Gli invasori

ritratto di Massimo Bianco

 Prologo.

Aveva appena cinque anni l'estate in cui il suo papà era partito promettendo gloria imperitura per sé e regali magnifici per lui. Ne aspettava il ritorno da tanto, tantissimo tempo, nemmeno ricordava più da quanto. Nel frattempo il nuovo anno era già inoltrato, eppure la prima azione che compiva ogni mattina, appena alzato, era chiedere se il padre era tornato. E ogni volta sua madre Beatrice scuoteva la testa e rispondeva che non c'erano notizie.
Il bambino guardava allora a lungo, immalinconito, verso l'orizzonte, in direzione del mare lontano, come se avesse potuto vederlo apparire direttamente da lì, e tra sé diceva, caparbio:
«Domani, arriverà domani».
Ma i mesi scorrevano, già il piccolo aveva compiuto i sei anni e ancora aspettava e chiedeva, invano. L'estate successiva volgeva ormai al termine, quando un giorno, pronunciata come sempre la fatidica domanda e ottenutane l'abituale, sconsolata risposta, all'improvviso capì che non sarebbe più tornato. L'impresa doveva essere fallita. Il suo adorato papà era morto.
E lui non lo nominò mai più.

 

Gli invasori. 
Capitolo 1

                              
Il primo giugno dell'anno del Signore 1522 albeggiava mentre alcuni pescatori ritiravano le reti dopo una dura nottata di lavoro. La costa portoghese era talmente distante da sembrare un'indefinita linea uniforme. La fortuna aveva arriso loro, perché avevano fatto una pesca molto abbondante.
Stanco ma felice, lo snello, bronzeo e riccioluto quindicenne Raimundo de Sousa si sentiva molto soddisfatto del magnifico risultato conseguito proprio alla sua prima partecipazione. Aveva quasi l'impressione che fosse stato tutto merito suo e gli pareva di buon auspicio per il futuro. Finalmente avrebbe dato un sostanziale contributo al bilancio familiare e i suoi genitori sarebbero stati orgogliosi di lui.
I pescatori si apprestavano a manovrare per tornare a riva, quando Raimundo, che grazie forse alla giovane età era quello dotato della vista migliore, notò qualcosa di appena percettibile in lontananza, a ponente.
«Guardate laggiù compagni, guardate». Esclamò spaventato, dopo qualche istante d'intensa osservazione.
Gli altri quattro volsero all'unisono lo sguardo verso il largo e rimasero a lungo a fissare, immobili e silenziosi, la confusa, enigmatica visione, che andava ingrandendosi di minuto in minuto.
«Si estende da sud a nord come un'immensa onda compatta ma è mutevole, non mi sembra un'onda. Cosa sarà?» Chiese infine, più a se stesso che agli altri, l'anziano della squadra.
«Sono imbarcazioni. Devono essere parecchie centinaia». Comprese allora Raimundo.
Sconvolti, i cinque presero a parlare tutti insieme:
«O nostro Signore onnipotente aiutaci, riempono l'orizzonte, è un'invasione.» - «Saranno i mori, un attacco degli infedeli.» - «È una quantità enorme, un'immensa muraglia di navi, addirittura migliaia, di più, migliaia di migliaia.» - «Ma è impossibile.» - «Non distinguo ancora bene, eppure... assomigliano a nostre caravelle».
«Torniamo subito a Sesimbra, dobbiamo dare l'allarme». Ordinò infine il capo.
«Per quel che serve, non c'è difesa contro una simile orda».

 

