L'uomo dell'amore.

ritratto di Elisabeth

https://youtu.be/T4Tl18T38P4

La donna sapeva di sapone, di quello usato per lavare i panni.

Aveva un viso magro, scavato da rughe che parevano solchi pronti per la semina. Nino si strinse nelle spalle, facendosi ancora più piccolo di quanto non fosse già. Il fisico era minuto per i suoi sette anni, al di sotto di quello dei compagni coi quali giocava a pallone al campino del crocicchio, quella manciata di vie bianche e sterrate che si univano in disordine, contornate dai campi di olivo. Al crocicchio i ragazzi lo chiamavano “ninino”. Qualcuno lo faceva anche con sarcasmo.

I solchi li vedeva in autunno, scavati dai trattori che sollevavano le zolle in un rimescolamento della terra che a lui faceva impressione e gli mescolava il sangue.

La donna aveva anche dita secche come steli avvizziti, pronti a sfarinarsi. A guardarla con attenzione incuteva timore. Nino non ne aveva perché negli attimi in cui era costretto a starci davanti, apriva le narici e inspirava a forza l’odore del sapone, concentrandosi su quello. Sembrava gli lavasse via i cattivi pensieri.

 

Risultati immagini per mani nel vetro

La notte arrivava.

–Stai qui, mamma.

Nino batteva il palmo della mano sul lenzuolo e pregava Mary di rimanere seduta sul letto, teneva un occhio aperto e uno chiuso per controllare che lei non si sollevasse dal materasso. Mary ripeteva –Sono qui, Nino, tu chiudi gli occhi e dormi che io sono qui. Il respiro di Mary si faceva pesante e Nino sintonizzava il proprio su quel ritmo materno che però sentiva svanire. Sgranava gli occhi e Mary non era più lì. La luce, filtrata dalla tapparella, prendeva la forma di un filo per appendere i panni, dritta a mirare la parete di fronte. Intorno, il buio, denso e compatto come un muro. Nino scendeva con tutto il suo piccolo corpo sotto alle coperte, le mani sarebbero sbucate dal fondo di quel nero che aveva davanti. Erano gigantesche, venivano per lui e parevano avere in sé occhi e gambe, una bocca avida di raccoglierlo intero con la lingua e tirarselo giù, nella sua pancia. Nino si immaginava deformato dal quel doloroso processo, privato di tutto, senza pelle a proteggergli il corpo e lo spirito.

Anche di giorno accadeva la stessa cosa. Nino non andava al bagno da solo, voleva che Mary rimanesse fuori dalla porta a fare la guardia; ugual cosa se doveva muoversi da una stanza all’altra della casa. Anche se avanti aveva la luce, sentiva le mani arrivargli da dietro. Gridava e quando Mary arrivava trafelata lo trovava in un lago di sudore, irrigidito come una statua. Lo abbracciava fino a che il pianto non si placava, il corpo prendeva a tremare e Nino tornava alla realtà di un corridoio fatto di pavimento in legno e vecchie foto appese alla parete.

Al crocicchio Nino confidò all’amico Marco che lui era perseguitato dalle mani e domandò se anche lui ne vedesse nel buio.  –Ninino, ma di che mani intendi? No, io non ne vedo, saranno brutti sogni i tuoi, eh?

Erano seduti sul balzo, l’erba umida gli bagnava i sederi, ma poi emanava uno strano calore a contatto con il corpo. Un tepore consolatorio.

 –No, no, è un mostro fatto di mani e prima o dopo mi porterà via…., rispondeva.

Gli amici ascoltavano i racconti di Nino guardandosi in silenzio e la piccola Anna, tremava pure.

Marco aveva uno stelo d’erba tra i denti, -ma ti porta via, dove?

Nino alzò le spalle, come a dire che ne so dove e poi convenne tra sé e sé che non valeva la pena continuare a spiegarsi.

