VANNI Una giornata nata storta

VANNI

UNA GIORNATA NATA STORTA


La sveglia già da un po' aveva suonato, ma ancora Vanni non trovava il coraggio o forse il motivo per lasciare il letto.

Sarebbe stata una giornata normale e quindi banale: un po' di nervoso per trovare il posteggio, due battute per iniziare, la pausa caffè, la pausa pranzo; il solito pacco di fogli da riempire, le telefonate da fare, il breafing per il giorno dopo, blablabla blablabla e poi fuori, di nuovo nel traffico.

Tra l'altro c'era da passare a fare la spesa, il frigo non aveva ormai quasi motivo di restare acceso.

La serata poi quella sì, quella già era tutto un programma...

Un piatto di qualcosa davanti al telegiornale o, forse anche peggio, a cena fuori con i colleghi e dopo al cinema.

Davvero non c'era motivo d'alzarsi; meglio, molto meglio aspettare a letto che passasse la giornata e venisse l'ora d'andare a dormire.

Ma tant'è, una cosa è il dire, altro è il fare.

Iniziò così una mattinata banale.

Tanto per cominciare il caffè era poco perché venisse un buon espresso; chiuse lo stesso la moka, accese il gas a fuoco lentissimo pensando allo sciacquone che ne sarebbe uscito.

Accese la radio giusto alla fine del suo oroscopo e si diresse in bagno.

Davanti allo specchio spese almeno un minuto per convincersi a farsi la barba; la pelle del viso gridava che no, non avrebbe sopportato in silenzio la rasatura.

Difatti al secondo movimento si tagliò, a destra, appena sotto il mento.

E non era da poco, buttava parecchio.

Prese il cotone e lo bagnò bene di alcool forzando poi il batuffolo con coraggio; ululò sommessamente pensando a John Wayne, Tex Willer e Rambo, poi lanciò con stizza il cotone nella tazza.

Ma gettava ancora; col poco cotone rimasto formò una palla impregnata tanto di alcool che questo gli colava lungo l'avambraccio, per terra, all'ascella.

Quando ritirava l'impacco dal mento, subito il taglio rifioriva; cominciò a preoccuparsi.

Gettò anche l'ultimo tampone di cotone nella tazza e pensò di usare l'asciugamano.

Anna, la signora che una volta alla settimana gli faceva le pulizie, era passata appena la sera prima.

L'asciugamano bello bianco stirato quasi lo sfidava a cotanta ignominia.

Ma intanto in cucina la moka gorgogliava imperiosa, fischiava; parò il taglio con le dita, corse di là, spense il fuoco, vide lo scottex al muro; tentò con un abile colpo di strappare due fogli, ma si rassegnò a staccare la sfilata poggiando la fronte sul rotolo.

Si tamponò il mento, gocciolò due stille purpuree sul pavimento, versò il caffè nella tazzina ma nemmeno tentò d'assaggiare quell'acqua puttana e ritornò in bagno.

Scolò tutto lo spirito rimasto nel pallocco di scottex e se lo tenne appoggiato al mento con la sinistra, cercando con l'altra di terminare la rasatura; allo specchio, così con le braccia incrociate, sembrava quasi l'ultima scimmia del trio, quella che non ascolta.

Terminò comunque, ed anche il taglio taceva; provò col pallocco un tiro come a pallacanestro e fece sufficientemente centro.

Gettò un'occhiata al malloppo di roba che ostruiva la tazza mentre ci si sedeva.

Allungò la mano, prese la rivista sulla lavatrice e poi velocemente il pacchetto di sigarette.

La prima sigaretta della mattina è quella che più dà soddisfazione e la accese con desiderio, speranzoso; divaricò appena le gambe e gettò dentro il fiammifero, a spegnersi.

La vampata gli strinò i coglioni ed anche le chiappe.

Si barricò nel letto e tutto il giorno nemmeno rispose al telefono.

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