La flotta, approdata in Portogallo dopo avere annientato la forza navale nemica e aver facilmente resistito ai cannoneggiamenti da terra, aveva sbarcato un immenso esercito. Il nuovo sovrano Giovanni III, un ventenne pacifico per natura, quel mattino si trovava all'estrema periferia della capitale. Partecipava alla messa per l'anniversario dell'inaugurazione del monastero dos Jeronimos, l'imponente e spettacolare edificio in stile gotico fiammeggiante fatto realizzare da suo padre, Manuel I, grazie alle ricchezze portate da Vasco da Gama al termine delle sue spedizioni in oriente. Intempestivamente informato, quando il monarca era rientrato nel palazzo reale era già troppo tardi. La flotta nemica – navigli sui venti trenta metri di lunghezza abbastanza simili a quelli in uso in Europa – stava approdando e già i primi contingenti scendevano a terra. Preso dal panico, Giovanni si era affrettato ad abbandonare la corte insieme a familiari, a dignitari e a una piccola scorta armata. Ma prima ancora di lasciarsi alle spalle Lisbona, ancora visibile in lontananza, era stato assalito da truppe provenienti dal sud, armate per lo più di asce, zagaglie, mazze dalla cima a stella e frombole. Nel breve combattimento successivo metà del suo seguito rimase ucciso, dopodiché egli stesso fu ferito e catturato.
Questi guerrieri dalle esotiche e deformi fisionomie erano ben disciplinati ma rivestiti con abiti dai vivaci disegni geometrici multicolore, strane armature leggere e ancor più strani copricapi ed elmi lignei. Parlavano inoltre una lingua ignota. Non potevano essere mori, il sovrano lusitano conosceva troppo bene la realtà islamica per fare confusione. Chi altri avrebbe potuto schierare forze così imponenti? L'esercito invasore doveva provenire, comprese, dalle per lo più ancora sconosciute terre del Catai. Il suo aspetto gli pareva ricalcare, infatti, la descrizione delle genti di quelle lontane contrade. Era stato un errore inviare esploratori nel lontano oriente. I portoghesi avevano sperato di aprire nuove vie al commercio, invece avevano attirato attenzioni indesiderate. L'impero cinese della dinastia Ming doveva essere venuto a conoscere il percorso seguito da Vasco da Gama per raggiungere le Indie e aveva deciso di far circumnavigare a propria volta il continente africano allo scopo di conquistare l'Europa.
E mentre il governo centrale cadeva e gli eserciti nemici marciavano nell'entroterra, preceduti dai mercanti spia, un po' alla volta ogni opposizione veniva stroncata. A circa un mese di distanza dal primo avvistamento, in tutto il regno resistevano soltanto, all'estremo nord, le munite fortezze di Guimaraes e di Braganza.

Nel frattempo un'armata navale altrettanto numerosa occupava l'Irlanda, per poi dirigere le prue verso la Gran Bretagna, circondare l'isola e giungere perfino a saccheggiare Londra. Ben presto un munito blocco navale separò il regno inglese dal resto del mondo, mentre il re Enrico VIII riparava precipitosamente nell'interno del paese e la popolazione opponeva una disperata quanto vana resistenza: una alla volta le difese crollavano e le isole britanniche subivano terribili devastazioni.

In quegli stessi giorni Carlo V, l'uomo più potente del mondo occidentale, che da tre anni riuniva sotto di sé la monarchia spagnola, il dominio di Fiandre e Paesi Bassi e la titolarità del Sacro Romano Impero, organizzava la reazione. Nel corso dei primi, occasionali, contatti diplomatici, gli invasori avevano indicato se stessi come “duplice alleanza imperiale”, così per lo meno suonava la traduzione. Non avevano fornito ulteriori informazioni né su se stessi né sulle loro motivazioni, ma quella definizione e il loro ingente numero fecero capire all'imperatore che non doveva vedersela col solo Catai. Prima di lanciare l'attacco, il sovrano cinese doveva essersi accordato con un'altra casa regnante, con ogni probabilità quella dell'arcipelago che sorgeva ancor più a oriente, le misteriose isole del Cipango o Giappone.
Mentre già avanguardie nemiche apparivano dinanzi a La Coruña a nord e a Cadice a sud, l'imperatore Carlo V fece schierare la flotta spagnola a protezione dello stretto di Gibilterra e inviò le forze di stanza nei Paesi Bassi in soccorso alle isole britanniche. La prima battaglia avvenne al largo di Ramsgate, dove i difensori, che conoscevano meglio i luoghi e le correnti e, contrariamente al nemico, disponevano di potenti cannoni, manovrando con maggior perizia uscirono vincitori nonostante forze inferiori.
Intanto truppe di terra marciarono a tappe forzate verso il confine portoghese fino a scontrarsi con i primi contingenti avversari, ricacciandoli indietro e infliggendogli dure perdite grazie alle cariche della cavalleria, di cui gli assalitori erano privi, e alla maggior robustezza delle loro corazze. Giunta però a contatto con i corpi d'armata principali, la cavalleria austro-ispanica fu assalita da milizie scelte di lancieri soprannominate gli “Arcani”, che abbattevano i destrieri rendendo i risultati dei combattimenti molto più favorevoli agli invasori.
E benché fossero politeisti idolatri e i cristiani si riunissero in preghiera e portassero statue di santi e madonne in processione, gli orientali ricevettero un aiuto impensato. L'estate, infatti, era finita e l'autunno incombente già portava con se i primi freddi, quando giunsero ferali notizie: il re cattolico francese Francesco I, preoccupato per l'accerchiamento causato dall'unione delle corone spagnole, olandesi e germaniche su un'unica testa, si era alleato con le forze provenienti dal Catai e dal Cipango, sbilanciando così, a vantaggio degli aggressori, le forze marinare grazie ai propri moderni armamenti. Nel frattempo un suo esercito aveva varcato i Pirenei e occupava le provincie basche, acclamato dalle popolazioni autoctone, ribelli al governo spagnolo. Anche l'impero Ottomano stava entrando in agitazione. Ormai era guerra totale.

