Vita di Coppia 71 – Vacanze al mare

ritratto di rvicentin

Inizio della vacanza

Finalmente sono arrivate le ferie.

E con esse anche le vacanze.

E con esse il solito carico dell’auto con bagagli variegati.

Ma quest’anno mia moglie ed io abbiamo preparato tutto con calma, caricato con calma e, strano a dirsi, senza quell’agitazione sincopata e senza la presenza amena di mia suocera che con mezze frasi riesce a trasformare mia moglie in una gorgone inferocita ed ululante.

Partiamo all’ora di pranzo: anche questa partenza sembra abbi un che di straordinario. Abbiamo i panini pronti per il viaggio, acqua a volontà e l’auto è refrigerata dal condizionatore. Verifico quindi i biglietti del traghetto, il voucher dell’hotel (lo scorso anno non avevo nulla in mano ed ogni tappa fu come una partita a monopoli, dove non sai se paghi o vieni pagato).

Lungo il viaggio, ci fermiamo prima su un lungomare a pranzare, poi in una città d’arte ed infine entriamo nel traghetto che ci porterà nell’isola, luogo delle nostre vacanze. Devo ovviamente precisare che il traghetto è stato prenotato con anticipo, ma non così tanto, per cui dormiremo su materassini gonfiabili buttati dove capita.

Quando saliamo sulla nave e scendiamo dall’auto, fotografiamo il posto ed il ponte (l’anno scorso ho vagato come una mosca senza testa per mezz’ora su tutti i ponti alla ricerca del mezzo) e quindi saliamo nei luoghi dove potremmo dormire; in effetti scopriamo che il termine “dove capita” è letterale: non ci sono né poltrone, né cabine, né qualsiasi altro posto consono ad un meritato riposo. In pratica mia moglie coglie un angolo libero, sposta due piante finte e quindi trionfante indica il luogo dove piazzare i materassini.

Inizio quindi il gonfiaggio dei materassini con un’interessante pompa elettrica; ben presto al rumore della mia pompa si aggiungono rumori simili in ogni lato dello strano spazio, costellato di persone curve a gonfiare materassi delle fogge più strane.

I miei due sono blu e rettangolari. Vanno bene per due persone, ma noi siamo in tre. Scopro di aver dimenticato il materassino di mia figlia, colorato e brillantinato. Sorrido a mia moglie che lo cerca. Poi ricordo di averlo estratto dallo zaino pensando che fosse un oggetto inutile per il viaggio ed averlo lasciato del box, insieme alle bici.

“Dove hai messo il materassino di Francesca?” chiede già sapendo la risposta.

La osservo con aria indifferente, mentre chino sul materassino lo srotolo.

“Lo so che lo hai dimenticato. Dimmi solo dov’è” sibila, mentre mia figlia saltella sul materasso che si sta gonfiando con le scarpe.

“penso di averlo lasciato nel box” accenno con noncuranza.

“Non ti uccido perché ci sono troppi testimoni” conclude delicatamente la mia dolce consorte, mentre assesta un calcio nel sedere a mia figlia che ha lasciato interessanti orme di scarpe sul materasso che sarà il mio giaciglio.

Finalmente i due materassini sono gonfi, con i relativi cuscini. Alzando dalla mia posizione, noto che i nostri materassini sono un nonnulla rispetto a veri e propri letti gonfiabili a tre piazze sopraelevati.

Quindi ceniamo silenziosi, con mia moglie che ogni tanto mi assesta un calcio negli stinchi ed io cerco di evitarli.

Mentre gironzoliamo osservando i diversi giacigli di fortuna di gente come noi, vedo mia figlia che cammina con le infradito all’indietro su una scala mobile. Riesco ad afferrarla prima che cada all’indietro: ed anche questa volta è andata bene, mentre io e mia moglie riempiamo di schiaffi l’essere che abbiamo generato.

Poi sorge un problema imprevisto: i propri bisogni fisici possono essere di vario tipo, ma soprattutto uno deve essere risolto quando si propone e mette a dura prova il proprio sistema immunitario quando si utilizza un gabinetto pubblico. Sento la forza interiore crescere in me, adeguatamente stimolata dal rollio e beccheggio del traghetto in movimento.

Non è nausea, non è vomito: è un’impellente ed ineluttabile necessità fisica.

