Il cazzo più grosso del mondo

"Qual è il cazzo più grosso che hai visto?"
Franco glielo chiese senza guardarla in faccia. Cercava qualcosa oltre il parabrezza, un albero, un animale, una mosca da inseguire nelle sue evoluzioni appiccicose per distrarsi e lasciare quella domanda a macerare da sola nell'acqua stagnante dei ricordi di quella puttana.
Erano quasi le cinque del mattino e Anna pensava che quello era il tipo da almeno due biglietti da centomila. E senza chiavare. Così facevano un milione e mezzo per quella notte e tra mezz'ora avrebbe potuto chiedere ad Enver di andare finalmente a dormire, un'ora prima del solito.
Dalla borsetta aveva già cacciato un preservativo e la bustina dei fazzolettini imbevuti di deodorante, ma alla domanda, con calma, aveva rimesso tutto dentro, insieme al barattolo di lavanda vaginale, al pugnale e al vibratore di gomma dura con le pile scariche.
Era stato il professore, quello delle undici, a scaricargliele nel culo. Le aveva sganciato tre pezzi da centomila freschi di bancomat, ma per tutta la notte il culo aveva continuato a bruciarle. Era una professionista ormai e se il culo le friggeva non era certo per quel moncone di cazzo. Dovevano essere invece tutti quei dolci che si pappava al bar di Gianni, soprattutto quelli rancidi che mordicchiava di sera poco prima di cominciare a battere.
E forse era stato anche il burro. Il professore aveva esagerato quella sera. Un intero pezzo di 125 grammi. Aveva la fisima del burro. Le aveva raccontato di averlo letto in un libro, di uno scrittore che aveva il nome di quella cantante di Titanic. Per questo Anna se lo ricordava. Selin. No,.. Céline si scrive, ecco. Aveva il cd a casa. Le donne di un tempo continuavano a cucinare anche quando scopavano. Una bella ciambella col buco! Questo aveva pensato quando gliene aveva parlato. E gli scrittori dovevano essere dei gran segaioli, come il professore. Però in mano ci tenevano la penna al posto del cazzo.
Magari il loro cazzo era piccolo e sottile proprio come una penna. Per un po' se la immaginò quella penna mentre scriveva. E le chiappe che ballavano il cha cha cha al momento di tracciare una bella effe maiuscola. Le scappò una mezza risata. Il tipo non se ne accorse. Fissava un nugolo di moscerini che prillava nel cono luminoso dei fari accesi. Pareva che non avesse fretta. Ad Anna però non andava a genio di mettersi a misurare, così, di punto in bianco, tutte le mazze che aveva visto. E poi non è che se le era messe a guardare tutte. Quando ti chiedono un bocchino, vuoi o non vuoi, te le trovi sotto al naso fiammeggianti come accendini, le vedi e potresti anche metterci una riga sopra. Lei, con i clienti, non s'era mai messo in bocca un cazzo moscio. Preferiva prendersi qualche schiaffo, ma un cazzo moscio in bocca no.
E' come la busta della spazzatura, come il corpo invaso da un alieno. Sì, proprio come Alien, quello del film. Anche un occhio nero, ma una vita intera non sarebbe bastata a vomitare la poltiglia verde di uno solo di quei merdosi senza bidet. Proprio no, piuttosto una notte intera di inculate. Così se li sbucciava a mano, aspettava che scapocchiassero del tutto e quando diventavano tosti come pali della cuccagna ci scivolava sopra con uno di quei fazzolettini imbevuti. Solamente dopo se li affogava.
In quel momento proprio non gliene veniva in mente uno.
Non ricordo un cazzo. Eh eh! Buona questa.
Le scappò un'altra risata.
Il coglione s'era acceso una sigaretta senza voltarsi dalla sua parte.
Anna era stufa. Gli fece:
"Non vuoi chiavare?"
Franco se l'aspettava.
'Nessuno risponde più a niente, nessuno risponde più di niente a questo mondo. Fai una domanda a qualcuno e questo ti risponde con un'altra domanda o al massimo ti chiede perché tu gliela faccia. E l'ho fatta, cazzo. Rispondi! Perché te l'ho fatta? Perché voglio una risposta! Ti fanno un quadro psicologico, ti scrutano da cima a fondo. Ti rovesciano quel punto interrogativo e ti ci appendono come un vitello al gancio del macellaio. Stiamo proprio tornando al medio evo. A Parigi, quando ho visitato Notre Dame, Giorgione, che studia filosofia, mi ha detto che tra tutti quei mostriciattoli e demoni, da qualche parte, ci doveva essere pure uno che rappresentava la Curiositas, la curiosità, insomma.