 

Capitolo 2

         
Dopo essere fuggito dal Portogallo, il giovane Raimundo de Sousa si era arruolato nella flotta spagnola come mozzo e prestava servizio sul El intrépido, un ben equipaggiato galeone appena varato. Essendo ritenuto il primo al mondo ad aver avvistato il nemico, tra i marinai della sua squadra navale era famoso, ma era una notorietà di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Doveva ancora compiere i sedici anni, eppure si sentiva come se da quel giorno fosse passato un intero decennio, tanto si sentiva cambiato. All'epoca voleva con tutte le forze essere un uomo, mentre in fondo al cuore si sentiva ancora un ragazzo, ora invece sentiva di essere davvero diventato uomo, mentre avrebbe preferito essere ancora un ragazzino innocente. Tant'è che nei sette mesi trascorsi da allora aveva partecipato a sanguinosi combattimenti, uccidendo e rischiando di essere ucciso, in una drammatica alternanza di successi e di rovesci.
Il loro era un insolito nemico, generoso nei confronti di chi si sottometteva al punto da rispettarne perfino il credo religioso, ma così crudele e spietato con chi non si arrendeva da massacrare intere popolazioni, donne, vecchi e bambini compresi. Nelle località già sottomesse, sovente bastava anche un semplice accenno di rivolta perché i conquistatori ordinassero lo sterminio degli abitanti oppure deportazioni forzate in regioni lontane.

