L' osteria di Spartacone
L'OSTERIA DI SPARTACONE
di Fernando Bassoli
All'Osteria del Vaffanculo era tutto un vaffanculo, ché il proprietario
- Spartacone - era il classico tipo che, se qualcuno gli faceva girare
le palle, non glielo mandava certo a dire: lo guardava dritto negli occhi,
pompava aria a pieni polmoni, buttava fuori un vocione pastoso e ce lo
spediva senza problemi. Non era il massimo della cortesia, insomma, ma
chiunque capitasse nel suo locale ci tornava mille volte, perché
l'Oste era burinotto, il soffitto screpolàto, i piatti scheggiàti
e i tovaglioletti di carta velina, ma il vino, quello buono, scorreva
a fiumi su cibo che pareva destinato agli Dei. Un Paradiso in terra, dunque,
che stava al rione Pigneto, nel cuore del Prenestino, proprio all'incrocio
tra via Braccio da Montone e via Castruccio Castracane: che erano poi
due pittori niente male e non due cazzabubboli qualsiasi, anche se con
due nomìgnoli da perfetti coglioni, di quelli da sbellicarsi di
grasse risate. Per trovare l'Osteria, bastava chiedere in giro, dato che,
da quelle parti, la conoscevano anche i sassoletti: intignazzàta
al piano terra di un palazzotto giallògnolo, con le persiane verde
pisello e l'intonaco sbruffolàto via dalle intemperie, era rincantucciata
alla meno peggio in un angoletto muto e quasi smorto, come per sfuggire
alla morsa strozzante delle auto che dragàvano le stradone in lungo
e in largo, schizzando sull'asfalto della periferia romanaccia come macchinette
dell'autoscontro sulle pistarelle del Luna Park. A dire il vero, a prima
vista pareva una bettola qualsiasi, eppure non c'era posto migliore per
farsi un'abbuffàta coi controfiocchi - di quelle che rimettono
al mondo e riempiono la pancia per due giorni di fila - dato che ci sfornavano
certi piattoni che ridavano la vista ai ciechi e facevano risuscitare
i morti, perché è proprio nei posticiattoli così,
dove uno magari non se l'aspetta, che si mangia come Dio comanda. E le
porzioni, credetemi, non erano certo risicàte, ma doppie e strabordanti,
capaci di saziare una vacca gravida.
Fuori dal locale c'era un acciottolàto sconnesso, slabbràto
dai ciuffi d'erba che sbuffavano qua e là. D'estate ci piàzzavano
dei tavolini, per mangiare all'aperto, nonostante le zanzare scendessero
in picchiata come kamikaze, affondando i colpi nella carne sudaticcia
degli sbafatori di turno, smaniòsi di smascellarsi i manicaretti
della cuoca. Per entrare, invece, s'attraversava una porticella sgangherata,
seminascosta da due piantone spelacchiate. E subito l'occhio s'incollava
su due scrittone intagliàte su alcune tavolette di legno appese
al muro, colorate di vernice rossa. Erano tutto un programma, dato che
c'era scritto:
Bevi solo due volte al giorno:
a pasto e fuori pasto
e
Se bevi per dimenticà,
paga prima de béve
In un luogo del genere, nessun messaggio sembrava più
azzeccàto di quest'ultimo, ché, se si beveva fino a vomitarsi
pure l'anima, là dentro, era proprio per scordare i centomila casini
che tutti si portavano appresso senza scampo. Per non rimuginare troppo
sulle proprie disgrazie e difendere la salute, dunque, al Pignèto
non restava che scolàrsi una litràta di buon vino dei Castelli
- magari d'Olevano: uno dei migliori -, farsi qualche grassa risata
una gara di sgrotti con gli amici
magari cantarellare una vecchia
stornellàta di borgàta, ondeggiando da una parte all'altra
come una criccaglia di tedeschi rimpinzàti di birra. Sognando così
di risvegliarsi - la mattina dopo - belli, ricchi e padroni del mondo.
E invece, questo è il brutto dell'intera faccenda, ci si svegliava
più stronzi di prima, col portafoglio più leggero e la capoccia
sderenàta, che girava, girava e poi ancora girava senza sosta
Sulla parete dietro la cassa, invece, troneggiava un posterone della Roma
dello scudetto '82: l'invincibile armata di Falcao, Bruno Conti e Bomber
Pruzzo, per capirci; quella gente lì, con una marcia in più
nelle gambe e un cuore immenso in mezzo al petto. All'epoca di questa
storia, però, erano passati vent'anni e i tempi erano cambiati:
i nuovi idoli della folla, capaci di sbaragliare gli avversari facendo
godere un'intera città, si chiamavano Totti, Batistuta e Montella,
ma che problema poteva esserci, per Spartacone? Tanto meglio, no? sulla
paretona c'era posto anche per loro. E se proprio non c'era, si sarebbe
fatto in modo di trovarlo, creando spazio, magari rinunciando al calendario,
dato che la gente non andava certo all'Osteria per sapere che giorno era.