Lascio le mie donne in balia di loro e cerco un gabinetto libero ed in uno stato decente da poter utilizzare. Ne trovo uno. Mi abbasso i pantaloni e provo un’operazione mai tentata da me fino ad ora: non appoggiare le chiappe sull’asse. E mi sovviene quelle volte che ci provai: ero su un aereo e mi cagai nella mutande durante un vuoto d’aria: eliminazione dell’indumento intimo in uno spazio così ristretto mi costrinse a movimenti che tuttora mi generano crampi casuali. Ero su un treno e per poco non sfondai la porta d’accesso durante una frenata. Ma ora ero su una nave: od il mezzo incontra un iceberg in nel mar Tirreno oppure i movimenti dovrebbero essere più morbidi. Quindi assecondo il rollio ed il beccheggio, ma con il sedere a mezz’aria non riesco a centrare l’obiettivo. Dopo cinque minuti di tentativi, tenendo le mani sulle pareti alla mia destra e sinistra e guardando continuamente il mio sedere oscillare ovunque tranne che nella zona di dedicata, abbassando le chiappe sull’asse pulito alla bell’e meglio e, con mia sorpresa, emetto una sequenza impressionante di flatulenze, forse generate dalle mie precedenti operazioni.

Il vociare del gabinetto pubblico si spegne immediatamente e le porte di uscita sbattono vigorosamente, mentre una voce di un ragazzino annuncia che nel gabinetto c’è un signore che ha infestato l’area e non si può più respirare.

Espleto.

Aspetto che entri un ignaro, esco e mi volatilizzo.

Mentre raggiungo le mie dolci metà, che mi osservano incuriosite, l’altoparlante annuncia che il traghetto avrà più di 90 minuti di ritardo: o si scende subito oppure si usufruisce di una colazione gratuita. Penso che non muoverò l’auto, incastrata com’è nel ponte inferiore. Quindi optiamo per la colazione gratuita: occorre recuperare il voucher all’accettazione. Tutti si precipitano, compresa mia moglie.

Dopo un po’ torna vittoriosa, anche se un po’ frastornata e sgualcita.

Ora cerco di distendermi sul materassino, in un angolo, mentre mi allaccio il marsupio sotto la t-shirt, sul mio grande ventre, con tutti i miei pochi documenti. Lo allargo un po’ per respirare e quindi mi appoggio sul cuscino. Lentamente scende il silenzio e con una maglia sugli occhi inizio a rilassarmi. Non sono però abituato ad essere cullato dal movimento delle onde, che in ogni momento cambia. Penso ai prati verdi e boschi freschi, ma nessuno di questi fluttua.

Poi nella fase di addormentamento immagino disastri navali, speronamenti, pirati assetati di sangue.

E quindi l’altoparlante avverte che stiamo per attraccare e di lasciare le stanze (!?!) e recarsi ai ponti per iniziare le operazioni di sbarco.

Mi alzo di scatto e, prima che mia moglie e mia figlia si sveglino, tolgo il tappo dei materassini, che si sgonfiano all’istante, svegliando le mie donne, che imprecano e scalciano. Riesco ad evitare i calci, le rollo via dai materassini, li sgonfio e li metto nello zaino. Quando mi alzo, vedo che tutti ancora dormono: sono stato un po’ troppo efficiente, mentre mia moglie mi insulta in silenzio. Poi inizia un ritmato colpo, con un vociare prima sommesso, poi sempre più forte: chi ha i voucher sta riempiendo il bar nella nave.

Mi ritrovo con tre foglietti in mano e spinto giù da una scala. Poi una coda si para davanti a me, di gente rincoglionita che aspetta la colazione gratuita. Chi prova a superare la fila, viene linciato sul posto ed ammucchiato negli spazi comuni. Alcuni annunciano che stiamo per attraccare a Barcellona, dimenticando che il tratto è da un porto italiano ad un porto italiano. Una signora definitivamente in crisi d’identità afferma che a lei Barcellona non interessa e lascia la fila per correre verso l’accettazione chiedere spiegazioni sul quell’improvviso cambio di rotta.

Non mi devo neanche muovere: sono incastrato nella fila e mi spostano in modo automatico. Mi trovo il mio cornetto ed il cappuccino in mano, così come mia moglie e mia figlia. Per chi vuole una bustina di zucchero, che implica interrompere il flusso, occorre la grazia di qualche santo. Mani frugano tra le persone per arrivare alle bustine: io prelevo uno stuzzicadenti ed una bustina di edulcorante. E tant’è.