Il mattino di capodanno del 1523 la sua formazione giunse a vele spiegate in vista di quattro navi nemiche all'ancora in una piccola rada non lungi da Dunkerque, nelle Fiandre. Stranamente la lasciavano avvicinare senza reagire e a bordo non si scorgevano movimenti nemmeno puntandovi i cannocchiali. Che fosse una trappola? Il comandante della squadra decise di fermarsi in attesa a distanza di sicurezza e d'inviare L'intrepido in avanscoperta.
Il capitano di quest'ultimo ordinò a un gruppo di sei marinai, tra cui Raimundo, di accostare con una scialuppa una delle navi straniere e di salire a bordo per scoprire cosa stesse accadendo. L'operazione si svolse senza incidenti, ma da bordo giungeva un anomalo rumoreggiare. Infine agli occhi del giovane mozzo si aprì uno spettacolo sconcertante. Sul ponte inferiore non si vedeva nessuno, mentre alcuni barilotti rotolavano avanti e indietro, spinti dal moto ondoso. Il naviglio pareva abbandonato.
«Che mistero è questo? Come mai non c'è un'anima?» Si domandò Raimundo.
«Ci deve essere qualche sortilegio in atto, Mundiño. Scappiamo prima di scomparire pure noi.» Rispose un compagno.
«Non dire sciocchezze, marinaio» – si arrabbiò allora il sottufficiale al comando, – «sei così vile? Dividiamoci in due gruppi, uno esplorerà di là fin sul cassero, l'altro scenderà in coperta».
Dopo aver percorso il ponte a passi prudenti insieme a due compagni, Raimundo giunse sulla tolda, vi salì adagio e scorse due cadaveri. Il terzetto si accostò preoccupato, stando bene attento a non avvicinarsi troppo. Non si scorgevano ferite, tuttavia i corpi apparivano emaciati e ricoperti di macchie, come se fossero caduti preda di una malattia. Infine il mozzo si guardò intorno dall'alto. Il ponte sottostante era deserto, che fine avevano fatto tutti gli altri?
In quel momento dabbasso si udì un vociare concitato:
«Dio mio, cosa succede qui?»
«Lo dicevo io che c'era un sortilegio».
Poco dopo gli altri tre marinai iberici saliti a bordo fuoriuscirono terrorizzati. In coperta avevano trovato quanto restava dell'equipaggio: sei uomini accasciati che si lamentavano fievolmente, in apparenza troppo deboli per reagire all'irruzione, mentre, come scoprirono in seguito, un settimo, l'unico ancora in buona salute fisica ma in grave stato di choc, se ne stava nascosto, tremante, in un angolo riposto della stiva. A parte costoro c'era soltanto una dozzina di cadaveri. Un tremendo puzzo di morte imperversava in tutti gli ambienti chiusi. Infine in una cella trovarono alcuni prigionieri portoghesi, stremati dalla sete ma altrimenti in buona salute. Sulle altre tre navi la situazione era analoga. Una o più pandemie avevano imperversato a bordo, decimando gli equipaggi. A quanto pareva i primi a morire erano stati gettati fuoribordo dagli spaventati colleghi. Ciò non era tuttavia servito a debellare i malanni e gli ultimi superstiti, ormai troppo deboli per sbarazzarsi dei cadaveri, li avevano lasciati marcire a bordo, andandosi a rintanare il più lontano possibile. Sui quattro bastimenti, inizialmente occupati da un totale di almeno duecento uomini, erano rimaste appena quindici persone sane e ventotto inferme, queste ultime destinate in maggioranza a perire a propria volta.

Quando il mese di gennaio ebbe termine, il trionfo dell'Europa era ormai certo. I nemici morivano ovunque a causa di innumerevoli malattie, perfino semplici raffreddori. In mare, la flotta unita del Catai e del Cipango era allo sbando, mentre a terra gli invincibili Arcani, le truppe scelte di lancieri, avevano oramai ranghi troppo ridotti per opporsi alla cavalleria ispanica, che chilometro dopo chilometro ricacciava gli invasori verso l'oceano. E ovunque si levavano odi al Signore e si tenevano messe di ringraziamento, perché quelle stragi, dovute perfino ad affezioni innocue, parevano troppo assurde per essere naturali: Dio aveva aveva ascoltato le preghiere dei fedeli, annientando i feroci miscredenti.
Ma i suddetti miscredenti non provenivano dall'estremo oriente come tutti fino ad allora avevano creduto. Inoltre i lancieri non prendevano il proprio nome da arcani poteri che li rendessero invincibili. Si trattava soltanto di un'incomprensione. Gli europei avevano in realtà udito il nome della popolazione che ne formava le forze principali, gli Araucani. Oramai la verità era nota grazie a due italiani, il vicentino Antonio Pigafetta e il savonese Leon Pancaldo, liberati dagli spagnoli a metà gennaio del 1523, tre anni dopo essere stati presi prigionieri mentre, viaggiando alla ricerca della via delle Indie agli ordini di Ferdinando Magellano, costeggiavano una terra ignota. Costoro erano gli unici superstiti dell'originario equipaggio di esploratori.
Gli invasori, raccontò la coppia, provenivano proprio da quella terra ignota al di là dell'oceano Atlantico. Due potenti stati espansionisti, l'impero inca e l'impero azteco, si erano alleati dopo aver soggiogato tutte le popolazioni circostanti.
Gli Inca e gli Aztechi erano guerrieri forti ma apparentemente cagionevoli di salute, precisò Pigafetta, perché non pochi dei loro primi catturatori erano morti subito dopo averli incontrati, tanto che gli altri, considerandoli maledetti, avevano deciso di tenerli in isolamento e non li avevano soppressi solo perché avevano bisogno delle loro conoscenze.
Magellano si era orgogliosamente illuso di essere giunto per primo in quelle lande, tanto più che i nativi incontrati nelle isole su cui era approdato fino a quel momento avevano dimostrato di ignorare l'esistenza degli uomini bianchi, ma dopo una breve quanto cruenta battaglia aveva pagato con la vita, insieme a gran parte dei suoi marinai, l'errata presunzione. Dei pochi sopravvissuti, la maggior parte era stata sacrificata per propiziarsi le divinità indigene, mentre i due italiani e due spagnoli nel frattempo defunti erano stati schiavizzati e costretti a fungere da informatori.
«Ma noi non siamo responsabili dell'invasione» – giurò in proposito l'abbacchiato Leon Pancaldo, – «quando li abbiamo incontrati sapevano già con chi avevano a che fare e si preparavano ad attraversare l'Atlantico per una spedizione di conquista».

