IN THE MIDDLE OF NOWHERE

IN THE MIDDLE OF NOWHERE

La Montagna Sacra si ergeva in tutta la sua rossa bellezza in mezzo al deserto. Frotte di visitatori ne percorrevano il perimetro. Alcuni tentavano di scalarla. Anna e un giovane turista giapponese passeggiavano sollevando la sabbia rossa. "Come mai sei qui sola?" chiese lui. "Nulla, avevo qualcosa da dimenticare." Un dingo passò scodinzolando. "Raccontami." disse lui. E Anna cominciò a raccontare, e parlò, parlò, parlò fino a sera. Il ragazzo l'ascoltava affascinato. Inconsapevolmente lei s'era appoggiata alla sua spalla - i suoi capelli gli accarezzavano le guance - e lo aveva preso a braccetto. Calava la notte nel deserto e l'aria calda li accarezzava. Non volavano uccelli, si sentiva soltanto qualche fruscio misterioso dai cespugli bassi. La luna sembrava scoppiare, gialla sul cielo nero.  E loro andavano e andavano, a braccetto nella notte.

Anna aveva già un biglietto aereo in mano quando aveva compreso che non sarebbe stato necessario percorrere tanti chilometri per sfuggire al suo destino: era stato sufficiente uno strappo e l'orizzonte era già cambiato. Aveva lasciato l’odiato impiego in banca, libera finalmente dal passato e incurante del futuro. Ma soprattutto aveva lasciato Luca. Forse aveva ceduto al suo lungo corteggiamento proprio perché le era sembrato l’unico squarcio di luce in quella vita grigia; ma non aveva saputo prevedere le conseguenze. Era sempre stata un po’ ingenua, naif, come qualcuno l’aveva definita. Non pensava mai al futuro; non accettava consigli; li interpretava, questi, come inaccettabili intromissioni nella sua vita privata; e avevano, i consigli non richiesti, l’unico effetto di spingerla a perseverare in quelli che gli altri chiamavano errori. Così si era lasciata cadere nella trappola e Luca se l’era pappata un poco alla volta finché di lei non era rimasto che un fantasma avviluppato nelle ragnatele, che più si dibatteva e più lo infastidiva. Eppure Anna ce l’aveva fatta: a un certo punto si era ribellata e aveva cominciato a vendicarsi come se di lui non le importasse più nulla, perso per perso. Gli schiavi non hanno nulla da perdere se non le loro catene.[1]

Un improvviso sollievo, come sgravarsi d’un peso che lungamente l’aveva oppressa. La luce mutata incendiava il cielo.

La stazione era grigia e fredda. L'aeroporto, asettico, sembrava deserto, benché figure solitarie si aggirassero pigramente per la sala d'attesa. Il viaggio fu lunghissimo. Nessuno che parlasse la sua lingua.

Di là dagli oceani l’attendeva un paese sconosciuto, arido e ostile. Nulla sembrava vivo in quella terra. Dietro lastre di vetro, attoniti, languivano i fantasmi dell’età dell’oro, ridotti a larve che trangugiavano alcool da bottiglie avvolte in sacchetti di carta.

Anna intanto cominciava a decifrare la trama della propria vita: Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt. Strenua nos exercet inertia: navibus atque quadrigis petimus bene vivere. Quod petis, hic est, animus si te non deficit aequus.[2] Nessun oceano, dunque. Ciò che cercava, diceva la voce, l’avrebbe trovato anche là dov’era nata. Se solo la sua mente fosse riuscita a ritrovare il filo sfuggitole quattro anni prima.

Che fare, allora, in quella terra ostile e lontana che non l’accoglieva, lei, esule senza futuro, grumo di sogni dimenticati, bambina smarrita, sola, senza più parole? La velocità, ecco la soluzione più immediata. La velocità, direttamente proporzionale all’oblio, l’avrebbe aiutata. Trovò inebriante veder sfilare gli alberi fuori dal finestrino. Nell’ora in cui le cose si condensavano in sagome nere  stagliate contro il rosso cupo del cielo, correndo verso la notte, si sentiva sicura, protetta come in un guscio di noce.