Girare l’edulcorante con uno stuzzicadenti in una tazza di cartone arroventata dal cappuccino su una nave che oscilla, spinto dalla calca, con il croissant sotto l’ascella, sembrerebbe imbarazzante, ma il sonno arretrato mi ha anestetizzato. Finita la colazione, mi tolgo le briciole e ritraccio le mie donne, che girano sperse nel tavolini del bar, avendo perso l’orientamento.

Prendiamo gli zaini e ci mettiamo in attesa di scendere nel ventre della nave e recuperare il mezzo per proseguire la nostra vacanza. Quando viene annunciato che i possessori dei mezzi posizionati sul nostro ponte, inizia una bagarre indescrivibile. Persone normalmente quiete lottano all’arma bianca per scendere per primi le ripide scale. Una voce sommessa di un distinto signore enuncia bestemmie impronunciabili, mentre bambini si intrufolano tra le gambe per arrivare per primi.

“io devo scendere a piedi. Aiuto! Non devo scendere” urla un uomo, trascinato dalla folla.

Più scendiamo e più fa caldo. In un attimo mi trovo sollevato dalla scala e trascinato fin verso il boccaporto e sono davanti all’auto. Mia figlia come sempre è riuscita ad evitare di farsi tagliare in due dalla porta che si stava richiudendo, sommersa da urla e strepiti di mia moglie.

E siamo nell’abitacolo dell’auto.

Puzzolenti perché non ci siamo lavati, con la bocca impastata perché non ci siamo lavati i denti, accaldati e stanchi. Ma siamo in auto. Ed attendiamo che le auto davanti a noi si muovano, per seguirle fino all’uscita. Accendo il motore, per rinfrescare l’aria, ma un inserviente mi dice che dobbiamo aspettare, altrimenti il vano di carico diventa una camera a gas. Spengo il motore, mentre mia moglie ringhia e suda.

Davanti a noi, una famigliola si lava le ascelle con le salviette umidificate. Ci provo anch’io, ma non so come mai iniziano a bruciarmi come avessi due caldarroste. Soffro in silenzio: mia figlia quindi si risveglia e chiede come mai ho le ascelle rosse come un’aragosta.

E finalmente posso mettere in moto.

Ma il motore non parte.

Faccio un altro paio di tentativi, sudando anche nelle parti intime.

Il motore si accende con un sordo brontolio e quindi riesco ad uscire dal traghetto. E così scopriamo che il nostro ritardo alla partenza corrisponde ad un ritardo all’attracco e cioè siamo attraccati insieme a tutte le altre navi. Davanti a noi si snoda un enorme serpentone di auto con gente sudata e stanca, mentre i vari inservienti del porto cercano il modo di farci sbarcare il prima possibile, per caricare le auto che devono lasciare il porto.

Il motore ha quindi un rumore più normale, mentre lentamente ci avviamo verso le strette vie della cittadina portuale.

Lentamente il navigatore con vigore ci fornisce la via più breve.

E dopo qualche ora siamo usciti dalla bolgia infernale ed approdiamo ad una stazione di servizio: ed ecco che si ripresenta quell’irrefrenabile desiderio di gabinetto, anticipato da inequivocabili flatulenze. Quando apro la portiera, una signora dell’auto a fianco istantaneamente afferma che le fogne si devono essere rotte ed i bambini sul sedile posteriore iniziano a piangere a dirotto.

Mia moglie mi osserva schifata, mentre mia figlia, sul sedile posteriore, ha perso conoscenza.

Vado laddove mi porta il ventre, non prima di aver ordinato il solito cappuccino e cornetto di convenienza, che nella mentalità comune giustifica la guerra punica che si svolgerà nella toilette e che lascerà solo vittime, senza sopravvissuti. Mangio il cornetto, bevo il cappuccino ed un pericoloso rumore giunge dal mio basso ventre.

Entro nella toilette pubblica, sorpasso la coda delle signore e, indifferente ai rischi biologici, espleto qualsiasi cosa senza freno, pensando che comunque non incontrerò più quella gente per sempre. Esco, mi lavo le mani e scappo, costringendo un ignaro avventore ad uscire senza scampo.

In auto, provo ad avviare il motore. Non parte. Riprovo. Non parte. Prego. Riparte.

E via così per 320 chilometri di strada statale.

Non vedo nulla, non riconosco nulla.