 

Epilogo 1, luglio 1523

Intorno allo zenit, un contadino sedeva all'ombra di un olmo solitario mangiando un panino imbottito. Aveva trascorso la mattinata lavorando la terra e prevedeva molte altre ore di fatica dinanzi a sé. Non viveva in campi molto fertili, perciò riusciva ad offrire a sé e alla famiglia solo la pura sussistenza. Stava appunto meditando su quanto triste fosse l'esistenza, quando uno scalpiccio ne destò l'attenzione. Voltatosi, vide giungere la figlia maggiore, una ragazzina decenne, in compagnia di un riccioluto sconosciuto sui sedici anni.
«Eccolo, è lui». Sentì esclamare giovialmente alla bambina, che lo stava indicando all'estraneo.
«Messer Colombo, messer Fernando Colombo». Chiamò quest'ultimo, sorridendo.
«Non ho adottato quel cognome, perché ero solo un figlio naturale. Ma chi è lei? Cosa vuole?» Rispose il contadino alzandosi in piedi, perplesso.
«Mi chiamo Raimundo de Sousa. Combattei contro gli invasori. Sul cadavere di uno dei guerrieri Aztechi al comando della spedizione trovammo questo medaglione. Non mi è stato facile rintracciarvi, ma il mio comandante teneva a farvelo avere».
Fernando prese l'oggetto che il giovane gli mostrava. Lo squadrò da ogni parte e infine lo aprì, con le lacrime agli occhi. Al suo interno vi si leggeva un'iscrizione. Aveva appena cinque anni quando suo padre, Cristoforo, era partito per non fare più ritorno, mentre ora ne aveva ben trentasei, eppure l'aveva immediatamente riconosciuto. D'altronde l'iscrizione interna riportava anche il suo nome. Dunque, meditò, non era naufragato durante il viaggio sulla via delle Indie, perendo in fondo al mare, come aveva sempre supposto. Ma se doveva dar credito alle storie che si raccontavano, aveva incontrato un ostacolo sul suo cammino, un intero nuovo mondo, perciò la sua destinazione doveva essere stata sbagliata.
E in quel momento una terrificante comprensione lo fulminò: era stato suo padre ad attirare sull'Europa gli invasori.

 

Epilogo 2, gennaio 2017

Susi attraversa il soggiorno e adocchia il libro che tengo in mano.
«Cosa leggi?» Mi chiede nel dialetto italiano da lei parlato abitualmente.
«Sto rileggendo un grande classico della letteratura del '700, “I viaggi di Cristoforo Colombo” di Jonathan Swift. Lo conosci?»
«Avevo visto il film, ma non ricordo bene la trama».
«È una satira tra il fantastico e la storia alternativa, ispirata a un personaggio realmente esistito, un poco noto esploratore quattrocentesco. Swift immagina che sia stato lui a scoprire l'Aztechia. Infatti, nel suo romanzo si chiama Cristofora. Bello. Sono arrivato quando Colombo, rientrato ormai anziano dal quarto viaggio, quello nel paese dei cavalli sapienti, decide di unirsi a Hernan Cortes, sai, il generale più famoso tra le truppe di Carlo V nella “guerra dei tre imperi”, che però in questo romanzo non è mai avvenuta, per ripartire, stavolta alla conquista dell'impero Azteco».
«Chissà oggi come sarebbe il mondo, se fosse andata davvero così».
«Sì, beh, il capitolo finale è ambientato all'epoca di Swift: l'autore immagina il continente aztechiano diviso tra spagnoli, portoghesi e a nord perfino inglesi, che dominano mezzo mondo perché, non essendo stati indeboliti dalla guerra, non sono stati attaccati e conquistati da Carlo V nel 1527, 1528. L'impero britannico, lo chiama. Per fortuna non è andata come dice lui, altrimenti oggi il mondo occidentale non sarebbe unito sotto la lingua e la cultura ispanica e sotto la religione cattolica, anche se dubito che le azioni di un singolo uomo possano cambiare a tal punto la storia».