Tramonti e albe si rincorrevano un giorno dopo l’altro, mentre il treno sferragliante viaggiava verso il centro del deserto, verso la montagna sacra. La mattina scorreva lenta: tra il cielo e il treno, un gigante addormentato sullo sfondo. Infinitamente triste.

Tutto questo era necessario? Un viaggio di transizione su una macchina sferragliante,  fuoco e fumo nero e rumore di cingoli e cieli infuocati dietro la fuliggine. Di quel viaggio infernale non avrebbe ricordato che l'inerme sbigottimento di una bambola di pezza, sballottata qua e là durante un trasloco. Il trasloco dell'anima, con tutto il suo ingombrante corpo intorno.

Tornarono verso il campeggio. La tenda di Haruki era rimasta aperta e la parte anteriore oscillava lievemente al vento.  Si fermarono, in piedi davanti alla tenda. "Scusami se ti ho annoiato con le mie storie", disse Anna. "Figurati, di nulla. Anzi, il tuo racconto è affascinante. Mi è sembrato di viverle con te, le tuo storie." disse Haruki. "Allora buonanotte." Anna lo guardò con occhi luccicanti di gratitudine. Un improvviso sollievo l'aveva colta. Tutto quel cupo dolore, quel tumulto che non la lasciava, d'un tratto era sfumato in una sommessa quiete, un languore dolcissimo.

Si sentì un rumore, come di passi furtivi nel buio. Le sembrò di scorgere un'ombra dietro la siepe. "Che cos'hai?" chiese Haruki. Lei tremò, scossa da un brivido. "Nulla, mi è sembrato di vedere un uomo nascondersi là dietro." "Forse è il fantasma di quell'uomo che ti ha fatto tanto soffrire." disse Haruki. "L'hai evocato e ora è qui." e sorrise, intenerito da quell'infantile disagio.

"Ho paura" disse lei. "Quell'uomo è troppo forte e potrebbe ancora farmi del male." Di nuovo si sentì un rumore. Erano soli, tutti attorno dormivano nelle loro tende, e i cespugli frusciavano ora con improvvisi sbuffi di vento, ora più piano. Qua è là nel cielo nero, soffi di lampi.  Una farfalla notturna le sfiorò il viso, e lei trasalì. "Vieni Anna, non ti lascio dormire sola stanotte."

Haruki le diede la mano. Entrarono nella tenda, e si accoccolarono per terra. Haruki aprì il suo sacco a pelo leggero e lo stese sul terreno, sopra il telo della tenda. Prese Anna per mano e la fece sdraiare accanto a sé. La guardava con grande tenerezza, e le accarezzava il viso. "Dimmi,  ti ha fatto così male" "Ora non ho più paura." disse lei. Lui continuava ad accarezzarle il viso. "Ci sono io ora qui con te. E' tutto passato." Quando la prese lei sentì appena una fitta di dolce piacere, e le sembrò di sognare, mentre lui si muoveva dentro di lei sussurrando: "Vieni, è tutto passato. E' tutto passato."

Fuori, un demone nero accoccolato spiava le loro sagome che si muovevano sospirando. "Non ti libererai di me, mai",  ghignava. Davanti a lui, che recitava formule arcane, in una piccola vampa bruciavano le fotografie di Anna.

 

 


[1]I proletari non hanno nulla da perdere fuorché le loro catene”, Karl Marx, Manifesto del Partito Comunista

[2] Quinto Orazio Flacco, Epistulae, I, XI, v. 27  

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Il tuo gradimento: Nessuno (1 voto)

ritratto di Rubrus

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E' un racconto molto evocativo e mi è piaciuto, maglrado la brevità. E' anche piuttosto denso e chi si diverte può cogliere le citazioni. L'atmosfera dominate è il desiderio di fuga, che assume caratteri onirici, metafisici, e in defintiva va a parare sul concetto di fuga da se stessi - da cui l'ultimo periodo.     

In the middle of Nowhere

Commento incisivo e lusinghiero, ancorché breve ;-), caro Rubrus. Ti ringrazio per  le osservazioni sulle atmosfere e gli echi letterari.