I suoi occhi azzurri erano gonfi per le ore perdute di sonno, gli bruciavano e nelle ultime settimane le gambe esili erano diventate pesanti come fossero cresciute tutt’insieme, oltre i due metri.

L’appuntamento con la donna era ormai un’abitudine da mesi, non che Nino tenesse il conto dei giorni, ma capiva che quello era il momento da come Mary si preparava con cura, poi lo chiamava e uscivano.

L'olio l'aveva visto usare nell'insalata. Mary stava attenta a non sprecarlo perché costava caro. La donna invece lo lasciava cadere in tre gocce per tre volte nella scodella dai bordi sbeccati. L'acqua benedetta gliela dava il prete della parrocchia di S.Gesù, a fine messa della domenica. Nino non conosceva il significato di quei gesti; sentiva la donna bisbigliare parole in una lingua a lui sconosciuta, teneva quei fili di dita sulla superficie dell'acqua, quasi a toccarla, intanto Mary tirava sospiri e non parlava. Nino guardava la donna cercando di capire quanti anni avesse, forse ottanta, forse di più. La donna scuoteva il capo, ogni volta, alla stessa maniera in cui il medico lo aveva scosso due giorni prima che il nonno morisse, ugualmente alla signora maestra davanti ai suoi risicati temi di italiano. La testa si muoveva e gli occhi erano tristi. Nino, dalla posizione in cui doveva stare, seduto dinanzi alla donna, notava che l'olio cadeva sul fondo bianco della scodella, come un sassolino di fiume. Usciva da quella casa con sua madre che lo teneva per mano senza dirgli una parola nel tragitto fino alle case popolari, sembrava si tirasse dietro un cappotto liso da dover rammendare. Allora Nino, chiudeva gli occhi e si lasciava trascinare, intanto il suo cervello gli rimandava indietro l'odore del sapone, l’unica cosa che sapesse di buono e che lo faceva pensare ai panni stesi al sole.

La signora Agostina veniva ogni pomeriggio dentro casa a bere il tè con Mary, freddo d’estate e caldo in inverno. Scosse il capo e poggiò la mano sulla spalla di Mary, con quell’aria di triste rassegnazione che si ha dinanzi alle questioni irrisolvibili.

Agostina parlava con Mary della tovaglia e delle briciole di pane che gli abitanti del terzo piano le avevano scosso sul terrazzo, del via vai dei piccioni che questo fatto comportava, della ringhiera inzaccherata di guano e del veleno per topi che aveva comprato allo spaccio. Mary era interessata e s’illuminava in viso dinanzi a quella soluzione. La signora Agostina avrebbe fatto palline di pane spolverate di sostanza letale e si sarebbe liberata così dei piccioni che portavano solo malattie. La signora Agostina aveva anche un marito. Era un uomo stanco. Lo si capiva da come camminava e benché non fosse per niente vecchio, Agostina lo chiamava così, vecchio. Nino durante quei discorsi rimaneva in disparte, nel cucinotto, fissava il colore del tè, così come quando andava dalla signora dell’olio, fissava il suo olfatto sull’odore del sapone. Gli veniva sonno, ma più di una volta, crollando nella poltrona, aveva sognato uccelli trasformarsi in topi. Si svegliava di soprassalto sudato e gli veniva da fare pipì ma in bagno da solo non ci voleva andare perché le mani lo attendevano nel fondo del corridoio. Mary lo sapeva, ma faceva finta di non capirlo, spingendolo con il silenzio a vincere la paura. Più lui ne cercava lo sguardo, più lei lo evitava. Nino sentiva la pipì colargli sulle gambe. Mary non parlava. La signora Agostina diceva che aveva la pentola sul fuoco e se ne andava.