Sì, perché essere curiosi era da viziosi. Se facevi domande a quel tempo eri di sicuro un indemoniato, uno che rompe le palle a Nostro Signore. Se non gliele hanno proprio scassate le palle, dopo! Lo hanno lisciato ben bene. Aveva messo la coda tra le gambe e sembrava che fosse scomparso dalla circolazione.
Però, cazzo, che cane di razza è Dio! E' tornato, più furbo di mio zio il contrabbandiere, come un cane bastonato e ne ha commossa di gente. Un bastardino abbandonato, pareva. E piccolino! E poveretto! E bonaccione! E una carezza di qua, una strizzata di là! E prendi questo! E ti porto a spasso! E dormi nel mio letto! E mo'? Altro che bastardino, mo' vedi il barboncino! Mo' è un rottweiler, un pit-bull che alla minima mossa si magna pure il padrone.
Insomma questa non ha voglia di parlare. Devo essere il suo ultimo cliente. Dopo smonta, sì, smonta in tutti i sensi. Chissà quanti cazzi ha preso stanotte. Io il mio là dentro non ce lo metto. Ho un gioiello, io, e questa invece ha solo una busta della monnezza. Forse avrei dovuto prenderla alle dieci. Internet del cazzo! Ho perso quasi tutta la notte a chattare di stronzate. Stasera, poi, sembrava un manicomio. Ma dico io, ma ci sono o ci fanno? Hanno tutti l'aria d'essere dei serial-killers, se potessero ti farebbero a pezzettini e ti metterebbero nel congelatore. La ribalta a buon mercato, ecco cos'è la rete. '
Tirò una profonda boccata ed espirando il fumo disse:
"Insomma, ne hai visti di cazzi, no? Qualcuno ti avrà pur lasciato un segno!"
Questo deve essere un rompipalle. Forse ce l'ha piccolo e si vuole esaltare un po'. Di solito quelli che non scopano o è perché lo coltivano in serra il fagiolino o perché è così moscio che ci fanno un nodo e amen!
Anna però pensava che il tipo fosse meglio tenerlo a cuccia. A guardarlo non veniva in mente nulla di buono. Se non altro perché da quando aveva fatto quella domanda non le aveva ancora rivolto lo sguardo.
"Me la dai una sigaretta?", gli disse almeno per costringerlo a voltarsi.
"Era l'ultima", rispose lo stronzetto con aria di volerla sfottere mentre spegneva la sua sigaretta fumata a metà.
'Se non l'accontento questo mi mena. Enver viene al posto tra mezz'ora e qui non ci sono mai stata. Ha percorso una decina di chilometri 'sto criminale e se non mi mena lui lo fa Enver. L'ho lasciato fare e ora eccomi qua. I posti li detto io, tocca a noi puttane. Se Enver quando viene non mi trova in nessuno di quelli stabiliti il mio giorno libero lo passo all'ospedale. Ho un appuntamento, io, dopodomani. C'è Rocco. Dobbiamo andare al mare. Ha detto che ha un regalo per me. Sarà un libro, lo so. Cazzo, faccio ancora fatica a leggere l'italiano. Me lo farò leggere da lui. Voglio passare tutto il giorno a farmi leggere il libro. Me lo voglio tenere nelle mie carni Rocco, nel mio ventre con tutta quella matassa di riccioli neri. Lo voglio tutto intero, e soprattutto quella voce tenera e innamorata che mi leggerà il libro. Altro che cazzi giganteschi!
'Sto stronzo forse ce l'ha come una mazza da baseball e mi vuole impressionare. Fammi dare un'occhiata alla patta dei pantaloni. Cazzo! Deve proprio avercelo enorme se non ci ha messo una bottiglia là sotto. Meglio che non voglia scopare, allora. L'ultima volta che ho scopato con un cavallo c'è mancato poco che avessi un'emorragia. Una bella milionata, ma che spavento!'