Quando siamo ad una ventina di chilometri dalla meta, mia madre mi telefona. Rispondo e perdo l’uscita per il centro commerciale. Mia moglie agonizza, mia figlia crolla sulle valige. Se voglio ritornare al centro commerciale, devo circumnavigare il porto. Vado avanti, rispondendo con suoni gutturali a mia madre. Lei intuisce, saluta ed attacca.

Arriviamo in un centro commerciale sconosciuto e ci fermiamo a mangiare ed a comprare qualcosa. Appena scendo dall’auto, il suolo sembra ondeggiare: 8 ore di traghetto hanno lasciato il segno sul mio senso dell’equilibrio.

Mangiamo. Cosa? Non ricordo. Dove? In un bar. Con chi? Ci sono due donne sedute al mio tavolo, forse le conosco. Risalgo sull’auto: le due donne mi seguono: sono mia moglie e mia figlia. Sono 24 ore che non riposo bene: i segni si incominciano a vedere.

Ripeto mentalmente il mio nome e cognome e dove abito: non si sa mai che debba dare queste informazioni in ospedale.

Arriviamo finalmente davanti al villaggio: è bello. Scarico i bagagli e vado all’accettazione. Cia accolgono, al bancone mi reggo sul gomito. Mi danno la chiave della camera, mi spiegano qualcosa, poi un signore si materializza con un’auto elettrica, carica tutti e tutto con una forza inusuale per qualcuno di quell’età e corporatura e mi ritrovo davanti alla porta della mia stanza, che corrisponde ad una bella villetta immersa nel verde.

Mi stendo un attimo sul letto e così mi ridesto qualche ora dopo.

Permanenza

“Oggi proviamo la spiaggia dell’albergo?” afferma (non chiede) la mia dolce consorte.

Io mi ridesto dal mio stato apatico e la guardo con sguardo vacuo, mentre mia figlia si lagna che non vuole uscire: con tutti i canali tematici che possono essere visti sulla televisione, passerebbe tutta la sua vita in stanza. In più, fuori fa un caldo subsahariano ed in stanza si gode una bellissima e fresca brezza.

Mia figlia ed io ci vestiamo da spiaggia, mentre mia moglie freme sulla porta di uscita.

All’uscita della stanza, ci accoglie il caldo atroce, ma oramai siamo usciti e ci avviamo verso l’auto parcheggiata. Giro la chiave per avviare il motore e l’auto non sia avvia. Faccio vari tentativi. Impreco. Sudo, strepito.

Nulla.

Desisto.

Vado al banco dell’accettazione e chiedo se conoscono un meccanico: gentilmente il proprietario della struttura mi informa che conosce un meccanico di fiducia ed abbandono le chiavi del mezzo al fosco destino, mentre chiedo se ci sia una navetta che porti alla spiaggia dell’albergo.

“Sì, c’è, ma è rotta” sorride l’inserviente.

Osservo con la mia aria assente il mondo intorno a me, cercando una telecamera nascosta e pensando di essere un ignaro attore protagonista  di uno scherzo.

“La spiaggia è lontana?” chiede stranamente tranquilla mia moglie.

“Circa 700 metri, ma con questo caldo…” osserva l’inserviente, affermando poi: “Però la navetta è stata sostituita da un’auto: se vi interessa, la chiamo”.

“Ma certo” rispondo io serafico e beato, pensando che tutto si risolverà fra pochi minuti.

E così saliamo in un’auto, guidata una un gentil donzella, che ci accompagna verso la spiaggia. Poi si arresta davanti ad un cancello: “Fino all’anno scorso potevo andare fin davanti alla spiaggia, ora no: i residenti hanno messo un cancello per impedire il transito: il resto del tragitto lo dovete fare voi a piedi” e così scendiamo dalla frescura dell’abitacolo e ci incamminiamo verso la spiaggia.

Appena arrivati, scelto l’ombrellone, mia moglie, come colta da un cieco furore, rincorre un venditore ambulante che cerca di scappare. Lei lo insegue, preleva un enorme salvagente a forma di pneumatico d’auto e ritorna trionfante con il trofeo.

Mentre si avvicina, mi dice: “E’ un po’ sgonfio: puoi gonfiarlo un po’ tu?” e mi porge il grosso e grigio ciambellone in plastica.

“Perché io?” osservo con aria distaccata, già beato per la spiaggia bianca ed il mare trasparente.

