nella baracchina dell’orto, riparati e nascosti da un telo di plastica steso sopra. Aprendoli solo trucioli di carta, centinaia di gusci di noce americana rosicchiati, peli e un piccolo ratto morto. Avrei pianto di rabbia e di tristezza, una piccola traccia della mia infanzia perduta per sempre. A Luana due lucciconi sono spuntati.

Ho salvato solo quei pochi nel solitario cartone giù in garage. Come a chiudere la stalla sui pochi buoi o meglio vitellini rimasti, sono adesso riposti sull’ultimo ripiano in alto della libreria, quella in corridoio presa all’Ikea al sicuro. Ho un “L’isola del tesoro” di Luana, i rispettivi “Cuore”, poi  un “Oliver Twist” ed un “I viaggi di Gulliver” ancora di Luana e quattro miei di Jules Verne (ho “Viaggio al centro della Terra” !!!) ma più nessuno di Salgari tra noi due. Ne ho poi un’altra decina che allora consideravo “minori”; tra questi per fortuna si sono salvati i nostri due identici “Il giornalino di Gian Burrasca” dalla bella copertina verde lucida, edizione del 1965.

Mio e sempre del ‘65 un alto, largo e sottile libro di tavole a fumetti. Nel disegno della sovra copertina, parecchio strappata, un lungo lungo bassotto abbaia festoso all’assegno da un milione tenuto in mano dal Signor Bonaventura, alla faccia di Barbariccia!

Non posso adesso lasciare questi libri dalle pagine ingiallite dal tempo, senza ricordare quelli che, ben disposti in ordine di numero romano sulla costa, stavano allineati sul ripiano in fondo della mia scrivania a Savona ed avrebbero dovuto, secondo la speranza dei miei, essermi prezioso aiuto nelle mie ricerche per la scuola: i volumi dell’enciclopedia “Conoscere” (con quattro volumi aggiuntivi, gli “aggiornamenti”; più bassi, mi erano un po’ antipatici perché rovinavano la linearità geometrica di quella raccolta).

Li ho sfogliati tante volte per bearmi delle illustrazioni disegnate che seguivo nei rimandi di volume in volume. In particolare c’erano quelle dei soldati Romani contro i Galli, gli elefanti di Annibale tra le nevi delle Alpi (è corretto l’ordine cronologico?), le trireme, i gladiatori nel Colosseo; c’erano poi disegnate le “macchine da guerra” del medioevo, i cavalieri in corazza, gli arcieri che lanciavano frecce dai merli del castello, i tornei con le dame che vi assistevano dal palco. C’era la sezione delle esplorazioni spaziali con disegnato il nostro sistema solare (“non in scala” mi sembra ci fosse scritto in un angolo in fondo ma forse lo immagino soltanto), che piccola la Terra confronto a Giove per non dire rispetto al Sole!

Interessante era poi la sezione degli animali (molti li conoscevo già dalle figurine che raccoglievo nell’apposito album, mi sembra si chiamasse “Diorama”) mentre scarso interesse lo trovavo nella sezione dell’esplorazione del corpo umano a parte magari lo scheletro. Da nessunissima parte era infatti disegnata e men che mai descritta la parte del corpo umano, sottosezione Donna, che più ero incuriosito di indagare. Del resto verificando non c’era nulla sull’analogo argomento nemmeno nella sottosezione Uomo benché di quella, perlomeno nei tratti principali, m’ero già fatto un’idea; più avanti avrei capito, parlando con i miei compagni di scuola, che questa ripartizione di sessi aveva anche delle impensate ed incredibili implicazioni più che meritevoli di approfondimenti conoscitivi.

Eppure, se mai ho utilizzato quell’enciclopedia all’elementari per la scuola, fu quando sfogliando le pagine per la ricerca sul corpo umano trovai e ricopiai, ricalcando sulla carta velina, l’illustrazione del cuore umano, colorando poi con impegno le arterie di rosso e le vene di  blu (o è al contrario? Boh?!)

            Per i miei figli non ho comprato nessunissima enciclopedia; non me ne pento però osservo, semplice riscontro di un dato di fatto, come nessuno dei due si sia poi laureato come il loro padre. (attenzione, frase ambigua. “come il loro padre” s’intenda “proprio come non si è laureato il loro padre”).

Il padre di Luana invece a sua figlia e futura mia moglie le enciclopedie non le ha fatte mancare.

Mio suocero Carmine aveva un suo modo personale di valutare i libri. Poliziotto della Stradale, pratico come un napoletano sa essere, i libri li valutava letteralmente “a volume”. Se erano “piccirilli” dovevano valere poco. Quando mi vedeva intento a leggere un libro, fosse un romanzo o uno “serio” scientifico, mi chiedeva di cosa trattassero. Qualunque fosse la risposta, comunque scuoteva poi il capo e mi mostrava la mano che più volte chiudeva e riapriva a pugno commentando “Ci vedo poca sostanza”.

Che lui per la cultura di sua figlia aveva ben provveduto con carichi da dieci e da undici:

  • Enciclopedia “Storia del Mondo Antico” in nove volumoni
  • la seguente “Storia del Mondo Moderno” in ben dodici volumi altrettanto corposi

Tutti, nel tempo, me li sono letti con interesse e piacere.

Aveva poi rifinito e consolidato l’insieme con la fornitura di:

  • “Storia della Letteratura Italiana”, Emilio Cecchi – Natalino Sapegno in nove imponenti tomi.
  • “Storia del pensiero filosofico e scientifico”, Ludovico Geymonat, altri sei robusti volumi.

Di queste due ultime enciclopedie non ho mai nemmeno preso in mano un volume, proprio non ce l’ho fatta, ogni uomo conosce i propri limiti; però sono anni che mi riprometto di riprovarci, giurin giuretta.

E bravo a Carmeniello!” che c’hai visto lontano, con sua comprensibile soddisfazione di padre Luana si è poi laureata.

In Scienze Biologiche, d’accordo, ma vogliamo guardare le quisquilie?

Proprio di fronte alla mia camera, nel corridoio, c’era la famosa stufa a gasolio che riscaldava bene i suoi dintorni ma lasciava indifferenti tutti gli altri vani, porte aperte o no e poi comunque prima di andare a dormire veniva spenta, un po’ per risparmio ed un po’ per il pericolo delle esalazioni.

La stanza dopo era la sala, la stanza buona della casa.

Rettangolare, non è che fosse grande, ma era la “ SALA”.

All’inizio zona off limits, sempre chiusa ed eccezione delle visite importanti o dei pranzi di Natale e di Pasqua, con l’ingresso della televisione gioco forza dovette diventare sempre disponibile anche a noi del volgo, mia sorella ed io, ma con tanta tanta attenzione.

Intanto era vietato sedersi sulle “chiavarine”, sei sedie leggerissime e così fragili che avrebbero potuto rompersi anche  solo a guardarle; stavano composte attorno al grande tavolo ovale di onice, una lastra gialla con rade striature scure sorretta da una struttura dalle due grandi zampone nere, unite alla base da una traversa di legno a forma cilindrica. Zampe e cilindro erano di un nero abbagliante così come il “mobile alla veneziana”, dalle lunghe smilze e curve zampe, che conteneva sulle vetrinette dentro alle ante i servizi buoni. Le chiavi per aprire le ante avevano dei peneri, mi sembra verdi ma forse saranno stati color oro.

Sopra il mobile, sempre e obbligatoriamente specificato “alla veneziana” come fosse nome e cognome, c’erano poggiati i soprammobili tra i quali senz’altro un paio di coppe vinte da papà, forse alle boccette del biliardo forse sul lavoro. 