"Occhei, occhei. Per un milione ti faccio scopare, ma guido io sennò te lo taglio e lo uso come matterello questo extraterrestre" gli aveva detto.
Era un presentatore televisivo, pure abbastanza famoso. Quell'estate conduceva una delle trasmissioni di minchia in diretta dalla Riviera. Aveva fatto carriera facendoselo spompare da donne d'affari e mogli di politici. A volte anche dai mariti. Questi non avevano alcuna remora a prenderselo in culo quell'uccello preistorico. Una sorta di legge del contrappasso, così le aveva detto ridendo. Anna non l'aveva capita 'sta battuta, ma aveva riso lo stesso. Dopo se l'era fatta spiegare da Rocco, che le aveva parlato di Dante e dei gironi dell'Inferno.
Lì Anna ci avrebbe messo volentieri molti politici del suo paese a farsi sguarrare il mazzo da quel prosciutto che penzolava sotto la pancia dell'asino di zio Ahmed. Il presentatore si presentò bene, è proprio il caso di dire.
Afferrandogli le maniglie dell'amore, senza perdere di vista la corazzata Potëmkin, la Valanga Rosa, l'Empire State Building, Anna frenava, almeno pensava di farlo, le sue spinte pelviche prima che lo Shuttle potesse solo pensare di sfondare l'atmosfera terrestre.
Poi la chiave a T cominciò a dire che lei somigliava alla madre del suo amico di infanzia; che se n'era fatte di seghe a due mani su una fotografia che la ritraeva al mare insieme a lui e a suo figlio; che come allora non aveva mai goduto; che metteva le sue mutandine trafugate intorno a un cuscino bucato e ci sborrava dentro le cascate del Niagara.
Il Cyrano del cazzo cominciò a lasciarsi andare e il dodecasillabo passò da sdrucciolo a piano e da piano a tronco nel giro di una terzina dipanandosi come una poesia calligrafica, come undicimila verghe. Anna non sapeva niente né di Cyrano né di Apollinaire, ma ci potete contare che leggeva la poesia meglio di Carmelo Bene.
La fessa vibrava di piacere come una Jacuzzi, ma a un certo punto lo spazzolone cominciò a sfregare la patina della porcellana e Anna sentì le prime fitte. D'istinto affondò le lunghissime unghie nelle guance del Grande Buddha poco prima di entrare nel nirvana, e appena in tempo per evitare una bella reincarnazione. Il presentatore interruppe il festivalbar portandosi le mani al volto con voce stonata mentre il violoncello, rotta la fodera di lattice che nell'occasione pareva una 0-12 Benetton, continuò a suonare in playback Acqua azzurra Acqua chiara.
Anna era a pezzi ed era molto preoccupata a causa di Enver. Voleva chiudere la storia e non aveva voglia di raccontargli un bel niente.
In fondo erano proprio cazzi suoi. Decise di provocarlo.
"Tu mi chiedi questo perché sei complessato, perché ce l'hai piccolo e sottile come un filo di erba nana", gli disse ridendogli in faccia.
Mentiva, mentiva spudoratamente, lo sapeva benissimo e di lì a poco l'avrebbe saputo ancora meglio. Tra l'altro non le sarebbe mai passato per la testa di dire una cosa del genere se veramente avesse creduto che il tipo prendeva il suo coso con le pinzette per le ciglia. Tipi così non ci mettono niente a sbatterti su un tagliere e sminuzzarti con una mezzaluna. Questo no, questo non era pericoloso.
Era solo un esibizionista.
E dagli sotto, allora. Cala il tuo poker d'assi e facciamola finita.
'La zoccola mi provoca. Ma crede davvero che mi faccio il bidet dentro un cucchiaino? Guarda puttana, guarda, ci sono più soldi in questo forziere che nelle casse del tuo paese di accattoni.'
Si sbottonò i pantaloni alti in vita, calò energicamente lo zip e svolse un'ampia fasciatura che faceva un doppio giro intorno allo stomaco. Il lingotto da cinquanta milioni si sollevò come una catapulta e apparve in tutto il suo splendore.
Anna non aveva mai visto una cosa del genere. Era abnorme. Quattro pugni non sarebbero bastati a coprirlo. Il glande aveva le dimensioni di un frutto tropicale, di una pesca nutrita da terreno vulcanico. Ora troneggiava come un albero millenario. C'era però qualcosa di strano. I coglioni, ecco, le sembravano troppo piccoli in proporzione. Ma quello che stava vedendo.
