Sleep for a moment

ritratto di Venny Rouge

L’insieme è trasparente e fluido e i raggi di un sole all’apice penetrano l’azzurro accentuando il rigore di pareti verticali.

L’ombra appare ingigantita dalla distanza e l’idea d’onniscienza s’impadronisce della mente.

Lascio fluire la sensazione domandomi se in realtà la rappresentazione di un Cristo in croce che scorgo rappresenta il mio corpo astrale.

Non sono religioso e nemmeno un uomo influenzabile ma alle volte mi capita di pensare che la Vita debba avere un senso, un motivo e se tale, conduca da qualche parte.

In un luogo lontano.

In altre esistenze.

Scrollò la testa per afferrare una boccata d’aria.

- Non merito di finire là anzitempo!

Due gambe fresche e toniche segnano il ritmo di un motivo estivo al bordo della vasca.

Il lembo candido dell’asciugamano su cui è seduta la donna rasenta l’acqua sfiorandola.

Il punto di contatto tra il mondo liquido in cui sono immerso e quello solido e reale.

Mi sforzo per ricordare l’aspetto fisico della mia seconda moglie e mi sale sulla lingua il nome: Carol.

- Un’ora, un giorno, da quanto tempo assieme?

Non so rispondere e azzardo sia da sempre.

Almeno a giudicare dal cuore.

Sì, io la amo.

Spruzzo dell’acqua nella sua direzione.

Lei alza la testa e i capelli biondi platino calano soffici sul viso mentre con la mano saluta.

- Ora rammento!

Dovevo essermi sopito per un momento…

 

Blackest
*
Sleep for a moment

 

-Ciao.

Mi chiamo Eduard Smith.

Sono nato in qualche posto di questa terra.

Non ha alcuna importanza se a Est o Ovest.

Potrei dire: di essere cresciuto in una parte fortunata del pianeta e dove batte sempre il sole.

Una nazione dove un uomo può lavorare, farsi valere e in cui tutto o quasi, funziona e che cinquanta anni sono un’età importante ed esserci arrivato in salute costituiscono un buon risultato.

Per certo non tutti gli amici d’infanzia possono affermare altrettanto.

Aggiungi che sono un ingegnere e che ho potuto comprare questa bella casa da sedici stanze su due piani e avere un paio di piscine oltre che un bellissimo prato e una serie di vetture da corsa parcheggiate in garage.

Dovrei dire anche un cane: Guss.

Una cosa buffa e pelosa che si aggira sempre tra i piedi e che è contenta e festosa perfino quando pesti la coda.

Ho anche una bella moglie come avrai compreso e una figlia fantastica e che adesso ha otto anni.

- Papà, papà: vieni a prendermi! Urla secca la sua voce accanto a Carol.

- Dai. Forza.  Non avere paura! Rispondo, improntando uno stile veloce per avvicinarla.

Gli spruzzi la bagnano e ride prima di tuffarsi con le dita che tappano il naso.

Scherzi e strepiti vengono da sé, fino allora di pranzo.

Risalgo la scaletta per puntare direttamente al tavolo imbandito.

Ci ha pensato Omar il nostro governante che attende pazientemente.

- Aspetta che si sieda papà. Afferma Carol, preoccupata che Jacqueline non sbocconcelli.

- Lascia fare! Non ha alcuna importanza perché mia figlia è la più bella!

- Non solo tua figlia, ma nostra, dirai, vero? Rimbrotta subito Carol.

- Ah, la senti la mamma? Voglio vedere cosa accadrà: la figlia l’ha fatta lei ma io….

- E’ vero papà?

- Certo, ma tu sei solo mia!

Ancora ride e le bacio la guancia.

 

Ora sono a tavola, sorseggio il caffè che non vuole freddarsi mentre Carol è tornata al bordo della vasca.

I vecchi salici ondeggiano sferzati da un vento fresco e leggero che risale la collina.

Provo a rilassarmi guardando vele lontane.