La disposizione in campo era: porta d’ingresso sull’angolo dx del lato lungo. A dx mobile alla veneziana con peneri. Di fronte alla porta d’ingresso la porta finestra che dava sul poggiolo di sala dal quale, con altra porta finestra, si ritornava in camera mia.

A sx due belle poltrone affiancate di stoffa rossa con sedile-cuscino double face squadrato. Un lato era bianco con dei motivi, l’altro era rosso come i braccioli. Rossa era la faccia di default, bianca quella delle occasioni. Queste poltrone avevano sostituito le due precedenti senza braccioli che i miei si erano comprati, assieme ad un tavolinetto con il ripiano rotondo di vetro, con i soldi risparmiati durante il viaggio di nozze. Ho adesso in mente una fotografia in bianco e nero di me che abbraccio mia sorella accanto al tavolinetto di vetro, lei che tiene in bocca la pipa di papà. Chissà dov’è finita quella foto, probabilmente in custodia tra i ricordi di mia madre, una di queste volte magari poi provo ad indagare. Comunque quel tavolinetto durò poco. La lastra di vetro era semplicemente poggiata sulle tre gambe di legno incrociate, mettici due bambini piccoli accanto e uno più uno fa due. O io o mia sorella, davvero non ricordo, poggiandoci con le mani forte sopra l’abbiamo fatta cadere. Quelle due piccole poltroncine rotonde a dir la verità non erano brutte, mi sembra di un verde scuro con dei fiori rossi, ma di sicuro di uno scomodo per la seduta fortemente bombata. Io che da assiso ancora non arrivavo bene a toccare per terra, ci dovevo stare vigile e composto; se appena mi rilassavo, pian piano scivolavo di lato. Quelle due nuove erano davvero migliori, comode, massicce, imponenti. Con la mia copertina ripiegata sulle gambe d’inverno, ci stavo da papa a guardare la tivù dei ragazzi; c’erano le avventure della Nonna Corsara Nera assieme al marinaio di Pozzuoli che tartagliava e gli episodi del robot Roby&14 e soprattutto il pomeriggio mi sembra del sabato l’imperdibile “Bracco Baldo SCIòooUUuu ” .

La copertina era quella ufficiale “all pourpose”. Verde scura. Lunga e stretta. Aveva sui lati corti una serie di ciuffi di lana. Da gambe durante il normale servizio, diventava “da campo” bella stesa sul tavolo di cucina, con sopra un telo impermeabile, quelle volte che io o mia sorella mia madre ci decideva bisognosi di una peretta («mamma, ora mi scappa forte forte – aspetta ancora un po’ – MAMmaaaaa – ecco il vasino»).

Un anno, durante le vacanze di Natale, non vedevo l’ora che giungesse la sera del giorno quando, dopo Carosello, avrebbero trasmesso un film del comico Bobop (Bob Hope). Nei giorni precedenti ero stato abbondantemente redarguito che, perseverando nel mio atteggiamento così vivace, sarei stato punito andando a letto senza proprio quel film. Com’è come non è la minaccia divenne realtà, mio padre all’ennesima ammonizione la sera stessa del film estrasse il cartellino rosso, irremovibile. Lo sapevo, non sarebbe tornato indietro nemmeno avessi promesso d’ora in poi di competere in bontà con Gesù Bambino. Ero disperato. Mandato a dormire già prima di Carosello, dal mio letto di dolore intravedevo solo un alternarsi di chiarori filtrare dai vetri delle due porte, la mia e quella di sala, entrambe ben chiuse; inutile anche cercare di dare un senso almeno alle poche parole che nell’indistinto sottofondo più che altro intuivo. Stavo lì. Nemmeno più mi facevano male le risate che a tratti sentivo arrivare da mia sorella che era di là, lei sì in paradiso. Anzi, dopo un po’ ero contento per lei. D’un tratto sento dei passi, la mia porta aprirsi e vedo entrare mia madre, a controllare penso subito. Invece mi dice sottovoce di alzarmi e di stare zitto, silenzio assoluto. Mi fa mettere le calzettine da notte, quelle di lana fatte da nonna, e mi accompagna con fare furtivo sulla sedia di cucina che aveva messo accanto alla stufa, lì in corridoio. Seduto, mi sistema per bene proprio la copertina verde sulle spalle rincalzandomela sotto le gambe. «Non ti far sentire da papà» mi sussurra e se ne torna in sala. La porta adesso resta ben dischiusa e dall’abbondante spicchio che resta ho la visione, appena un po’ angolata, della felicità. Mia madre seduta sulla prima poltrona quella accanto alla porta mi è complice, mio padre con a questo punto mia sorella in collo è su quell’altra ben distante dietro la parete ed è impossibile mi possa vedere. Sono scosso da brividi ma non è per il freddo. E rido, piano, tenendomi le mani sulla bocca, alle gesta di Bobop. È uno spadaccino mi pare francese e ad un certo punto del film, attraversando un torrente con il fioretto in mano, cade nell’acqua e quando si rialza ha un pesce infilato a metà dello stocco. Sbotto violentemente a ridere cercando subito di trattenermi a stento, mia sorella ride, mia mamma ride, mio padre invece si raschia la gola in maniera strana, -Ahia! M’ha sentito-.  Sono pronto a scappare per infilarmi nel letto, invece tutto sembra tornare normale; devo stare più attento, sapermi controllare in maniera migliore. Quando il film finisce in un attimo sono sotto le coperte. Sento mia madre che accompagna mia sorella a letto, poi viene da me, “mi sveglia” e mi porta in bagno a fare la pipì. Nel corridoio incrociamo mio padre, lui mi guarda un po’ strano. In bagno mia madre mi chiede sottovoce «Ti è piaciuto?» «sì taaanto!» rispondo «e  papà non si è accorto niente di niente,  eh mamma?»

Beata beata innocenza.

Al centro della sala il tavolo ovale con le chiavarine posizionate 1-2-1-2. I miei, assieme al mutuo per la casa, fecero anche l’acquisto di quel tavolo con le relative sedie assieme al relativo mobile in stile, mia madre non ricorda più se preso “cash” o da pagare “su su”.  Sopra il tavolo il lampadario a gocce, tanti “diamanti” di vetro pendevano in varie dimensioni a scalare dai bracci delle lampadine, a pigna.

Il lato corto di fronte al “mobile alla veneziana” era presidiato da finestra mi sembra a tre ante, centrale, con ampie tendine bianche. All’angolo esattamente opposto all’ingresso struttura con ripiano in vetro per televisione, messo di traverso all’angolo. Televisione sopra detta struttura. Stabilizzatore della corrente ai piedi di detta struttura per alimentare la televisione, necessario perché si era passati dai 125 volts ai 220 volts, se no bruciava tutto. Il filo della corrente dalla presa al muro entrava dentro al trasformatore, tiravi in su una levetta e la tivù s’accendeva. Ci sarebbe stato anche il pulsante per accendere la televisione ma era superfluo che tanto comandavi tutto dalla levetta dello stabilizzatore.

Sul ripiano di vetro che reggeva la tivù e davanti alla base di questa, quattro paperette di legno con gli occhi neri (teste di chiodi bombati, alcuni mancanti) si seguivano a scalare in ordine di grandezza, precedute solo da una rana di bronzo dalla pancia scavata.

 

Apro una chiosa.

Queste paperette ora stanno in casa dei miei a Pisa esattamente dove devono stare, ovvero sul ripiano del mobile (diverso) che regge la televisione (diversa).

Esse sono mie.