La volta che il vecchio venne a bussare alla casa di Mary, cercando sua moglie, era estate e il tè era freddo, si poteva bere d’un sorso ma di là, nella cucina, le due donne erano perse in conversazioni da terminare. L’uomo si trattenne nell’andito e iniziò a dire a Nino che il tempo metteva gli acciacchi addosso agli uomini, poi li spezzava come rami. Si portò una mano sui lombi, mentre una smorfia di dolore gli attraversava il viso. Sembrava non farcela a tenere il corpo in equilibrio e a Nino venne spontaneo offrirgli la sua piccola mano perché potesse usarla come un bastone. Il marito di Agostina la afferrò. La signora Agostina, nel frattempo, spiegava per l’ennesima volta a Mary che i piccioni alla fine tornavano a morire dentro al suo terrazzo e che doveva trovare una soluzione per mandarli a morire lontano. Nino provava a immaginare in che modo.

Il vecchio, invece, provava a capire cosa gli stesse succedendo. Un calore gli aveva attraversato i tendini del braccio, come un serpente, snodandosi nel suo movimento, aveva girato lungo il collo e si era duplicato, in due, quattro, dieci serpenti caldissimi; li sentiva arrotolarsi ai muscoli, alle vertebre e tutti quanti insieme annidarsi nel girovita. Pensò ai serpenti perché il movimento dentro al corpo che la sua mente percepiva era esattamente quello. Non provó, però, alcuna paura.

Il giorno dopo al crocicchio Nino, non ce la fece a respingere il pallone col braccio destro. Si era come indebolito. Marco e gli altri gli dissero che forse aveva tenuto una posizione sbagliata nel sonno. –Vedi ancora le mani, Ninino? Chiesero. Marco tossiva.

Nino fece cenno di sì. La sera prima, le aveva viste sbucare dall’angolo della camera come artigli, lui aveva gridato, ma Mary non era venuta. Mary era stanca, povera Mary con un figlio che nella testa aveva un groviglio. Le mani si erano fermate ad un palmo del suo viso, spalancate, pronte a soffocarlo e portarlo via. In un mondo fatto di cose inspiegabili. Triste Mary che non avrebbe più rivisto il suo bambino.

Quella notte Nino aveva obbligato gli occhi a rimanere aperti, quando sentiva il sonno minargli la volontà, esse si facevano enormi; gli sembrò anche che tenessero ali di piume e occhi neri come quelli dei ratti.

Nella casa accanto, il vecchio, quella notte, si rigirò nel letto trovandolo confortevole e il mattino seguente, riuscì a mettersi in piedi dritto come non succedeva da anni. A sua moglie disse che era stato Nino, precisamente disse “i serpenti di Nino”.

Mary piangeva.

Ninino dormiva col sole, poggiando i gomiti al tavolo di cucina.

Le settimane passavano, fatte di giochi nella polvere del crocicchio, di notti insonni, di sguardi sfuggenti tra Mary e lui; nei campi il polline dei fiori volava nell’aria nei pochi refoli di vento e i più scoraggiati dalla calura cercavano nel cielo i segnali di una possibile pioggia.  Ognuno attendeva qualcosa: le vacanze, la frescura della sera, i maiali selvatici le ghiande d’autunno e la mamma di Anna attendeva da cinque anni di mettere al mondo un secondo figlio, e lo voleva maschio. Quel pomeriggio andò a cercare Anna al crocicchio, si fece avanti sgridandola perché era sudata e sporca di terra. Era accaldata e si poggiò sotto il cono d’ombra del gelso. Si asciugò la fronte rigandola di scuro. Nino la salutò come gli aveva insegnato Mary, con la buona educazione. Le strinse la mano e le sorrise, di un sorriso che la madre di Anna era certa di non avere mai visto se non sul viso degli angeli nei dipinti delle chiese. Nino disse che non doveva stare sotto al sole a picco, perché sapeva che le donne incinta avevano il sangue debole soprattutto se portano in grembo un figlio maschio e anche questo lo aveva sentito dire da Mary. Esattamente gli aveva raccontato: “per farti nascere ho smesso di vivere per nove mesi”. Povera Mary che il pancione le voleva esplodere e poi aveva messo al mondo un figlio sottopeso e con un cervello sottosopra. Mary era stanca e Ninino non sapeva come fare. Se soltanto non ci fossero state le mani…

La madre di Anna si allontanò di scatto e pensò a uno scherzo. La settimana successiva, mentre guardava un test di gravidanza, disse al marito che Nino aveva visto nella sua pancia.