 

 

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Gradimento

ritratto di Rubrus

***

Tra i vari sottogeneri del fantastico, l'ucronia (a metà tra SF e fantasy a seconda del taglio) è uno dei miei preferiti; tra l'altro, fa anche piacere non trovare il solito "e se Hitler avesse vinto/avuto l'atomica?" ormai usato un po' troppe volte.

Il difficile dell'ucronia - a parte la conoscenza della storia vera, che è la materia prima senza cui non si va da nessuna parte - è trovare quello che spesso viene chiamato POD Point of Divergence, perchè deve essere un "punto" cioè un evento cruciale, ma limitato, che avrebbe potuto anche andare diversamente. 

A questo proposito, direi che che la sconfitta della Gran Bretagna da parte della Spagna di Carlo V e Filippo II va benissimo perchè il Gunpowder Plot poteva anche riuscire e, diciamocelo, la Invincibile Armata, tra maltempo ecc, è stata un po' sfortunata.

Idem un ipotetico  naufragio di Colombo (io mi sono chiesto a volte come sarebbe andata se la colonizzazione vichinga avesse avuto più successo) è senz'altro costruibile perchè il grandissimo navigatore fu anche un po' fortunato.

La vittoria degli europei su amerindi e asiatici grazie alle malattie è senz'altro plausibile - hanno avuto un ruolo determinante anche nella realtà. La politica di Francesco II è la stessa che nella nostra timeline e quindi assolutamente credibile. Tra l'altro consente di superare il gap tecnologico da cui i non europei erano afflitti.

Unica cosa, le giunche cinesi erano forse in grado di circumnavigare l'Africa, ma ho qualche dubbio su una così repentina esplosione imperalista cinese e soprattutto degli amerindi. Insomma, dubito che i primi e soprattutto i secondi sarebbero stati in grado di approntare in così breve tempo una flotta tanto ingente attraverso i mari e per così lunghe distanze.

A parte la relativa eprplessità su questa licenza - ma insomma, è un racconto fantastico, non scordiamocelo eh? - il racconto mi è piaciuto molto.

Buon anno.

 

ritratto di Massimo Bianco

L'ucronia è un tema che piace

L'ucronia è un tema che piace molto anche a me, infatti, non è la prima che ne scrivo ma la seconda. L'altra, ambientata nell'impero romano, era però davvero troppo lunga per proporla sul web (sulle 10.000 parole). Antonino Giuffrè ha cercato di accorciarmelo e devo dire che ha fatto davvero un ottimo lavoro, (quasi) tutto ciò che ha eliminato era superfluo, ma anche così raggiunge le 6800 parole quando il limite da me prefissato è 5000. Ci penserò su ma dubito che lo leggerete mai sul web perché per i miei gusti è ancora troppo e non mi va di tagliare ancora: quel che resta non è per nulla superfluo. Onestamente non sapevo come taggare questo racconto, perchè non è ne fantascienza come la intendo io, benché su Urania pubblichino anche ucronie, nè fantasy, né avventura nè, ovviamente, storia. Semmai ci vorrebbe il tag "Storia alternativa".

Due necessarie precisazioni MA PER CHI VA AVANTI NELLA LETTURA E' UNO SPOILER:
1) gli europei pensano che gli invasori siano cinesi perchè in quella realtà alternativa l'America non è stata ancora scoperta e quindi l'effettiva identità degli aggressori per loro è inimmaginabile, ma i cinesi sono del tutto estranei all'invasione, loro se ne stanno tranquilli a casa loro.