“Perché sì” ringhia, roteando occhi di fuoco e mostrando una discreta carica di nervosismo: “chissà come quell’ambulante avrà gonfiato questa cosa. Vuoi mica che mi prenda delle malattie?”

“Ed io sì?” ribatto, pensando a vari sistemi che possono emettere gas in grado di gonfiare un salvagente. E non tutti così propri ed igienici.

“Tu ci hai obbligato in questa situazione con quell’auto che hai comprato” osserva con la serenità che solo Attila avrebbe dimostrato difronte ai propri nemici più acerrimi.

Gonfio a pieni polmoni il ciambellone.

Poi scende il silenzio: mia moglie al mare, mia figlia con l’animazione dell’hotel.

Quando torniamo in hotel, l’auto non c’è più: è stata prelevata dal meccanico di fiducia per la riparazione.

Ed i giorni passano lievi, tra riposo notturno, pomeridiano e spiaggia.

Dopo due giorni rivedo l’auto scendere da un carroattrezzi, serena come una Pasqua. E ci sono io che estraggo dal portafoglio il denaro. E c’è mia moglie che scuote la testa. E c’è mia figlia che racconta le mie sfighe agli animatori, che ridono. E ci sono gli altri clienti del villaggio che commentano.

Insomma, una situazione tipicamente italiano: uno che fa, l’altro che paga e molti che guardano.

“Ed adesso andiamo a vedere qualche spiaggia qui vicino” sibila la mia dolce metà.

Mentre il folto drappello si disperde ed il meccanico mi saluta, partiamo verso spiagge sconosciute e bellissime, che mi ripagano (non nel senso letterale) dell’inaspettata spesa.

Al nostro ritorno, ci fermiamo in un negozio tipico di ogni località di mare: tralasciando le discussioni fra nuora e suocera, dentro c’è di tutto, soprattutto cibo. E noi abbiamo fame. Acquistiamo l’acquistabile e ci precipitiamo al villaggio.

Come novelli ladri, risaliamo fino alla nostra villetta, nascondendo dentro la borsa del mare tutte le nostre vivande e, chiusa la porta, iniziamo a banchettare ovunque. Briciole e pezzi di mortadella cadono sul pavimento.

Satolli, crolliamo nei letti.

Quando ci svegliamo, notiamo uno strano brulicare sul pavimento: abbiamo ricevuto visite. Formiche. Nulla di spaventoso, ma sono un po’ troppe. Mentre mia moglie getta secchiate l’acqua, io telefono all’accettazione per richiedere un intervento.

“Ma è successo qualcosa? Avete mangiato in camera?” chiede l’inserviente, stupito dell’invasione

“Noi, no. Nulla” affermo io, ripensando ai bagordi culinari di qualche ora prima.

“Mando subito l’assistenza” conclude il mio interlocutore, non così convinto della mia spiegazione.

Poi mia moglie urla qualcosa dal bagno: si è otturato il lavabo e sta tracimando acqua.

Ritelefono all’accettazione.

“Ma avete buttato qualcosa nello scarico?” chiede calmo l’inserviente.

“Noi, no. Nulla”. E non penso a nulla.

“Mando subito l’assistenza” conclude il mio interlocutore, un po’ stupito.

Mia moglie mi richiama dal bagno: è rimasto incastrato il pulsante dello scarico del gabinetto. E mia moglie ha in mano la pulsantiera dello scarico. “Ero nervosa” si giustifica.

Ritelefono all’accettazione.

“Ma avete fatto qualcosa alla pulsantiera?” chiede calmo l’inserviente.

“Noi, no. Nulla”. E rivedo mia moglie che forse schiaccia lo scarico con un pugno.

“Mando subito l’assistenza” conclude il mio interlocutore, in attesa di qualche altro disastro.

Poi mia moglie urla che l’acqua sta colando dal gabinetto.

Ritelefono all’accettazione.

“Ma avete fatto qualcosa? Anzi, mi scusi: potete lasciare la stanza, in modo che possa mandare l’assistenza” afferma calmo l’inserviente, probabilmente perché teme che la prossima chiamata corrisponda ad un crollo.

Usciamo precipitosamente dalla villetta, mentre già l’acqua incomincia a colare dalla porta di ingresso al piccolo giardino.

Salutiamo alcuni avventori, che ci guardano incuriositi. Poi capiamo: siamo in mutande e non in costume. Rientriamo, ci cambiamo e scappiamo in spiaggia.