 

Mary non piangeva più. La cosa si era fatta urgente.

Nino disse a Marco e agli altri che non dovevano aspettarlo al crocicchio il giorno dopo.

La sera a cena non parlarono, Mary e lui.

La notte le mani presero a ballargli dinanzi, molto divertite, e Nino non provò neppure a gridare. Mary era stanca, aveva bisogno di riposare. Trattenne ancora una volta gli occhi spalancati tanto che non gli sembrava di avere più occhi.

Nel pomeriggio la signora Agostina non si fece viva e Mary si preparò con cura. Nino non voleva fare domande perché Mary aveva terminato la pazienza, così come la sinora Agostina aveva terminato la propria coi piccioni e si capiva che anche Mary era decisa a trovare una soluzione. Camminarono per una buona mezz’ora fino a che Nino non si trovò davanti le scale in pietra di una chiesa che non aveva mai visto e lì si fermarono. Un minuto, forse meno, a riprendere fiato. L’afa gli aveva fatto grondare il sudore sciogliendo la pelle e il viso di Mary era rosso. Nino non l’aveva mai visto a quel modo. Quando entrarono nella chiesa, Nino sentì che non c’era odore di sapone. Le pareti erano buie, le candele erano accese alla destra dell’altare maggiore. La chiesa era vuota. Lo sbalzo termico lo fece rabbrividire e Mary lo captò. Povera Mary che avevo perso la pazienza e non voleva più ascoltare scuse. Nino vide il prete che si faceva avanti dal fondo della navata. Le suole delle scarpe battevano sul pavimento come un martello. L’uomo era vestito di nero e aveva al collo una stola viola con sottili ricami d’oro. Parlò con Mary, in disparte, poi entrambi si fecero il segno della croce. L’uomo aveva occhi scuri, grandi e obliqui, un naso piccolo che Nino pensò non fosse capace di percepire odori, le labbra appena sagomate. Lo prese per mano conducendolo più avanti. Nino volse lo sguardo e trovò quello del cristo appeso a un crocifisso. L’uomo chiese a Nino perché continuasse a vedere le mani e Nino fu sorpreso da quella domanda.

Se gli faceva quella domanda, pensò, voleva dire che anche lui ne aveva viste in passato, quindi le mani erano reali. Un respiro profondo gli uscì dal piccolo ventre, ma preferì non rispondere. Il prete allora biascicò delle parole, disse che il Bene spaventava gli uomini e li confondeva, lo baciò sulla fronte e in un orecchio gli sussurrò: tutti gli uomini d’amore hanno avuto paura.

Tutto durò pochi minuti, molto meno delle gocce di olio nell’acqua benedetta. Nino tornò a casa con Mary che aveva il viso più rilassato. –Cosa ti ha detto il prete? 

-Che le mani non esistono, rispose Nino.

Da quel preciso momento non le vide mai più. 

Il giorno seguente la Signora Agostina tornò a dire che le palline di pane adesso le metteva sul muretto dietro alla siepe di bosso, così i piccioni le mangiavano e morivano poco più in là, però poi se ne avvertiva il puzzo.

Mary rise e disse che poteva provare a portare le molliche a quelli del terzo piano. Anche Agostina rise e disse che non ci aveva pensato. Nino vide gli occhi di Mary brillare per essere stata così arguta a trovare quella soluzione. La signora Agostina chiese come andassero le cose con Nino e Mary rispose: il demonio se n’é andato!