Un domani tra tanti e tanti anni esse non possono entrare tra le “res ereditandi o spartendi ” o come cavolo si dica ma esse sono già mie non perché io l’abbia acquistate ma per assoluto e sacrosanto diritto di primogenitura così come la piastrella a forma di casetta con rondini sul tetto, buco sul tetto per chiodo da parete, buco sulla casetta a forma di finestra con accanto termometro e la scritta “casa mia può sostituire il mondo, il mondo giammai casa mia”. Tale casetta stava appesa sulla parete di cucina a Savona ed ora sta sulla parete in cucina dei miei.

Tali oggetti sono per loro propria intrinseca natura già miei.

Punto. Fine. Nessuna Discussione Possibile.

Per tutto il resto scegli quello che vuoi, anche tutto.

Chiudo la chiosa. A Buona Sorella poche parole.

 

Il resto della parete accanto al televisore era vuota, non ci sarebbe stato spazio in profondità per altri mobili, però era abbellita da due grandi e originali quadri, modernamente incorniciati, entrambi di un famoso pittore sconosciuto.

Tutte le pareti della sala, così come le stanze da letto,  l’ingresso e l’intero corridoio erano tappezzate con la carta da parati, diversa per ogni ambiente. Mai potuta sopportare. Ho idee ben chiare al proposito, a me piace la parete nuda e cruda, non rivestita o appesantita. Un bel intonaco che si possa rinfrescare di tanto in tanto con qualsiasi colore uno preferisca purché sia il bianco ghiaccio; si ottiene con poche gocce di colorante blu nella vernice di base.

L’intera sala traslocò con noi a Pisa. Non ricordo come ma il mobile alla veneziana nel tempo fu sostituito nella casa nuova da un mobile nuovo ed anche il tavolo ovale sparì sostituito da uno grande uguale ma di un legno pregiato. Le chiavarine invece i miei le tennero, non so dove perché il tavolo nuovo aveva le sue sedie. Anni dopo le ritrovai facendo pulizie nel garage del nonno a Pisa, impilate a gruppi di due ed addossate alla parete in un angolo, sempre perfette e solo polverose.

Con l’autorizzazione di mia madre ne presi una perché Luana la voleva mettere in camera nostra per fare arredamento, una bambola poggiata leggiadra sopra.

Sarà forse che io pragmaticamente la usavo come battista e ci mettevo sopra i panni che mi toglievo, o secondo l’espressione di Luana “In cantera di Giorgio” per dire più verosimilmente buttati disordinatamente, sarà che con due bambini da seguire anche una sedia in più da liberare e spolverare faceva aggiunta, sarà come sarà dopo qualche anno Luana mi chiese di toglierla. Non feci una piega tanto a me non era mai piaciuta. Ebbi l’attenzione di non gettarla direttamente nel cassonetto della spazzatura ma posata ben messa accanto pensando che, se a qualcuno fosse piaciuta e l’avesse presa, quella sedia avrebbe avuto ancora una sua vita. Tra me e me riconoscevo che era una bella sedia per chi amava quel genere. Tempo mezz’ora infatti non c’era più.

Cosa non ho passato di sensi di colpa quando non so come mia madre lo è venuto a sapere! Le avevo rovinato il servizio di sedie chiavarine. «Ma perché, perché non l’hai riportata dov’era?» mi domandava acida e critica. Già, perché? E chi lo sa? Chissà cosa mi disse o meglio non mi disse il cervello ma proprio non mi era venuto in mente di fare la cosa più logica, riportarla dalle sue sorelle nel garage di nonno. A volte davvero la testa…

Dal poggiolo di sala vedevo a sinistra sul lato corto una stretta striscia di mare spuntare sullo sfondo sopra i tetti di bassi edifici prospicienti l’Aurelia ed in primo piano l’incrocio tra l’Aurelia stessa e Corso Svizzera; quando grandino prendevo la corriera per andare alle medie a Savona, la via Aurelia la attraversavo la mattina poco dopo la casa dei nonni ed invece poco prima all’altezza della “valletta“ quando d’estate, nei pomeriggi attorno alle tre e mezza mia madre ci portava alla spiaggia libera. Poi, al ritorno dal mare, passavamo a salutare i nonni.

La mia spiaggia era quella a sinistra della “valletta” che proprio lì andava a morire in un basso o proprio inesistente rivolo in estate, impetuoso d’inverno, dividendo idealmente in due parti la spiaggia libera; A destra per me era una specie di Hic Sunt Leones, non avevo l’autorizzazione ad avventurarmici se non già più grande.

Passavamo accanto alla baracchina del Lungagna proseguendo a raggiungere la spiaggia prospiciente la caserma dei pompieri ed a loro riservata. Non che se ne avesse diritto perché mio padre aveva fatto il pompiere proprio lì da soldato, solo che mia madre era ospite della sua grande amica Giovanna il cui marito era in servizio effettivo. Lì mia madre piantava l’ombrellone accanto all’amica, stendeva gli asciugamani per tutti noi, si metteva a “ciatellare3 con la Giovanna e le altre conoscenze mentre io e mia sorella potevamo, liberi ma controllati, giocare con gli altri bambini dei pompieri.

Di sicuro tutta l’estate c’era Claudio, figlio della Giovanna e della mia stessa età, mentre in agosto arrivavano da Milano i suoi zii “bagnanti” con i suoi due cugini Danilo, più piccolo di noi solo di un anno con sua sorella Fulvia di due anni più grande; Fulvia amava essere chiamata da sua madre, la zia di Claudio,“la Cocca”; però solo sua madre e sua zia ne aveva il permesso, tutti noi altri compreso suo fratello potevamo chiamarla solo ed esclusivamente “la” Fulvia. Tutti noi ce la chiamavamo apposta quando la volevamo far arrabbiare, per il resto vedevamo la cosa come un’inutile ed altezzosa mania che commentavamo con un semplice “Ma chi se ne frega?”; oggi, ampliato ed affinato il mio vocabolario, esternerei il mio intimo sentito con un più significante e ricco di sfumature “e sti c…i?

La giornata al mare era scandita da precisi momenti. Innanzi tutto fino alle quattro ma anche quattro e mezza se avevi pranzato un po’ tardi, non potevi fare il bagno per il pericolo della “CONGESTIONE”. Si badi bene: non era una banale “congestione” quella che ci aspettava in agguato, no, noi potevamo restare vittime della sua forma più maligna, la “CONGESTIONE” appunto! Guai quindi anche solo pensare di avvicinarsi a quel bagnasciuga fino a quando non scattava l’ora x e la prima mamma dava l”Ok go” che valeva in pratica per tutti, volendoci un comprovata e ben motivata ragione per obbedire ad un “No, tu non ancora” della propria di madre. Era un fiume di carne viva quello che urlando si gettava in acqua chi con i salvagente e la maschera, chi con solo la maschera perché sapeva già nuotare, chi senza niente che impicciasse nel fare i tuffi. Che poi si stava tutti vicinissimi alla riva perché lì il mare dopo pochissimi passi faceva lo scalino e si immergeva “nel profondo”. Solo aggrappati o accompagnati dai grandi potevamo avventurarci “al largo”, tre o quattro metri dalla riva, dove nemmeno più loro riuscivano a toccare il fondo con i piedi. Dopo una ventina di minuti e con gran fatica le mamme riuscivano a tirarci a riva, qualcuno di noi con le dita vizze ed i brividi dello stare troppo in acqua. Ben asciugati dopo aver cambiato il costume con uno asciutto, operazione fatta a seconda dell’età “en plein air” per i più piccoli, con un asciugamano tenuto alla vita dalla mamma quelli di mezzo e nella cabina i più grandi, stavamo tutti seduti accanto a fare la merenda. Quasi tutte le mamme, la mia di sicuro, erano organizzate ed autosufficienti, munite di merenda autoprodotta, l’acqua fresca con la menta nel termos, la frutta; inutile quindi pietire quando passava l’uomo dei Kraffen (Krapfen, bomboloni), agognate ciambelle con il buco ancora calde, un po’ unte e tanto spruzzate di zucchero. Quello era eventualmente quasi una sorta di premio che le madri avevano programmato già da casa con un “oggi se stai bravo ti prendo i Kraffen”; il fortunato di turno era allora l’invidia di tutti gli altri “normo merendati” che però sapevano come la ruota sempre giri e prima o poi tocca a tutti. Di solito invece era un chiedersi l’un l’altro «tu che cosa c’hai» per vedere se t’era andata meglio che ai compagni; qualche volta io ero invidiato, qualche volta io invidiavo, come ben si sa la merenda degli altri è sempre più … appetitosa.