Quando rientriamo prima di cena, tutto è in ordine.

Qualche giorno dopo, viene organizzata una serata in piscina: mangiamo, balliamo, giochiamo. Tutto bello, tranne che vicino al tavolo dove c’è il cibo, un piccola buca mi fa inciampare. Bestemmio, ma riesco a non cadere. E qui mia figlia mi fa partecipare al gioco di gruppo: girare dieci volte con la fronte appoggiata ad un’asta e poi correre verso mia moglie.

Con il cibo in pancia e qualche bicchiere di vino, al terzo giro perdo conoscenza, al sesto vedo tutto brillare ed al decimo (so che è il decimo perché l’animatore urla “Via”) stacco la fronte dall’asta e corro. Dove non so, verso chi neanche. Tutto gira in un grande cerchio. Oscillo come un orso colpito dal sonnifero. Poi inquadro mia moglie e, sbraitando qualche dolce parola, mi accascio tra le sue braccia. Io peso il doppio di lei, ma lei è più forte di me. Prima che riesca anche solo a sfiorarla, mi dirige verso un ombrellone, che abbraccio, mentre il mondo gira forte.

La mattina dopo vado in piscina e scorgo il tavolo delle vivande. Poi osservo che c’è ancora frutta. La piscina è deserta e già pregusto il sapore della frutta. Solo che non vedo la buca della sera prima. Inciampo, mi storco la caviglia, cado in avanti, mi sbuccio un ginocchio e sfioro il tavolo con la frutta.

La caviglia si gonfia come un melone e mi fa un male atroce.

Mi rialzo, appoggio la caviglia: regge. L’articolazione non è distrutta. Sono stordito dal dolore, ma mi avvicino alla frutta: solo che non ho più fame. Torno in camera zoppicando, sudando e sbraitando. Quando vedo mia moglie, piango ed indico la caviglia, che si è gonfiata. Sbiascico poche parole, lei mi osserva costernata dal vedere un essere grande e grosso ridotto ad una larva umana, priva di senno e biascicante parole prive di senso.

Poi proferisco poche parole: “Ho visto la frutta, sono caduto, ho la nausea” e mi accascio sul letto.

Ed arriva il ferragosto.

Il cielo promette una tregua al caldo africano e mia moglie decide di concedermi una visita al sito archeologico a pochi chilometri dal villaggio. L’unica accortezza che prendo è di mettermi le scarpe da ginnastica. Mia moglie e mia figlia, infradito. Per mettermi  la scarpa destra, visto che ho la caviglia grossa come la mia coscia, destro fare qualche manovra in più, ma tutto si supera.

Quando arriviamo, il parcheggio più vicino è ad un chilometro dal sito. Visto che piace a me, lascio le gentili donzelle davanti alla biglietteria, parcheggio l’auto e mi faccio un chilometro zoppicando. La biglietteria è un po’ imprecisa ed in effetti scopro che la visita è solo guidata e per pochi minuti abbiamo perso il turno. Mi scoraggio. Mia moglie, no. Prende i biglietti, me li mette in mano e mi spinge verso l’ingresso, in attesa del prossimo turno. Ed ecco che smette di piovigginare ed il sole fa capolino.

Guardo mia moglie e lei guarda me: se viene fuori il sole, il sito archeologico diventerà infuocato. Ed allora si inalbera con me, perché la pioggia è passata. E mentre inizia una serena discussione,  nostra figlia calpesta con le infradito una pianta. Quindi urla, strepita e piange. Accorriamo in aiuto del flagello fatto ragazzina e scopriamo che ha pestato una pianta spinosa le cui spine  hanno perforato la sottile suola dell’infradito. Estraiamo ad una ad una le spine, mentre sopraggiunge la guida che invita gli astanti a seguirla (io intuisco il termine, la maggior parte si guarda con aria interrogativa chiedendosi cosa significhi). Con la figlia saltellante, senza infradito, iniziamo il piccolo giro turistico. Estraggo le ultime spine dalle ciabatte di mia figlia e mi estraneo, godendo di un momento di sospensione culturale.

Fine della vacanza

Ci prepariamo al ritorno.