- Carol c’è una regata… le piace il mare.

Comprerò una barca così la farò felice. .

Per un momento l’orizzonte sembra incresparsi.

Poi:

-Svegliati Eduard.

 

Non so’ chi sia a parlare e francamente non mi va di ascoltare.

-Questa non è la tua vita, afferma una voce.

L’accento è certamente sgraziato e sembra essere tutto intorno.

Carol evidentemente non la avverte perché continua a dormicchiare.

- Sono qui, di fronte…

-Dove? La voce mi sale dal profondo.

A quale essere sto parlando?

 Una sagoma prende sembianza trasformando la veduta fino a quel mentre libera in corpo umano.

-Chi sei? Spero che scompaia mentre serro le mani sui poggioli in metallo e avverto del calore nelle palme.

-Non ha molta importanza. Considerami un amico…

-Amico?

Non ho intenzione di farmi guastare il pomeriggio da quel nessuno che se sta fermo con le gambe incrociate là dove era seduta Carol.

Lo osservo intensamente con aria minacciosa, quasi potessi impaurirlo e spingerlo ad andarsene.

Come sarebbe bello continuare a sperare, a credere che tutto quello che di meraviglioso ci sia al mondo duri per sempre.

-Non voglio nessun Amico…

Come asserivo, non sono religioso né tanto influenzabile, però ho sempre pensato che potesse esiste il sovrannaturale.

Quel “caso” strano riferito da tanti e che a me mai era capitato di osservare accadeva ora?

Pensai a contenerlo e che poi le cose si sarebbero accomodate.

-Dimmi pure cosa pensi Albert, afferma in tono amichevole.

Jacqueline gioca lontano e sembra accorgersi di nulla.

- Che cosa vuoi?  Sibilo a bassa voce perché non voglio che mi prendano per pazzo!

L’uomo di fattezze consuete sembra abbastanza giovane, nonostante barba e il vestito classico che indossa siano assieme totalmente fuori luogo.

Pare un personaggio di una pellicola di altri tempi.

Che se ne renda conto?

- Purtroppo devo riuscire a farti ragionare. Risponde mentre con la punta dell’indice destro sembra voler pulire qualcosa d’inesistente sull’unghia di quella sinistra.

-Non mi sembra sia io ad avere problemi. Credimi, dico.

Carol è sempre indifferente al discorso e ad accorgersi della scomoda presenza.

- Caro mio questa non è la tua vita. Devi fartene una ragione… ripete.

- Ah, sì? E chi decide quale sia la mia vita? Tu?

- No! Con molta chiarezza io questo non lo posso fare. Sono qui per dirti che stai vivendo un sogno dal quale dovrai ridestare.

- Ascolta tu invece. Io non so chi sei né cosa vuoi fare. Adesso socchiudo gli occhi per un momento e quando li riapro, tu sarai andato via e noi non ci incontreremo più…

-Diversamente?

- Io mi alzerò da questa sedia e ti prenderò in malo modo per sbatterti fuori da questa casa e chiamerò la polizia…

C’è silenzio e avverto mormorare il vento.

Mia figlia ancora gioca in distanza.

- Eduard, prova a chiamare i tuoi familiari o alzarti. Prova a fare qualsiasi cosa e ti accorgerai che tutto questo non esiste.

Un brivido freddo risale la schiena.

- E se avesse ragione?

Se quanto vedo e tocco non fosse vero?

Ci avete mai pensato?

Che cosa fareste se all’improvviso qualcuno affermaste che la vostra vita è tutta una finzione e che dovete fare armi e bagagli in fretta e furia?

Vi mettereste a piangere?

Oppure puntereste i piedi come i bambini?

Chi è che scrisse qualcosa sui mondi paralleli?

Quanto conosciamo di Stringhe e teoria della relatività?

Tutto era buio poi venne la Parola… dove lo avevo ascoltato?

-Carol? Domando a voce alta pensando che al più s’interrogherà su cos’ho e che accidente mi piglia a chiamarla così.