2) nel racconto non si spiega cosa esattamente sia accaduto a Colombo, ma si capisce che il suo viaggio deve essere andato storto, perchè lì deve o essere finito proprio lui prigioniero degli Aztechi o morto nel naufragio della Nina: a ogni modo gli Aztechi, che nel viaggio vero mai incontrò, attraverso di lui devono per forza essere venuti a sapere dell'esistenza dell'Europa, visto che un suo medaglione viene trovato a bordo di una nave azteca attaccante. Ed è questo il punto di divergenza. E tieni inoltre presente che l'invasione avviene nel 1522, dunque Aztechi e Incas hanno avuto ben trent'anni di tempo per incontrarsi (mentre nella notra realtà non hanno mai saputo gli uni dell'esistenza delgi altri) e per preparare l'invasione dell'Europa, per giunta col vantaggio di aver forse potuto usare la caravella di Colombo o i suoi resti trovati sugli scogli come campione per realizzare nuove imbarcazioni oceaniche. E che l'incontro con Magellano può aver permesso un ulteriore miglioramento delle navi, nelgi ultimi tre anni, oltre ad accelerare i tempi.

Ciò specificato, sono molto lieto che il mio racconto appia incontrato appieno i tuoi gusti.

Buon anno anche a te, RobRub.

 

ritratto di Antonino R. Giuffrè

… chissà perché, almeno sino ad ora, questo racconto...

… è stato piuttosto snobbato. Eppure ci sono tutti gli ingredienti che da sempre ti contraddistinguono come uno degli autori più eclettici e originali del sito. Forse in questo giudizio sono un po’ di parte, perché adoro le storie a metà tra storia e fantasia, tra ricerca e invenzione. Ma tant’è: peggio per quelli che, magari, si sono lasciati scoraggiare dalla lunghezza (che, poi, mica tanto lungo non è con le sue 3000 parole). Se non l’avessi fatto tu stesso nel commento precedente, anch’io avrei fatto notare il legame tra questo racconto e quello sui Severi, specie a livello strutturale. Secondo me, potresti pubblicare anche quello; c’è chi ha postato racconti ben più lunghi con ottimi risultati (vedi “Nani”).

 A dir la verità, leggendo, ho avuto le stesse perplessità di Rubrus; tuttavia la tua spiegazione mi sembra convincente per lo meno a livello narrativo. E, allora, va bene così. In fondo, è pur sempre letteratura, non dimentichiamocelo.

Non sempre condivido alcune scelte lessicali (tipo “imperituro”, che mi suona un po’ datato) e l’impostazione di alcuni periodi forse non molto scorrevoli, ma anche lo stile, come ti dicevo, ti rappresenta pienamente.

Piaciuto molto, un caro saluto. 

ritratto di Massimo Bianco

Beh, nel frattempo qualche

Beh, nel frattempo qualche commento è arrivato e magari, chissà, altri arriveranno da gente che magari ora è assente e verrà più avanti a vedere se ho scritto qualcosa, ma guarda, ho smesso da un pezzo di preoccuparmi di questi particolari, quando a suo tempo fermai la mia attività per ben 15 mesi uno dei motivi fu proprio questo: cominciavo a preoccuparmi un po' troppo del numero di commenti che ricevevo.

Ti dirò che al di là del mio modo di scrivere, che mi porta a usare termine che io non considero desueti (perchè sono semplicemente "miei") ma che tu, ben più aggiornato di me circa questo particolare, vedi superati, anch'io considero "imperituro" datato, ma dopo avelo messo e meditato, considerato che il racconto è ambientato nel '500, ho deciso che tanto valeva lasciarlo, la gloria imperitura poteva ben essere un desidierio di un uomo di quel tempo, no?

Molto lieto che il mio racconto ti sia piaciuto.

Quanto all'altro racconto ucoronico. In effetti il più lungo scritto che ho messo io finora, "Non sono un vigliacco", è tutt'altro che breve ma è stato molto commentato e qui su Net ce ne sono anche di più lunghi anche apprezzati. Del resto lo scarso numero di commenti giun ti finora per questo mi fa anche pensare che il genere possa riusultare troppo ostico alla maggioranza dei lettori e quindi continuo a essere assai dubitoso. Deciderò nei prossimi mesi.