Ben foraggiati e abbeverati ci predisponevamo per il proseguo del pomeriggio che di solito prevedeva la gara collettiva di biglie da spiaggia, quelle di plastica fatte in due semisfere, una colorata ed una trasparente, con il nome e la foto del ciclista ben visibile all’interno. Per fare una pista che sia come si deve e cioè lunghissima, ricca di curve alcune a gomito altre ampie, fornita poi quando ultimata di trabocchetti e di insidie opportune, era necessario un utensile che ognuno possedeva ma nessuno poteva utilizzare da solo. Ci voleva un bel culo. Il soggetto portatore dell’attrezzo giudicato confacente si sedeva allora sulla sabbia tenendo le gambe tese ed unite tenendole con le braccia; i migliori utensili erano quelli dei più piccoli, facili da trascinare tenendoli alle caviglie e che scorrevano dolcemente a formare piste ben levigate e correttamente incavate; c’era solo da pareggiare bene il punto di raccordo con l’inizio e la fine della pista che sempre si ricongiungeva a se stessa come il serpente uroburos (questo allora non lo sapevo!). Tutti avevamo imparato che paradossalmente i culi meno adatti erano proprio i più grossi, quelli dei ciccioni. Intanto si faceva più fatica a tirarli, bisogna coordinare il lavoro di una persona per gamba; comunque anziché scorrere ci affondavano nella sabbia, ma quello tanto tanto, passi. Il problema grosso era invece costruttivo poiché i più tracciavano in realtà un “bisolco”, due semipiste affiancate e divise da una bassa striscia rialzata. Provare per credere, gli egiziani avranno anche edificato piramidi ma noi quale tipo di culo ci volesse per fare una pista lo sapevamo e bene!

Le biglie ognuno aveva le proprie; se proprio quel giorno le avevi dimenticate qualcuno ti prestava le sue ma ti dovevi accontentare degli scarti, niente Gimondi o Anquetil, Bitossi o Adorni. Prendevi il ciclista che ti davano e pazienza se non lo conoscevi, tanto potevi vincere lo stesso. Le regole erano poche e semplici. Partenza a sorte, tutti in tondo con uno che tocca gli altri uno alla volta recitando “bim bum ban stocca fisso ebacca là, posa l’osso e vie ni qua”; nel proseguo della gara si tirava a turno partendo dal momentaneo primo fino a quello in coda a tutti.  La biglia veniva lanciata dallo sbuffo del medio a contrasto con il pollice e non poteva essere mossa da dove stava, solo consentito lo spostamento laterale fino al bordo superiore purché perpendicolare alla pista. Vietato “tagliare” le curve “da sopra”, massimo tre tentativi se uscivi di pista. Se al terzo uscivi ancora di pista rimanevi dov’eri. Se il primo era valido, non potevi utilizzare altri tentativi se anche non eri soddisfatto del tiro. Alcuni trabocchetti valevano un “fermo per un giro” se ci cadevi dentro, raramente mettevamo quelli “fermo per due giri”. Poche regole, chiare per tutti, quasi mai nessuna discussione. Dopo la gara di biglie poteva esserci, se il mare era stato grosso la notte, la ricerca di conchiglie tra i ciottoli gettati dalla battigia. Se la striscia era troppo esigua e non dava nutrimento per tutti, poteva capitare riuscissimo a convincere le mamme a lasciarci andare “un po’ più in là” se non addirittura che ci accompagnassero come a pascolare tutte assieme fino al pontile, loro sempre ciattellando con i piedi in acqua che fa bene alla circolazione, noi chinati nella ricerca dei tesori. I più ambiti erano i gusci dei paguri che però a me non piacevano perché puzzavano “dentro”, se no andavano bene anche le conchiglie quelle fatte come il simbolo della Shell per intenderci e più intere le trovavi meglio era, comunque lì ce n’erano solo di piccole. A me in realtà le conchiglie non interessavano, le prendevo solo per scambiarle con le piastrelline. Io infatti facevo solo la raccolta di quelle, quadrate non più grandi di una falange e che erano molto usate in Liguria per adornare parte o intere facciate dei palazzi, anche il mio ce l’aveva. Però quelle trovate a volte fuori per strada non mi piacevano perché avevano i bordi nitidi ed affilati. Per me belle erano solo quelle trovate in riva al mare, ben levigate ed arrotondate nei bordi ed a volte così fini che quasi potevano spezzarsi. Nel tempo ne avevo fatto una bella incetta e le tenevo tutte assieme a casa in un sacchetto di carta.

Spesso ci capitava di imbrattarci i piedi con rimasugli di morchia di petrolio che a volte invece ricopriva l’intera battigia in lunghe strisce nere fin dove l’occhio poteva arrivare. Se ti accadeva di sporcarti con uno di quegli unti malloppi, levavi il grosso con un sasso e poi a casa la mamma rifiniva la pulizia con cotone e olio di oliva. Trovando a volte una medusa morta sul bagnasciuga, tutti eccitati le preparavamo accanto una “fossa” per seppellircela dentro usando per spingerla un bastone, una canna o quello che c’era ma certamente ben attenti a non toccarla che irrita e brucia. Da noi e a quei tempi le meduse erano davvero ben rare e sempre abbastanza piccole. Ricordo ora qui un aneddoto entrato anni dopo nella saga di famiglia e capitato a mio nonno Benedetto. C’è una premessa: lui qualche volta lasciava l’officina per andare a fare un bagno lì al mare. Solo che i suoi bagni li intendeva di sabbia. Una volta ce l’ho trovato io di persona e la cosa strana per me era che lui si infilava in acqua, faceva qualche bracciata appena e poi ritornava a riva. «ma nonno, tutto lì! Non fai i tuffi?» gli domandavo. «e cossu u serve stà tanto in te l’egua, quande ti t’è n pô bagnou u basta»[62]. Per me era una cosa inconcepibile, nessuno che ti dicesse quando e quanto potevi fare il bagno e mio nonno invece ci stava pochissimi minuti, una cosa davvero incongrua! A lui il bagno serviva solo per rinfrescarsi e ripulirsi dopo che aveva fatto le “sabbiature”; si portava dietro allo scopo una bastone con una striscia in fondo messa perpendicolare, una specie di rastrello ma senza i denti. Straiato sulla spiaggia, si ricopriva pian piano tutto il corpo con la sabbia superficiale, la più bollente,  e con l’ausilio del rastrello l’andava a pescare tutto attorno. Alla fine stava lì, una montagnola dalla quale quasi solo la testa spuntava, appoggiata su un asciugamano appallottolato. Che cosa strana davvero! Io nella sabbia calda mi ci infarinavo rigirandomici quando ero livido dal freddo del stare troppo in acqua. Appena un po’ rinfrancato, mi rigettavo a giocare e comunque a ripulirmi dall’impanatura che mi rimaneva addosso e a vuotare il sacchetto che rimaneva nel costume. Lui invece faceva l’esatto contrario, che strani a volte i grandi!