Nulla. Non accade nulla.

- Carol! Omar! Mi sentite? Strillo ancora.

Neppure i Salici fremono più.

Il tempo è come fermo, congelato.

- Lo vedi?  Dice il tale che ora si alza per avvicinarsi a Carol.

Mi frappongo per fermarlo.

Se ha pessime intenzioni, gli passeranno ma braccio proteso attraversa il corpo dello straniero come fosse inesistente, impalpabile.

-Lo vedi? Asserisce arcigno e prosegue volgendo le spalle.

Lo raggiungo.

Non posso permettere che accada il peggio.  

Ancora una volta afferrò il nulla e inciampo cadendo addosso a Carol.

Sono sdraiato in terra e parte del busto si confonde con quella di mia moglie.

Mi torna in mente l’ombra sul fondo della piscina.

Che sia diventato essa?

A vederci dall’alto, Carol ed io, daremmo la grottesca immagine di un corpo con due teste e quattro arti con la mia mano sinistra che le sbuca dal capo.

- Ora mi ascolterai? Domanda seriamente l’uomo venuto dal nulla.

 

Il sole si è spostato calando nel cielo.

E’ ancora caldo e dalla collina cominciano a scorgersi le luci dei lampioni del porto e delle case.

Le vele si dirigono nella rada convergendo tra loro.

- Dunque ti chiami Peter ed io sarei morto da qualche tempo…

- Sì, è esatto!

- E hai permesso che io vivessi questo benessere e avessi questa famiglia.

- Diciamo che ti ho lasciato riposare in un mondo immaginario di benessere…

- Perché sulla terra io non ne ho avuto a sufficienza….

- Più esattamente direi che hai avuto una vita difficile, costellata da fallimenti e crudeltà …

- E questo perché?

- Non c’è un motivo preciso. In genere ogni umano ha qualcuno che lo protegge…

- Tu saresti il mio?

- Adesso sì, ma non sempre sono stato io.

- Vuoi direi che ti sei alternato?

- Viviamo in simbiosi con gli umani, così abbiamo uno scopo. Non ho difficoltà ad ammetter che i miei predecessori siano stati abbastanza inetti.

- Morendo ti condanno?

- In realtà è il contrario. Sono io che devo mutare e quindi…

- Scusa ma non potevi farti sostituire?

- Molto spesso non è possibile.

- Perché?

- Per delle varianti.

- Adesso che cosa posso fare?

- Devi decidere cosa vuoi essere…

- Angelo protettore o diavolo?

- Esatto!

- Posso vegliare su Jacqueline e Carol?

- No. Non c’è bisogno.

- Allora decido di essere diavolo.

- Perché?

- Credo per il desiderio di restituire il dolore che ho subito...

- Una sorta di vendetta?

- Del resto la terra è un inferno….

- Senza dubbio e poi di diavoli non ce ne sono mai abbastanza! Direi che la scelta è fatta.

- Allora in bocca al lupo Peter,

- Crepi il lupo Eduard…

- Posso salutare un’ultima volta la mia famiglia?

- Loro non esistono. E’ stata unicamente una vacanza…

- Va bene, ma solo il tempo necessario. Ti prego Peter…

- E sia anche questo…

 

Sono a pensare nei pressi del Salice.

Peter è andato da qualche tempo.

Carol è in veranda e Jacqueline le è accanto.

Si tengono per mano e parlano fitto.

A tratti le avverto ridere.

Il sole sta per scomparire.

Avverto sfumare i colori e l’imminenza della notte.

Guss non mi riconosce e a volte abbia nella mia direzione.

Sopraggiunge il buio e con esso le presenze che credo i miei fratelli.

Una gioia sconosciuta s’impadronisce del mio cuore.

Ora ricordo e avverto i colpi di pistola che risuonano sordi spezzando le ossa del torace e dunque sono certo: ritroverò  chi mi ha fatto del male.

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