Monologo di un aspirante suicida

ritratto di Jazz Writer

Ho attraversato diversi periodi della mia vita durante i quali avevo una certa difficoltà a sentirmi felice, o almeno adeguato, realizzato.

I primi sintomi di questa malattia del vivere li ho avvertiti durante l'adolescenza, e devo dire che per qualche anno ho avuto pensieri non proprio in sintonia con la voglia di stare al mondo.

Credo che a darmi quei turbamenti fosse la mia eccessiva sensibilità nei riguardi dei problemi esistenziali, miei e della gente che viveva intorno a me.

Il risultato fu che incominciai ad interessarmi del suicidio in maniera esagerata, quasi morbosa. Le opere e la vita di scrittori, cantanti, poeti e persone del vivere quotidiano che avevano scelto di risolvere le proprie ansie togliendosi il dono della vita, divennero il mio principale interesse. Volevo capire, o meglio avevo la pretesa di trovare un motivo che spiegasse, giustificasse quei gesti.

Fu così che mi innamorai di Luigi Tenco, del quale conservo tutti i dischi e che ancor oggi ascolto con una certa pena nel cuore per la scelta che lui fece in occasione di uno stupido Festival di Sanremo. Penso proprio che se avesse saputo quanto erano belle ed importanti le sue canzoni, per me e per tanti altri giovani della mia età, non avrebbe fatto quel gesto sconsiderato.

Intanto leggevo con grande interesse Ernest Hemingway, che ammiravo per il suo stile di vita e per il suo modo di scrivere, di raccontare la vita. Ancor oggi, proprio in questi giorni, sto rileggendo per l'ennesima volta i suoi Quarantanove racconti. A mio avviso, un capolavoro. Quello sì che si può definire narrare.

Ebbene, dovessimo tornare ai giorni del suo gesto insano, forse dovuto al fatto che il successo delle sue opere stava scemando, partirei per l'America e, a tu per tu, gli direi:

« Ma ti rendi conto di quanto sei importante per me e per chi come me ama il tuo stupendo modo di scrivere, la tua incisiva prosa, le tue storie, la tua vita?

Cosa vuoi che sia un po' di fama in meno...anche una piccola scintilla di quello che scrivi ha grande importanza per noi che ti amiamo alla grande. Scrivi qualunque cosa, dacci ancora un po' di quella felicità che proviamo quando leggiamo le tue righe. Come faremo senza di te?

E poi, proprio il due luglio, il giorno prima del mio compleanno? »

Anni dopo la stessa tragedia colpì uno dei miei scrittori contemporanei preferiti: Primo Levi. Di lui avevo un gran ricordo; diversi anni prima, infatti, avevo portato il suo libro “Se questo è un uomo” come romanzo preferito all'esame di maturità e per merito suo avevo avuto un atroce battibecco, vincente a mio modo di vedere, con il commissario di italiano.

Costei era una professoressa veneziana che aveva messo in dubbio il fatto che io , allora diciottenne, potessi aver capito davvero quel romanzo storico, tanto importante perché intriso di testimonianze e di filosofia di vita.

Grazie agli insegnamenti di Levi, che avevo ben assimilato, fui in grado di darle una lezione che mi rese orgoglioso e fiducioso per il mio futuro. Anche se fui rimandato a settembre.

Ma ti rendi conto, Primo, di quanto eri importante per noi e per tutti coloro che della tua testimonianza fecero una bandiera? Perché ci hai lasciati, tanto prematuramente? Avevi ancora molto da fare, e da dire, e da testimoniare. No, mio caro Levi, non dovevi farci questo.

E tu, Cesare Pavese, che eri ancor giovane e che avresti potuto lasciare una grande impronta nella letteratura e nella poesia italiana, e magari anche in politica, non ti rendesti conto di lasciare un vuoto, un enorme dispiacere in chi ti leggeva, ti amava e seguiva le tue opere?

Caro, carissimo, adorato Cesare, quanto ho sofferto per il tuo gesto. Avevo quattro anni, allora, e non ti conoscevo ancora. Ma dopo pochi anni, durante le scuole medie, la mia dolce e cara professoressa di italiano mi parlò di te e da allora capii subito che mi saresti mancato come un fratello maggiore, come un padre, un amico, un maestro, come un uomo che non doveva lasciare soli tutti i compagni che restavano a piangerlo.