"E' il cazzo più grosso del mondo!", le disse anticipando il suo pensiero. E poi con evidente soddisfazione: "E' lungo esattamente 50 centimetri, dodici in più di quello di John Holmes, almeno stando alle stime in eccesso sul suo conto, anche se al mondo esistevano sia prima della sua morte che ora cazzi più lunghi del suo. Tantissimi che superano i 40 centimetri! Ho visto le foto su Internet, c'è un sito apposito. Il mio, poi, di diametro misura 12 centimetri per una circonferenza regolare di oltre 36 centimetri. Le sue dimensioni non sono di nessun ostacolo alle funzioni erettive. Il mio cazzo, a dire il vero, è sempre duro. Si chiama priapismo."
Sembrava che leggesse il libretto di istruzioni di un mobile componibile, ma Anna non ci badava, era incantata da quella natura ubertosa. Il fenomeno era lì in tutta la sua evidenza, non le interessava nulla di quello che diceva il banditore, come quando da bambina aveva visto gli elefanti alla guida del corteo del circo che attraversava il suo villaggio. Allora aveva invidiato il fantino che montava quegli esseri semipreistorici. Ora la proboscide ce l'aveva lì a portata di mano, di bocca, di fica, di culo e di tutti gli orifizi permanenti e provvisori (il più nobile degli scrittori erotici riteneva succulente anche le ascelle) che il nostro corpo così elastico è in grado di offrire. Qui la dea Kalì avrebbe trovato ristoro per tutte le sue braccia. E' mio! Pensò. E' mio!
"E' mio!" disse con decisione mentre abbracciava il Figliuol prodigo e confondeva le lingue sulla Torre di Babele. Sbocconcellò a lungo quella capocchia grossa come una mela per preparare le sue fauci al più ardito dei morsi e rimpianse di non essere nata boa o coccodrillo per introitarselo tutto intero quel collo di giraffa quando la bocca le si riempì di pappa reale. La lingua fu schiacciata contro l'ugola dall'esplosione di quel fungo atomico mentre tentava scalate in alta quota. E il piacere della pienezza durò pochi istanti. Con la bocca non riusciva a respirare e il naso era otturato da giorni per un raffreddore malcurato.
Anna andò nel panico. Con tutt'e due le mani cercò di estrarre la trivella da quel pozzo intasato. Il cazzo aderiva ormai perfettamente alla sua bocca come uno stato dai solidi confini. Questo era un grosso problema perché le due fila di denti stringevano bloccandosi come lame di forbici su uno spesso cartone e il tipo cominciò a lamentarsi e a tirarle i capelli. Anna faceva segno di no con la mano e gli occhi presero a lacrimarle per il dolore, ma l'idiota tirava sempre più forte. Anna provò a stringergli i polsi inutilmente perché quello, invaso da un furore animalesco, tirava con maggiore veemenza. Le aveva tentate tutte, ma quello era proprio un coglione coi fiocchi. Aveva resistito fin che aveva potuto, ma cazzo!, lo sanno tutti, proprio tutti, che il dolore, e quel tipo di dolore poi!, porta a stringere i denti.
Nella bocca di Anna qualcosa esplose con un piccolo boato attutito e quasi insonorizzato dalle pareti delle guance. Una qualche sostanza molle e fredda si riversò fin dentro la gola e i muscoli facciali si rilassarono di colpo. Anna ebbe la sensazione che in bocca le scivolasse uno di quei ghiaccioli confezionati in bustine di plastica. Poi uno spasmo che partiva dal ventre cominciò a farle vomitare anche l'anima.
Quando finalmente smise, vide davanti a sé una scena incredibile. Una pasta bianco-argentea, macchiata di sangue e in grumi di diverse dimensioni, era riversa sui pantaloni del tipo e sul sedile. Il cazzo era sparito e sopra i coglioni una pelle floscia e lacerata si stendeva come un telo stracciato dalla bora.
Cinquanta milioni, solo per i cinquanta milioni effettivamente spesi, Anna Feshëri e il suo magnaccia Enver X, entrambi resisi irreperibili, furono citati in tribunale da Franco S. per il risarcimento del suo cazzo di silicone made in South Korea.
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