Ciò che dici sul periodo finale però (fuga da se stessi) è una tua interpretazione. Non si dice che Anna sia ossessionata dal demone. Lei non sa nulla di quel che succede fuori dalla tenda, è turbata dai fruscii, ma al sicuro nella tenda – culla – nido – grembo materno, accudita, coccolata, consolata da questa specie di figura materna. Il Male è in agguato, ma fuori, non dentro di lei.

La fuga di Anna è una fuga in avanti, non da se stessa da un ambiente opprimente e frustrante; e la “caduta” nelle grinfie di Luca solo una conseguenza del suo bisogno di trovare uno spiraglio (cosa di cui lui approfitta sapendo perfettamente che Anna cerca ben altro che un’avventura). La fuga in avanti, però la porta prima a un vuoto angoscioso e insostenibile, e finisce per riportarla a una sorta di grembo materno. Fuori dalla tenda e senza il giapponese, Anna non sa cavarsela. Perché l’incontro? Perché, mentre l’uomo cerca il rapporto sessuale, la donna, in genere, cerca la relazione, non l’avventura.

Il finale vuole identificare il Male (esterno, si badi bene) nel tipo del seduttore – vampiro, colui che coltiva, sfrutta, divora e butta, possiede e disprezza, esclude, ma poi sta in agguato, cova rancore, se non può possedere distrugge. Al contrario, l’uomo che porta Anna nella sua tenda è il tipo di uomo – compagno, protettivo, tenero, onesto, sincero. Anna cade nella trappola della seduzione a causa della sua ingenuità, non perché attratta dal Male ma perché crede che l’uomo l’amerà e rimarrà con lei per sempre. Poi però, capito l'inganno, non soccombe ma reagisce.

Quindi, ribadisco che Anna rappresenta l’ingenuità e il coraggio, e il Male è fuori di lei. Non è da se stessa che fugge ma fugge alla ricerca di se stessa, perché fin che ciò che la circonda è un mondo opprimente in cui non si riconosce, si sente estranea, il  Male fuori di lei l’attirerà con le armi della seduzione.

Lo scioglimento quindi non c’è, non perché Anna non riesce a fuggire da se stessa, ma perché cercando se stessa finisce o per regredire nel grembo materno o per cadere in mano all’uomo – vampiro.

 

ritratto di Rubrus

***

Be', i due aspetti non sono incompatibili, nel senso che - e stando a quanto dici - Anna ha un forte desiderio di cambiamento, di uscita da una certa condizione. Avevo colto questo aspetto e ciò probabilmente aveva prodotto la mia interpretazione - che naturalmente, dato che il racconto l'hai scritto tu, è sbagliata. 

M'interessa però approfondire il discorso del "male da fuori" - come è noto ci sono due tipi di storie dell'orrore (questa non lo è, vabbè, ma penso che si possa usare lo stesso  strumento di giudizio): quelle in cui il pericolo viene da fuori e quelle in cui viene da dentro.

Questa è del primo tipo e mi pare significativo che lo strumento per combattere questo tipo di male esterno è un viaggio nel "tempo / luogo del sogno" (non sto a tirare in ballo la natura di Ayers Rock per gli aborigeni: non lo sappiamo con sufficiente consapevolezza per il semplice fatto che siamo bianchi e siamo lontani nel tempo e nello spazio).

E' del tutto irrilevante che questo viaggio sia reale (Ayers Rock esiste davvero) o metaforico, anche ne senso di "mentale" come il nome del giapponese potrebbe suggerire.

Quello che mi interessa evidenziare, e che come lettore percepisco, è la scelta di collocare il punto della rinascita, per così dire, in un posto che è anche "mitico", quantomeno nel senso di "onirico" (rivedasi quel che dicevo: possiamo avere una consapevolezza - non conoscenza - solo imperfetta del significato di Ayers Rock).

E' un viaggio "dentro", ma anche un viaggio fuori, verso una dimensione, questa sempre la mia percezione come lettore, che non è solo individuale o psicologica, ma, anche se so che molti non amano questo termine, in senso più alto "spirituale".