Se potessi, direbbe Tenco, ti darei tutto ciò che vedi, diverrei tuo amico, verrei a Torino a cercarti per parlarti, per fare amicizia ed avere da te i consigli che la tua generazione potrebbe dare ai giovani d'oggi.

Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi, scrivesti...no, avrà gli occhi dell'abbandono, del tradimento, mi dispiace dirtelo. Cosa credi, che noi non abbiamo sofferto per il tuo insano gesto?

Pensa a tutto quello che avresti fatto di buono per le nuove generazioni. Avevi quarantadue anni...che rabbia. Eri importante per noi, tanto.

Io sono stato più fortunato. Nel bel mezzo dei miei distruttivi pensieri mi capitarono due fatti fondamentali che cambiarono la mia vita.

Mia madre si era accorta che avevo una tristezza interiore, non motivata in alcun modo; infatti vivevo in una famiglia ricca, tutti mi volevano bene e mi consideravano il genietto di famiglia, nonostante i miei fratelli e le sorelle avessero un curriculum universitario ben superiore al mio. Inoltre potevo disporre anche dei comfort che a quell'età erano ritenuti una sorta di status symbol : vestiti, automobili e denaro.

Era quindi inspiegabile la mia poca voglia di vivere. Per la verità io camuffavo bene la mia condizione, tant'è che nessuno si accorse di quanto stessi male. Sapevo recitare alla grande: gli amici mi chiamavano “ Gassman”.

Ma lei intuì, e con la delicatezza propria di una amorevole madre, trovò l'occasione per dirmi:

« Nino, ricordati che tu sei troppo importante per me. Tienine conto nelle decisioni che dovrai prendere; sempre. Anche quando non ci sarò più »

Ebbi un fremito. Sentivo la pelle farsi d'oca e dentro di me successe un fatto inspiegabile, come una specie di terremoto esistenziale. Mi sentivo responsabile, non solo di me stesso ma di quello che le mie azioni avrebbero procurato in coloro che mi volevano bene.

Qualche mese dopo conobbi Franca. Me ne innamorai e lei perse la testa per un pazzo come me. Mi aveva divinizzato; pendeva dalle mie labbra facendomi capire che in me vedeva quell'uomo che poteva darle sicurezza.

Dopo qualche mese dal primo bacio ero talmente felice che l'università, la mia vita, i miei sentimenti, tutto insomma viaggiava a gonfie vele.

I pensieri che mi tormentavano erano svaniti, come per incanto. Fu allora che mi decisi a raccontarle delle mie assurde manie per i suicidi e del rispetto che avevo per queste persone delle quali mi ero invaghito.

Lei mi guardò e, forse inconsapevolmente, mi disse una frase che ricordava un po' quella di mia madre:

« ..., i cantanti e gli scrittori che ami tu li amo anch'io...ma non farmi scherzi. Non potrei vivere senza di te; sei troppo importante ormai, per la mia vita »

Io sorrisi, fingendo che le mie erano considerazioni senza importanza, per sdrammatizzare, ma sta di fatto che da allora la mia vita è cambiata e la voglia di vivere la sento ancora adesso, a distanza di quarantacinque anni.

E, per dirla tutta, non ho mai avuto voglia di viverla come ora che invece sento potrebbe sfuggirmi dalle mani.

E poi c'è da dire che ormai, scoperto l'arcano, trovi sempre qualcuno che ha bisogno di te e per il quale valga la pena di vivere: un figlio, un amico, i miei allievi che mi adorano.

Come Emma, che sto preparando per i suoi esami all'università e che mi guarda con due occhi come se fossi sua madre.

Lei, la mamma, l'ha persa che aveva dieci anni...

Per finire, come non notare che proprio oggi una bravissima autrice di tredici anni che pubblica su uno dei tanti siti letterali, Bianca Albites Coen, ha scritto uno stupendo racconto che parla del più grande amico che ha: il suo cane.

Lui, dice in questo brano, dorme sulla mia sedia annusando il mio odore.

Mi chiedo: cosa farebbe il suo adorato meticcio senza di lei? E noi, quanti meticci abbiamo nella nostra vita che non possono fare a meno di noi?

 

 

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