Fine della premessa ed inizio dell’aneddoto da lui stesso raccontato: un giorno se ne va a farsi le sue sabbiature. Se le fa per bene, si fa poi il suo bagno che per me a quel punto era solo un bagnetto, se ne torna tranquillo a lavorare. È lì in officina tutto assorto“a dà recattu aprôvu an muturin[63] quando si rende conto che quello strano prurito che da un po’ lo intriga “nei paesi bassi” anziché diminuire va aumentando. Un po’ ci gratta ancora ma niente, anzi è peggio. Allora va al gabinetto, si cala pantaloni e mutande e si ritrova spaventato un gonfio bitorzolo violaceo. Chiama in soccorso mia nonna «Rina, vegni in po’ a amia cosse u me succede» – Rina vieni un po’ a vedere cosa mi succede - Alla vista di quella “grossa anomalia” mia nonna, pratica e forse edotta dai racconti di mio nonno di qualche sbandata giovanile, battezza subito la situazione. «U l’è che tè in brüttu porcu, eccu cosse t’è, te anetu a bagascie, porcu den porcu» – È che sei un brutto porco, ecco cosa sei, sei andato a puttane, porco d’un porco -.

Inutile spergiurare che proprio non poteva essere quello il motivo, mia nonna continuava a dare in escandescenza, non c’era possibilità d’aiuto da quel fronte. Presa allora in fretta la moto, se ne va a tutta birra al pronto soccorso. Lì, fatta una breve anamnesi che comprendeva anche domande analoghe alle considerazioni di mia nonna, il medico ad un certo punto s’illumina e chiede a mio nonno «Ma Lei ha mica appena fatto un bagno in mare?» e ricevuta risposta affermativa ecco subito centrata la diagnosi: «vuxià scià stagghe tranquillo alua, u nu l’è ninte! Scia ghe metta questa pomâ e scià vedià cu passa fitû» – Lei stia tranquillo allora, non è niente! Ci metta questa pomata e vedrà che passa presto

Morale della favola mio nonno nel suo breve bagno era riuscito senza accorgersene a strusciare sopra una medusa … E fortuna mi dico che avesse avuto il costume ad attutire se no mia nonna l’avrebbe accusato di un’orgia!

«Oua mi ou so che a pà segge na mussa, ma vou ziù a l’è a veité!»[64], era il commento finale di mio nonno sull’episodio.

            Prima di lasciare la spiaggia un ultimo ricordo, la baracchina del Lungagna posta all’ingresso della spiaggia. Capitava, a tempo e a misura, che le mamme ci gratificassero di un premio goloso, credo per cinquanta o cento lire di spesa. Con quella preziosa moneta in mano correvamo allora alla bassa baracca, montavamo i tre o quattro scalini per arrivare all’ampia terrazza dal tetto di canne e con  tavolini e sedie per stare comodi al fresco e ci precipitavamo al bancone. Non ci interessavano né le bibite né i gelati, noi eravamo lì per le GRANITE. Ricevuta l’ordinazione il Lungagna usciva dal gabbiotto e noi lo accompagnavamo per vedere sul nascere la creazione della nostra granita. Nello stretto spazio sempre in ombra tra un alto muro di cinta e la parete posteriore della baracca c’era, scostata la tenda d’ingresso, la ghiacciaia; il Lungagna tirava su il coperchio di una grande cassa di legno, mi sembra pitturata di verde scuro. All’interno una lunghissima e spessa barra di ghiaccio traslucido era la fonte della nostra imminente delizia; con un attrezzo di metallo rapido grattava la superficie del ghiaccio colmando e pressando poi in tanti bicchieri di vetro quante erano le ordinazioni i minuscoli cristalli ottenuti. La magia si completava ritornando nel negozio vero e proprio dove ci aspettavano tante bottiglie di sciroppo con il tappo fatto da un beccuccio di ferro. Si potevano ordinare fino a tre gusti diversi, i miei preferiti erano Tamarindo, Menta e Limone, mai e poi mai mi sarei accontentato di un gusto di meno. Con rapidi gesti versava allora gli sciroppi ordinati, infilava un cucchiaino di metallo dal lungo manico e voilà eri servito. Ci sedevamo allora ai tavolini se c’erano abbastanza posti, oppure anche sugli scalini o anche solo in piedi sulla terrazza appoggiati alla balaustra che con i bicchieri di vetro sulla spiaggia ci era vietato e poi comunque bisognava riconsegnarli.

Erano minuti di puro ed intenso godimento!

Quante cose ti fa venire in mente il ricordo di un’immagine!

Mi riposiziono con la memoria sul poggiolo di sala e vedo di fronte un deposito di carburanti con grandi scritte pitturate di nero su sfondo imbiancato sui muri interni al piazzale; sulla destra il viadotto della ferrovia su Corso Svizzera forma la galleria senza illuminazione che percorrevo per andare a scuola a Legino. Con gli occhi dell’immaginazione riesco a vedermi laggiù sotto all’imbocco che saluto ancora mia madre affacciata su questo poggiolo, la mia cartella tenuta per il manico in mano, che a qui tempi gli zainetti non esistevano, i miei pantaloni corti quattro o cinque dita sopra il ginocchio, i calzettoni lunghi. I pantaloni lunghi credo d’averli cominciati a portare poi alle medie in seconda ma magari ricordo male ed era già la prima, certo è che alle elementari era comune per tutti portarli corti. Con i pantaloni lunghi cominciò anche l’era dei blue jeans che erano rigorosamente i Roy Roger, proprio quelli della canzone di Max Pezzali. Cerco nella memoria ma non riesco a ricordare d’averne avuto allora di diversi, chissà, forse non ne esistevano proprio. Mi piace ricordare ancora i sandalini con gli occhi, blu scuro, che potevi portare anche senza calzini ed hanno accompagnato rinnovandosi solo nella misura tutte le mie belle stagioni .

Sul poggiolo di sala c’era un tavolo di ferro rotondo a tre gambe e due seggiole di quelle con schienale e seduta di fili di plastica, duo o tre vasi di gerani ai piedi della ringhiera che aveva il pannello centrale di vetro con la maglia di ferro immersa dentro.

Ricordo che le calde sere d’estate la tapparella della porta finestra in camera mia era abbassata fin poco sotto la metà, la porta a due o forse tre ante spalancata a far circolare un po’ d’aria. Arrivavano i rumori dell’Aurelia e le canzoni dal juke box del bar Rossi all’angolo dell’incrocio. Mi infilavo sotto la tapparella e m’affacciavo ad ascoltare meglio “Sei diventata nera nera nera, sei diventata nera come il carbon!”  oppure “guaaarda come dondolo guaaarda come dondolo cooon il tuist ” ed invidiavo le persone che vedevo dondolarsi sulle “ cincie ”, le poltrone a dondolo del bar. La fila di lampioni accesi tra le cincie era però troppo vivida, quasi accecante, non mi lasciava vedere bene chi erano quelle persone e dopo un po’ mi dava fastidio agli occhi. Tornavo allora a letto che tanto non c’avevo molto altro da fare.