Nino percorse il corridoio fino alla sua camera, senza terrore per le mani, ma pianse ugualmente seduto sul letto. Negli occhi di Mary che rideva per i piccioni, aveva notato una macchia, non capiva cos’era, ma capiva che Mary sarebbe andata in luogo senza ritorno. Povera Mary che si era confusa.

Al crocicchio Marco chiese a Nino dove fosse stato il giorno prima che non era venuto.  Fece quella domanda e poi tossì.

Nino rispose che era andato a farsi levare il diavolo. Poi disse a Marco di farsi controllare bene i bronchi perché il respiro interrotto che aveva non era asma.

Marco rise a crepapelle e di nuovo fu colpito dalla tosse, Anna sgranò gli occhi.

Nino guardò lontano nei campi. Seguiva il tentativo di volo di un giovane passero sui rami del gelso. Più in là, la madre lanciava il suo richiamo. Chiuse gli occhi e pensò ai piccioni.

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Gradimento

ritratto di Rubrus

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Racconto horror, più che noir, come del resto induce a ritenere la canzone del link. Bambini, presenza malefica e ostile ben reificata dalle "mani", narrazione allusiva (anche se forse un po' scoordinata, e qui e là non perfettamente intelleggibile, ma il punto di vista interno, della terza persona imperfetta lo giustifica quasi totalmente), suggerimenti di una presenza pervasiva che c'è ma non si vede, finale aperto, ma con sufficienti premesse perchè il lettore intuisca (vedo qualche affinità tra questo e un mio vecchio racconto: "tra l'erba alta", anche se il modo di narrare è un po' diverso, trattano temi simili). Piaciuto. Buona Pasqua e ciao.    

ritratto di Elisabeth

Infatti, dell' horror non ne

Infatti, dell' horror non ne ero sicura e comunque ci sono anche dei tratti noir, alla fine per costruirlo mi sono basata sull' ascolto di questa canzone e su altro, scrivere ciò che si conosce. 

Una bambina che aveva 6 anni e aveva il terrore di attraversare le stanze  di casa da sola dato che intorno avvertiva  delle forze negative e riusciva a captare gli stati d'animo degli altri e a sollevarli dal malessere. Fu portata da una donna che levava il malocchio, poi in extremis da un prete perché erano convinti che possedesse altro . Il prete con poche semplici parole dettate dall' amore la guari. È una verità secondo me di come il Bene possa essere frainteso per il suo opposto. Il tuo racconto vado a leggerlo. Buona Pasqua anche a te. 

ritratto di Viola B.

In effetti, ha un qualcosa di

In effetti, ha un qualcosa di incoerente. Carine le caratterizzazioni, al mio gusto il periodo/luogo antiquati non gustano molto. Mi sembra una forzatura.
Per il resto, piaciucchiato. A mio parere si sarebbe potuto condensare in molto meno spazio narrativo, ma io sono una che si stanca quasi subito a meno di trovare idee originalissime (so snob, pardon :P)
:*

ritratto di Elisabeth

Se si tratta del Bene

Se si tratta del Bene frainteso da Mary e da altri per Male, non è incoerenza di trama ma voluto. La narrazione richiedeva a mio avviso, è ovvio, un periodo misurato che per il lettore può anche sembrare antiquato. Ti ringrazio per la lettura e per il tuo commento. Pardon di che ? Se ritieni di essere snob per questo... Hai solo da commentare se vuoi, così come hai fatto. Un saluto.

Non c'è che dire....

....un altro racconto in puro stile Elisabeth.

Un viaggio nella mente di un bambino diverso che poi, forse, tanto diverso non lo è.

E' sicuramente un bambino speciale come speciale è il modo in cui lo hai tratteggiato.

Da leggere e rileggere.

Piaciuto molto.

ritratto di Elisabeth

Infatti Paolo, il bambino non

Infatti Paolo, il bambino non è diverso dagli altri se non nella sensibilità che si trasforma in vero e proprio "sentire". Grazie, un caro saluto.