La scoperta di un mondo ignoto: la P.A.

ritratto di rafelo

Ricordo ancora il momento in cui mi presentai davanti alla commissione per sostenere la prova orale dopo quella scritta, effettuata qualche mese prima. Avevo in mente tutte le possibili risposte che avrei dovuto fornire per fare fronte alle sole 3 domande da pescare dall'urna, quelle che avrebbero probabilmente determinato il mio destino. Rammento che era stata una mia libera scelta partecipare ad un concorso pubblico, perché non fuggivo dalla crisi economica, che era ancora lungi dall'arrivare in Italia, ma da una vita che rischiava di starmi stretta. Mio padre era commerciante ma, dal mio punto di vista, non era libero come poteva essere un lavoratore nel pubblico impiego. I suoi datori di lavoro erano paradossalmente i suoi stessi clienti che lo "costringevano" ad essere costantemente presente dietro ad un bancone, con lo stress di una concorrenza che si faceva sempre più agguerrita e la stanchezza di una competizione che di anno in anno si faceva sempre più dura. Poi, l'attesa delle sospirate ferie che arrivavano puntualmente a ferragosto erano minate dai nervi delle spiagge affollate e dai prezzi esorbitanti per l'alta stagione. No! Non volevo fare quella vita. Io volevo essere libero, di scegliere il momento in cui andare in ferie e di pianificare, con un'entrata mensile certa, il futuro oltre a costruirmi una famiglia, con la possibilità di avere il tempo per dedicarmi anche ad altro. Dal mio punto di vista il lavoro deve essere innanzitutto un mezzo per procurarsi la felicità e non la felicità scaturita dal lavoro, altrimenti diventa doping, una dipendenza. Ma forse mi sbaglio, mentre aspetto il mio turno, c'è' uno che dopo aver superato brillantemente lo scritto, dichiara di andare a sostenere l'orale senza preparazione perché di certo la sua ambizione non è quella di rinchiudersi in un ufficio pubblico bensì quella di fare il commercialista e, precisa, è li' solo per gioco.Tuttavia, un gioco non lo era per la commissione che lo sega senza pietà mentre io resco a farcela brillantemente e con un pò di fortuna.

Una volta entrato nella P.A. ho visto qualche neoassuto che si licenziava dopo un pò, in quanto riteneva inutile perseguire una strada che non lo soddisfaceva, mentre, nel mio caso, svolgere un lavoro per la collettività, che fosse di utilità pubblica mi poteva anche appagare, abbinato ad una vita più tranquilla.

Dopo un po' di anni sono cambiate tante cose, il lavoro nel pubblico e' diventato un miraggio mentre da quello autonomo si sta fuggendo a causa della penuria di clienti.

Ma facciamo un po' d'ordine e sfatiamo un falso mito. I dipendenti pubblici sono tanti? Molti direbbero che, sì, sono tanti, anzi troppi.

Andando a spulciare i dati Eurispes -UIL PA spunta però una sorpresa, ovvero che seguendo un piano di ridimensionamento della spesa pubblica, essi sono costantemente calati sino a ridursi in una proporzione di 58 ogni 1000 abitanti in Italia. Pensate che in Spagna sono 65 ogni mille, nel Regno Unito sono 92 e 94 in Francia ,sino ad arrivare ai 135 ogni 1000 abitanti della Svezia.Una minore proporzione (54 su 1000) ce l'hanno solo gli efficienti tedeschi.

Inoltre, il piano di tagli alla spesa pubblica per 7 miliardi di euro nel 2014, che diventano 18,3 nel 2015 e 33,4 nel 2016 sta intaccando in misura sostanziale le fondamenta del servizio pubblico.

L'Italia risulta l'unico paese in cui, negli ultimi dieci anni il numero dei dipendenti pubblici si è ridotto: meno 4,7%! Nel resto d'Europa, gli addetti nel pubblico impiego sono invece cresciuti, soprattutto in Irlanda e in Spagna dove si è registrato un aumento, rispettivamente del 36,1% e del 29,6%. Altri paesi mostrano incrementi vicini al 10% (Regno Unito 9,5% e Belgio 12,8%). Infine, un altro gruppo di Stati mostra un trend crescente ma contenuto (in Francia del 5,1%, in Germania del 2,5%, nei Paesi Bassi del 3,1%). I Paesi nei quali la spesa per il pubblico impiego grava maggiormente sul Pil sono: la Danimarca, con un rapporto del 19,2% sul Pil, seguita dalla Svezia (14,4%), dalla Finlandia (14,4%), dalla Francia (13,4%), dal Belgio (12,6%), dalla Spagna (11,9%), dal Regno Unito (11,5%), dall'Italia (11,1%), dall'Austria (9,7%), dai Paesi Bassi (10%), e per finire dalla Germania con il 7,9 per cento. La situazione italiana è quindi perfettamente in linea con la media europea.

Se, quindi, la spesa in rapporto al PIL è in linea con i più virtuosi, il numero dei dipendenti pubblici in proporzione è il più basso d'Europa dopo la Germania ed il trend è addirittura in diminuzione, l'aspetto che desta maggiori preoccupazioni è però l'età media degli stessi.

L’età media dei dipendenti pubblici ha raggiunto nel 2014 i 49,2 anni, in aumento di quasi sei anni rispetto ai 43,5 del 2001. Lo rileva la Ragioneria generale dello Stato, spiegando che questo è l’effetto del blocco del "turn over" e della stretta sui pensionamenti e che con la prosecuzione del contenimento sulle nuove assunzioni «è pressoché certo che l’età media complessiva supererà i 50 anni forse già a partire dal 2016». Dati sul 2019 prospettano l’età media oltre i 53 anni.

Scendendo nel dettaglio dei dati, emerge che l’83% dei dipendenti della pubblica amministrazione italiana ha più di 40 anni mentre appena il 3,1% (101.693 lavoratori) ha meno di 30 anni. Gli ultrasessantenni (372.932) sono molti di più dei dipendenti pubblici con meno di 35 anni (260.065).

Arrivati a questo punto, cosa vuole significare questo articolo se non che bisogna cominciare a farsi delle domande che abbiano un senso logico. Ad esempio, possiamo vincere la sfida della burocrazia che consenta nuovi investimenti, anche dall'estero, se non immettiamo linfa nuova nel nostro sistema pubblico? In anni in cui la tecnologia sta prendendo il sopravvento, possiamo chiedere a degli ultra 50enni di adeguarsi sempre più velocemente alle implementazioni dei supporti informatici che continuamente vengono aggiornati? Chi può adattarsi prontamente e con fresche motivazioni ai nuovi dettami che un servizio pubblico moderno richiede?

A queste domande bisogna che iniziamo a fornire risposte logiche e coerenti ma soprattutto lungimiranti, non reazioni scomposte ed avvampate seguenti a provocazioni instillate da chi vuole solo cavalcare l'onda emotiva, orientando le masse verso un consenso che spesso serve solo a vincere battaglie personali ma che non è utile a dominare una guerra collettiva che prosegue da tanti anni ma che non ci ha mai visto trionfare. Sarebbe ideale puntare verso un servizio pubblico di qualità, fornito dalle nuove generazioni che con il supporto e l'esperienza delle vecchie sappia proiettarsi verso il futuro, in una prospettiva che fingiamo di non guardare, accontentandoci di lamentare il nostro dissenso fra i denti disseminando colpe a destra e manca, vivendo tra le macerie di un incerto presente.

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