Ciao.
 

senza dubbio un ottimo lavoro

senza dubbio un ottimo lavoro che presuppone una conoscenza precisa dei fatti storici e la capacità di cimentarsi in un genere molto impegnativo, non certo alla portata di turri. Forse per questo i commenti sono pochi: non solo per la lunghezza, ma perché anche il lettore deve avere una conoscenza non superficiale della storia per riuscire a seguire e a cogliere il punto di divergenza e le sue implicazioni. Il racconto mi ha affascinato e suscitato un po' d'invidia per la tua grande capacità narrativa.

PS: c'è chi dice che la storia non si fa con i "se", ma anche a me è sempre piaciuto farmi questo tipo di domande: in fondo, come dice Rubrus, nel caso in questione le cose sarebbero potute andare diversamente se la fortuna, buona e cattiva, non ci avesse messo lo zampino.

Complimenti davvero

ritratto di Massimo Bianco

In effetti non ero nemmeno

In effetti non ero nemmeno sicuro che fosse alla mia portata. Ho impiegato moltissimo tempo per decidermi ad affrontarlo, proprio perchè non ero convinto di riuscire a trarne qualcosa di buono, ma al momento di stabilire il mio progetto successivo mi sono detto: "è inutile tenere l'idea a dormire in eterno, o provo a realizzarla o tanto vale buttarla via." Del resto spesso mi è capitato, al momento di scegliere quale idea realizzare, di buttarmi non sull'idea che mi convinceva di più su quella che mi lasciava più perplesso e devo dire che finora mi è andata quasi sempre bene. E così eccolo qua e devo dire che io sono soddisfatto del risultato e se piace anche ad altri ovviamente non posso che esserne ancora più soddisfatto. Grazie e mille, quindi. Quanto ai fatti storici: qualcosa ovviamente già sapevo di mio, ma prima di affrontare lo scritto mi sono documentato, sia sull'Europa di inizio '500 sia su Incas e Aztechi. Ciao.

ritratto di Gerardo Spirito

Mi è piaciuto davvero tanto

Mi è piaciuto davvero tanto caro Massimo (e non è neppure così tanto lungo come racconto).

Mi aspettavo un racconto di fantascienza o qualcosa che comunque si avvicinasse al genere - leggendo il titolo - invece ti dimostri ancora una volta un autore estremamnte versatile, con questo brano ucronico. 

Confesso di non essere un grande amante del genere (o sottogenere), ma sopratutto di non essere un gran conoscitore del periodo storico che hai con tanta maestria raccontato. Immagino sia stato un lavorone la stesura di questo brano, o mi sbaglio? 

Sono d'accordo con Antonino, lo stile ti rappresenta pienamente, e questo è un gran pregio. E poi sì, qualche termine "desueto" effettivamente c'è, ma in questo tipo di storia, dal mio punto di vista, non è un problema, anzi. yes Complimenti, alla prossima!

ritratto di Massimo Bianco

Eh sì, in effetti è stato

Eh sì, in effetti è stato impegnativo e, come spiegavo subito qua sopra a Roberta, mi ci è voluto parecchio perfino a decidere di provare a scriverlo. Mi fa tra l'altro assai piacere quando qualcuno commenta qualcosa del tipo "lo stile ti rappresenta pienamente", perchè io spero di avere davvero uno stile ma ricordo una commentatrice del passato ormai cancellatasi dal sito e che era ritenuta molto sincera (la bocca della verità, disse qualcuno) che trovava il mio modo di scrivere piatto. E io mi sono sempre chiesto se aveva ragione perchè mi sa proprio che sia più facile vedere lo stile altrui che il proprio.

Sono molto lieto che il racconto sia piaciuto molto anche a te. Scarso audience ma alto indice di gradimenti, a quanto pare, e a me la cosa va più che bene, come dicevo più sopra, non sto più a preoccuparmi della quantità, anche se essa mi serve comuqnue per trarre conclusioni. Grazie e ciao.