In questo senso, e riferisco sempre la mia sensazione come lettore, è che la morale del racconto è che per affrontare il male esterno è necessario ricorrere a forze interne che però non sono solo interne nel senso di non riconducibili a un'esperienza meramente soggettiva / individuale.         

Esse appartengono anche a quella dimensione "esterna" in cui, paradossolmente, sta quel male che combattono  e da cui - mi suggerisce l'ultima frase - non ci si libera mai del tutto finchè si vive. 

 

Accidenti, Rubrus! Il tuo

Accidenti, Rubrus! Il tuo commento sprigiona più suggestioni del mio racconto… Tra l’altro nel citare il “male che viene da fuori” avevo in testa, ma inconsapevolmente, la distinzione tra gli archetipi dell’horror (fatta se non sbaglio da Stephen King) cui tu hai accennato: il Male che viene da fuori (il Vampiro), il Male che viene da dentro (Dottor Jeckill e Mr. Hyde) e la Cosa Senza Nome (Frankenstein) e tu me l’hai fatta ricordare. Perfette tutte le tue osservazioni sui luoghi mitici; nella finzione letteraria si fanno quadrare i conti e quindi in questo caso ho fatto convergere la fuga nella montagna sacra e di qui le suggestioni, le ombre ecc., con qualche remoto ricordo anche di Castaneda.

Credo che tu abbia colto il punto cruciale proprio quando dici: “E' un viaggio "dentro", ma anche un viaggio fuori, verso una dimensione, questa sempre la mia percezione come lettore, che non è solo individuale o psicologica, ma, anche se so che molti non amano questo termine, in senso più alto "spirituale".

Le forze interne qui s’incontrano con le forze “spirituali” di cui fa parte anche l’aspetto “demoniaco”, misterioso e insondabile e per questo potente. Sì, credo sia così. Ma come lo hai detto bene!

Grazie mille

ritratto di Mauro Banfi

la gioia e la tristezza sono possibilità presenti dentro di noi

Davvero uno splendido racconto, Roberta, dove hai ben espresso il tema di quanto è difficile per ogni essere umano accettare ciò che è, dato che siamo sempre presi dai nostri Ego e dal loro smodato senso del possesso e dell'attaccamento.
Quest'estate parlavo per mail, con amiche e amici, del fenomeno che vede molti autori di litweb girare da un sito all'altro, da un blog all'altro, alla per me vana ricerca di un Paradiso webletterario, a un'oasi d'amicizia psicofisicaspirituale e artistica, che sempre per me non può esistere se prima non c'è nel nostro cuore.
Per questo me ne resto bello tranquillo su Net e da anni non cerco altro.
Raccontavo loro questa storia imparata in India:

"Un saggio prese la parola e disse: “Un vecchio è seduto all’entrata di una città. Uno straniero si avvicina e gli chiede: ‘Non sono mai venuto in questa città; come sono le persone che vivono qui?’
 “Il vecchio gli risponde con una domanda: ‘Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?’
 “‘Egoisti e cattivi. Per questo me ne sono andato,’ dice lo straniero.
 “Il vecchio risponde: ‘Qui sarà uguale.’ “Un po’ più tardi, un altro straniero si avvicina e chiede al vecchio: ‘Sono appena arrivato; dimmi come sono le persone che vivono qui.’
 “Il vecchio risponde: ‘Dimmi, amico mio, com’erano le persone nella città da cui vieni tu.’
 ‘“Erano buone e accoglienti. Avevo molti amici. Ho fatto fatica a lasciarli.’
 “‘Sarà lo stesso qui,’ risponde il vecchio.
Un tale vede le due scene a distanza.
Si avvicina al vecchio e chiede: "Come puoi dire a questi due stranieri due cose opposte?".
E il vecchio risponde: "Perchè ognuno di noi porta il suo cosmo nel cuore. Lo sguardo che abbiamo verso il mondo non è il mondo stesso, ma il mondo quale noi lo percepiamo.
Un uomo felice in un posto sarà felice ovunque.
Un uomo infelice in un posto sarà infelice ovunque."
 