Un divertimento da quel poggiolo era buttare cose dentro al cassone dei camion che mi passavano davanti infilandosi poi sotto il viadotto della ferrovia. Con la pratica avevo imparato a  calcolare la forza del lancio in base al peso del proiettile a disposizione ed il tempo che ci voleva perché quest’oggetto completasse il suo volo dentro al bersaglio. La velocità dei camion non era tanta, avevano appena svoltato dall’incrocio sull’Aurelia però insomma, mica stavano fermi, andavano, andavano; difficili erano i camion “singoli”, molto più facili quelli con il rimorchio, andavano un pelo più piano e c’era tanto spazio in più per centrarli. I proiettili erano: terra appallottolata alla bene e meglio dai vasi dei gerani. Troppo inaffidabili perché spesso si sfacevano in polvere durante il volo. Mollette da bucato ma non è che ce ne fossero tante a disposizione in quel poggiolo lì perché non era quello dove si stendevano i panni. C’era giusto un filo tirato tra due chiodi alla parete per le piccole cose con tre o quattro mollette e mia madre se ne sarebbe accorta subito; intere erano un buon proiettile, aperte per avere il doppio di munizioni diventavano molto meno precise. Ricordo d’aver frullato un accendino a benzina di mio nonno non so come trovato in casa mia. Era di quelli  in metallo con il coperchio dal bordo a forma di “otto”; lo schiacciavi da una parte, il coperchio si alzava e la scintilla accendeva lo stoppino. Quello lì non faceva nemmeno più le scintille, c’avevo provato, ergo era rotto e quindi tranquillamente (e letteralmente) buttabile; fece un bel rimbombo centrando il cassone. Poi che altro?

Pezzi di giocattoli rotti, un bambolotto rotto di mia sorella, pezzi del meccano in legno. Una volta ho calcolato male lanciando, forse anche in ritardo, uno di quei dadi di legno con i buchi per avvitarci le viti anch’esse di legno, tanto era un dado blu e a me piacevano gli altri rossi. Vidi scorrere via il cassone ed il dado centrare il tetto della macchina che lo seguiva rimbalzando poi a terra sull’altra corsia. L’auto fece anche una frenata ma non saprò mai se si fermò anche, mi ero già rimaterializzato in cucina da mia madre, faccia innocente e cuore strapalpitante in gola pronto a confessare subito (conveniva) se il campanello alla porta avesse suonato. Non suonò.

Tra la sala e la camera dei miei c’era il bagno, un rettangolo nel quale entravi da un lato corto. A sinistra la vasca, poi la tazza, la finestra, davanti alla tazza il bidet, accanto il lavandino e la lavatrice o forse questi due disposti al contrario. Nulla da ridire su quel bagno, era un bagno dove potevi ben lavarti e farti il bidet, mica come quello dei nonni. Più grande mi resi conto che però aveva un grosso difetto strutturale. Come tutte le altre interne, la porta aveva il suo bel vetro centrale. Tutto lavorato con delle specie di ondine, non consentiva di distinguere particolari ma soltanto e bene di indovinare i movimenti. Quando sugli undici dodici anni anche per me venne il tempo della destra indagatrice e sussultoria, dalla tazza dovevo contemporaneamente controllare il passaggio sul corridoio. Non era facile e toglieva concentrazione. Inoltre a me e a mia sorella non era concesso chiuderci a chiave come mio padre e mia madre, non si sa mai in caso di emergenza. Una delle prime esplorazioni, ma credo addirittura proprio la prima, stavo seduto sul bordo della vasca incuriosito di quanto gli stava accadendo, non più semplice pirulin sembrava più un pirulon. Dovevo essere così assorto che non m’accorsi della porta che si apriva.

« Ma cosa fai!? » mi chiese mia madre affacciata con dei panni in mano.

« Niente! »

«Ah!  Allora va bene ». Richiuse ratta la porta e svaporò con gli stessi panni in mano.

L’avevo scampata bella! Per forza, sanno assai le madri cosa passi per la testa di un figlio preadolescente seduto sul bordo della vasca con i pantaloni calati.

Da allora stetti molto ma molto più attento. Solo quando ero solo in casa, mia madre e mia sorella a fare la spesa, o la sera sotto le coperte dopo essermi accertato dal respiro del sonno di mia sorella da quando mi aveva chiesto perché facessi cigolare il letto. E se no fuori casa che posti ce n’erano e tanti. Con Armando giù nell’androne delle cantine, bastava stare attenti che non si sentissero passi su sulle scale, o nei bagni della scuola o del catechismo, bei bagni con porte belle intere senza vetro, così come deve essere fatta una porta come si deve benché però avessero lo spazio “sotto”. Avevo controllato, si vedevano solo le scarpe ed al più un po’ di caviglia.

Camera dei miei era la più grande di casa. Entrando, a destra c’era il loro letto con i due comodini dalle parti. Mio padre dormiva dalla parte della porta, mia madre ovviamente dall’altra. Sul suo lato la finestra, di fronte al letto l’armadio, sulla parete di sinistra il comò. Su quel comò c’è sempre stata una grande e bella bottiglia di profumo Atkinsons appena aperta, sarà mancato un dito di quel profumo. Aveva al centro un sigillo giallo con sopra stampate delle spighe di lavanda, “spigu” in genovese. Quella bottiglia c’è sempre. Il profumo si sta consumando solo per evaporazione, una molecola all’anno. Gliela aveva regalato mio padre quando io misi il primo dente. Non ricordo molto di quella stanza se non appunto l’episodio di quando piangevo sconsolato sotto al letto il giorno del battesimo di mia sorella e di un altro episodio che mi fa pensare come il Dio dei bambini debba esistere per forza.

Due le diverse prospettive, i diversi punti di vista:

Il mio. Quanto potrò aver avuto, cinque anni?

Era un pomeriggio, dovevo essere stato messo a riposare nel loro letto. Mi sveglio, sono da solo. Sento il rumore delle scavatrici e dei caterpillar che rombando smuovono il terreno laggiù, di fronte alla casa dei nonni ben al di là del nostro cortile e della valletta. Puntando i piedi sul letto mi appoggio al davanzale della finestra per vedere quelle grandi macchine gialle, devo spingere in là la tapparella basculante tenendola con la mano. Riesco solo ad intravederne una che con la grande pala spinge il terreno davanti a sé. L’angolo di visuale è stretto, la finestra è praticamente perpendicolare agli scavi. Allora in qualche modo mi arrampico sul davanzale e mi ci metto sui ginocchi poggiando la testa alla tapparella e me ne sto lì a guardare beato.

Quello dei miei: Mia madre viene a dare una controllata di routine e quasi sviene. Chiama senza voce mio padre.

Mi volto un attimo, chissà forse un rumore o la sensazione di essere osservato e c’è la faccia strana di mio padre che mi abbranca; l’attimo dopo mi ritrovo stupito sul letto con mia madre che adesso piange e mi dice «roberto, roberto».

Mi hanno sempre detto che sono stati attimi tremendi. Mio padre, rendendosi conto che una sua mossa brusca sarebbe stata fatale, era strisciato pian piano di fianco al letto poi con un balzo m’aveva raggiunto e strappato da quel davanzale.

Ricordo solo che volevo tranquillizzare mia madre piangente dicendole che davvero non ero stato in pericolo come diceva lei, perché mi stavo reggendo bene sulle ginocchia.

Ringrazio adesso il cielo non perché non m’abbia preso, dal terzo piano più i garage non me ne sarei nemmeno accorto, lo ringrazio perché da padre non ho mai dovuto affrontare qualcosa del genere.