Sotto le maxi-foto degli idoli sportivi giallorossi, stavano sistemati
dei lumìni sempre accesi: ceri veri e propri, come quelli che stanno
sotto i Santi delle Chiese, e una specie di altarino pieno zeppo di bandierone
arrotolate, sciarpette e berrettini della Magica Roma. Prima del derby,
qualcuno recitava pure il rosario, accucciato davanti a quei posteroni
- era una sorta di rito - ma poi si lasciava ghermire dalla luce sciàtta
del posto, ammoppendosi pian piano fino ad annullare la propria individualità
nel gruppo, uniformandosi così alla calca caciàrona di bevitori
incallìti in fila da Giuditta: la cuoca - anzi: 'na signora cuoca,
vera regina dei fornelli - che era pure la moglie di Spartacone, che era
un bestione largo come una muraglia. Aveva i baffoni da tartaro, che gli
partivano dal nasòtto schiacciato - porcinesco - e scendevano lungo
il faccione rubizzo, pieno di nei, listellàto da due basettine
sale e pepe, da frocetto, che non c'entravano niente col suo aspetto e
rivelavano una totale mancanza di consapevolezza di sé e dei propri
limiti di uomo grezzo, figlio del popolo, cresciuto in mezzo alla strada
tra schiaffoni e parolacce. Sulla capoccia aveva un parrucchino che sembra
un cappelletto - tipo un basco -, che, quando rideva di gusto, gli ballonzolava
tutto. In realtà, sotto quella parrucchetta, aveva una testa tutta
pelàta. E ci si poteva specchiare, per quanto era lucida. Un tempo,
però, aveva avuto dei riccioletti castani, da gladiatore dell'antica
Roma. E in effetti un po' guerriero si era sempre sentito fin da pischelletto,
finché - era ancora un ragazzo - aveva cominciato a fare lotta
greco-romana in una palestraccia tirata su più che altro per coprire
traffici illeciti d'ogni tipo.
Quando combatteva lui, però, le cose cambiavano di colpo: quelli
erano momenti di vero sport, dato che era un fuoriclasse nato e non aveva
mai perso da nessuno. Per il semplice fatto che non era battibile. Il
fatto è che aveva una morsa a tenaglia, che stritolava: era diventato
campione italiano senza tribolare più di tanto, giungendo ad un
passo dalla chiamata alle Olimpiadi. Ma lì s'era dovuto fermare
di colpo, ché era dovuto andare a lavorare per portare soldi a
casa.
La sua fregatura, insomma, era stata che della 'greco-romana' non gliene
fregava niente a nessuno, altrimenti avrebbe fatto miliardi a palàte,
ché lui era stato un atleta da urlo e, a distanza di tanti anni,
ancora si poteva vedere dalle spallone squadrate e dalle manone tozze
e callose: due palanche da strangolatore di vitelli. Per uno scherzo della
natura, tuttavia, aveva il braccio destro più lungo del sinistro
e caracollava dinoccolato da una parte all'altra, piegato da un lato,
col braccio curvato ad angolo retto. Sfiancàto da anni di duro
lavoro, il gran lottatore di un tempo pareva un po' impiombàto
sulle gambone, come un pugile suonato di cazzotti, di quelli che basta
una schicchera con le dita o solo un soffietto per buttarli giù.
Quando camminava, però, lasciava tutti di stucco, ché si
muoveva a grandi falcàte, come se dovesse spaccare il mondo, e
faceva davvero pensare ad un centurione dell'Impero pronto alla pugna
o al gladiatore di cui si diceva, abituato ad entrare nel Colosseo a testa
alta, guardando i leoni negli occhi. Gli amici, però, chiamavano
Spartaco "er Mannaja", perché, quando affettava la carne
col coltellaccio da cucina, dopo averlo tenuto sospeso a mezz'aria per
qualche, interminabile secondo - quasi fosse appunto la mannaia di una
ghigliottina - mollava un colpo secco col braccio, quello più lungo,
gridando "Booiiaa chii moollaa!" come se dovesse tagliare la
testa a qualcuno.
"Tz! Je potessi cioncà la testa a chi dico io, invece de tajà
l'abbacchio a vanvera..." sbraitava poi, e riprendeva a smadonnare
contro il governante di turno, serrando i denti da cagnaccio rognoso.
Per lui, i politici erano tutti uguali, di qualsiasi colore o idea fossero.
E c'era davvero da capirlo, in un'epoca in cui un deputato riceveva ogni
mese uno stipendio di 37milioni86mila079lire, un rimborso delle spese
d'affitto di 5milioni621mila690lire, un rimborso spese di viaggio di 2milioni052mila910lire,
un rimborso spese a titolo non meglio precisato di oltre 1 milione e,
come se tutto ciò non bastasse, poteva utilizzare gratuitamente
un telefono cellulare, accedere alla tribuna d'onore degli Stadi, beneficiare
di tessere per Cinema e Teatri d'ogni livello e perfino girare a scrocco
su autobus e metropolitana, viaggiare in autostrada, treno o aereo, fare
corsi di lingue straniere, frequentare piscine, palestre o cliniche sanitarie,
beneficiare di assicurazioni per infortuni o in caso di morte, viaggiare
in auto personale con tanto di autista, mangiare nei migliori ristoranti,
leggere giornali e disporre a piacimento perfino dei francobolli per affrancare
le lettere: tutto questo senza cacciare uno straccio di lira, in uno strano
Paese chiamato Italia, ma che avrebbe potuto anche chiamarsi Pazzia Collettiva,
dato che, contemporaneamente alla vergogna di cui sopra, le pensioni minime
e sociali oscillavano intorno alle 700.000 lire al mese e orde di anziani
vagavano dunque per le strade elemosinando i soldi per la pagnottella
quotidiana. Di fronte a disparità del genere, per forza l'Italia
andava a rotoli!
"Tz! Je se potessero incastrà le palle mentre se siedono nei
banchi de Montecitorio, a 'sti fij de 'na bagàscia! Oppure je se
potessero staccà mentre se le grattano... Ma ce l'avranno le palle,
questi? Sapete che faccio, io? le tasse nun le pago più e se n'annàssero
tutti aaffancuuloo!" concludeva Spartaco Chiavica. Come dargli torto?
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