Come poteva il vecchio dare due risposte opposte alla stessa domanda? Perché ciascuno di noi porta il proprio universo nel cuore e la propria percezione della realtà visibile e invisibile nella sua mente.
Morale della storia: non possiamo illuderci di cambiare il mondo come lo vogliamo noi, perchè alla fine è sempre lui che cambia noi: possiamo solo liberarci del nostro mondo egotico e sclerotico, chiuso; nessuno di umano può cambiare la vita, ma ognuno di noi può cambiare i suoi luoghi comuni e le sue superstizioni.
La gioia e la tristezza sono all'interno di noi stessi, due lupi in lotta dove vince quello che decidiamo di nutrire noi.
Il paradiso e l'inferno esistono solo dentro di noi.
Pensa che bello riuscire a non dire più : " se il mondo fosse fatto come voglio io, risponderebbe a tutti i miei desideri", ma riuscire a dire, nella gioia: " il mio solo desiderio è essere pienamente presente e aperto al mondo tale quale è".
L'unico vero abbandono che deve preoccuparci è quello dell'Ego, perchè solo allora vibriamo nella pulsazione dell'Anima del Mondo, vivendo nell'istante eterno di ciò che è.

Abbi gioia
 

In the middle of nowhere

Ti ringrazio Mauro. Dal tuo commento emerge che anche tu hai isolato, del racconto, ciò che sentivi più tuo. Il mio personaggio non fugge però perché incapace di adattarsi in generale, ma perché quella vita, la routine, le sta stretta, la soffoca, e nel tentativo di stare meglio là dove vive finisce per stare peggio, mettendosi nelle mani di chi approfitta di lei e poi la fa soffrire. Non è una percezione del mondo, è una condizione precisa. Anna sa, dentro di sé, che esiste da qualche parte qualcosa o qualcuno che le assomiglia. La massima di Ovidio, perciò, pur essendo suggestiva, è una provocazione: sta al lettore decidere se Anna la condivide oppure no. Io credo di no. Il viaggio – fuga è per Anna uno strumento di liberazione, di ricerca e di conoscenza: anche se si viaggia per poi tornare, quando si torna, liberati dai vincoli, si vede il luogo da dove si è partiti con altri occhi. Quindi anche l’animo muta.

Tuttavia il racconto ha un finale sospeso: non sappiamo se Anna tornerà, ma, secondo me, se tornerà vedrà il luogo che ha lasciato con altri occhi. D’altra parte Anna non ha mai preteso di cambiare il mondo, anzi probabilmente non le è neppure mai passata per la mente un’idea simile: lei sa di essere diversa e di aver bisogno d’altro, quindi cerca fuori di sé la condizione in cui essere davvero se stessa. Il demone è lì, in agguato, ma, alla fine, resta fuori, dietro i cespugli a spiare, come un’ombra maligna, e sta a lei ignorarlo o andargli incontro, nutrirlo o lasciarlo lì a consumare i suoi riti; come dici tu.

 

ritratto di Mauro Banfi

Ognuno di noi porta il suo universo nel cuore

Bello l'approfondimento, Roberta, e importante in quanto tu hai scritto il racconto.
In questo l'arte della parola non passerà mai di moda, nel suo essere una porta che permette a due universi interiori di condividersi nella propria peculiarità e nella propria esigenza di aprirsi e trascendersi.
Certo, spesso fuggire e necessario, ma prima o poi bisogna fermarsi e accettarsi e lottare per essere. Quindi meglio prima che poi, a mio personale avviso.

Abbi gioia
 

Porte aperte tra Universi

Il bello di un sito come questo, alla faccia di tutte le chiacchiere, è avere la possibilità di discutere e analizzare un'opera insieme all'autore, cosa che fa crescere e arricchisce entrambe le parti: questo è quello che ho pensato quando mi sono iscritta più di cinque anni fa, questo è ciò che penso ancora quando parlo con te e con Rubrus, come in questo caso.

In fondo chi scrive e pubblica è come se inviasse una domanda nel vuoto, e quella domanda dice: vedete anche voi quello che vedo io? Trovare risposte ci fa sentire parte di un tutto in cui tante domande viaggiano, molti le lasciano passare e qualcuno le coglie :-)

Grazie mille!