Da bambino mia madre dice che ero vivace, anche troppo. Ne combinavo una dietro l’altra. A mali estremi estremi rimedi e quindi dovevano inventare castighi sempre più convincenti. C’era la minaccia di mettermi in un collegio e qualche volta fecero finta di informarsi; quello buono però perché facilmente attuabile era la minaccia di chiudermi al buio nello stanzino dell’ingresso.

Uscendo dalla cucina sulla destra, come per uscire di casa, c’era una stretta parete dove i miei fecero piazzare a mezz’altezza il telefono quando anni dopo arrivò ed era un lusso,  grigio e duplex all’esordio e solo grigio un paio d’anni dopo ancora. Oltre la parete del telefono la tenda verde con mantovana sul corridoio divideva con due separate volute la casa “casa” da quello che era solo, benché davvero ampio, il vano d’ingresso.

Entrando infatti dalla porta sul pianerottolo eri nel vano d’ingresso; a destra c’erano subito le pattine e la  specchiera dorata sopra alla strettissima mensola, mi sembra gialla di una qualche pietra, forse ancora onice, mensola dotata di cassettino ino ino per le chiavi e due sole lunghe gambe rastremate che terminavano con piedi in ottone; non riesco a ricordare se specchiera e tavolinetto fossero due cose distinte o formassero un tutt’uno. Certo non erano solo appoggiate alla parete ma saranno state fermate agganciate ad uno o più chiodi. Sulla sinistra invece c’era uno slargo. Sulla parete di fronte alla specchiera c’era appesa al muro la cappelliera appendi abiti, quella sì un tutt’uno con il pannello centrale che aveva dei disegni in bianco nero e rosso, mi sembra un paesaggio forse veneziano, che poggiava su due zampette nere. Ricordo che mio padre posava sempre lì in quell’angolo la borsa del lavoro, quella in pelle marrone come la maniglia e con dentro tutti i mastrini della Van den Bergh - Divisione della Unilever, le penne e le buste con lo stesso marchio. Poi, dopo cena, andava a prenderla o mi chiedeva di farlo e si metteva sul tavolo di cucina a fare i suoi compiti, il resoconto degli ordini della giornata appena passata.

Sulla parete a fianco della cappelliera e di fronte al portone, forse una piccola panchina o una sedia, non mi ricordo. Tutto quello era chiamato “ l’ingresso ”.

Quando le finanze familiari divennero floride, accanto alla specchiera arrivò il settimanale, un bel mobile alto con sette cassetti per la biancheria; Al centro del ripiano superiore stava esposto il delicato paralume di ceramica di mamma, davvero un bel paralume, piaceva tanto anche a me. Quel mobile settimanale è ancora in casa dei miei. Il paralume invece è andato distrutto in più di mille pezzi quando la gatta di casa a Pisa, con un balzo da terra non ben calcolato, l’ha fatto cadere. Mia madre ci pianse, era un ricordo.

Dopo il mobile settimanale partiva in pratica il corridoio.

Prima della tenda verde però, sulla sinistra, c’era lo stanzino.

Era un piccolissimo vano largo poco più della sua porta. Sui ripiani, scorte alimentari, detersivi, la bottiglia dell’alcool con la busta del cotone, le scatole delle scarpe con le scarpe o come contenitori per altre cose. A terra in un angolo il secchio per lavare con gli stracci dentro e poi le scope, lo spazzolone, la lucidatrice, la tanica del gasolio e chi si ricorda quant’altro ancora. Già non era grande di suo poi così stipato era veramente angusto. Aprendo la porta ed entrando, in due non ci si stava. Di essere rinchiuso lì dentro era per me davvero una convincente minaccia perché qualche volta, avendola fatta davvero grossa, l’ho sperimentata e non mi era piaciuto ma proprio per niente. Costretto a stare in piedi, non è che stessi proprio al buio completo perché anche quella porta aveva il vetro, però l’ingresso era buio, il corridoio era buio e la luce dello stanzino si accendeva solo da fuori. Solo un po’ di chiarore lo intravedevo che veniva dalla “casa” al di là della tenda verde. Forse piangevo, non mi ricordo, chiedendo a mia madre di perdonarmi. Che gioia intravedere da quel vetro la sagoma di mia madre arrivare dopo un tempo che mi era sembrava eterno e sentire la chiave girare per la libertà.

 

Da ciò si evince anche come i vetri alle porte a volte servano e a volte no, dipende dalle situazioni.

 

Case di bambino

 

6 Addio Savona

 

Non ricordo affatto come mi fu comunicato dai miei questo grande evento; credo non debba essere stato facile per loro prendere questa decisione che comportava, molto ma molto di più dei loro precedenti cambi di casa, il rescindere totalmente quello che fino ad allora era stato il tranquillo solco del nostro vivere.

Per quanto mi riguarda, io frequentavo l’ultimo anno delle medie alle Boselli. Che quello fosse per me un anno non solo importante ma proprio fondamentale lo sentivo in maniera totale, assoluta.

Mica per la conclusione di un ciclo di studi, ci pensavo il giusto, ma esclusivamente per l’aver raggiunto l’agognata età dell’emancipazione, l’età del motorino, i quattordici anni, ma che dico, I QUATTORDICI ANNI!!!!!.

E sì che il giorno del mio compleanno, che nella mia immaginazione avrebbe dovuto essere l’apoteosi della consacrazione perché sarei andato a scuola proprio con il motorino, ero invece rimasto a casa, primo giorno con il morbillo.

In qualche modo l’anno scolastico arrivò al termine; degli esami non ricordo praticamente nulla, se non che tra i miei compagni ed i professori godevo di una specie di aura particolare perché sarei da lì a poco andato ad abitare via da Savona.

Cosa invece mi si è fissato nella memoria in maniera indelebile di quell’estate, è il mio primo vero grande innamoramento.

Dunque, finita la scuola c’è stato una breve interregno tra il chiudere casa qui e partire per Pisa; in quei giorni la mattina andavo da solo alla spiaggia dove mi ritrovavo con Armando e Paolo. Com’è come non è, avevamo fatto gruppo con altri ragazzi di Légino tra i quali c’era  una certa Giuseppina, ragazza che fino a quel momento sapevo essere esistita solo perché alle elementari l’avevo vista nella sezione pari classe femminile, mentre alle medie… uguale.

Quell’anno, per la prima volta, anche lei veniva alla mia stessa spiaggia ed avevamo da commentare la licenza media appena entrambi conseguita.

In quelle contate mattine che ormai mi dividevano dalla partenza, cominciai a guardarla in un modo per me assolutamente insolito fino ad allora di guardare le ragazze; mi sorpresi a valutare i tratti del volto ed il ciuffo di capelli sulla fronte, la forma delle labbra, ad apprezzare che fosse sì bassina ma proporzionatissima, a stupirmi di come stesse bene in bikini, come fossero agile e snelle le sue gambe e come fosse un richiamo irresistibile la sua nuca e la curva della schiena quando stavamo sdraiati sulla sabbia.  Era… bella, in assoluto.

E sentivo di piacerle.

Quale mai atto o parola avesse scatenato questa Certezza, questa Rivelazione, non saprei dire.

Ogni mezzogiorno, quando il gruppo si scioglieva, in intimo ed inconfessato silenzio smaniavo di rivederla l’indomani, puntuale all’appuntamento che il gruppo si dava al giorno dopo.

Io arrivavo con buon anticipo; pian piano il gruppo si riformava, ci si salutava, con indifferente apprensione controllavo la gente che a rivoli fluiva alla spiaggia, poi la indovinavo da lontano. Allora, con la sua presenza, io esistevo e questo bastava.

