l' impressione

L'IMPRESSIONE

Si svegliò di soprassalto.
Dalle gelosie socchiuse filtravano a sprazzi neon di insegne sotto casa, ed incerti si formavano gli abituali contorni della sua camera da letto.
â?? Oh noo! â?? sbuffò a mezza voce, poi con rapidi gesti fu fuori dalle coperte, molto prima che la sveglia sul comodino potesse chiamare le sei e mezza, ora in cui come migliaia e migliaia d'altri cominciava un nuovo giorno, guardingo.
A torso nudo davanti al lavandino appena valutò la smorfia assai poco promettente che lo specchio gli rimandava, poi, a piene mani, s'immerse nel getto potente del rubinetto.
L'acqua decisamente gelida, fissazione igienica perpetuatagli dalla madre, lo portò di prepotenza alla concretezza del presente.
Fu in cucina, accese un fornello della economica, valutò dubbioso l'acqua a scaldare per il caffèâ?? solubile.
Indossò il pullover color cammello, appianò le grinze sul davanti, lo aggiustò bene sulle spalle.
Si mise quindi a preparare qualcosa di concreto per lo stomaco.
Gli sembrò d'esser stato continuamente presente a se stesso fin quando non si sorprese a fissare una fetta di pane imburrata a metà; fissò il coltello rimasto a mezz'aria con intensità, quasi aspettando che da un momento all'altro dovesse rivelargli qualcosa di risolutivo.
Il coltello perseverò nel proprio silenzio, così addentò senza nemmeno troppa convinzione la fetta di pane e cominciò a versare acqua bollente nella tazzina sul tavolo.
La coda dell'occhio continuava a lanciargli messaggi di avvistamenti anomali.
Per un poâ?? tenne duro, poi, con calma, si voltò a verificare con la sufficienza di chi deve dare una mera soddisfazione.
Infatti i soliti mobili della sua solita cucina erano proprio lì dove dovevano essere, dove stavano da sempre, tranquilli.
La vista, pensò, non è più quella di una volta.
Gli era sembrato che il frigorifero avesse tremolato giusto un poco prima di metterlo bene a fuoco.
â??La vistaâ? si ripeté, oppure sto rincretinendo.
Sul lavoro la mattinata si portò normale, come d'altronde era giusto che fosse; seduto al terminale video, valutava le cifre che piano si sgranavano interminabili, ne riportava talvolta alcune su certi stampati, rispondeva al telefono, stendeva appunti, controllava documenti, faceva insomma quelle cento piccole cose che costituivano il suo impegno quotidiano; non era certo il suo un posto di grosse responsabilità o che permettesse l'esplicarsi di estro e fantasia, ma in fondo forse era proprio per questo che si riteneva soddisfatto.
Fu in mensa, davanti ad una pastasciutta di cagionevole aspetto, che quell'inquietudine lo permeò insinuandosi tra i banali pensieri.
Si ritrovò allora ancora una volta a cercare di concretizzare quello strano malessere dell'animo, quella vaga impressione che sempre meno riusciva a ricacciare tra le pieghe del vivere concreto.
Gli sembrava d'aver fatto anche quella notte un sogno, uno strano sogno; eppure la mattina questo sogno svaniva sempre un attimo prima che potesse coglierlo in piena lucidità di pensiero.
Così non rimaneva mai niente, mai nulla di più concreto di tanti vaghi fili di pensiero.
Sapeva soltanto, sentiva soltanto che quel sogno portava qualcosa di triste, parlava di lontananza, di solitudine; sentiva al mattino d'essere stato più solo di quanto la sua vita di scapolo potesse pesare.
Gli restava solo quell'indefinita inquietudine che lo assaliva durante il giorno e lo faceva dubitare, dubitare, dubitare.
Lui, così pragmatico e cartesiano, cosa di cui in cuor suo si vantava ma non sapeva il perché, si sforzava di immaginare vera quell'impressione e quasi cercava le prove che lo convincessero.
E subito sapeva tornare a se stesso, con tenacia si applicava alla sua solida realtà.
Ma il pensiero cresceva, cresceva, trovava giorno per giorno momenti più strani per cercarlo, per trovarlo, e la sera egli spegneva sempre più tardi la luce, rassegnato a dover dormire.
Ed un giorno in ufficio, d'improvviso rapito da un'impossibile certezza, si urlò dentro: â?? BASTA! Ora basta, non è più vita! â??
Stringeva tra le mani la pratica e la voleva stracciare, distruggerla, finirla;
â??Io divento matto, matto e per sempre se non finisco di tormentarmi, le cose esistono, le cose ci sono, ci sono sempre anche se non le guardo, c'è questo monitor e questa scrivania, ci sono le persone qui accanto e al piano di sopra e fuori, e fuori il mondo gira, bello, concreto, solido.
Io non sono solo, il mondo non è fatto solo per me, esiste anche alle mie spalle, come esiste lo scaffale qui dietro dove metto le mie cose...�
Rapido il pensiero, si immobilizzò.
Trattenne il respiro, guardò i peli ritti sulla mano, la vena pulsare d'adrenalina, guardò ancora un attimo il monitor poi si voltò, più veloce che poté.
Non c'era niente.
Niente di niente, nemmeno il nulla.
â?? Ops! â? si sentì dire dal nulla e l'attimo dopo lo scaffale comparve.

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