Se è lungo come l’andata, sarà un inferno. L’auto è caricata, l’abitacolo è fresco ed un pezzo di me resta con queste persone e con questi panorami. Salutiamo tutti, con un po’ di rimpianto e partiamo. Il viaggio sarà lungo, ma siamo satolli, freschi e rassegnati alla lunga traversata. L’auto macina chilometri, i paesaggi cambiano e dopo alcune ore siamo sulla banchina del porto, mentre il traghetto sta attraccando. Entro con la mia auto, mentre le mie dolci metà sono costrette a salire tramite l’ingresso pedonale: siamo tanti e se tutti andassero in auto nel traghetto, non ci si muoverebbe più. E scopro che devo scendere nei ponti inferiori della nave, nel suo ventre, dove regna un caldo allucinante e dove parcheggiare è un’impresa millimetrica.

Premetto che per me la retromarcia è un’operazione trascendentale, che riesco a compiere solo sotto particolari condizioni emotive. Se poi devo parcheggiare in uno spazio angusto in retromarcia, con un inserviente che mi urla improperi, altre auto che fanno le mie stesse manovre, con il caldo, le ore di autostrada fatte e l’incazzatura di non aver preso un comodo aereo, il gioco è fatto: dopo due tentativi andati a vuoto parcheggio strisciando la fiancata e ricevendomi un sonoro “bravo stronzo, vuoi proprio rompere tutto” dal delicato e comprensivo inserviente.

Risalgo sui ponti adibiti alle persone, non prima di aver fotografato la posizione della mia auto. Come ho fatto all’andata. Ma non trovo mia moglie. Ci telefoniamo, nulla. Dò la mia posizione, lei la sua: nulla. Io mi impanico, lei si incazza. Mentre sento mia figlia che cerca di gonfiare i materassini con la pompa elettrica (mia moglie la guida nell’operazione, insultandola), la mia dolce gorgone mi informa che mi raggiunge e, se mi muovo, mi spezza le gambe. Dalla selve di teste, vedo mia moglie comparire dopo pochi minuti che prima mi sorride, poi mi afferra per un braccio e mi guida verso il sito notturno: un punto di passaggio, circondato da altri poveri esseri umani come noi, tra due porte che vanno sui ponti esterni.

Dopo aver mangiato al self service ed aver espletato le funzioni fisiche in maniera più serena rispetto all’andata, ci prepariamo per la notte. La nave intanto prende il largo e tutti sono un po’ tristi per le vacanze finite.

Scende a poco a poco il silenzio, solo rotto da persone che aprono e chiudono ritmicamente le porte.

Poi inizia ad agitarsi il mare. Si alza il vento ed io incomincio ad oscillare sul materassino.

Non soffro il mal di mare, ma ho semplicemente un distillato di paura.

E nel silenzio si apre una porta, sbattendo. L’aria umida del mare entra violenta. Alcuni si alzano per richiudere le porta, mentre dai vetri non si vede nulla.

“Non ce la facciamo, non si chiude” urlano le persone. Ne arrivano altre che tirano e solo in quel momento compaiono due energumeni dal ponte esterno, che bestemmiano e sbraitano: sono due marinai che erano sul ponte a fumare e non riuscivano ad entrare, perché qualcuno voleva chiudere la porta. Sono fradici di pioggia e mare: fuori c’è una piccola tempesta.

La nave oscilla, io mi spavento, mia figlia ha la nausea, mia moglie dorme.

E così ripenso alla mia vita e quanto vorrei che continuasse.

Ed ho voglia di urinare. Mi alzo oscillando, scendo le scale oscillando e zoppicando, con la caviglia fasciata. E nel silenzio apro la porta dei servizi pubblici, che cigola rumorosamente. E quindi scopro che anche orinare con il mare mosso è un’impresa: od assecondi il moto o bagni le scarpe. Assecondo il moto e finisco l’operazione prima che mi prenda la nausea.

E mentre si ripresentano gli incubi marittimi dell’andata, mia moglie mi insulta: “Basta russare!”: in ogni angolo si svegliano quindi persone sovrappeso come me, richiamate dalla mia consorte. Lei allora si accorge che non ero io a grufolare, bensì un discreto numero di persone.

Si scusa, si rigira e riprende a dormire.

E finalmente mi assopisco, risvegliandomi al solito urlo tramite l’altoparlante che il traghetto sta attraccando ed occorre liberare le cabine. Sgonfio con calma i materassini, li piego, vado a far colazione con le mie donne e quindi scendo con calma nelle viscere della nave: quando il muso della mia auto esce sulla banchina, il sole sta nascendo.

E a noi villeggianti aspettano ancora quattro ore di auto....!

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