Venne l’ultima mattina, il pomeriggio sarei partito per sempre; Eravamo i soliti, gli altri nemmeno ricordo chi fossero. Ma lei c’era. Disponemmo gli asciugamani per giocare a carte, ci sdraiammo, noi due per caso vicini.

Dopo un po’, forse stufi del gioco, ci mettemmo a chiacchierare. Con naturalezza, fianco a fianco, lei poggiò il gomito sulla mia spalla per tenersi la testa e si continuò a parlare.

Con quel gesto prese definitivamente possesso di me.

Io ero lo stupore e la beatitudine in terra, solo desideravo che quel contatto, quella comunione non finisse mai, nei secoli dei secoli a venire.

Invece finì, perché io adesso sono qui e lei ha per sempre quattordici anni.

Non ricordo nulla di come allora ci lasciammo e nemmeno se per lei sono mai stato, in questi anni, anche solo un dolce ed intimo pensiero.

Sulla vecchia Fiat 124 berlina, nata celestina e riverniciata anni dopo di un triste verde pisello che quel pomeriggio portava tutta la famiglia di fu Picasso Mario alla nuova casa di Pisa, ero un’anima persa che solo pensava a Giuseppina. Dentro quell’anima persa, le musiche e le parole di una canzone di quell’estate mai più sentita cantare. Il ritornello diceva:

 

Tu mi eri scoppiata nel cuore

Tu mi eri scoppiata nel cuore

Con tutta la forza

Con tutto l’amore

 

Trasognato stavo sul sedile di dietro e solo avessi potuto avrei urlato di fermare il mondo ma soprattutto quel trasferimento. Ma sentivo che a nulla sarebbe servito.

 

Pisa mi ebbe, dall’estate del 1972, e questa è tutta un’altra storia.

 



[1] tutti presi, affaccendati dietro quella bambina.

[2] un’accidenti, mi sono tutta spaventata, credevo fosse capitato qualcosa a tua madre!

[3] Guarda che questa è grossa per davvero!

[4] A farsi due chiacchiere, ma con connotazione di pettegolezzi.

[5] Fermati che c’è il bambino.

[6] non fine ma accettabile e consueto per “accidenti!”; in generale “cazzo”.

[7] Cazzo in culo!

[8] Cazzo in culo con la pipa accesa!

[9] Il ricco.

[10]  gli stati civili previsti sono: “fantin” se non sei sposato, “galante” appunto quando sei fidanzato e “maiô” da sposato; c’è poi eventualmente “viduo”, vedovo, stato che qualche volta mio nonno deve aver provato ad  immaginare se è vera,  io di persona non l’ho sentita, la sua battuta tramandata dalla saga familiare: «tu non mi meriti» pare gli abbia detto mia nonna durante una discussione; occhi rivolti al cielo mio nonno risponde «Segnü, se nu mä meritu ripigevela»,  -Signore, se non me la merito riprendetevela …-

[11] La vita è una ruota che gira e gira senza mai fermarsi.

[12] Tutto può servire.

[13] Mi mangia sulla testa

[14] Ricordati che le donne mangiano da due parti, di sopra e di sotto!

[15] Fai attenzione alla candela che la messa è lunga!

[16] Stai attento che sotto ad un bell’albero ci si muore di fame!

[17] È stato bravo bravo bravo, non ti ha mai cercato, mai cercato, mai cercato e basta

[18] Frittelle

[19] Allora va bene, hai ragione.

[20] Per fermare i palloni.

[21] Come ti chiami? Mario Picasso. Tuo padre? Gerolamo Picasso. Tua madre? Teresa Picasso. Il suo di cognome. Picasso. Figliolo, come si chiamava frima di sposarsi? L’ho già detto, Picasso. Picasso?, sì, prima e dopo è rimasta Picasso, Teresa Picasso in Picasso. Ah!, ora ho capito!

[22] Gorgonzola con i grilli. I “grilli” sono le larve della Piophila casei  o mosca casearia (l’ho trovato su internet). La produzione di questo tipo di formaggio è ora vietata per  legge.

[23] Nonno non vuole che gli prendi i suoi ferri, dopo non li trova più.

[24] Il radicchio

[25] Un paio di vecchie sedie.

[26] Roberto, vieni un po’ qui a vedere.

[27] Guarda un po’ che roba, ma vai giù brutta gondona. Il gondone in dialetto è il preservativo.

[28] Unità di conta fecale …

[29] La moglie di tarcisio

[30] Con il suo fidanzato Giulio.

[31] E va bene, sarà per un’altra volta

[32] Belan di un’altra volta! Belan è ovviamente un “belin!” edulcorato ad usum delphini, può essere usato dai bambini e dalle signore. C’era anche la variante “Belandra!”

[33] Le parole dei bambini  sono briciole cascate dalla tavola.

[34] Che balordi (ma anche “teste di cazzo”), perfino dalla Corea.

[35] Dentro ad un cestino, quelli di vimini.

[36] Accidenti! Oggi non li vedo, nemmeno uno, nemmeno uno. Sembra quasi impossibile e guardate questo ravatto quanti ce n’ha già! Ravatto sta per cianfrusaglia, roba di poco conto.

[37] Ma levati un po’ dai piedi, scema che sei.

[38] È inutile, Luciano è un fungaiolo, ha degli occhi!

[39] Stai un po’ qui adesso, la zia ha da fare.

[40] Carne che cresce non può stare senza che si muova, non può stare ferma.

[41] Ai è aglio, ma rustia? Non ho idea. Forse, per assonanza, arrostito o rostito però il pane non lo era mai

[42] Seduto sulle gambe, in collo.

[43] Guarda un po’ Pippo, ci hanno dato delle uova, ci staranno?

[44] Belin! Non piove più come una volta…non so, piove chimico, vai a sapere; è un po’che mi cadono gocce in testa e non mi si bagna, non capisco cosa abbiano fatto.

[45] Mi viene in mente (letteralmente, al cuore) di quella volta che ero … ma forse questa ve l’ho già raccontata.

[46] Scappiamo per di qua. O no, andiamogli incontro che se no ci ammazzano.

[47] Nicht arbeit si dice

[48] Sarebbe bastato che fosse venuto un po’ prima ed io non ero più qui a raccontarla

[49] Mi son preso anche un coso di moncheri – sarà, ma c’è scritto moncheri ed io lo leggo come c’è scritto – e va bene, è lo stesso, tanto mi ha capito cosa volevo.

[50] È un dottore che ti spiega bene le cose, ci capisci quello che dice

[51] È meglio che ci parli tu con i medici, sei più giovane, io cosa vuoi …

[52] Del resto, ultimamente, anch’io ci sono andato a parlare.

[53] Quando è stato di mia sorella all’ospedale

[54] E allora? Era per dirlo.

[55] Sarò stato ben stupido, cosa mi è venuto di fare!

[56] Ora sono più alto in grado di un generale.

[57] I bambini stanno tra i piedi.

[58] Il leone c’è già, ora ci mettiamo la leonessa.

[59] Sei come tuo fratello.

[60] Anche oggi abbiamo mangiato.

[61] Squadra di mezze seghe, gente da poco.

[62] E cosa serve stare tanto nell’acqua, quando ti sei un po’ bagnato è sufficiente.

[63] A mettere in ordine, aggiustare un motorino.

[64] Ora io lo so che sembra sia una mussa, ma vi giuro è la verità. “a mussa” è il complemento anatomico “du belin”; con lo stesso termine si indica una bugia, una balla, una cosa inventata.

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